La presentazione del primo annalista di Genova.
Le parole di messer Guglielmo Embriaco fecero inventar rosso come
una fravola il viso d'un giovane, a mala pena ventenne, che era nella
sua comitiva. Consideriamolo un tratto, mentre gli occhi di tutti gli
astanti sono rivolti su di lui.
Il giovane vestiva come tutti gli uomini d'arme del suo tempo: camicia
di maglia d'acciaio, che scendeva fino al ginocchio, e cappuccio,
anch'esso di maglia, arrovesciato sugli omeri, perchè non aveva
elmo, ma in quella vece una semplice berretta d'ormesino rosso, donde
uscivano in lucide anella i capegli biondi, incoronando un viso più
allungato che tondeggiante, ma così fresco e gentile, che sarebbe
parso di fanciulla, se le guancie e il labbro superiore, coi primi
peli morbidi ond'erano ornati, non avessero fatto alla bella prima una
testimonianza contraria. Del resto, lo si poteva credere un guerriero,
che avesse vergogna di mostrarsi tale in mezzo a tante facce d'uomini
prodi, abbronzate dal sole dei campi di battaglia e fatte ruvide dalla
vita sul mare, alla spruzzaglia dei marosi e al fischio dei venti;
perchè, come l'elmo era messo da banda, così anche la maglia si teneva
nascosta sotto una tunica di lana bianca, ornata sul petto di una
modesta croce vermiglia.
All'invito di messer Guglielmo, accolto da lui come fosse un comando,
il giovane uscì fuori dal gruppo, andando alla volta dei consoli.
Pagano si mosse incontro a lui e lo baciò su ambedue le guance; indi,
tenendolo stretto fra le sue braccia e guardandolo amorevolmente negli
occhi, gli disse:
— Eccoti qui, ragazzo mio! Sei partito fanciullo e torni uomo. Sarà
felice tua madre, quando ti vedrà salir l'erta di Caschifellone!
— Ah, non sono a Genova, i miei? — chiese il giovane, leggermente
turbato dalle ultime parole di suo zio.
— No, sono in Polcevera. Il castellano ha gli obblighi del suo ufficio,
che passano avanti a ogni cosa.
— È giusto; — disse il crociato. — Partirò dunque subito, se voi e
messere Guglielmo me ne date licenza.
— Pare che ti rincresca; di' su! — gli susurrò nell'orecchio lo zio. —
Avresti per avventura qualche bel viso di donna da rivedere?
— Zio!
— Eh, non ti far rosso, via! Che cosa ci sarebbe di male?
— Sì, ho per l'appunto da vedere... qualcheduno; — rispose il giovine
tutto confuso.
— Qualcheduna, vorrai dire.
— E sia, qualcheduna, ma non per me. Ho una imbasciata da fare.
— Fàlla prima e poi corri da' tuoi.
— Poterlo! — mormorò il giovane. — Non conosco la donna a cui debbo
parlare.
— Che cosa mi narri tu ora?
— Storia pretta, mio zio.
— A proposito di storia, non dimentichiamo che ci hai da leggere
quella delle vostre prodezze in Terra Santa; — ripigliò Pagano della
Volta, alzando la voce, poichè i suoi colleghi di consolato si erano
avvicinati per stringere la mano al suo valoroso nipote.
— A voi dunque, messer Caffaro di Caschifellone; — disse il console
Amico Brusco, uno dei sette figli di Guido Spinola e perciò fratello
dell'Embriaco; — leggete il racconto delle imprese a cui avete
partecipato. Il santissimo Airaldo ve ne prega, e i consoli tutti, per
mia bocca, ugualmente.
— Qui? — balbettò il giovane, facendosi piccin piccino nella sua cotta
di maglia.
— E perchè no? — disse un altro personaggio, grave all'aspetto, che
era il diacono Sallustio, consigliere del vescovo. — Tutto quanto voi
narrerete, messer Caffaro, è gloria della croce, ed è ragione che si
ascolti nella casa di Dio. —
Un mormorio di approvazione accolse le parole del vecchio Sallustio.
La cosa non dee recare meraviglia ai lettori, se ricorderanno che il
duomo di San Lorenzo, essendo una cosa medesima col Comune, era appunto
il luogo da ciò. Diventato secolare il governo, i consoli, tuttochè
non fossero più gli scabini del vescovo, in ossequio alla sua venerata
autorità usavano amministrare la giustizia e tenere i parlamenti sotto
il vestibolo del tempio.
Colà, all'ombra della graticola di marmo, su cui era raffigurato il
martire Lorenzo, si facevano adunque i decreti consolari, si ricevevano
gli atti di cittadinanza e di vassallaggio di principi e popoli,
si davano le investiture, si manomettevano i servi, si pubblicavano
le leggi a suon di tromba dal cintraco, si deliberavano le imprese,
si bandivano le guerre, si conchiudevano le paci, si stringevano le
alleanze, si celebravano le vittorie.
Aggiungerò che il Duomo di San Lorenzo era compreso in ogni trattato,
che i feudatarii e i vassalli giuravano fedeltà ed obbedienza ad
esso, e che in ogni disposizione testamentaria dovevasi rammentar la
sua fabbrica. Fu insomma il monumento più glorioso del nuovo Comune,
ordinato sugli avanzi della curia romana e della barbarie feudale,
e durò a lungo come il palladio della libertà genovese. Le sue case
contigue e le sue torri, se occupate, davano il dominio di tutto lo
Stato agli occupatori; e i Ghibellini più d'una volta minacciarono
d'appiccarvi il fuoco. Ma forse prevalse la reverenza ad un miracolo
dell'arte italiana, prevalse quel culto della forma, che s'infiltra a
poco a poco negli animi più rozzi, _nec sinit esse feros_.
Il giovane Caffaro, così caldamente pregato dai maggiorenti della
città, pose mano al suo cartolaro; e alla presenza del vescovo, dei
consoli e dei capitani, lesse la sua narrazione, semplice, disadorna,
ma veritiera e scevra di tutte quelle esagerazioni che la pedissequa
cura degli esemplari antichi doveva ficcare nel latino di quattro
secoli dopo.
È questo un dirvi chiaro che il racconto del giovine gentiluomo era
dettato in quella lingua, giusta il costume d'allora. E perchè riesca
chiara anche la narrazione dei fatti, io vi compendierò lo scritto
in volgare, avvertendo che questa, se Dio vuole, sarà l'ultima
indigestione di storia che farete per colpa mia.
Si torna indietro fino al capitolo sesto, dove ho già detto delle
ventisette galere partite nel 1100 per la seconda spedizione di Terra
Santa, con sei navi cariche di pellegrini d'ogni nazione. Giunti nel
porto di Laodicea, città della Siria e soggetta ad Alessio imperatore
di Costantinopoli, vi si trattennero per tutta la seguente invernata.
Morto era il pio Buglione di peste, nel mese di giugno, non essendo
vissuto che un anno nell'amministrazione del regno di Gerusalemme. Ed
essendo ridotto in ischiavitù Boemondo, figlio a Roberto Guiscardo,
duca di Puglia, que' paesi, conquistati con tanta fatica ai Saracini,
erano abbandonati in balìa di sè stessi. Li ebbero in tutela i
Genovesi, che si può dire capitassero davvero in buon punto; e
d'accordo col vescovo Maurizio, legato del Papa, mandarono a Baldovino,
fratello dell'estinto Goffredo e a Tancredi, cugino di Boemondo, perchè
assumessero, quegli, la corona di Gerusalemme, questi il principato di
Antiochia. Consentì Baldovino, a patto che i Genovesi lo aiutassero.
E così avvenne che, cavalcando alla volta di Sion, incontrati tremila
Saracini, nel distretto di Bairut, li ruppe e procedette senz'altro
contrasto fino a Gerusalemme.
Arrideva la fortuna ai Genovesi. Nella quaresima dello stesso anno 1101
partivano essi di Laodicea, colle galere, le navi e tutto l'esercito,
costeggiando le città marittime infino a Caiffa, anticamente denominata
Porfiria, che era de' Cristiani. Colà, per un violento fortunale,
tirarono le galere in terra; il che tolse loro di potersi misurare,
come avrebbero voluto, coll'armata del Soldano d'Egitto, forte di
quaranta vele, che, sbattuta dal vento impetuoso, passò davanti alla
costa, andando fino al porto di Ascalona.
Messer Guglielmo Embriaco rammentava ancora il primo incontro avuto
cogli Egiziani, e volendo ricattarsi della perdita di due galere, che
ho già raccontato ai lettori, fece quella medesima notte prendere il
mare ad una parte dei suoi legni, per dar caccia al nemico. Ma fu tanta
la rabbia del mare, che, giunti alle viste dei Saracini e già disposti
a far arme in coperta, ne furono separati senz'altra speranza, e
l'armata nemica ebbe campo a salvarsi.
— Sarà per un'altra volta! — disse l'Embriaco. E celebrata nelle acque
di Porfiria la festa della domenica delle Palme, navigò verso Joppe;
nella quale città gli venne incontro il re Baldovino colle bandiere
spiegate e salutò l'armata e l'esercito con alto suono di trombe.
Colà, tirate in secco le navi, si sbarcarono i cavalieri e le ciurme.
Baldovino volle i suoi Genovesi a Gerusalemme, dove entrarono, per la
seconda volta il mercoledì santo, e dove, poi ch'ebbero digiunato tutto
il giorno e la notte sopra il sabato, si recarono a visitare il Santo
Sepolcro, aspettando che dal cielo, come era fama, si facesse scorgere
in quel dì il lume di Cristo; fuoco miracoloso «disceso visibilmente
dal cielo, il quale si vedeva accendere tutte le lampade che sogliono
stare appese intorno al sepolcro.»
Ma per tutto quel giorno, nè la notte appresso, il santo lume non
si mostrò, quantunque tutti lo dimandassero con lagrime, sospiri
e _Kirie eleison_ a perdita di fiato. Il patriarca Damberto, già
vescovo di Pisa, li esortò allora a recarsi tutti nel tempio di
Salomone, imperocchè Dio aveva promesso di consentire ogni dono a chi
lo supplicasse con mondo cuore sull'ingresso del tempio. Andarono, a
piedi scalzi, divotamente pregando, visitarono il tempio, chiedendo
l'aspettato miracolo, a conforto della pietosa curiosità, indi
ritornarono al Santo Sepolcro. L'accenditore era pronto e i nostri
buoni antenati ebbero la grazia. Il vescovo Maurizio e il patriarca
Damberto furono i primi, come era giusto, a veder scendere il lume in
due lampade, che sogliono stare nell'ultima camera del Santo Sepolcro.
«E diffusa la voce per la città, poichè la maggior parte erano andati a
desinare, subito ognuno corse al tempio del Santo Sepolcro, e in quella
meridiana luce furono vedute essere accese le sedici lampade che erano
di fuori intorno al Santo Sepolcro, l'una dopo l'altra; e si vedevano a
modo d'un fumo affogato ed ardente, che veniva dal cielo, ed ascendeva
per l'acqua e per l'olio insino allo stoppino della lampada, e facevalo
scintillare tre volte, e restava il lucignolo acceso.»
Non sono io che racconto; è Caffaro giovinetto e pieno di fede.
Dopo ciò, andarono i Genovesi alla visita dei santi luoghi. Videro
il Giordano e tornarono a Joppe; con Baldovino deliberarono la
espugnazione di Tiro (Assur, dicevano allora), e la condussero a buon
fine in tre giorni. Poscia, nel mese di maggio andarono le galere
coll'esercito all'assedio di Cesarea, detta anticamente Torre di
Stratone, poi Cesarea, in onore di Cesare Augusto, da Erode che la
riedificò, in ultimo Flavia da Vespasiano, che la fece colonia romana.
Tirati i legni alla riva, i Genovesi occuparono di primo impeto il
paese e stettero accampati nei giardini e negli orti insino alle mura
della città. Intanto, colla usata diligenza, si diedero a fabbricare
castella di legname ed altre macchine, per condurre innanzi l'assedio.
Impensieriti da quella vista, i Saracini mandarono due messaggieri, con
parole di pace.
— La vostra legge, o Cristiani, non proibisce ella di uccidere uomini
fatti a somiglianza di Dio, e di pigliare la roba d'altri? E nondimeno,
voi, che siete maestri e dottori della legge cristiana, comandate alle
vostre genti di uccider noi e di usurpare la roba nostra! —
Così cavillavano i Saracini. Ma udite come rispondesse di trionfo il
patriarca.
— Noi non vogliamo già usurpare l'altrui, ma ricuperare la terra che
fu dell'apostolo San Pietro e che appartiene a noi, come suoi vicarii
e successori. Per quanto è dell'uccidere, Dio vuole che sia fatta
vendetta, col coltello e colla spada, di chi fa contro alla sua legge.
Lo ha detto il profeta: «A me si appartiene la vendetta, ed io sarò
il pagatore; a me si appartiene far piaga e sanarla, e non è chi possa
campare dalle mie mani.» E perciò brevemente vi diciamo che abbiate a
restituire la città, e sarannovi salvate le persone e le robe; se no,
Iddio vi ferirà col suo coltello, e sarete morti giustamente. —
Recata questa intimazione in città, si riconobbe che con simili
avvocati non c'era a far altro. Il Cadì, capo civile della terra,
avrebbe voluto arrendersi, per salvare le robe. Ma per contro, l'Emiro,
che era il comandante militare, gridò che innanzi di render la terra
voleva si provassero le spade dei suoi uomini con quelle dei Genovesi,
sperando egli di far partire questi ultimi dall'assedio, e con loro
grande vergogna. E prevalse, com'era naturale, il consiglio dell'Emiro.
Udita questa risoluzione, che gli parve arrogante oltre ogni credere,
il patriarca arringò l'esercito.
— «Venerdì prossimo, che è il giorno della Passione, la mattina per
tempo, dopo che ciascuno di voi avrà comunicato e ricevuto il corpo e
il sangue del Signore, senza castella e senza macchina alcuna, con le
sole scale delle galere, salirete sulle mura; e se avrete fede che, non
per virtù vostra, ma per grazia di Dio dobbiate aver vittoria della
città, io vi annunzio e profetizzo che, prima dell'ora di sesta, Dio
onnipotente darà in vostra mano la città, gli uomini, le ricchezze ed
ogni altra cosa che essa contiene.» —
Parlava l'entusiamo, non l'arte, e molto meno il senno militare. Ma per
allora non era il caso di aver contraria opinione. Guglielmo Embriaco,
pensandoci su quel tanto che può correre dal lampo al tuono, accettò
l'invito del Pisano, ma a patto di essere il primo a tentare l'impresa,
forse per non assistere allo sbaraglio de' suoi, se falliva. Il vescovo
aveva a mala pena finito di parlare, che egli secondò con infiammate
esortazioni l'audace proposito, facendo giurare l'esercito che lo
avrebbe immantinente seguito all'assalto.
— Con voi, capitano, alla morte e alla gloria! — gridò Arrigo da
Carmandino, a cui fecero eco tutti i suoi generosi compagni.
— Orbene, andate alle galere, spiccate le scale di fuori banda e
venite. Nessun invito ha da essere tenuto più prontamente di questo,
che ci ha fatto il patriarca Damberto. —
Corsero le ciurme; tolsero le scale dai bandinetti, e via di corsa, a
braccia tese, fino a' piè delle mura, circondati da numeroso stuolo
di cavalieri. Guglielmo Embriaco, Testa di maglio, era il primo di
tutti. Armato di corazza, di lancia e di spada, pose il piede sulla
prima scala che fu accostata al muro, e si inerpicò veloce di piuolo
in piuolo, senza pure munirsi di scudo, contro le frecce, i sassi e la
rena infuocata, che gli avventavano sopra i nemici. L'elmo di ferro, e
più la fortuna, schermì l'animoso condottiero, che giunse ad afferrare
la merlata, mentre la scala, non potendo sostenere il gran numero di
coloro che seguivano, si rompeva, facendo cadere quei volenterosi nel
fosso.
— Sire Iddio! — gridò il Carmandino, rizzandosi a stento sulle
ginocchia. — L'ho detto io, che si saliva in troppi!
— Vi siete fatto male, Arrigo? — chiese una voce accanto a lui.
— Chi siete? Ah, il giovine Caffaro! Bravo, eravate dei primi anche
voi? Non è nulla, vedete; un po' di stordimento e nient'altro. Animo,
su, a quell'altra scala! Purchè giungiamo in tempo, e non accada
disgrazia al capitano, che deve esser rimasto solo lassù. —
Era proprio mestieri che volassero al soccorso. Trovatosi solo ed
incolume sul parapetto, Guglielmo Embriaco pregò Iddio che si degnasse
di aiutarlo; siccome era uomo da poter fare due cose ad un tempo, menò
attorno la lancia, atterrando i primi che gli capitarono sotto. Una
torre sorgeva lì presso, e l'Embriaco vi corse a riparo. Ma appunto
allora ne usciva un Saracino, che gli si avvinghiò al petto, tentando,
se gli veniva fatto, di soverchiarlo. Era una bisogna difficile assai,
e alle prime strette che diede l'Embriaco per svincolarsi da lui, il
Saracino ebbe a domandargli mercè. Gittata la lancia, inutile in quel
frangente, messere Guglielmo aveva afferrato il nemico per un braccio,
e così forte, che a quell'altro parve di esser còlto da una tanaglia di
ferro.
— Signore, te ne prego; — gridò egli allora con accento
compassionevole; — lasciami andare e sarà meglio per te.
— In che modo? — chiese l'Embriaco, che non coglieva il senso di quella
esortazione.
— Perchè i miei compagni verranno a liberarmi, o a vendicarmi: —
rispose il Saracino; — e tu non farai in tempo ad entrar nella torre.
— Ragioni diritto! — esclamò Guglielmo. — Va dunque, e trova un altro
che ti perdoni la vita, come io te la perdono. —
Così dicendo, lentò la stretta, sicchè il nemico potè sfuggirgli di
mano. E corse, non dubitate, come se avesse le ali alla calcagna, e
temesse lì per lì un mutamento di proposito.
L'Embriaco già pensava a tutt'altro. La torre non era alta ed egli
poteva sperare di giungere in pochi istanti alla sommità, donde avrebbe
potuto vedere più largo spazio di mura. Incontanente vi entrò, salì in
furia i due piani che mettevano alla piattaforma, e assicuratosi che
nessuno dei difensori aveva ancora potuto seguirlo lassù, si fece al
ballatoio, per guardare dalla parte del fosso, come volgessero le sorti
della battaglia.
Poco lunge di là si combatteva aspramente. Un manipolo di cavalieri
aveva afferrato il ciglio delle mura e vi si teneva saldo, quantunque
i Saracini facessero ogni sforzo per ricacciarlo indietro. Messer
Guglielmo intese allora perchè lo avessero lasciato libero lui,
occupati com'erano a respingere i nuovi e più numerosi assalitori.
— Su, Genova, su! in nome di san Giorgio! — gridò egli allora, levando
la spada e facendola balenare davanti agli occhi de' suoi, che avevano
appoggiate le altre scale alla muraglia. — La città è nostra!
— Guglielmo Testa di maglio! Testa di maglio è padrone delle mura! —
gridarono mille voci dal basso. — Animo, alla scalata! —
E infiammati così dalle loro stesse parole come dalla vista del capo,
fecero impeto su per una ventina di scale ad un tempo. Tutte quelle
file d'uomini, erette e minacciose come i serpenti di Tenedo sulla
spiaggia di Troia, strisciarono lungo le mura, le involsero sotto
un tessuto di lucide scaglie, che erano le loro targhe scintillanti
al sole, ed afferrata la cima, si riversarono dentro, quasi senza
combattere. Fu male che la città avesse una doppia cinta di mura,
perchè pochi ardirono di resistere laggiù, parendo a tutti più facile
di custodire utilmente un cerchio più stretto. Così ragionava la
prudenza negli uni, la paura negli altri.
Con quello sforzo simultaneo da molte parti, i Genovesi penetrarono in
Cesarea, ma senza giungere in tempo per entrare nella seconda cinta,
alle spalle dei difensori. Le vie strette e tortuose avevano impedito
ai valorosi di raccapezzarsi alla lesta e di inseguire in numero
sufficiente il nemico. Bene tentarono l'impresa i primi arrivati, ma
senza pro, e la scortese saracinesca si chiuse con grande frastuono
davanti agli audaci, mentre solo alcuni di loro, che si potrebbero
chiamare i temerarii, erano riusciti ad entrare, proprio alle calcagna
dei fuggenti.
Caffaro rimase nel numero degli audaci, fuor della cinta, ai piedi
della saracinesca, che era stata calata in quel punto. La fortuna lo
aveva assistito; eppure egli si dolse amaramente di non esser giunto
prima, perchè tra gli animosi che lo precedevano, e che avevano pagata
così caramente la gloria d'essere andati avanti a tutti gli altri,
c'era l'amico suo, il suo compagno di scalata, Arrigo da Carmandino.
Povero Arrigo! Certo egli presentiva una disgrazia, quel giorno; poichè
nel salir sulle mura, mentre erano a poca distanza dalla merlata,
rivolgendosi a Caffaro, che gli si stringeva al fianco, mettendo il
piede sui piuolo abbandonato da lui, gli aveva detto:
Amico, ve ne prego, se io muoio, dite a madonna Diana che ho pensato a
lei nell'ultim'ora, e che l'anima mia, con licenza di nostro Signore,
a cui mi raccomando, andrà a dirle tutto l'amore ch'io le ho portato
vivendo. —
E Caffaro gli aveva risposto:
— Amico mio, che pensieri son questi? Per l'onor vostro e di Genova,
come pel trionfo della croce, vivrete.
— E sia; accetto l'augurio; ma voi dovete promettermi...
— Tutto quel che vi piace io prometto; — interruppe Caffaro.
— Grazie; — ripigliò il Carmandino, respirando. — Ed ora, torniamo
uomini! —
Il resto è noto. Pochi momenti dopo erano giunti sulle mura e avevano
fatto prodigi di valore. L'Embriaco, calato dalla torre, donde aveva
chiamato la sua gente all'assalto, si fece sollecito a collegarli, a
mano a mano che balzavano dentro, per piantarsi saldamente sul baluardo
conquistato. Frattanto Arrigo da Carmandino, trascorrendo animoso ad
inseguire i fuggenti, era stato côlto, come ho detto, entro la seconda
cinta di mura.
Quando lo seppe Gandolfo del Moro, sempre fido seguace di messer
Nicolao e suo consigliere malaugurato, il cuore gli diede un balzo per
allegrezza.
— Ah, fosse morto! — pensò. — Di solito, questi cani infedeli non
perdonano la vita ai prigioni. Madonna Diana, o ch'io m'inganno a
partito, o questa le vendica tutte, e messere Arrigo il bello avrà
finito di vogarmi sul remo. —
Guglielmo Embriaco udì dalle labbra del giovine Caffaro la mala sorte
del suo prode aiutante, ma non ebbe tempo a rammaricarsene. Già, io
porto opinione che gli uomini d'allora piangessero poco, e lo argomento
da ciò, che molte altre cose non facevano essi, per le quali noi siamo
venuti a mano a mano in così fastidiosa eccellenza; verbigrazia il
parlare. Per contro, operavano molto; laonde, se la retorica ci ha
perso, la storia ci ha guadagnato un tanto. Ne siano ringraziati gli
Dei.
Desideroso più che mai di operare, l'Embriaco andava girando con
occhio scrutatore intorno alla seconda cinta di mura, donde gli
apparivano i nemici preparati ad una resistenza feroce. Già un primo
tentativo di scalata era stato respinto, tra perchè gli assalitori
erano in pochi e perchè messer Guglielmo non c'era, ad incuorarli colla
voce, ad infiammarli coll'esempio. Anche i Saracini respiravano più
liberamente, quando non avevano davanti agli occhi quel capitano dalla
fulva capigliatura e dallo sguardo leonino, che essi ravvisavano così
facilmente, anche da lunge, alle membra poderose e al corto mantello
bianco, segnato dalla croce vermiglia che gli svolazzava a guisa di
clamide romana sulla corazza di ferro.
Così correndo intorno alle mura, il valoroso Testa di maglio aveva
veduto il fatto suo, e imbattutosi in Ugo suo figlio, mentre Caffaro
gli veniva raccontando il triste caso di Arrigo da Carmandino, mostrò
di non avere inutilmente speso il suo tempo.
— Non temete! — diss'egli, conchiudendo il suo dialogo col giovine
Caffaro. — Se non l'hanno ucciso, vedremo di liberarlo, e ben presto.
Guardate là, verso tramontana, come vanno salendo le mura? La collina
non è alta, nè ripida l'ascesa; voi, del resto, con una cinquantina di
uomini risoluti che condurrete da quella parte là, non dovete subito
andar sotto al muro, ma girare alle falde dell'eminenza, fino a tanto
non avrete veduto una macchia d'olivi, donde meglio coperti giungere
al colmo. Lassù, proprio accanto al muro, è una vecchia palma, i cui
rami pendono a dirittura sul parapetto; e voi, senza che vi dica altro,
figliuoli miei....
— Non dubitate, messer Guglielmo; — interruppe Caffaro di
Caschifellone, — abbiamo inteso. Si cala di là sulle mura di Cesarea,
come volevano fare i Greci dal cavallo di legno sulle mura di Troia.
— Bene! — ripigliò il capitano sorridendo. — Ma badate di tenervi
nascosti nella macchia fino a tanto non vi sarete assicurati che il
parapetto sia sguernito di custodi. Ad ottenervi questo, ci penso io.
Andate. —
I giovani non se lo fecero dire due volte, poichè tanto all'uno quanto
all'altro premeva di giungere, se pure fosse stato possibile, in aiuto
ad Arrigo da Carmandino. Frattanto l'Embriaco volgeva alla parte più
bassa del muro, e, raccolto colà il nerbo dei suoi, faceva grandi
apparecchi alla vista dei nemici. Tutte le scale che avevano servito
per superare il primo ostacolo alla espugnazione della città, furono
immantinente portate davanti al secondo, e quasi tutte concentrate in
un punto; della qual cosa molti Saracini si sbigottirono, altri presero
argomento a sperare.
— Ci assalgono in troppi da un lato solo; — diceva l'Emiro, il
comandante della terra; — noi non correremo dunque il pericolo di
sparpagliare le nostre forze e saremo pronti a respingerli.
— E poi, signore, — chiese timidamente il Cadì, anziano della città, —
che farai tu?
— E poi, con una vigorosa sortita compiremo l'opera nostra,
incalzandoli fino alla spiaggia e buttandoli in mare, prima che abbiano
tempo a salir sulle navi. —
Il Cadì non aveva una fede così grande nelle sorti della difesa. Uomo
di legge e non dedito alle armi, era alieno così dalle speranze come
dai bellici ardori del suo collega. Per altro, non ardì ripeter parola,
e si allontanò dalle mura, per recarsi alla Moschea maggiore dove erano
radunati i vecchi, le donne e i fanciulli, ad implorare la misericordia
di Allà.
I Cristiani, frattanto, appoggiate le scale, muovevano all'assalto,
sostenuti da dugento scelti arcadori, che con tiri aggiustati si
studiavano di ferire quanti Saracini si affacciassero alla merlata.
Famosi erano allora gli arcadori di Liguria, e grandemente ricercati
d'allora in poi presso tutti gli eserciti della Cristianità. La loro
valentia del resto era nota anche in tempi più antichi, ed aveva
giovato moltissimo ai Cartaginesi, nelle loro guerre con Roma. La
ragione di questa eccellenza nelle armi da trarre non era difficile a
trovarsi. Un popolo che non aveva quasi agricoltura, come quello che
pativa difetto di suolo, dovea trarre il sostentamento dalla pesca e
dalla caccia, e diventare perciò marinaio e arcadore.
Alte grida si levarono da ambe le parti. San Giorgio e Maometto
si contendevano il trionfo. Ora mentre i Saracini più ferocemente
combattevano, e colle rotelle imbracciate sulla merlata, paravano
la pioggia dei dardi adoprandosi valorosamente a ricacciare gli
assalitori, un urlo di terrore si udì sulle mura e lo scompiglio si
manifestò nelle file, arrestando ogni virtù di difesa.
Messer Guglielmo indovinò subitamente che cosa fosse avvenuto. Ed egli
stesso si mosse allora al secondo assalto, che non fu così validamente
respinto come il primo. Pochi erano rimasti, fedeli al debito loro, per
sostenere il buon nome delle armi musulmane; la più parte dei difensori
fuggivano, si sparpagliavano a caso per le vie tortuose della città,
tosto inseguiti, rincorsi come fiere dai soverchianti Cristiani.
Anche i lettori avranno indovinato il perchè di quella fuga
precipitosa. Il nemico era penetrato nella seconda cinta, per una via
donde non lo aspettava nessuno. Inerpicatisi sull'albero di palma, Ugo
Embriaco e Caffaro di Caschifellone, avevano insegnata la strada ai
cinquanta animosi che si erano scelti a compagni. Di là, correndo al
basso colle spade sguainate, erano piombati alle spalle dei difensori,
in mezzo a cui fecero strage grandissima. Omero potrebbe qui rimettere
a nuovo il suo famoso paragone del re dei deserti, balzato d'improvviso
in mezzo alla mandria. Io non sono Omero, e colla scusa bell'e pronta
che le similitudini piacciono poco ai moderni, mi ristringo a dire che
i Saracini, senza indugiarsi a noverare i nuovi assalitori e temendo
che una metà dell'esercito genovese fosse già loro alle calcagni,
non sostennero l'urto, fuggirono, di qua, di là, ciecamente, parte
gittando le armi, parte stringendole nei pugni convulsi, senza aver più
l'ardimento di usarle e di vender cara la vita.
Incalzati colle spade nelle reni, lasciando a centinaia i morti lungo
le vie, corsero a rifugio verso la Moschea maggiore. Ma le porte
erano chiuse. I mercatanti, le donne, i vecchi, i fanciulli, stavano
raccolti là dentro, implorando la misericordia del Profeta, aspettando
trepidanti la pietà dei vincitori.
— Siamo uomini al pari di voi; — gridava il Cadì dall'alto di un
minareto, sventolando la bianca fascia del suo turbante in segno di
chieder pace. — Non uccidete chi non può più resistere! Perdonate agli
inermi! —
I consigli di misericordia rimasero inascoltati fino a tanto ci furono
Saracini armati intorno alla Moschea. I Genovesi rammentavano troppo le
minacce spavalde dell'Emiro, e giustamente pensavano che, se avessero
dovuto dar essi indietro, non uno di loro si sarebbe salvato dalla
rabbia dei vincitori. E poi (chi nol sa?) il sangue inebria e il ferire
ha la sua voluttà, che travolge i sensi del soldato più umano.
Giunse finalmente il Patriarca, misto di sacerdote e di guerriero, che
quei tempi comportavano e di cui si ebbe esempio anche in secoli a noi
più vicini. Invitato da messere Guglielmo, a cui pareva inutile oramai
quella strage, Damberto ordinò che si concedesse la vita a quanti
erano chiusi nel tempio, tanto più che non si trattava di armati, ma di
paurosi mercatanti e di femmine imbelli, intorno a cui si stringevano
vecchi cadenti e fanciulli.
Quella turba si arrese, come è facile argomentare, alla prima
intimazione. Il Cadì già ne aveva fatto la profferta ai vincitori.
Era intorno all'ora di sesta, quando si spalancarono le porte della
moschea, e Guglielmo Embriaco vi entrò, seguito dal patriarca Damberto,
brandendo la spada dalla lama, per modo da far credere che portasse in
mostra la croce.
Il fiero prelato ebbe dunque ragione, colla sua profezia. Ma il
savio capitano, tratti in disparte Caffaro di Caschifellone, ed Ugo,
strinse loro amorevolmente la mano, ringraziandoli di averne aiutato
l'adempimento, colla pronta esecuzione del suo stratagemma.
Queste le prodezze dei Genovesi nella espugnazione di Cesarea. Per
metter fine al racconto, bisognerà aggiungere che, alcuni giorni
appresso, il legato del Papa e il patriarca Damberto, «dopo le debite
purificazioni e consuete cerimonie, consacrarono la moschea maggiore in
onore di San Pietro, e un'altra (per far piacere ai Genovesi) in onore
di San Lorenzo; e così fu tornata la città al servizio di Cristo.»
E l'armata e l'esercito si ridussero a Solino; sulla spiaggia di
San Parlerio divisero la preda, e cavata fuori la decima del vescovo
Airaldo e il quinto delle galere, si fece la distribuzione del resto
per ottomila uomini, ciascuno dei quali ricevette le due libbre
di pepe, e i quarantotto soldi del Poitou, che ho detto più sopra,
ragguagliandone la somma ad una libbra e due once d'oro. Donde, come
potete immaginare, grande allegrezza nel campo.
Così ebbe fine il racconto del giovine Caffaro. Il quale, s'intende,
modesto com'era, non disse nulla di sè; quantunque, avendo in pratica
l'Eneide, si sarebbe potuto servire del «_quorum pars magna fui_» e
senza far torto a nessuno.
Il vescovo Airaldo, i consoli e tutti i capi della compagne (che cosa
fossero le compagne dirò poi al lettore) avevano udito con ammirazione
il racconto, volgendo spesso gli occhi da lui al valoroso Embriaco, che
stava pensoso, a fronte china, come uomo che volesse sottrarsi alla sua
gloria, o riandasse colla mente i fatti trascorsi, a mano a mano che
erano narrati.
Messer Guglielmo era triste. Fino a quel punto aveva posto l'animo
negli obblighi suoi di capitano; allora, finalmente, poteva ricordarsi
di essere padre e di non aver liete novelle per la sua bella figliuola.
La fine di Arrigo da Carmandino aveva compreso di mestizia ogni cuore.
— Ma proprio non sarà dato di sapere in qual modo Genova ha perduto
questo generoso suo figlio? — chiese Pagano della Volta. — E il suo
cadavere, almeno?
— Non fu trovato; — rispose il giovine Caffaro. — Gandolfo del Moro
afferma bensì di averlo riconosciuto in alcuni avanzi umani, mezzo
abbrustoliti dal bitume ardente. —
Raccapricciarono gli astanti, e tutti gli sguardi si rivolsero allora a
Gandolfo del Moro.
Il torvo amico di Nicolao si fece avanti d'un passo, e senza pure alzar
gli occhi a guardare i consoli, aggiunse:
— Pur troppo! Vorrei che così non fosse finito un tant'uomo. Una cosa
sola desidero, cioè di essermi ingannato. —
Per altro, è delle moltitudini di non concedere troppo larga parte
ai rammarichi, segnatamente dove il danno dei pochi si confonde nel
benefizio dei più. La vittoria ha una aureola che offusca ogni cosa
d'intorno a sè. Ed anche Arrigo da Carmandino, il bel cavaliere,
sospiro di tante donne gentili, invidia di tanti prodi uomini,
orgoglio della sua terra natale, ebbe, in un senso fugace di pietà,
in una parola di rimpianto, tutto quello che potesse aspettarsi dai
sopravvissuti un estinto.
— Messer Caffaro di Caschifellone, — disse Amico Brusco, il fratel
dell'Embriaco, — voi avete fatto opera egregia, raccogliendo la storia
della nobilissima impresa. Il comune di Genova incomincia bene, ed io,
conoscendo il valore di tutti i suoi cittadini, son certo che non si
fermerà così presto sulla via della gloria. È dunque giusto che abbia
trovato, in voi prode guerriero, il suo storico. —
Sallustio, il venerabile segretario di Airaldo, soggiunse:
— Gravissimi istorici ebbe Roma, e certo essa ripete da questi la somma
ventura di veder tramandato alla posterità più lontana il grido delle
sue gesta. Procurate voi, messer Caffaro, uguale fortuna al comune di
Genova. —
Il giovine annalista si inchinò tacitamente all'invito cortese,
che doveva riuscire un vaticinio per lui. A quelle lodi non era da
rispondere con parole; che, anco umilissime, sarebbero sempre, dopo il
paragone del vecchio segretario, sembrate a lui non abbastanza modeste.