«La mia partenza da Milano m'aveva addolorata meno ch'io non
m'aspettassi. La speranza, la grande consolatrice, la grande
menzognera, mi faceva prevedere giorni più belli. Massimo sarebbe
venuto a Reggio; l'avrei veduto solo, misteriosamente; non l'avrei
presentato a nessuno dei nuovi conoscenti che la mia vita artistica
m'avrebbe imposti; e di codesti avrei procurato di accoglierne il meno
possibile, e soltanto in teatro; e l'accesso alla mia casa l'avrei
riservato a lui, a lui solo.
«Così, staccandomi da lui, e dalle care memorie di quel breve passato,
io non volgevo lo sguardo indietro, ma innanzi a me; non correvo
lontano da lui, ma incontro a lui, e mi pareva che il fischio della
macchina irridesse alla società che mi compiangeva, o godeva forse di
vedermi infelice pel termine d'una passione esaurita, mentre io,
felice e pura, vedevo azzurreggiare all'orizzonte le dolcezze d'un
sentimento caldo ed inebriante come l'amore, casto come l'amicizia.
«L'idea di scindere il mio impegno con Gualfardo, nè di fargli il
menomo torto, non entrava nel mio cuore. E se la mia coscienza
delicata mi rimproverava di sentire troppo vivamente la superiorità di
Max, di pensare con troppa dolcezza con che impeto egli mi amava, e
con che nobile slancio mi aveva offerto di farmi sua, tosto mi trovavo
giustificata dal pensiero di aver respinto quella proposta che era per
me tutto un avvenire di felicità. Avevo fatto il mio dovere; che si
poteva pretendere di più?
«Giunsi a Reggio a tarda sera. La mattina seguente, appena alzata,
mandai a prevenire l'impresario del mio arrivo. Alle undici egli
arrivava da me. Dovevo andar in iscena fra sei giorni. Concertammo
tutto per le prove al pianoforte e le prove d'orchestra, ed a misura
ch'egli mi fissava le ore che dovevo consacrare al teatro, io
compulsavo quante me ne rimarrebbero da dedicare a Max.
«Quando l'impresario mi lasciò, l'omnibus dell'albergo usciva dal
cortile per andar a prendere i viaggiatori allo scalo. Mancavano
cinque minuti all'arrivo del traino. Rimasi alla finestra da cui non
vedevo che il cortile, ed alcuni staffieri che pulivano delle
carrozze. Il cuore mi batteva così forte, che sentivo di comprimerlo
stando appoggiata al davanzale; e pensavo come mai quegli staffieri
potessero occuparsi di quelle carrozze, e quei forestieri, che vedevo
per entro la finestra della sala terrena, potessero mangiare
tranquillamente, col cuore sussultante a quel modo. Mi pareva che
tutti i cuori dovessero sussultare.
«Finalmente udii ruotare una carrozza in lontananza.
«È l'omnibus, pensai. E corsi alla porta, e scesi una scala a
precipizio. Al primo piano scontrai un cameriere che mi guardò
meravigliato perchè non avevo cappello. Poi, come risovvenendosi d'una
causa che avrebbe potuto farmi scendere così, mi chiese:
«--Scende a colazione? La sala è a pian terreno, a destra.
«Io arrossii di quella mia espansione come d'una volgarità; tanto le
convenienze finiscono per imporsi anche agli animi più appassionati.
«Rimasi un momento immobile senza poter profferire una parola. Sentivo
il veicolo passare dinanzi alla porta dell'albergo, e tirar via senza
fermarsi; non era l'omnibus. Il cameriere tornò a dire:
«--Desidera scendere a colazione?
«Dovevo pur giustificare quella corsa precipitosa giù dalle scale. Mi
rassegnai e scesi in sala da pranzo. Di là non vedevo in corte. Udii
entrar l'omnibus, senza poter guardare chi ci fosse. Il servizio delle
tavole fu rallentato un momento; segno che i camerieri erano occupati
fuori a ricevere i forestieri. Dunque c'erano dei forestieri. Chi sa?
«Quando venne il cameriere domandai:
«--È giunta la posta? Non osavo prendere l'argomento di fronte.
«--Sissignora; è giunta, ma per lei non c'è nulla.
«Il cuore mi battè più forte. Non aveva scritto; doveva esser venuto.
«--Nessuno ha domandato di me? chiesi guardando nel mio piatto.
«--Nessuno, signora.
«Non mi restava altro da domandare. Eppure Max avrebbe dovuto cercare
di me appena giunto: accertarsi se ero là, in quell'albergo. Ma no; lo
sapeva. Eravamo d'accordo di trovarci là, all'_Hôtel Royal_, egli
stesso me ne aveva dato l'indirizzo.
«Forse aveva voluto rassettarsi un poco.
«Farà toletta, poi verrà a vedermi in camera.
«E dietro questo pensiero sentii una smania febbrile di trovarmi nella
mia stanza.
«Il cameriere, che mi portava un nuovo piatto, mi parve un cospiratore
che macchinasse di trattenermi là con quell'esca volgare per farmi
perdere quell'occasione di riveder Max. Tagliai un pezzo di _gigot_
coll'aria d'un principe che sa di aver dinanzi una vivanda avvelenata,
lo posi sul mio piatto, e porsi il piatto stesso ad un grosso gatto
bigio, che mi rimproverava sordamente la mia ghiottoneria. Poi
alzandomi come una regina offesa che ha sventato una congiura, mi
avviai alla mia camera.
«La porta accanto alla mia era aperta. E nella notte precedente e
nella mattina, quella camera non era abitata. Vi avevano dunque
installato un forestiere giunto allora con quella corsa mattinale. E
mi pareva che da quell'apertura spalancata uscisse una luce color di
rosa; e sentivo che là dentro era la felicità. Dall'uscio della mia
stanza potevo veder entro la stanza vicina; ma l'imposta della porta
aperta me ne mascherava una parte. Non vedevo il letto.
«Fui lenta ad introdurre la chiave ed a girarla nell'aprire il mio
uscio, per spingere l'occhio indiscreto in quella camera misteriosa.
Non vi si vedeva alcuno; ma sopra una tavola accanto al balcone stava
un pastrano di mezza stagione, di panno bigio. Io conoscevo quella
tinta. Era il soprabito di Max. Dacchè lo conoscevo glielo avevo
sempre veduto sul braccio, sebbene non lo calzasse mai. Max era dunque
venuto. Era là accanto a me. Doveva essere nella parte della camera
nascosta dalla porta. Mi pareva vederlo. Feci un po' di rumore colla
chiave della mia camera, ed aspettai fingendo di non poter aprire. Ma
nessun movimento si fece udire nella stanza di Max.
«--S'è alzato prestissimo per partire, ed appena giunto si sarà
addormentato, dissi tra me. Conoscendo il suo carattere irrequieto, le
sue abitudini turbolente, non potevo spiegare altrimenti quel silenzio
nella sua camera. Lasciai il mio cuore, i miei pensieri, la mia anima
nella penombra misteriosa di quella porta, ed entrai finalmente nella
mia stanza.
«Non potei occuparmi di nulla. Per me aspettare è sempre stata una
così grande e laboriosa occupazione, che non mi fu mai possibile di
far qualche altra cosa mentre aspetto una persona o un avvenimento
importante. Sedetti sulla punta d'una sedia, nell'atto precario di chi
sta per slanciarsi incontro a qualcheduno, ed aspettai. Non potevo
nemmeno pensar nulla. Sul camino stava un orologiaccio di bronzo
dorato, tutto giallo e lucido che pungeva gli occhi; ed io seguivo
affannosamente il battito del suo pendolo col pensiero, ripetendo
senza posa «verrà, non verrà; verrà, non verrà, ecc.» Il pendolo
diceva quelle parole ed il mio pensiero era forzato a ripeterle
meccanicamente come se fosse montato col pendolo. Mezz'ora dopo stavo
ancora nella stessa posizione; ma mi sarebbe stato impossibile di
udire qualsiasi rumore nella stanza vicina, tanto mi fischiavano gli
orecchi, e mi assordava il sussultar violento del mio cuore,
ripercosso alla laringe ed alle tempia. Non potevo più tollerare
quell'incertezza. Pensai di mettermi a suonar il pianoforte ed a
vocalizzare per isvegliare Max. Ma le mani mi tremavano convulse, e la
voce poi! M'attaccai al cordone del campanello, e suonai come se
avesse preso fuoco alla stanza. Non avevo che questo pensiero:
_svegliarlo!_ Così quando un servo ed una cameriera accorsero
spaventati per vedere che cosa accadesse, fui sul punto di gridare: È
svegliato? Per buona sorte l'abitudine della società ci muta la natura
e ci governa. Non lo feci, sebbene non potessi rendermi conto
razionalmente di quel doveroso riserbo. Feci più: quei volti
spaventati mi avvertirono della violenza con cui avevo chiamato, e
l'istinto di coprire il mio sentimento mi suggerì questa parola:
«--Un sorcio! ho veduto un sorcio!
«La cosa mi giustificava completamente. Nessun codice a questo mondo
può esigere che una donna conservi il suo sangue freddo dinanzi a un
sorcio. La cameriera, meno riguardosa di me, perdette ogni contegno al
solo nome dell'inoffensivo animale e si pose a strillare come una
pazza. Tutti i forestieri si affacciarono alle loro porte, tutti si
diedero a cercare eroicamente quel sorcio di fantasia. Anche il nuovo
arrivato dal pastrano bigio uscì nel corridoio. Non era Max.