XXIV.

La viscontessa Renata si trovava in un salotto del pianterreno,

ammobigliato all’antica, con molti fregi e dorature sulle suppellettili

e sulle pareti, e con un affresco mitologico sul soffitto. Malgrado

di ciò, quella stanza aveva un aspetto assai triste, così triste che

sentii stringermi il cuore nell’entrarvi. Due signore, giovani ancora,

ma non belle, sedevano su un divano al disopra del quale erano affisse

tre incisioni, cioè, i ritratti del re Luigi XVIII, di Luigi XVI e di

Maria Antonietta. La viscontessa era adagiata in una poltrona e aveva

dinanzi a sè un tavolino, ove un ecclesiastico, che seppi poi essere

il _Père Théophile_, sfogliava un libro. La fisonomia della dama non

aveva a prima vista nulla di ripulsivo e vi si scorgevano anzi i segni

di una bellezza non comune, quantunque da lungo sfiorita. Però gli

occhi di lei vi si figgevano in volto con uno sguardo così freddamente

indagatore, le linee del suo viso erano così rigide, gli stessi suoi

capelli bianchi avevano un luccicore così metallico, che non si poteva

affacciarsele senza capire la soggezione ch’ella ispirava a quanti

l’avvicinavano. Ella vestiva a lutto, ma il suo volto esprimeva

piuttosto la severità che il dolore. Quand’io entrai preceduta da

_monsieur Simon_, chè il notajo Moussu, benchè famigliare di casa, non

aveva voluto fare la parte di presentatore; ella sollevò il capo che

era appoggiato alla spalliera della poltrona, e tenendosi con ambo le

mani ai bracciuoli, protese alquanto verso di noi la parte superiore

della persona, senza che nè un sorriso incoraggiante le rischiarasse la

fisonomia, nè una parola le uscisse dal labbro.

_Monsieur Simon_ si avanzava rispettoso verso di lei, ma io lo

precedetti, e mi precipitai a’ suoi piedi. Le avrei baciate le mani, ma

mi avvidi ch’essa non poteva toglierle di dov’erano senza ricadere per

indietro.

Le due signore ch’erano sedute sul divano si alzarono in piedi,

l’ecclesiastico richiuse il libro e mi guardò con curiosità. Allorchè

pronunziai il mio nome, che non poteva essere ignoto in casa de

Serges, la viscontessa Renata aggrottò le ciglia, e gli altri che si

trovavano nel salotto fecero un leggero segno di sorpresa. Senonchè la

viscontessa girò attorno gli occhi e parve che ciò bastasse a creare

l’immobilità ed il silenzio.

— Il visconte Gastone mio figlio — ella disse invitandomi ad alzarmi

— ebbe più confidenza in voi che in sua madre o in alcuno della sua

famiglia. Fu a voi sola ch’egli partecipò i suoi trascorsi giovanili,

a voi ch’egli affidò le sue ultime volontà e il frutto de’ suoi

errori....

— Viscontessa — io interruppi, derivando il coraggio dal bisogno di

difender Gastone e Fanny — quella fanciulla era sua figlia legittima

innanzi alle leggi umane e divine.

— Lo so — rispos’ella senz’alterarsi per la mia interruzione, ma

guardandomi in modo che significava: non sono avvezza a permettere

che mi si tronchi il discorso — lo so, e se così con fosse, ella non

sarebbe stata accolta in casa de Serges. Però Dio è provvido. Nella sua

infinita sapienza egli ha capito che una de Serges, nata come nacque

la piccola Fanny, non poteva nè vivere sott’altro tetto che questo, nè

rimanere qui a lungo senza soffrire l’umiliazione delle sue origini....

Meglio per lei.

— Cielo! — sclamai — è dunque morta?

— Non ancora. Ma il padre Teofilo, che uscì testè dalla sua camera,

afferma ch’ella è in estremo di vita.

Il Padre Teofilo chinò il capo in segno adesivo.

— Ah! ch’io la veda, ch’io la veda — gridai — forse c’è ancora tempo.

— È giusto — disse la viscontessa. — Padre Teofilo, chiamate

qualcheduno.

Il Padre Teofilo stava per iscuotere il campanello, quando _monsieur

Simon_, che era rimasto in un angolo della stanza, si avvicinò e disse:

— Se la signora viscontessa permette, l’accompagnerò io.

— _Mademoiselle_ — soggiunse la vecchia signora, accomiatandomi, — la

vostra visita mi è giunta improvvisa e non mi richiama certo a lieti

pensieri. Nondimeno in casa de Serges l’ospitalità fu sempre sacra. Il

mio maggiordomo verrà ad indicarvi le stanze che vi sono destinate.

Le parole erano cortesi, ma non per questo l’espressione del volto

della viscontessa si fece più dolce.

— Oh — proruppi, mal frenando le lagrime, — a me basta un posto presso

il letto della mia Fanny.

Mi avviai verso l’uscio. Le due signore tornarono a seder sul divano,

chiamando vicino a sè il notajo Moussu, che sino allora era rimasto

impalato senza dir parola; la viscontessa si sdrajò nuovamente sulla

poltrona e il Padre Teofilo riaperse il libro che aveva chiuso al mio

arrivo.

Preceduta da _monsieur Simon_, salii una breve scala, traversai due

anditi ed alcune stanze, e giunsi a un’anticamera, ove una donna,

seduta dinanzi a un tavolino e col capo nascoste fra i gomiti, dormiva

profondamente. In un angolo erano ammonticchiati alcuni balocchi.

L’uscio della camera attigua era socchiuso. Colà languiva la mia Fanny,

e nella mia dolorosa impazienza di deporre un bacio sulla sua fronte

precorsi _monsieur Simon_, ed entrai.

Una giovane (era la _bonne_ addietro nominata) al rumore dei passi

s’era avvicinata all’uscio, e vedendo una persona sconosciuta stava per

isbarrarmi il cammino e per chiedermi chi io mi fossi, ma io fui più

rapida di lei, e prima ch’essa potesse pronunziar parola, ero già al

letticciuolo della bambina, chiamando con voce rotta dai singhiozzi: —

Fanny! Fanny! — _Monsieur Simon_ era intanto venuto in mio soccorso e

tranquillava _mademoiselle Louise_ (così si chiamava la _bonne_), che

probabilmente mi aveva preso per una pazza.

Non era un sogno? Ero dunque presso alla mia Fanny, ero presso alla

fanciulla ch’io avevo ricevuta dalle braccia d’un padre e custodita

come una figliuola! Quegli occhi spenti eran suoi, sue quelle labbra

scolorite, quelle guancie infossate; quell’alito affannoso era proprio

l’alito suo ch’io avevo sentito soave e fragrante come soffio di

zeffiro che è passato traverso un’ajuola di fiori? — Fanny! Fanny!

— gridai, piegandomi sopra di lei. — Non mi conosci più? Sono la zia

Maddalena!

Anche la prima volta ch’io l’avevo vista, due anni e mezzo addietro,

nella sua casetta presso alle _Fondamente Nuove,_ anche allora ella

dormiva. Ma era un altro sonno. Come entro il bocciuolo ancor chiuso si

indovina la rosa, s’indovinavano sotto le palpebre abbassate i belli

occhi cilestri; scherzava il sorriso sulla sua bocca tumidetta, e la

vita florida e piena si rivelava nella giusta rotondità delle membra

e nel misurato respiro. Povera, povera Fanny! Una mano affilata e

bianca come la cera le penzolava dal letto, l’altra era nascosta sotto

la coltre. Aveva la testa leggermente piegata da una parte e i biondi

capelli diffusi le facevano intorno un’aureola. Come le eran cresciuti

questi capelli negli ultimi mesi! Con che curva leggiadra le venivano

giù fino agli omeri!

Ma ella non mi vedeva, non mi sentiva. _Monsieur Simon_, commosso,

si era anch’egli avvicinato al letto, e ripeteva, per confortarmi: —

_Courage, mademoiselle, c’est la volonté du Seigneur._

— La volontà del Signore! — io sclamai. — Ma egli adunque si compiace

del male! Non era meglio non farla nascere se a cinque anni, per

sottrarla a maggiori sventure, bisognava ucciderla? E io, povera donna,

che cosa vi ho fatto, o mio Dio, che dobbiate martoriarmi così? Avevo

amato un uomo ed è morto, sarei vissuta per questa bambina e mi fu

rapita. Tuttavia, anche lontana, mi sarebbe bastato saperla felice,

e invece debbo vederla spirare.... Siete pur crudele, o Signore....

Ma no, ma no, perdonatemi. Non so quel ch’io mi dica. Salvatela,

o Signore, e io verrò umile ai vostri altari.... La baldanza del

mio pensiero è fiaccata.... L’anima mia domanda di credere.... Non

respingete, o mio Dio, questo cuore che ritorna a voi.... Porgetemi una

mano soccorritrice, salvatemi la mia Fanny!

Gli ultimi chiarori del crepuscolo s’erano ormai dileguati, una

lampada da notte posata sopra un cassettone illuminava fievolmente la

camera. Fanny viveva ancora, ma sempre immersa in un sopore profondo

e mortifero. Il medico, uomo piuttosto attempato, assai grave, assai

duro e stecchito, venne sulle prime ore della sera, esaminò la piccola

malata, e alle interrogazioni ansiosamente rivoltegli, rispose: — La

scienza non ha più nulla da fare. — Indi partì.

Mi sembra di aver visto allora la fisonomia compunta e antipatica del

Padre Teofilo, che, ridottosi nella stanza vicina, recitava a bassa

voce le preghiere de’ moribondi, mi sembra d’aver respinto le offerte

fattemi a più riprese di riposo e di cibo, ma non saprei dirlo, perchè

le reminiscenze mi si affollano confuse allo spirito. Solo ricordo,

e mi par cosa viva e presente, ch’io ero lì accovacciata sopra un

panchettino alla sponda del letto, cogli occhi fissi nel volto della

bambina, con gli orecchi intenti a qual si sia più lieve romore che

movesse da lei. E ad ogni tratto mi alzavo e avvicinavo la lampada e

cercavo il ridestarsi della vita in quella faccia solcata dal dolore.

S’era intanto levata la luna, e i suoi raggi, entrando per una finestra

laterale di cui non erano state chiuse le imposte, riempivano la camera

di una luce fantastica. Fuori i rosignuoli cantavano fra gli alberi, e

ai loro allegri gorgheggi facevano singolare contrasto i lunghi latrati

del cane di guardia ripetuti dall’eco negli spazi solitari. Veniva di

lontano il suono dell’ore. Contai le nove, le dieci, le undici. Non

era ancora scoccata la mezzanotte, quando, accostata la lucerna agli

occhi della fanciulla, mi parve che per la prima volta ella facesse

atto di risentirsi. Passai in fretta il lume nell’altra mano, e posando

la destra sulla fronte della malata, mi piegai sovr’essa e chiamai: —

Fanny! Fanny!

Non era un’illusione, non era un sogno. Questa volta lo sue palpebre

si apersero lentamente, e le sue pupille, ahi! sceme dell’antico

splendore, si fermarono sopra di me.

— Non mi conosci, Fanny? Sono la zia Maddalena. — E nel pronunziare

queste parole, tentai di comporre il volto al sorriso.

Ella mi aveva ravvisata, ella mi aveva intesa. Una contentezza

ineffabile si dipinse sulla sua fisonomia, le sue labbra si mossero,

ella tentò di parlare, mi chinai ancora di più per udirla, la sua voce

finì in un bisbiglio, ma in quel bisbiglio io distinsi le parole: _Zia

Maddalena_.

— Sì — sclamai — sono la zia Maddalena, che viene a prenderti, a

ricondurti a Venezia....

Mi arrestai ad un punto. La fronte su cui io tenevo la mano era

divenuta fredda, l’ansare del petto era cessato. Riavvicinai la

lampada, e.... caddi riversa mettendo un grido. Era morta!

_Mademoiselle Louise_, che dormiva in una poltrona, si destò in

sussulto. _Monsieur Simon_, il quale, senza dirmi nulla, aveva vegliato

nella stanza attigua, comparve nella camera, e mi risollevò da terra,

mentre il Padre Teofilo benediceva il cadavere, e due donne di servizio

componevano nel suo letto la povera estinta con le braccia intrecciate

sul seno e un crocifisso d’ebano fra le mani. Mi si voleva condur

via dalla stanza, ma io mi vi opposi, e restai lì immobile col viso

nascosto fra le palme, guardata dalla gente di casa con una curiosità

che non era punto benevola. Il solo _monsieur Simon_, che non aveva

voluto allontanarsi, prendeva parte al mio dolore e piangeva silenzioso

in un canto. Però, verso un’ora del mattino, il Padre Teofilo, che

s’era ritirato nella sua camera, lo fece chiamare, ed egli, dopo aver

invano tentato di togliermi di là ed accompagnarmi nel quartiere che la

viscontessa aveva messo a mia disposizione, si assentò, dicendomi che

sarebbe tornato subito. Io rimasi sola con due fantesche, che di tratto

in tratto mi slanciavano una occhiata sospettosa e che favellavano

tra loro in un dialetto ch’io non potevo comprendere. Tutto quello

ch’io vedevo, tutto quello ch’io sentivo mi pareva un sogno. Ero

io nel castello dei de Serges, e la creatura inanimata che mi stava

dinanzi era l’allegra Fanny che de’ suoi canti e del suo riso aveva

riempiuto la mia dimora? Come acque di fiume, che, rotte le dighe, si

precipitano nella campagna, le rimembranze si affollavano impetuose

nella mia mente. E ricordavo il primo incontro con Gastone, le prime

confidenze da lui ricevute, e il giorno solenne dell’addio, quando

mi fece depositaria del suo prezioso tesoro, e a me che lo amavo in

silenzio, parlò dolci, insperate parole d’amore. Ricordavo i bei sogni,

le care illusioni così presto svanite, le ore passate presso Fanny,

le lettere ricevute dal campo, ricordavo la lunga, e ahimè! inutile

attesa. Mi passava davanti, gentile visione, la Fanny d’una volta;

ella correva per la stanza, saliva in altana, spiccava i pampini della

vite, o i fiori dei vasi, ridiscendeva facendo suonar de’ suoi passi

la scaletta di legno, e via via per tutto l’appartamento, incitando il

suo cagnolino a seguirla, si dileguava e ricompariva come un leggiadro

folletto. Non salterai più, non cingerai più di ghirlande i tuoi

biondi capelli, o mia buona Fanny. Ecco, tu giaci immobile, o bella

irrequieta; i raggi della luna che giungono fino al tuo letto fanno

ancora più pallido il tuo viso, che non invidiava il color della rosa.

Così tu languisti entro la casa paterna, così ti hanno fatta morire

quelli che avrebbero dovuto nutrirti del loro sangue. E tuo padre non

era a difenderti, tuo padre non vegliava su te, egli perito da quasi

due anni fra i ghiacci di Russia!

Oh! io soffoco. Un po’ d’aria, un po’ d’aria.

M’avvicinai al balcone onde entrava la luna, e vidi con sorpresa che

non era una finestra, ma un uscio a vetri aprentesi sopra una scala che

metteva in giardino.

Nel bisogno invincibile di trovarmi all’aperto, discesi, e mi avviai

per un sentiero fiancheggiato da due filari di pioppi. La notte era

bellissima; un lieve venticello agitava le fronde; ai trilli melodiosi

dei rosignuoli rispondeva il monotono gracidar delle rane nei fossi.

Sulla ghiaia sottile scricchiolante sotto i miei piedi e rischiarata

dalla luna si projettavano come bizzarri ricami le ombre degli alberi;

da non viste aiuole di fiori uscivan fragranze. E io procedevo, col

cuore spezzato, in mezzo a quella gelida indifferenza della natura.

Procedevo macchinalmente, senza una meta, senza saper dove andassi,

attratta forse da un romor singolare che cresceva di mano in mano

ch’io continuavo nel mio cammino. A un punto m’accorsi che il terreno

non era più ghiaioso, che avevo lasciato da un pezzo dietro a me i

due filari di pioppi, e che senz’avvedermene io salivo per un lento

declivio. Lo strepito assiduo che m’aveva prima ferito l’orecchio si

faceva più vicino, più insistente; guadagnai l’erta sdrucciolevole,

non pel soverchio pendio, ma per uno strato d’erba molle di rugiada

che conveniva traversare per giungervi, e abbassando lo sguardo vidi

ch’ero sull’argine d’una riviera, non so se la Loira, o uno de’ suoi

confluenti. Il suono ch’io avevo udito era quello dell’acqua che

metteva in movimento le ruote di alcuni molini. Dal ciglio dell’argine

al livello del fiume saranno stati circa otto a dieci metri, giù per

una china scoscesa, ripidissima. Ancora un passo, e io potevo trovare

in quell’acqua romoreggiante l’oblio, la pace eterna. Ero sì stanca

di vivere! Stetti in quella terribile sospensione d’animo alcuni

secondi, poi, risentitami, mi voltai a guardar dalla parte ond’ero

venuta. Solitaria, imponente, la bianca mole del palazzo de Serges

sorgeva in mezzo alla campagna. Eran chiuse tutte le imposte del primo

e del secondo piano, ma la luna scintillava come su lucido acciaio

sulle vetrate del terzo. Nessuna voce, nessun movimento. Ma ecco una

delle finestre aprirsi ad un punto. Che fosse quella per avventura

la camera di Fanny? No, non è possibile. Essa non si trova nè da quel

lato della casa, nè in quell’appartamento. Qualcheduno si affaccia al

davanzale. Sembra una donna, ma non mi vien fatto capir nulla di più.

La figura sparisce, poi ricompare, poi si dilegua di nuovo. Per brevi

minuti il chiarore d’una lampada oscilla dentro la stanza; indi si

rifà buio completo. Ebbene. Che v’ha di strano in tutto ciò? Se uno

fra gli abitatori di casa de Serges ama alzarsi nel cuor della notte,

che deve importarmene? A ogni modo, ridiscendendo macchinalmente il

declivio dell’argine, come macchinalmente io lo avevo prima salito, non

so staccare lo sguardo da quella finestra che non s’è più richiusa.

E prima di entrare nell’angusto viale di pioppi che mi toglie il

prospetto del castello, alzo un’altra volta gli occhi e guardo a quel

punto che mi attrae con un fascino misterioso. Ripigliando il sentiero

poco dianzi percorso, sentendo mormorar di nuovo sul mio capo le fronde

degli alberi e gorgheggiar gli uccelletti, e la ghiaia minuta suonar

sotto i miei passi, provo uno strano sgomento, provo il senso pauroso

della solitudine, e m’affretto, m’affretto, come incalzata da una forza

irresistibile. La camera ove ha cessato appena di battere il cuore

della mia piccina, quella camera è la mia meta, il mio posto. E già

parmi d’esservi giunta, e già veggo l’ultime piante che fiancheggiano

il viale, allorchè una donna bianco vestita, sbucando improvvisamente

fuor d’una macchia, mi sbarra il cammino, e mi dice in francese con un

tuono di feroce sarcasmo: — Ah! È morta!

Mi arretrai sbigottita, volli mettere un grido, ma la mia voce finì in

un gemito soffocato.

La sconosciuta si avvicinò lentamente. Ella era di persona poco più

bassa di me, con lunghi capelli neri diffusi; con grandi occhi bruni

lampeggianti sotto le ciglia foltissime. Avea pallido il volto e

sparuto, ma sarebbe stata ancor tanto bella se una espressione sinistra

non ne avesse deturpato la fisonomia.

Io m’ero addossata al tronco di un albero, inetta sì ad avanzare che

a retrocedere. Se quella donna avesse voluto uccidermi, sento che non

sarei stata in grado di oppor la menoma resistenza.

Ella incrocicchiò le braccia sul petto, e misurandomi da capo a piedi

con un sogghigno beffardo, sclamò: — _Vous êtes l’italienne_.

— E voi — risposi, raccogliendo tutte le mie forze — voi siete certo la

marchesa Virginia.

— Ah! — ella proruppe — il cuore ve lo ha detto. Sono la marchesa

Virginia.

Scosse con alterezza il capo, rigettando dietro la nuca i capelli che

le ombreggiavano la fronte, e continuò: — Ma il cuore non vi ha detto

tutto, io fui la fidanzata del visconte Gastone.

— Voi!...

— Io stessa! — E tornò ad affissarmi con gelido scherno, quasi volesse

chiedere: — Non vi sembro più bella di voi? — Indi proseguì: — Ah!

nello scegliervi per sua confidente egli vi ha taciuto questa parte

della sua storia. Egli non vi disse che molto tempo addietro, quando

egli aveva diciotto anni ed io ne avevo quindici, vi fu una fanciulla

abbastanza ingenua da credere alle sue parole, da abbandonarsi nelle

sue braccia. Fumavano le rovine del mio castello vandese, erano

calde le ceneri de’ miei parenti, ed io potevo (sciagurata!) porger

l’orecchio a lusinghe d’amore, e inebbriarmi di mendaci promesse...

Era una notte limpida come questa, era in questi boschetti; come

adesso, uscivan profumi dai fiori e canti dagli alberi, ed egli giurava

all’ospite derelitta, alla congiunta orfana che l’avrebbe vendicata dei

suoi genitori uccisi, delle sue case arse, de’ suoi beni confiscati....

Infame! Egli ha tradito il suo re, la sua fede, ma che importa il

resto? ha tradito me.... Quando tutti imprecavano a lui perchè era

corso ad arruolarsi negli eserciti della rivoluzione, io sola lo

difendevo.... — per lunghi anni penosi senza vederlo, senza ricevere

una lettera sua, io l’attesi, l’amai.... Credetti al suo pudore di

gentiluomo.... Quando lo seppi morto, quando la sua mano irrigidita non

poteva più reintegrare il mio onor di fanciulla, non lo maledissi, ma

piansi.... Inginocchiata nel nostro tempietto domestico, pregai pace a

colui ch’io non avevo cessato di chiamare il mio sposo.... Giunsero le

vostre lettere.... il velo è caduto.... Immemore de’ suoi doveri verso

la marchesa Virginia, egli aveva (oh! il sant’uomo) rammentato quelli

verso una vil popolana, e da lei, inanellata al letto di morte, aveva

raccolto questa immonda creatura, nata Dio sa di che amplessi....

— Oh marchesa — io interruppi, fulminata da questo racconto, ma più

di tutto offesa dallo strale lanciato contro la povera bimba e contro

l’estinta ch’io non avevo mai conosciuto — Fanny era figlia del

Visconte....

— Sia pure — ella ripigliò con uno sguardo terribile — tanto peggio

per lei! Ella era qui a simboleggiarmi il suo cinico abbandono, i suoi

turpi abbracciamenti con una estranea; tanto peggio per lei!...

Dio mio, che sospetto infernale mi balena nell’anima? — Ma dunque —

chiesi con voce tremante — voi l’avete uccisa, avvelenata forse?

— Sì — rispos’ella aggrottando le ciglia — l’ho avvelenata se si può

avvelenar con lo sguardo, se si può avvelenare con l’odio. Lascio a

voi italiani mescer filtri mortiferi, io sento in me stessa la fatale

potenza di scavar la tomba a quelli che abborro.... Era bella, era

gentile, era gracile, aveva bisogno d’amore, e non trovò che la gelata

indifferenza degli altri e l’odio mio. Ogni volta ch’io fissavo su lei

i miei occhi fulminei la vedevo impallidire e piegarsi tremula come un

giunco agitato dal vento. Il sorriso era scomparso dalle sue labbra, il

sangue non colorava più le sue guancie....

— Basta, basta.... troncate questo supplizio.

— E voi — ella continuò con voce più forte, e alzando il braccio in

atto minaccioso.... Ma non fu che un istante. Ella lasciò ricadere

il braccio sul fianco, lo sdegno feroce cedette nuovamente il posto

al sarcasmo, scrollò il capo in segno di sprezzo, e disse — No, voi

non siete la madre di Fanny, no, egli non può avervi amata. _L’altra_

almeno sarà stata bella, giovane, ardente, ma voi.... Andatevene, _âme

de gouvernante!_

E stava per allontanarsi, ma in me era colma la misura e io avevo omai

vinto ogni sgomento. Approssimatamele e postale una mano sulla spalla:

— Voi siete una infame — le gridai nell’orecchio. — Seppure — soggiunsi

— per vostra scusa, non siete una pazza.

A questa parola, si sarebbe detto che un demone si fosse impossessato

di lei. I suoi occhi mandarono fiamme, ella si cacciò le mani nei

capelli, e l’ampio volume delle treccie sciolte sollevato sulla sua

testa, parve acquistar proporzioni colossali e ingigantire la sua

persona. Credetti ch’ella fosse per gettarsi sopra di me, nè sperai di

poter difendermi.... Ma in quel punto un uomo si slanciò fra noi. Era

_Monsieur Simon_ sceso a cercarmi in giardino, poichè non mi aveva più

trovata nella camera di Fanny. Alla vista del vecchio servo la marchesa

Virginia si fece mansueta come un agnellino, il suo volto perdette ogni

espressione di ferocia; ella appoggiò il capo sulla spalla di lui, e

si lasciò condur via senza dir motto. Egli la guardava con una pietà

riverente, in atto di vassallo che guarda la sua regina caduta, con

quella umiltà che non contiene bassezza perchè significa rispetto alla

sventura, non ossequio alla potenza.

— Aspettatemi qui un momento — mi diss’egli a bassa voce nel partire.

Infatti non passarono due minuti ch’egli era già tornato. Ma non

pronunziò parola sull’accaduto, e accorgendosi ch’io ero in procinto

di favellargliene, troncò il discorso con una frase — _C’est une

malheureuse._

_Monsieur Simon_ avrebbe desiderato condurmi da un’altra parte

del castello, ov’era il quartiere dei forestieri; ma io non vi

accondiscesi, e volli passare il rimanente della notte nella camera

della mia Fanny.

Ella sola restava intatta nel santuario delle mie memorie; vittima

rassegnata e innocente, ella era morta senza compiere, nè meditare

vendette. Se suo padre aveva commesso errori, ella li aveva espiati;

se le cose testè udite distruggevano il bell’ideale ch’io m’ero fatto

di Gastone, pur ch’io contemplassi il suo volto a cui la morte ridonava

l’antica serenità, sentivo un bisogno immenso di perdonare.

L’alba era penetrata già nella camera quando la stanchezza mi vinse,

e piegando la testa sulla spalliera del seggiolone, caddi in un breve

sopore. Al destarmi mi trovai a fianco Giannina partita nel cuor della

notte da Nantes nel presentimento che mi fosse accaduta sventura.

— Partiamo di qui, padroncina — furono le sue prime parole.

— Subito — rispos’io afferrandola per un braccio; ma i miei occhi

caddero sul letto ove giaceva Fanny, e soggiunsi — subito no, restiamo

finchè non l’abbiano tolta di là.

E scoppiai in un pianto dirotto, irrefrenabile. Vidi Giannina

avvicinarsi al guanciale della povera morta, levar di tasca un paio

di forbici, recidere una ciocca della bionda capigliatura di Fanny, e

legarla poi rapidissima, con un sottil filo di seta nera. Indi me la

porse con una mano, nascondendosi il viso con l’altra e dicendomi: —

Prenda, padroncina, è tutto quello che possiamo portar via da questa

casa.

Entrarono di lì a poco due servi in lutto profondo e annunziarono

che la viscontessa aveva ordinato che i funerali di _Mademoiselle_

si facessero con la pompa dovuta al grado d’una de Serges. Il corpo

sarebbe rimasto esposto due giorni, vestito di bianco, sparso di fiori,

affinchè tutti gli aderenti e i coloni, anche quelli che abitavano a

parecchie leghe di distanza, potessero vederlo. Nella camera, mutata in

cappella ardente, si sarebbero scambiati due ecclesiastici a recitar

preghiere senza interruzione. Alla fine del secondo giorno avrebbero

avuto luogo i funerali solenni nella chiesetta gentilizia dei de

Serges e la sepoltura nelle tombe di famiglia. _Monsieur Simon_, nel

confermarmi tutte queste disposizioni, soggiunse che _le révérend père

Théophile_ era incaricato dalla viscontessa d’invitarmi ad assistere a

tutte queste cerimonie, e osservò che, _dans les circonstances, Madame

la vicomtesse a toujours des procédés de grande dame_.

Ma queste rappresentazioni d’un lutto ufficiale erano superiori alle

mie forze, e io chiesi di partire quel giorno medesimo, dopo aver

deposto un ultimo bacio sulla fronte di Fanny.

— _Dieu nous a frappés tous_ — mi disse la viscontessa allorchè io mi

accomiatai da lei. Indossava un abito nero, come il dì precedente, ma

di lana anzichè di seta, e neri erano altresì il colletto, i polsini, i

pendenti agli orecchi, e la catena e i gingilli dell’orologio. Oh s’io

avessi potuto ricacciarle in gola quel singhiozzo di cocodrillo, se

avessi potuto dirle come quel dolore infinto non faceva che render più

odioso il suo delitto!

Nel salire in carrozza _monsieur Simon_ venne a capo scoperto ad

aprirmi lo sportello, e mi baciò la mano.

— Grazie — gli dissi — grazie per quello che avete fatto per Fanny.

Il legno si mise in moto e io abbandonai per sempre quei luoghi

funesti......

. . . . . . .

Che mi rimane più da narrare? Nella rapida successione di fatti

accaduti durante gli ultimi mesi, i dolori, i disinganni m’erano come

passati, turbinando, d’intorno, io ne avevo sentito il cozzo violento

e l’acre puntura. Ma ora soltanto, nella calma desolata, ne sentivo

tutto l’immane pondo. Ora soltanto essi mi schiacciavano come cappa

di piombo, contendendomi l’aria e la luce. I miei palpiti erano quasi

cessati, la fonte delle mie lagrime era inaridita. La ciocca di capelli

recisa dalla testa di Fanny e la camelia regalatami da Gastone erano

gli unici oggetti che avessero ancora virtù di commuovermi; erano le

sacre reliquie di un passato ormai irrevocabile. Però anche l’immagine

del visconte s’era offuscata ai miei occhi, anche la dolcezza di

serbare illibata la memoria di lui m’era contesa.

Poco dopo il mio ritorno a Venezia, morì _Café-au-lait_. Si sarebbe

detto che l’amorosa bestiuola si fosse aspettata ch’io le riconducessi

la sua padroncina; vedendomi tornar sola, perdette l’ultima speranza e

nulla la sostenne più in vita.

Nella casa di mia madre io non trovavo ormai nemmeno il sorriso, che,

in onta ai frequenti dissensi, mi aveva accolto per tanti anni. La mia

povera genitrice, invecchiata di parecchi lustri in pochi mesi, non

vedeva in me che una nemica del suo Venanzio e profondeva la pensione

ch’io le passavo in doni alla chiesa ed in messe per intercedere dal

Signore la prossima liberazione del prigioniero. Clara era amata e

felice e non si curava di me.

Divenni egoista; avevo raccolto sì poco dalla simpatia, che m’avvezzai

all’indifferenza. Gli avvenimenti che andavano via via succedendosi

non mi rallegrarono, se lieti, non mi afflissero, se tristi. Solo,

quattr’anni fa, vedendo sventolare il tricolore, e Venezia segnare una

pagina gloriosa nella storia, esultai d’una gioia fuggevole. Oggi,

senz’altri che Giannina nel mondo, veggo talora passarmi dinanzi la

fantasmagoria dei giorni che furano, e domando a me stessa s’io sono

davvero quella medesima che traversò un tempo sì fiere procelle. Non

vivo più, vegeto; ho la coscienza della mia caduta e non ho la possa

di rialzarmi. O pagine ch’io vergai, chiamando a raccolta con uno

sforzo supremo i miei pensieri, ditemi voi ch’io non fui sempre così,

persuadetemi voi che la sacra fiamma dell’affetto non fu sempre spenta

nell’anima mia.

A sessantacinque anni non m’è più dato sperar di riaccenderla. Perciò

depongo la penna, ed aspetto che sia tronca questa vita che non so

rendere nè gradevole a me, nè utile agli altri.

* * *

Si era fatto giorno da un pezzo quando Lidia e Sofia ebbero finito la

lettura del quaderno della zia Maddalena. La cameriera, venuta per

isvegliarle, non aveva potuto frenare un grido di sorpresa vedendo

le sue padroncino già alzate, e sedute al tavolino. Esse, che stavano

appunto scorrendo le ultime righe, colte così all’impensata, chiusero

in fretta il volume, ma ciò non impedì che il quaderno della zia fosse

scoperto e girasse per le mani dell’intera famiglia.

Però Nannetta non si persuase che il libro fosse uscito dal suo

ripostiglio nella maniera più naturale del mondo; senza dubbio quella

subita apparizione era dovuta a un mal giuoco della defunta, e quando

in una famiglia nascono simili cose, disse la prudente femmina, il

meglio che possa fare una guattera a modo è di cercarsi un altro

servizio. Ecco la ragione per cui Nannetta, dopo due lustri e più,

lasciò casa Alzini.

Il quaderno della zia · 第 27 / 29 题