La certezza che Fulvia aveva una macchia nel suo passato, l'ombra d'un
rivale, e forse il fatto stesso d'aver finalmente confessato il mio
amore, lo avevano sensibilmente diminuito.--È fuor di dubbio che la
poesia dell'amore è prima della rivelazione;--la parola immiserisce il
sentimento, lo circoscrive ne' suoi limiti.--La pace del sentirsi
amati, ci toglie dal cuore l'esaltazione dell'incertezza, l'entusiasmo
dell'aspirazione; e non c'è amante felice il quale non debba
confessare che lo era di più, quando non era completamente certo di
esserlo.
La tempesta era sedata nel mio cuore.--Quel giorno badai
tranquillamente ai miei affari, poi andai a far qualche visita, poi al
caffè, al teatro, e non tornai più da Fulvia. Pensavo a lei con quel
sentimento di commiserazione che era nato in me gemello al sospetto
sul suo passato. Provavo per lei la tenerezza e la pietà che avrei
provato per una vedova indiana condannata al rogo.--Non mi pareva di
conoscerla nè di esserle legato di più.
Al teatro vidi Giorgio.--Egli era stato all'Albergo Milano. Ma Fulvia
non lo aveva ricevuto.--Pure la sua scrittura era scaduta, ella non
cantava più, e doveva essere in casa.--Egli era inquieto.
Quanto a me avevo un senso vago d'essere un eroe dell'amicizia. Sì;
io, che fino a poche ore innanzi avevo adoperato tutto il mio
ascendente per involargli quella donna ch'egli amava, ora pensavo che
Giorgio dovesse essermi riconoscente perchè non me ne sentivo più
innamorato, perchè non pensavo a contendergliela, perchè ero
fermamente risoluto a non aver nulla di comune con lei.
Ed intanto vedevo col pensiero la giovane artista intenta a scrivere
per me una storia, per cui non provavo già più che una lieve
curiosità.
Povera Fulvia! non giudicarmi troppo severamente. È il mio carattere
così;--io non so amare che a sbalzi.--Era certo studiando me, che la
tua anima passionata inventava l'_episodio tempestoso_. Sì, il mio
amore è splendido ed ardente come il lampo, ma rapido com'esso.--Salgo
troppo alto nella sfera della passione, per rimanervi; bisogna ch'io
ridiscenda;--ed allora la prosa della realtà mi gela il cuore,--poi mi
innalzo di nuovo, ritrovo la luce, ritrovo l'ardore,--ma per perderli
e ridiscendere ancora.--Perdonami, Fulvia; io non ne ho colpa; come tu
non hai merito del tuo amore più durevole e profondo. È la natura che
ci ha fatti così.--Tutto quanto hai diritto a pretendere è ch'io ti
riconosca superiore.--E lo riconosco ampiamente.
La mattina seguente quando mi fu recato il caffè che soglio prendere a
letto, vidi sul vassoio un grosso piego che compresi subito essere le
confidenze di Fulvia. Confesso che fui sinceramente meravigliato di
trovarmi ancora in sì stretto rapporto con lei; tanto nel mio cuore me
ne sentivo già moralmente disgiunto.
Io sono pigro e mi alzo abitualmente assai tardi. Dopo aver preso
tranquillamente il caffè, feci aprire le finestre, ravviai i guanciali
e le coltri, mi posi a sedere sul letto, ed alla luce d'un bel sole
mattutino impresi a leggere quelle pagine colla tranquilla e benevola
curiosità con cui si comincia un romanzo d'un autore noto e
simpatico;--nè più nè meno.
Con questa sola differenza che, dissuggellando quel piego andavo
chiedendo tra me: «Scrive bene?» Ed era il solo pensiero che mi
occupasse in quel momento.