Per quanto da una parte le accoglienze fossero state cordialissime, e
per quanto dall'altra vi avesse risposto la più calda riconoscenza,
certo, ne' primi giorni non potè completamente essere vinto quel
vicendevole imbarazzo, che tratto tratto s'impadroniva così dei
Sant'Angelo come di Loreta, e che tutti e tre riuscivano assai malamente
a dissimulare.
V'erano delle ore nella giornata--quelle specialmente che di solito sono
consacrate alle intime confidenze familiari--in cui cotesto imbarazzo
manifestavasi più molesto. Alla sera, quando terminavano la cena e si
erano esauriti i soliti argomenti della chiacchiera giornaliera,
facevasi assai sovente un improvviso silenzio fra que' tre personaggi.
La signora Chiara andava a sedersi nella sua grande poltrona, in un
angolo della stanza, che rimaneva quasi immerso nella penombra, accanto
alla stufa dove già s'era acceso il primo fuoco; il professore si poneva
a giocherellare col grosso cane di casa--un bel terranova dagli occhi
intelligenti--che veniva a posargli la testa sulle ginocchia. Loreta
rimanevasene al suo posto, pallidissima, collo sguardo fisso a terra,
come assorta in una lontana visione. Sulla sua fronte bianca si sarebbe
creduto di scorgere una nube di tristezza. E nel fissarla attentamente
quasi s'indovinava uno sforzo ch'ella s'imponesse per celare il vero
stato dell'anima sua.
La signora Chiara pescava nelle proprie memorie, per rompere que'
silenzi incresciosi, i vecchi aneddoti paesani, le burlette di cui in
altri tempi era stato maestro il nonno Sant'Angelo, qualche strofetta
allegra, di quelle che l'arguto vecchietto improvvisava ne' momenti di
buon umore nella sua caffetteria di Tricesimo e che si citano ancora
oggi nel Friuli insieme a' versi migliori di Pietro Zorutti.
E quando Loreta sorrideva:
--Eh! eh!--esclamava tutta soddisfatta la buona signora--casa
Sant'Angelo è stata sempre casa di gente allegra. Visacci mai, neanche
nelle ore cattive. E tutti così: il nonno non si dice; il babbo di
Mattia, con tanti pensieri, allegro sempre anche lui. E Mattia come lo
vedete, con tutti i suoi studi e le sue medaglie e i suoi occhiali
d'oro, così serione ch'egli pare.... Ma se ci si mette!
--Non ci credete veh! alla mamma. Dice così per farmi arrabbiare.
--Sicuro, poverino! Ma se mi ponessi a narrare un paio soltanto delle
sue storielle!
E ne narrava alcune difatti, ad onta delle proteste che il professore
affettava di fare.
Una fra quelle storielle era graziosissima davvero e curiosa anche per
la sua eccentricità.
Si riferiva al grosso cane di Terranova, che accompagnava dovunque il
professore come la sua ombra e per il quale in famiglia si avevano
grandissime cure.
La storiella rimontava ad un paio di anni ed aveva avuto origine da un
singolare processo che per il corso di molti mesi era stato argomento di
ardenti discussioni in tutto l'alto Friuli. Si trattava di una querela
sporta contro il professore Sant'Angelo al tribunale di Udine da un
notissimo prete di Collalto, don Giovanni Morganti, a proposito del
diritto di proprietà sur una breve zona di prato, che trovavasi sul
confine de' loro possedimenti. Era una prateria piccina, di poche
centinaia di metri quadrati, che dava ogni anno uno scarsissimo raccolto
di fieno e che, a giudizio della gente, non meritava certo il chiasso e
le spese che i due litiganti avevano fatto. Ma c'era per questo la sua
brava ragione. In quel campo pochi mesi prima un contadino, scavando una
fossa, aveva trovato una piccola urna contenente dieci o dodici
monetucce coll'effigie dell'imperatore Massimino, una fibula, una
collana di ametiste e due aghi crinali, che al professore Mattia erano
parsi un vero tesoro. Il prete Morganti, collettore arrabbiato di
vecchie medaglie, e che in fondo sentiva una grande invidia per la bella
fama del Sant'Angelo, non aveva più dormito i suoi sonni tranquilli. E
avendo, tra antiche carte di famiglia, ritrovato certi documenti, che
gli parevano dargli un titolo ad accampare de' diritti su quel pezzo di
terreno, s'era affrettato a movere lite al professore.
La lotta fu lunga. Gli avvocati--i migliori di Udine--moltiplicarono
scritture e controscritture. I due litiganti ebbero a spendere di gran
quattrini. Ma la vittoria infine rimase al Sant'Angelo.
La sentenza del tribunale, se mise in regola la questione giuridica, non
bastò a conciliare i due antagonisti. Il prete non si dette più pace e
non lasciò occasione per manifestare il suo malanimo contro
l'_usurpatore_. Questi dal canto suo se la godette a rispondere coi
dispetti ai dispetti. E ne pescò di quelle che fecero montare il prete
Giovanni su tutte le furie. Basti il dire che un bel giorno, per far
rabbia a don Morganti, gli venne il ticchio di imporre al suo grosso
terranova il nome di _prè Zuan_, cosa che fece ridere di cuore tutto il
paese e fruttò al magnifico cane una rinomanza quasi maggiore di quella
procurata da Alcibiade al suo col famoso taglio della coda.
--Eh! ho ragione io se dico che i Sant'Angelo sono gente
allegra!--concludeva la signora Chiara tutta gongolante nel vedere che
un sorriso illuminava la bella faccia della giovane Lambertenghi.
La signora Sant'Angelo provava una soddisfazione, nell'agire in tal
guisa. Ottima di cuore e un po' facile a prestar fede a quello ch'essa
soleva chiamare il _volere del destino_, aveva sentito di primo impulso,
appena l'ebbe veduta, una viva simpatia per la nipote. Ne' suoi
lineamenti severi, in quegli occhi pieni di pensiero, nella parola di
lei misurata e dolce, le pareva di avere già indovinato il carattere
della giovane. Certo in quell'anima la tempesta delle passioni doveva
essere già passata implacabile, lasciandovi il segno del suo furore. Ma
in quell'anima non poteva essere distrutta l'ingenita delicatezza di
sentimento, che è la più bella qualità di ogni umana creatura. Tutto
questo la signora Chiara era riuscita a comprendere osservando
attentamente ogni atto di Loreta, pesando ogni sua parola, non
lasciandosi sfuggire alcun particolare del suo contegno.
La vita che Loreta conduceva era assai semplice. In pochi giorni aveva
saputo perfettamente accordarsi alle abitudini regolate ed uniformi
della casa. Di più, con tatto squisito, aveva subito cercato di
mostrarsi premurosa e non inutile nelle bisogne domestici. Quando la
signora Chiara accingevasi a qualche lavoro, Loreta prontamente si
offeriva di darle mano. Se il professore esprimeva qualche desiderio
concernente la casa, la giovane procurava subito di concorrere perchè
egli fosse soddisfatto. Perfino, talora, ne' giorni che c'era gran da
fare, o pel bucato o per i fittaiuoli che venivano a pagar le pigioni o
per qualche forestiero che capitava a visitare il medagliere e le lapidi
del professore, Loreta, ad ogni costo, voleva addossarsi una parte de'
lavori che incombevano alla Vige.
La vispa contadina però si ribellava. Non poteva permettere che quella
signorina sciupasse le sue piccole manine bianche nell'attendere a certe
cose. Mani da ricamare, mani da contessina. E poi, con quella salute che
aveva, starsene al foco de' fornelli, starsene curva sulla tavola da
stirare. Mai e poi mai!
--Vige mia, lasciatemi fare. Mi ci diverto e mi fa piacere!
Vige la guardava, la guardava fissamente, e comprendendo che le parole
della giovane erano veritiere si guardava dal contraddirla più oltre.
Ma quando, qualche volta, Loreta usciva a fare degli acquisti a
Tricesimo od andava, accompagnata da Agnul col carrozzino a Udine, per
visitare il suo amico e protettore don Letterio, Vige provava il bisogno
di dire l'animo suo alla padrona:
--Non è una donna quella lì, è un angelo! Buona, buona come il pane. Ha
fatto una gran opera santa, signora mia, prendendola in casa.
--Per buona, sì, mi pare.
--E dev'essere stata così sfortunata! Guai a dirlo: è un grosso peccato!
ma è proprio vero che sono i buoni quelli che hanno le maggiori
disgrazie!
--Ti narrò mai qualchecosa la signorina?
--A me! si figuri! Che confidenza vuole che abbia per una povera serva
come son io? Però ho indovinato ed ho anche udito....
--Udito? Che cosa?
--Eh! ma tante volte! Alla sera quando ella, signora, ed il professore
son già coricati ed io passo, per andarmene a dormire, dinanzi alla
camera della signorina....
--Ebbene?
--La odo di dentro a piangere sommessamente. E una volta anzi....--ho
fatto male, lo so--ma, avendo visto ohe il lume era ancora acceso, presa
dalla curiosità, ho anche guardato dal buco della toppa.... Avesse
visto! La povera signorina era inginocchiata dinanzi al suo letto e
tenendo fra le mani un oggetto lucente,--che so? una croce, un
medaglione....--lo baciava replicatamente, colla faccia tutta bagnata di
lagrime. Certo qualche memoria de' suoi cari....
--Certo,--fe' la signora Chiara.--Queste sono cose che provano ad ogni
modo un animo buono ed affettuoso....
--Altro che buono!... Se sapesse la pietà che m'ha fatto!
E l'ottima Vige, per poco fosse stata incoraggiata, quasi quasi si
lasciava intenerire al solo ricordo di questi particolari.
Ma la signora Chiara non gliene lasciò il tempo:
--Tutto va bene.... tutto va bene. Ma non va bene niente affatto di
spiare, come hai fatto tu, dal buco delle serrature....
La Vige chinò il capo tutta mortificata, buscandosi senza proteste quel
piccolo rimprovero che sapeva bene di meritarsi.
La signora Chiara non avrebbe del resto avuto bisogno alcuno dei
racconti della sentimentale servetta per essere persuasa della grande
bontà della sua povera parente, il cui carattere espansivo e cordiale le
si veniva rivelando ogni giorno di più colle prove che Loreta le dava
del suo attaccamento e della sua gratitudine. S'erano fatte amiche. Omai
per la signora Chiara la compagnia della giovane era divenuta
un'abitudine gradevolissima, di cui non si sarebbe privata che a
malincuore. Erano pochi mesi dall'arrivo di Loreta e la vecchia signora
la considerava già com'ella fosse stata sempre nella loro famiglia.
Ora, che l'invernata scorreva rigida e che si era obbligati a starsene
per intere settimane chiusi in casa, la giovane riesciva di vero
conforto alla signora. Il professore Mattia, da quel rusticone che era,
se ne stava adesso più che mai seppellito nel suo studio, intento a dar
l'ultima mano ad una memoria _Sulle antichità aquileiesi_, che gli era
stata richiesta dal Mommsen per una rivista tedesca. E le due donne
solette nel tinello, al lume raccolto della lampada, passavano le loro
serate lavorando: per lo più capi di biancheria e di vestiario, che la
Sant'Angelo, secondo una sua antica abitudine, destinava ai fanciulli
poveri della parrocchia. La buona signora, cogli occhiali sul naso,
ferruzzava le grosse calze di cotone bigio; Loreta attendeva a qualche
lavoro di cucito.
Poi, a tratti, quando le raffiche del vento venivano, giù dalle gole
nevicate della Carnia, a rompersi con impeto contro la casa facendone
tremare i vetri delle finestre, la signora Chiara deponeva il lavoro:
--Che brutta notte, oggi! L'inverno in queste campagne è assai triste.
Per coloro poi che non ci sono avvezzi.... Voi, mia cara Loreta, dovete
trovarvi assai male.
--Male? Ma che dite, signora! Qui per me è il paradiso. Se Dio non mi
avesse protetta mandandomi il soccorso provvidenziale che voi mi avete
offerto, che cosa sarebbe di me? Si apprezza il bene solo quando si è
imparato che cosa sia la sventura!
--Sì, sì, figliuola mia; ciò che dite mostra il vostro bell'animo. Ma
via, siete tanto giovane ancora: la vostra mente deve volare ben lontano
da queste nostre solitudini così fredde!
--Lontano! Ma dove mai? No, signora Chiara. Al di là della soglia di
questa casa benedetta, dove ho trovato tanto tesoro di amorevolezza e di
pietà, non c'è più nulla per me. Al di là non ho lasciato nulla: nulla
al'infuori di memorie dolorose. E guai per me se non fossi riuscita a
cancellarle dall'anima mia!
In quelle conversazioni Loreta aveva anche accennato più volte a suo
padre, e talora aveva pure insistito nel discorso a malgrado che la
signora Chiara, con gentile sentimento, nulla avesse fatto mai per
indurla a confidenze ed anzi si fosse tenuta in proposito nel riserbo
più delicato.
I giovani anni di Loreta erano stati infelicissimi. Sua madre, Camilla
Sant'Angelo, era morta presto, trentenne appena, coll'illusione beata
che alla bambina sarebbero riserbate le più dolci tenerezze
dell'affetto. Prospero Lambertenghi glielo aveva promesso dandole
l'ultimo bacio e fu con questo pensiero tranquillante che la poveretta
si spense. Ma Prospero obbliò assai presto. Carattere volubile, dominato
dalla sete de' pronti guadagni, insofferente di una vita umile e
regolata, dopo breve tempo sentì il peso dell'esistenza a cui le
contingenze della sua famiglia lo costringevano. Nei primi tempi il
pensiero di dedicarsi tutto alla felicità di quella povera creatura,
che, col suo vestitino da lutto lo attendeva sul limitare del loro
quartiere, compensandolo col suo sorriso d'ogni fatica, gli era apparso
bellissimo e pieno di poesia. Poi più tardi, quando nuovi arditi
progetti di intraprese larghissime gli balenarono alla mente; ne' giorni
nervosi, quando la cerchia ristretta delle pareti domestiche apparì, al
suo spirito ansioso di voli infrenati, simile ad una prigione, quella
bimba gli sembrò un ostacolo posto fra lui ed il raggiungimento de' suoi
ideali. Non voleva essere lo schiavo di stupidi platonismi. Finalmente
col bene proprio avrebbe fatto pur quello della bambina. Al suo cuore,
che talora gli opponeva un palpito affettuoso, impose il silenzio. E si
lanciò nel mare magno degli affari, delle imprese arrischiate, in que'
giuochi ardimentosi, in cui il segreto del trionfo sta quasi interamente
nel freddo disprezzo di ogni contrarietà della sorte.
Quale poteva essere la vita della giovanetta ognuno può immaginare.
Affidata a mani mercenarie, la sua educazione fu fiacca, incerta, senza
una guida severa, priva totalmente di quelle influenze benefiche che la
vigilanza dell'affetto apporta ed assicura. L'istinto del bene, innato
nell'anima sua, corse i maggiori pericoli di essere vinto ed attutito.
Gente strana, esempî tristi e brutali, passarono intorno a lei,
pericolosamente. Nella casa, nulla che valesse a inspirarle un
sentimento di nobiltà od a metterle nel core un palpito di entusiasmo.
Ricordava in confusione una folla di persone equivoche, che suo padre
riceveva continuamente; ricordava certe notti rumorose, nelle quali
giungevano fino alla sua stanza di fanciulla, voci concitate e clamori
di canti. Del padre non ricordava nè baci, nè carezze. Era un uomo
freddo, di poca espansione, di modi aspri. Una mattina la sua governante
le annunciò ch'egli era partito: partito per un viaggio lontano,
reclamato da urgenti interessi, che compromettevano ogni loro avere. Non
l'aveva salutata neppure: il tempo gliene era mancato; ma stesse di buon
animo: egli non l'avrebbe dimenticata un solo momento.
Questa partenza non turbò gran fatto l'animo di Loreta. Era abituata
alle stranezze di suo padre. Provò invece un turbamento infinito,
un'oppressione potente, quando un giorno, per puro caso, udì dalle
labbra di un servo la ragione che dalla gente si attribuiva alla
precipitosa partenza di lui. Era un'accusa infamante, che le chiamò il
rossore al viso e l'amarezza nel cuore. Lottò per non crederci, per
rompere il fatale incubo di quel sospetto, per raccogliere le prove che
contro suo padre si fosse ordita dall'altrui malignità non altro che una
bassa calunnia.
Ma non potè. Gli indizî tutti congiuravano a distruggere ogni pietoso
sentimento che nel suo cuore restava.... Suo padre non solo l'aveva
abbandonata, ma a poco a poco obbliò perfino di mandarle i necessarî
soccorsi. A diciott'anni Loreta si trovò sola, senza consigli, senza
conforti, sul limitare della vita, esposta a tutti i pericoli ed a tutte
le seduzioni.
Che fare in quel frangente? Ancora una volta il suo ingenito senso di
onestà e di coraggio le fu scorta. Suo padre se non altro le aveva fatto
dare un'educazione sufficiente. E questa doveva bastarle a guadagnarsi
un pane onorato. Bisognava rassegnarsi a servire rinunciando a tutte le
idee di indipendenza e di benessere, che un tempo le avevano arriso. E
seppe rassegnarvisi animosamente.
--È stata una prova difficile!--soggiungeva Loreta.--E credetti di poter
in essa trovare la felicità!... Per un tempo, sì, mi parve anche di
esservi riuscita. Ma una delusione ben più grande mi aspettava. Quel che
ho sofferto.... Guai per me se volessi risuscitare i ricordi!...
Il discorso così fu tronco più volte. Le confidenze che Loreta aveva
fatto alla signora Chiara s'erano sempre arrestate a quel punto.
La prima volta in cui l'ottima signora potè apprendere dal labbro della
giovane un più particolare accenno ai fatti che avevano da ultimo
amareggiata la sua vita, fu improvvisamente in una brutta giornata,
nella quale i Sant'Angelo ebbero a soffrire per causa sua una grande
emozione.
Da più giorni la Lambertenghi mostravasi singolarmente abbattuta e
preoccupata. Alla mattina, come di solito, scendeva per tempissimo dalla
sua stanza, mettendosi tosto alle usate faccende. Ma a nessuno di casa
sfuggivano le tracce dell'insonnia o del pianto, ch'ella aveva
costantemente negli occhi pensosi. Forzavasi di mostrarsi vivace,
metteva nella esecuzione delle faccende domestiche una foga speciale;
alla signora che le moveva qualche domanda se si sentisse male ed alla
Vige che si arrabbattava per toglierle di mano qualche lavoro,
assicurava che non aveva nulla. Però a sera, verso le nove, dopo aver
tenuto per un poco compagnia alla signora Chiara, ella chiedeva con
manifesto dispiacere di potersi ritirare. Diceva di sentir bisogno di
riposo, di avere la testa confusa e indolenzita. E se ne andava
scusandosi, rammaricandosi di dover lasciare la signora, ringraziando
per le premure con cui tutti si interessavano a lei.
--Non è nulla, ma nulla affatto. Un po' di sonno.... Ecco la miglior
medicina.
La Vige che stava ad udirla con grande attenzione, fissandole in viso
gli occhi buoni, profondamente, tentennava allora il capo, e appena
ell'era uscita, volgendosi alla signora Chiara:
--Medicina, sì!--mormorava sottovoce.--La sua medicina sono le lagrime.
Il sonno, il riposo.... A chi lo racconta? Povera signorina, mi fa tanto
male!...
--E a me!--soggiungeva la signora Chiara.--Ma bisogna mostrare di non
accorgersi di nulla. Il tempo.... Vedrai, le passerà!
Pochi giorni appresso, una mattina verso le sette, che la Vige era
appena scesa in cucina per accendere il fuoco e preparare la colazione,
vide uscire dalla sua stanza anche la signorina. Vestiva il suo solito
abito nero, ma aveva lo scialle e un velo in testa, come pronta ad
uscire. La domestica spalancò tanto d'occhi. Loreta non scendeva mai
così presto; poi... uscire col tempaccio che faceva! Infatti, durante la
notte un violento uragano si era scatenato, ed ora sulle campagne
allagate spirava un fortissimo vento.
--Signorina, esce?
La Lambertenghi, assai pallida, si fermò un po' contrariata:
--Sì, vado in chiesa.
--Ma con questo tempo! C'è un bel tratto. Vuole che chiami Agnul che
attacchi il carrozzino?
--No, grazie, non monta. Non vi date pensiero.
Ed usci.
La povera Vige non potè frenare un gesto d'impazienza. Aveva un bel dire
la sua padrona che bisognava fingere di non accorgersi di nulla! Ma
vedere certe bizzarrie e cucirsi le labbra era davvero un po' troppo! La
buona donnetta non poteva darsi requie e andando e venendo per la sua
cucina non riusciva a mettere nelle sue faccenduole la solita meticolosa
diligenza. La sua mente correva altrove, seguendo per la strada fangosa
la giovane che recavasi alla chiesa, mentre da lunge, sulle raffiche
impetuose del vento, giungeva da Tricesimo il lento scampanìo della
prima messa.
Passò un'ora, ne passarono due. Il professore e la signora avevano già
fatta la loro colazione e Loreta non era peranco rientrata. La funzione
doveva essere finita da un pezzo e senza un particolare motivo ella non
poteva tardare così. Un po' allarmati s'eran posti a fare ogni possibile
congettura, poi, non riuscendo a darsi una spiegazione, stavan già per
mandare il ragazzo ad incontrare la giovane, quando una carrozza si
fermò dinanzi alla casa.
Vige ed Agnul corsero subito fuori e con meraviglia videro scendere dal
legno il conte Leonardo Mangilli, che col suo fare burbero e colla ciera
più scura del consueto venne loro incontro sollecitamente, accennando
colla mano al carrozzino.
--Che c'è? che c'è?--domandarono.
--Nulla di grave. La signorina....--non ne so il nome io....--la
signorina che sta con voialtri.... L'hanno trovata in chiesa, dopo la
messa, svenuta.... Passavo di là. L'hanno posta nella carrozza.
La Vige si fece allo sportello e vide sui cuscini, riversa, con le
labbra smorte e gli occhi socchiusi, la signorina Loreta.
--Oh! poveretta, poveretta! L'avevo detto io, l'avevo detto che stava
male!
Uscì intanto dalla casa anche il Sant'Angelo, che si avvicinò al gruppo,
trepidante egli pure e pallidissimo.
Trassero di carrozza la giovane, che in quel mentre parve avesse ripreso
conoscenza e, sostenendola fra le loro braccia, la trasportarono in
casa.
Quindi, senza per tempo in mezzo, l'ottima Vige e la signora Chiara la
svestirono e la misero a letto.
Il medico chiamato d'urgenza non potè constatare se non una forte
febbre, cagionata con molta probabilità da un grave turbamento nervoso.
Lasciarla tranquilla; nient'altro. Pericoli non v'erano di sorta.
Quel giorno Loreta stette assai male. Ebbe a più riprese delle violente
convulsioni; poi, quando riusciva ad assopirsi, il suo sonno era
affannoso, e strane, scucite parole le sfuggivano dalle labbra. Ma fu
cosa passeggiera. Dopo tre giorni tutto era finito, e meno un po' di
sfinitezza, ogni altra sofferenza pareva svanita.
Fu allora che Loreta ebbe uno slancio improvviso di tenerezza e di
espansione per la signora Chiara, che era lì, al suo fianco, con un
sorriso di affetto sul labbro, tenendole maternamente una mano.
--Ah! signora.... signora, come mai posso chiedervi perdono di tutte le
pene che vi reco! Non lo avrei voluto, io! Ma le forze mi son venute a
mancare!... Era un giorno di così tristi ricordi per me! La data più
funesta della mia vita: un anno, da che laggiù, in mezzo a gente
sconosciuta, io avevo deciso di morire.... M'era parso che nella
preghiera avrei potuto trovare l'obblìo di quell'ora, il perdono
anche.... Ma lì, in quella chiesa fredda, in quel silenzio profondo, mi
sono sentita più oppressa che mai. M'è sembrato che tutta l'amarezza
delle mie memorie si riversasse in un momento solo dentro il mio cuore.
E non vidi più nulla, non sentii più nulla....
Indi interrompendosi e chinando sulla spalla della signora Chiara il suo
bel volto bagnato di lagrime:
--Eppure, signora, io sono degna di perdono. Dio deve avermi perdonato.
La signora Chiara levò pietosamente gli occhi al cielo, accarezzando il
capo della povera giovane:
--Potrei essere vostra madre!--le susurrò con dolcezza all'orecchio.--E
dicono che l'affetto delle madri è quello che sa confortare i più grandi
dolori.
Gli occhi di Loreta s'illuminarono di una luce di letizia:
--Come siete buona, signora! E come sento di amarvi!...