«_Caro Max,_
«La mia nascita, la mia infanzia, la mia adolescenza non hanno nulla
di romantico.--Me ne duole, per l'effetto di queste mie pagine, ma è
così.
«Il mio babbo era impiegato governativo, ed era povero. La mia mamma
morì pochi anni dopo la mia nascita. Non avevo fratelli. In casa mia
si viveva meschinamente, con una sola serva che aveva cura di me.
«Quando ebbi dodici anni, il babbo mi pose in collegio, dove rimasi
sette anni. La pensione era dispendiosa. Egli licenziò la serva,
vendette il mobiglio, e si pose a vivere a dozzina per fare economia.
«Ed infatti riescì a mantenermi tutto quel tempo in collegio, senza
farmi sentire la menoma privazione, senza farmi sfigurare presso le
compagne; e, dal canto suo, non fece mai l'ombra d'un debito. Forse le
privazioni, povero babbo, le imponeva a sè stesso; ed il mio benessere
era il frutto de' suoi sacrifici.
«Ma fin allora non m'ero mai imbattuta a pensare quale potesse essere
la condizione economica di mio padre. Accettavo la mia, e la godevo
colla spensieratezza della mia età.
«Parecchie delle mie compagne imparavano il canto. Io vi aspiravo
vivamente. Amavo la musica con trasporto, ed ero ambiziosa. Pregai la
direttrice che mi facesse provare la voce. Il maestro trovò che era
buona. Allora, senza pensare all'aumento di spesa che gl'imponevo,
scrissi al babbo quel mio desiderio. Non mi cadeva in mente che lo
studio d'un'arte potesse essere questione di denaro.
«Il babbo che mi aveva data un'istruzione nell'idea di fare di me
un'istitutrice, s'adattò senza difficoltà a farmi invece una cantante.
«Io, che avevo desiderato cantare come dilettante, mi adattai,
parimente senza difficoltà, ad essere artista. E tre anni dopo cantavo
per la prima volta in un concerto, dopo il quale firmai la mia prima
scrittura per la stagione di primavera a questo teatro Carcano di
Milano.
«Come vedete, la mia carriera s'iniziò tranquillamente, senza
contrasti. Non avevo una famiglia aristocratica che s'indignasse di
vedermi sulle scene, e contro cui avessi a difendere l'arte
incompresa. La mia famiglia è modestissima; non vanto passate
grandezze; la mia vita d'artista non ha nulla di drammatico; tutto è
prosa intorno a me.
«E la mia storia più intima, quella che mi dispongo a confidarvi?
Ahimè, Max, è prosa anch'essa. Ora soltanto che è divenuta un ostacolo
fra noi, attinge un po' di poesia da questa circostanza; la triste
poesia del dolore.
«Uomini e donne hanno la crudele abitudine di rinnegare dinanzi ad un
nuovo amore i loro amori precedenti. Tutt'al più ne ammettono uno, se
la sua notorietà impedisce di negarlo; ma s'affrettano a dire che non
fu vero amore; che fu un sogno giovanile, una calda amicizia cui il
cuore illuso scambiò per una passione. Il solo vero amore deve sempre
essere l'attuale.
«È forse atto di cortesia per lusingare l'amor proprio della persona
amata; per dirle: «Nessuno ebbe a' miei occhi le tue attrattive,
nessuno m'inspirò il sentimento che tu m'inspiri.»
«Io sarò meno gentile, ma più vera. Ho amato prima di conoscer voi,
Max.
«L'uomo, a cui sono fidanzata, non è un vecchio ricco ed acciaccoso
che mi venga imposto tirannicamente da mio padre, e contro di cui io
possa fare appello ai vostri sentimenti cavallereschi. No; è un bel
giovane povero come me; buono, nobile, intelligente. Che io stessa
scelsi, che amai; che amai con trasporto; per cui ho palpitato, ho
pianto, ho gioito; la cui parola d'amore mi scese soave all'anima; a
cui mi fidanzai con delizia sognando un avvenire di felicità.
«Ed ora, perchè non l'amo più? È almeno stato infedele, sleale? Ha
demeritato il mio amore? No; è stato fedele, e mi ama, e merita
d'essere adorato. Sono io che non l'amo più, perchè non l'amo più;
perchè l'amore non è eterno che in casi eccezionali; l'amore può
cessare; il suo carattere era troppo freddo per rispondere alle mie
aspirazioni; e la sua freddezza ha spento l'ardore che le sue prime
parole d'affetto m'avevano acceso nel cuore, ecco la prosa.
«Era un tedesco che m'insegnava il canto. Quando lo conobbi, era
giovanissimo; e dirigeva già l'orchestra del teatro Regio di Torino,
dove io sono nata e cresciuta. Era bello e d'un'eleganza di buon
gusto.
«Non è punto vero che si ami un uomo per le sue qualità esterne o per
le sue abitudini; si amano le qualità e le abitudini per l'uomo. I
primi amori che io sognava nel segreto del cuore, erano per eroi, per
uomini fieri, dall'aspetto maschio, da' modi franchi, come i vostri,
Max. Uomini dalla voce dolce come una melodia, profonda come un
pensiero, passionata come un bacio--la voce di Giorgio. I giovani dai
_palmerstons_ profumati, dai capelli unti e lucenti, dalla
scriminatura dritta come una rotaia di ferrovia, gli eleganti che
discorrono di toletta, e ne mutano tre ogni giorno, erano a' miei
occhi ridicoli. Non me ne occupavo che per farne la caricatura.
«Il mio maestro di canto era appunto uno di codesti. Sembrava una
figurina tagliata fuori da un giornale di mode. S'inchinava in due
tempi; parlava sotto voce con un garbo inalterabile; era sempre del
parere delle signore, e nelle sue stesse lezioni sapeva non
contraddirmi, apertamente, e non riscaldarsi mai. I suoi lineamenti
erano belli, d'una bellezza regolare e fredda. Viso ovale, occhi nè
grandi, nè piccoli, colorito fresco, profilo greco, labbra rosse che
nel parlare lasciavano vedere i denti d'una bianchezza abbagliante. La
sua barba d'un biondo fulvo, ed i suoi baffetti erano evidentemente
l'oggetto delle sue cure amorose. Parlava poco, ed era sempre dello
stesso umore; nè troppo serio, nè troppo gaio. Aveva l'aria d'un
cortigiano aspirante che facesse la sua pratica nell'etichetta di
corte. Quando lo conobbi mi fu antipatico. Quando l'udii parlare, il
suo accento straniero e la sua voce--sopra tutto la sua voce--finì di
rendermelo repulsivo. Era una vocina di testa, con una nota cavernosa
nel naso, che ad ogni tratto risuonava come una corda spezzata. Avevo
sul pianoforte il metronomo per misurare il tempo. Il mio maestro non
mi parve più animato di quello strumento. Avrei giurato che aveva una
complicazione di ruote e d'ingranaggi al posto del cuore, e la sua
bellezza mi lasciava fredda come la bellezza d'un fantoccio.
«In fatto di musica egli apparteneva a quella scuola che i profani
chiamano dell'avvenire. Quanto a me, non avevo ancora opinioni; le
cadenze lente e melodiche mi eccitavano il sentimento e mi riescivano
facili; ed io le cantavo di preferenza.
«Un giorno il maestro entrò ch'io stavo intuonando, forse per la
decima volta, un'aria della _Straniera:_
Trovarti, rivederti
Un solo istante ancora...
«Contro tutte le sue abitudini, il calmo tedesco fece un atto di
dispetto, tolse quella musica dal leggìo e la respinse dicendomi:
«--Non s'innamori di questa roba!
«Io mi sentii offesa nel mio sentimento più caro. Avevo messa tanta
espressione in quel canto, che mi figuravo di far pensare lui come
tutti, ad un assente rimpianto, cui aspirassi di _trovare_ e
_rivedere_. Le mie compagne me l'avevano fatta ripetere a sazietà, e
mi avevano detto:
«--Si sente che ci metti tutta l'anima.
«--Si direbbe che hai delle lagrime nella voce, ecc.
«Ed ecco invece che quel glaciale tedesco non comprendeva nulla di tutto
ciò; e là dove si esprimeva un dramma di sentimento, egli non vedeva che
la povertà d'una combinazione di crome e semicrome; nel grido dell'anima
che deplorava l'assenza d'un essere amato, egli non deplorava che
l'assenza di complicazioni armoniche e d'istrumentazione. Ne fui
irritata, e, senza nasconderlo, gli risposi:
«--Perchè non ho a cantare un'aria che mi piace?
«--Perchè non le giova a nulla, mi disse riprendendo la sua calma
abituale. È una melodia bella a sentirsi, ma che non fa fare nessuna
ginnastica alla voce, e la sua ha bisogno di esercitarsi nelle
difficoltà, per svilupparsi ed acquistare agilità ed estensione.
«--Gli esercizi sono freddi e mi annoiano, borbottai; non c'è
sentimento.
«--L'espressione del sentimento,--riprese il giovane verista,--è
infatti una delle attrattive per cui la musica ottiene il favore del
pubblico. Ma per noi la musica dev'essere uno studio serio, e non un
idillio sentimentale.
«Io fui sempre troppo sincera, come mi conoscete, Max. La parola mi
fugge dal cuore al labbro, senza dar tempo alla ragione di
controllarla. Indignata di quelle parole che reprimevano il mio
entusiasmo, lo rimbeccai con vivacità:
«--Ella non ha cuore se intende la musica così. Il maestro
d'aritmetica non parlerebbe altrimenti.
«Egli non mi rispose. Aperse sul leggìo un fascicolo di studi sugli
arpeggi, ed incominciò gli accordi dell'accompagnamento, accennandomi
di ripetere la mia lezione.
«Ma io ero irritata; cantavo male. Feci due o tre note false; egli mi
corresse; la vergogna mi paralizzò la voce; gettai la musica sul
pianoforte, fuggii all'altro capo della stanza, sedetti ad uno
scrittoio colle braccia sovr'esso ed il capo sulle braccia, e scoppiai
in pianto.
«Il maestro stette un momento in silenzio, durante il quale sentii che
mi guardava. Vi sono sguardi che si sentono come un raggio carico di
elettricità rivolto su di noi.
«Poi lo sentii voltarsi verso il piano, tentare qualche accordo
incerto; rimanere pensoso come in cerca d'un pezzo di cui il lungo
abbandono gli avesse fatte dimenticare le note; e finalmente
cominciare con esitazione, e quindi procedere con sicurezza la grande
aria del soprano nella _Sonnambula_, poi il duetto tra soprano e
tenore nella _Lucia_, e chiudere quel piccolo concerto coll'aria del
tenore ed il duetto d'amore della _Jone_. Tutta musica affatto
contraria ai suoi gusti.
«Quella concessione fatta a' miei gusti sentimentali era una muta
scusa ch'egli mi rivolgeva. Io lo compresi e ne apprezzai la
delicatezza.
«In quel momento il congegno ad ingranaggi e ruote che mi ero figurato
nel petto del mio maestro, scomparve, e vidi un cuore caldo e
sensibile palpitare sotto l'eleganza della sua toletta.
«Non piangevo più, non pensavo più alla mia umiliazione. Un altro
ordine d'idee mi preoccupava lo spirito.
«--Quel giovane cuore era egli rimasto freddo fin allora accanto a me?
Quello sfoggio di melodia, un minuto dopo averla condannata, era un
semplice atto di delicata condiscendenza? O era una dimostrazione di
simpatia?
«Intanto, sebbene non piangessi più, continuavo a starmene nello
stesso atteggiamento, col volto nascosto. Quando si è piantato
qualcuno in asso per andare a piangere dispettosamente in un canto,
non è così facile asciugarsi gli occhi e tornare a dirgli
tranquillamente: «Eccomi, ho finito» a rischio di sentirsi ridere in
volto.
«Il maestro comprese che bisognava ajutarmi ad uscire dall'imbarazzo
in cui mi ero posta. Lasciò il piano; venne a fermarsi in piedi
dinanzi a me, e mi domandò:
«--È in collera?
«Non sapevo che dire, e presi il partito di non rispondere, di non
alzare il capo. Ma la sua voce mi parve meno brutta. In quella, da
lontano, nel silenzio delle classi deserte,--perchè a quell'ora, tutte
le compagne erano in giardino alla ricreazione,--si udì battere un
uscio. La direttrice veniva abitualmente ad assistere alle lezioni di
musica, e certo doveva esser lei. Io sentii con terrore la
sconvenienza della mia posizione, il maestro pure la sentì perchè
riprese curvandosi verso di me:
«--A momenti è qui la direttrice. Via, mi perdoni, e venga a
riprendere la lezione.
«Io mi rizzai in fretta, e senza rispondergli, senza guardarlo, tornai
al pianoforte.
«Egli mi seguì, sedette, pose le mani sui tasti, poi, invece di
riprendere l'accompagnamento interrotto, alzò gli occhi in volto a me,
e, con un sorriso che parve trasfigurarlo, mi interrogò:
«--Ed ora cosa facciamo?
«Io presi senza rispondere il fascicolo d'arpeggi che avevo respinto.
Era una risposta.
«Colla galanteria che gli era naturale egli accolse quell'atto di
condiscendenza come un grande favore, e mi disse:
«--Grazie, signorina; ella è troppo buona; _sebbene io non abbia
cuore_, le sono molto riconoscente del sacrificio che mi fa.
«In quella entrò la direttrice, e la sua presenza m'impedì di
rispondere qualche imprudenza.
«Alla lezione seguente la direttrice era in classe quando il maestro
entrò. Egli aveva un fiore di vaniglia all'occhiello dell'abito. Io
guardavo quel fiore e pensavo: «L'ha portato per me....»
«Poco dopo la direttrice fu chiamata fuori. Io precipitai
istintivamente l'esercizio che stavo facendo. Il maestro non mi
corresse quell'errore di tempo. Erano così rari i momenti in cui il
caso ci accordava di esser soli; entrambi avevamo premura di
profittarne. Egli mi disse, mentre voltava il foglio:
«--È ancora in collera con me?
«--Sì, gli risposi; perchè non vuole lasciarmi cantare nulla di bello.
«--Ebbene, riprese egli, domani le porterò _Gran Dio morir sì
giovane_, lo canteremo insieme.
«Non potei a meno di ridere. La grande facilità di quella melodia l'ha
resa siffattamente popolare che omai ci sembra volgare, e la proposta
era realmente umoristica.
«La mia ilarità gli diede coraggio ed egli soggiunse:
«--Sono stato infelice per causa sua tutti questi giorni.
«Io feci un atto ed un sorriso d'incredulità.
«--Non mi crede? riprese. Se sapesse che rimorso provava per averla
fatta piangere! Ero tentato di andare da Blanchi a provvederle tutti
quanti gli spartiti di Bellini e di Donizzetti....
«Cominciavo a sentirmi umiliata di quell'incapacità che mi attribuiva
di apprezzare le più alte e complesse combinazioni dell'armonia
tedesca.
«--Ma no, protestai. Ella mi deride. Io non sono mica esclusivamente
amante della melodia. Ieri ho suonato tutta la _Sinfonia pastorale_.
«Era vero; l'avevo suonata dapprima in omaggio a lui, e dopo una prima
lettura l'avevo ricominciata con vero interesse, e l'avevo scorsa fino
in fondo con passione.
«--Ah! lo sapevo bene che ella non poteva non comprendere quella
musica vera e sublime, esclamò con un sorriso di soddisfazione. E
continuò:
«--Guardi, ne ero tanto sicuro, che le ho portato un fiore per fare la
pace.
«Così dicendo, mi porgeva la vaniglia che s'era tolta dall'occhiello
dell'abito.
«Io accettai quel fiore; poi fui mortificata della mia facile
condiscendenza, e, tanto per darmi un contegno, osservai che era
bello.
«Egli mi rispose che l'aveva coltivato sul suo balcone; che amava
molto i fiori, che gli rammentavano le persone care che non poteva
aver vicine; e riprese:
«--Ella non crederà che io abbia delle persone care, poichè dice che
non ho cuore.
«--Vedo bene che non ne ha,--gli risposi--se non sa perdonare
un'offesa.
«--Ma è perchè la sua offesa è troppo grande. È la più grande che si
possa fare ad un povero giovane.
«Io non diceva nulla. Egli soggiunse:
«--Dica, lo crede davvero ch'io non abbia cuore?
«Ed accompagnava quella domanda con uno sguardo che smentiva altamente
l'accusa.
«Ebbi appena il tempo di dirgli «No» e tosto s'udì la direttrice che
s'avvicinava alla classe.
«Io aveva in mano il fiore di vaniglia che un momento prima era
all'occhiello dell'abito del maestro. Se la direttrice l'avesse
veduto, non avrebbe mancato di farne rimprovero non a me sola, ma a
lui; anzi a lui solo, perchè quanto a me non potevo che accettare la
cortesia d'un superiore.
«Tutto questo mi passò in mente nell'atto ch'ella apriva la porta, e
con un movimento rapidissimo nascosi il fiore. Ma nel fare codesto
arrossii vivamente. Era riconoscere che nel dono di quel fiore c'era
implicato qualche cosa che la direttrice non doveva sapere; che quel
_qualche cosa_ io l'avevo indovinato; e però accettando il fiore,
avevo accettato il _qualche cosa_ sott'inteso; ed ora nascondendolo,
convenivo d'avere un segreto comune con lui.
«Egli mi ringraziò con uno sguardo, poi cercando fra i fascicoli di
musica l'aria della _Straniera_ che era stata causa del suo malumore,
e mettendola sul leggìo, mi disse:
«--Canti un poco per riposarsi dallo studio.
«Compresi che voleva così ringraziarmi secondando una mia
predilezione, e cantai. Ma quell'aria mi era divenuta antipatica, e da
quel giorno non vi fu astruseria di logaritmi musicali che non mi
esaltasse fino al delirio.
«All'altra lezione il maestro portò un nuovo fiore. Le compagne
trovarono modo di far uscire la direttrice, ed appena fummo soli il
fiore mi venne offerto, come cosa convenuta. Accettando quell'altro
avevo stabilito un precedente che autorizzava il giovane maestro a
procurarmene una collezione.
«Gli domandai s'era anche del suo balcone.
«--Sì, era una pianta giovinetta e tutta in fiore. Aveva qualche cosa
che mi somigliava. Egli la chiamava la vaniglia di Fulvia. Credeva di
vedermi guardandola; nel togliere quel fiore gli era sembrato di farmi
male e di sentirmi piangere....
«--Che tenerezza! esclamai volendo mostrare del sarcasmo.
«--Ebbene, riprese, si meraviglia della mia tenerezza? Ora non crede
più ch'io non abbia cuore; si ricordi che mi ha detto di no, che non
lo crede più.
«Io sorridevo senza rispondere e mi sentivo tutta accesa in volto.
Egli mi prese lentamente una mano e soggiunse:
«--Ora lo sa, nevvero, che ho un cuore?
«--Ero tutta commossa da quella prima stretta di mano. Lo guardai.
Egli era bello in quel momento; ed il suo volto animato non aveva più
nulla della freddezza abituale. Abbassai il capo, e non dissi nulla;
ma avevo accennato di sì.
«--Ed un cuore capace d'amare..., continuò egli alzandosi dal piano e
baciandomi lievemente la fronte senza abbandonar la mia mano.
«Io feci un altro cenno come il primo.
«--E lei non mi vuol anche un po' di bene? Non pensa un poco a me?
«Terzo cenno come sopra.
«Ero timidissima e quella scena che non mi dispiaceva punto, mi
confondeva. Tuttavia era ben vero ch'io lo credeva innamorato, e lo
amavo. Non mi sarebbe stato possibile di negarlo.
«D'allora appena poteva esser solo un momento con me, mi prendeva la
mano e mi dava un bacio. A poco a poco codesto finì per diventare
un'abitudine. Ma una dolce, dolce abitudine di cui mi sentivo lieta e
tranquilla.
«Così passarono gli ultimi tre anni ch'io rimasi in collegio. Ci
eravamo promessi di sposarci, quando la sua posizione sarebbe più
assicurata. Era una promessa vaga, che si perdeva in un avvenire
indefinito; ma io ne ero felice. Non avrei desiderato anticiparla.
Dovevo fare la carriera del teatro. Ed allora sarei libera di vederlo
sempre, di parlargli, di fare insieme delle passeggiate solitarie. Io
viaggerei sola; egli mi verrebbe a vedere sovente. Mi pareva d'essere
in una città ben lontana da Torino, applaudita dal pubblico,
circondata da ammiratori; e ad un tratto di veder lui, il mio bel
maestro tutto trafelato che avea percorsa una strada infinita per
vedermi un'ora, un'ora d'espansione.
«Tutto questo mi preoccupava la fantasia. Io sognava tutte le follìe
giovanili dell'amore, che allora la vigilanza continua della
direttrice rendeva impossibili.
«Quei tre anni passarono. Uscii di collegio. Dovevo studiare un anno
ancora prima di poter cantare in pubblico. Il babbo riprendendomi con
sè, dovette rimettere casa. Egli non aveva la menoma risorsa. Convenne
prendere un mobiglio a credenza, impegnandosi a pagarlo in un anno a
rate mensili.
«Codesto riduceva il suo stipendio ai minimi termini. Poi bisognò
pensare ad un corredo per me, che appunto per la carriera a cui
miravo, avevo d'uopo di farmi conoscere e di figurar bene.
«Dedotto tutto, ci rimaneva appena di che vivere economicamente. Per
sottrarre ancora da quella modesta entrata, già tanto assottigliata,
la spesa delle mie lezioni di musica, avrei dovuto condannare il mio
povero babbo e me ad infinite privazioni.
«Non so se avrei durato costantemente in quel proposito; però in quel
momento per parte mia mi vi sarei sobbarcata volentieri. Ma non potei
accogliere l'idea di imporre simili sacrifici al babbo. Decisi di
studiare da sola.
«Alle due, l'ora in cui soleva darmi lezione in collegio, il maestro
venne. Il babbo era all'ufficio. Eravamo soli. Egli mi salutò col
solito bacio, poi aperse il pianoforte, cattivo strumento da nolo, che
ai primi accordi lo fece rabbrividire.
«Io gli dissi, cercando dissimulare la difficoltà della dichiarazione
sotto una frase scherzosa:
«--Non vi atteggiate a maestro, Welfard; ora non siete più il mio
maestro.
«--Perchè no? Cosa sono ora?
«--Siete.... un amico....
«--Più che un amico, Fulvia; lo sapete. Ma codesto non toglie ch'io
sia anche il vostro maestro. Avete bisogno di studiare ancora, e
molto.
«--Studierò da sola.
«--Non basta. Ma perchè non volete più studiare con me? Il vostro
babbo non permette ch'io venga qui?
«Rimasi alquanto imbarazzata. Ma fu un momento. Io non ho mai compreso
la vergogna della povertà nè la gloria della ricchezza.
«Gli presi la mano, e conducendolo alla soglia di quel salotto che era
anche la camera da letto del babbo e dava accesso a due altre povere
camerette, gli dissi:
«--Guardate. Questo è tutto il nostro appartamento. Siamo poveri. Non
sapevate, quando mi diceste d'amarmi, che il babbo ed io eravamo
poveri? Ecco perchè non posso prender lezioni!
«Egli mi abbracciò teneramente. Era commosso. Mi condusse al
pianoforte e volle incominciare la lezione senz'altro. Io chiusi il
piano. Allora mi prese le mani nelle sue, e con atto supplichevole mi
disse:
«--Che pensate ora, Fulvia? Non sono il vostro fidanzato? Non ha da
essere un giorno tutto comune tra noi? Voi che siete una ragazza tanto
superiore, vi vergognereste d'accettare qualche lezione da me, perchè
non potete pagarle? Ma sapete che mi fate torto, che mi affliggete?
«Ero mortificata. Sentivo che nel suo caso avrei detto come lui. Mi
pareva davvero d'avergli fatto torto e dispiacere.
«Il denaro non ha mai avuto importanza per me. E quando egli riaperse
il piano, e traendomi accanto a sè, mi disse:--Via, cominciamo subito
subito la lezione, se volete che vi perdoni--io mi affrettai ad
obbedirlo, perchè sentivo di dovere una riparazione alla sua
delicatezza offesa.
«D'allora venne sempre a darmi lezione e non si parlò più di compenso.
Non era il mio fidanzato?
«Tutti gli spartiti che mi occorrevano, egli trovava per caso di
averli fra le sue carte. E molto spesso li aveva nuovi. Io mi
accorgevo di tutte queste gentilezze, e le accettavo con riconoscenza.
Ricusare quelle delicate premure mi sarebbe sembrato una sgarbatezza.
Veniva ogni giorno, si occupava di me parecchie ore di seguito;
attento, severo, instancabile, mi fece fare progressi insperati. Mi
procurò molte conoscenze nel mondo musicale, e quando mi credette
capace di figurar bene, combinò un concerto, sa Iddio con che fatiche,
con quante brighe, unicamente per farmivi avere una parte!
«Quella sera condusse seco l'impresario del Carcano che era a Torino,
me lo presentò, e risparmiandomi viaggi inutili, incertezze d'ogni
maniera, e sopratutto le presentazioni umilianti alle agenzie
teatrali, mi procurò una scrittura assai conveniente per una
esordiente.
«Tutto codesto, lo vedete, Massimo, è prova d'un nobile cuore; ed io
me gli sento legata per la vita.
«Ma tutti i sogni d'amore tempestoso che avevo vagheggiati quando ero
in collegio, non si realizzarono mai. Non mi accadde mai di vedere
Welfard irrompere in casa mia improvvisamente. Mai non mi propose di
uscire una sera con me, quando il babbo mi accompagnava a passeggio.
Mai non interruppe una lezione in un impeto d'affetto per stringermi
al suo cuore. Veniva ogni giorno alla stessa ora; mai un minuto prima.
Partiva ogni giorno alla stess'ora; mai un minuto dopo. Mai una parola
appassionata; mai un impeto di gelosia.
«Quante volte ne ho pianto in segreto, invocando con tutta l'anima un
amore caldo, passionato come quello ch'io mi sentivo nel cuore! Quante
volte, dopo aver divorato lungamente le mie lagrime, esse mi
sfuggirono dinanzi a lui! Allora, nell'angoscia che mi premeva, gli
rimproveravo la sua freddezza, l'indifferenza con cui mi vedeva
imprendere una carriera tanto piena di seduzioni.
«Avrei voluto che vi si opponesse, che mi facesse delle scene
violente, che mi tormentasse con sospetti ingiuriosi. Tutto ciò mi
avrebbe provato che era geloso, e però, che mi amava.
«Ed egli mi rispondeva con parole d'affetto, diceva che mi amava
immensamente, ma mi apprezzava altrettanto, ed aveva fiducia in me.
Per questo non era geloso. Che la sua passione non era meno grande per
esser meno espansiva; era il suo carattere così.
«Ed è vero, Max. Era il suo carattere così. Ed era quel carattere
freddo, che non rispondeva al mio, appassionato ed ardente, e mi
rendeva infelice.
«In termini legali, la causa della mia infelicità si chiamerebbe
appunto _incompatibilità di carattere._
«E realmente credo che sia tale, perchè, se la freddezza di Welfard è
un tormento per me, lo scontento che io ne provo, la melanconia che me
ne risulta, le mie frequenti lagnanze, sono un tormento per lui. È
così che, amandoci sinceramente, ci rendiamo a vicenda infelici. Io
sono italiana come il nostro cielo; egli è tedesco come un soldatino
di piombo.
«Ero in questo stato d'animo quando partii da Torino per recarmi qui.
«Avevo sperato che Welfard mi accompagnerebbe per assistere al mio
_debutto_. Mi pareva impossibile che non avesse a prendere un
interesse vivissimo a quel passo tanto importante per me.
«Egli non ne parlò nemmanco. Quando gli proposi di venire, mi disse
che lo avrebbe desiderato, ma non ne aveva il tempo. Venne ad
accompagnarmi allo scalo, e quando entrai nella sala d'aspetto, mi
strinse la mano, mi fece un inchino e partì. Mi fermai alla porta e lo
seguii collo sguardo, sperando che si volgesse qualche volta per
vedermi e salutarmi ancora. Ma egli non pensava che al suo sigaro. Non
si voltò mai. Correva e fumava come una locomotiva!
«Il babbo, non meno occupato di lui, potè bene trovar due giorni per
accompagnarmi qui, installarmi, vedermi andare in iscena. Perchè non
avrebbe potuto ottener anche Welfard un permesso come il babbo? Quella
indifferenza mi fece male, salii in convoglio piangendo. Mi parve
d'essere amata a tempo perso, di non essere il primo, ma l'ultimo de'
suoi pensieri. Le considerazioni di tempo, di occupazioni, erano messe
innanzi a me. Tutti i doveri gli erano più sacri che il dovere
contratto con me di amarmi e di farmi felice.
«E pensavo: Se ora, che gli appartengo soltanto idealmente, è freddo
così, che sarà quando diverrò sua moglie, quando la certezza del
possesso m'avrà spogliata del prestigio d'un'aspirazione?
«Nondimeno, allorchè il successo mi riempì l'anima d'una gioia nuova
ed immensa, sentii che le nobili soddisfazioni dell'arte, e l'avvenire
che mi prometteva la mia carriera, erano tutto opera di Welfard, e si
ravvivò più che mai in me il senso di gratitudine infinita che mi
legava a lui.
«Gli scrissi a lungo quella notte istessa sotto l'impressione delle
nuove emozioni che mi agitavano; cercai di trasfondere la mia anima
nella sua, di riscaldarlo al fuoco del mio entusiasmo, della mia
passionata riconoscenza.
«Passarono otto lunghi giorni; ed in ciascuno di essi speravo una
lettera, e ciascuno mi recò una delusione.
«Ed intanto mi vedevo circondata da giovani vivaci, espansivi, che si
disputavano come una gloria il piacere di accompagnarmi; che
trascuravano i loro affari, le loro famiglie per me; che si rendevano
indiscreti, importuni a forza d'assiduità.
«Mi erano tutti indifferenti. Se tutti avevano le qualità che
mancavano a Welfard, nessuno aveva poi le virtù ch'egli possedeva. E
tuttavia ogni giorno, dopo aver sperato invano una lettera, ero
costretta a dire a me stessa: Oh perchè tutti questi esseri tanto
inferiori a lui sanno amar meglio? Perchè in lui solo Dio non ha
infuso il soffio della passione, che è la poesia della vita?
«Una sera, nove giorni dopo che avevo scritto a Welfard, ero pronta
per andare al teatro, quando mi venne recata la sua risposta.
«Tremavo di speranza nell'aprirla. Tutte le espansioni della mia
lettera mi si affacciarono al pensiero, reclamando in ricambio una
parola appassionata.
«Ahi! fu ancora una delusione. La passione è muta in quell'anima; in
essa la virtù, la generosità non sono uno slancio di sentimento, ma
unicamente un portato della riflessione, la fredda idea del dovere.
«Vi trascrivo qui la sua lettera: giudicatene.
«Cara Fulvia,
«Mi fa molto piacere il vostro successo--del resto io non ne aveva mai
dubitato;--voi farete una bella carriera; me ne congratulo
sinceramente.
«Ho veduto i giudizî dei critici sul vostro _debutto_. Sono tutti
lusinghieri per voi, ed anche per me, credetelo, sebbene voi vi
esageriate fuor di misura la poca parte ch'io ebbi nella vostra
educazione musicale.
«Tenete conto dell'appunto che vi fece il critico della
_Perseveranza_. È vero; voi abusate delle note basse, e le forzate. È
una risorsa delle artiste a cui il tempo e le fatiche hanno guastato
le note di mezzo. Ma voi non avete lacune nella vostra scala, e dovete
assolutamente correggere codesto difetto. Appena vi fermerete un poco
a Torino, ci lavoreremo insieme.
«La scrittura che vi fu proposta è buona. Il teatro di Reggio
d'Emilia, nella stagione di primavera, è un teatro importante.
Transigete sugli interessi pur di combinare codesto affare che può
esservi molto utile. La tessitura dell'_Africana_ va benissimo per la
vostra voce, ed in pochi giorni potrete imparare la parte.
«Mi dispiace all'anima di non poter esservi accanto per risparmiarvi
codeste noie di contratti. Ma, voi lo sapete, sono schiavo del lavoro.
Questo però non mi toglie dal pensare a voi.
«Scrivetemi spesso, ed amatemi come vi ama,
«_Il vostro_ WELFARD HERBERT.»
«La freddezza nordica di quella lettera mi strinse il cuore. Dacchè
amavo Welfard, era la prima volta che mi allontanavo da lui; la prima
volta che ci scambiavamo una lettera. Per me era un grande
avvenimento; e gliel'avevo detto, come aspettassi con ansia la sua
prima parola scritta, come la sua stessa calligrafia che m'era ignota
m'inspirasse la palpitante curiosità d'una rivelazione.
«Egli non accennava a nessuna di codeste emozioni; forse non le aveva
trovate degne d'una risposta. L'unica parola d'affetto in tutta la sua
lettera era una formola di saluto, un luogo comune. Forse una tedesca
l'avrebbe trovata abbastanza espansiva. Ma io, nel mio caldo cuore
italiano, me ne sentii delusa e quasi offesa.