Miss Elsa, trovò tutti i suoi su la spianata assieme con l'ingegnere
loro ospite, venuto da Catania per esplorare le colline nel punto dove
gemeva una fontanella che il signor Kyllea sospettava potesse essere
indizio di una gran polla d'acqua.
Egli aveva praticato degli scavi, ma inutilmente; la sottile vena si
era accresciuta di poco. Don Liddu però gli assicurava di aver sentito
dire da suo nonno che colà c'era stata, tempo fa, gran tempo fa,
molt'acqua che serviva a irrigare i terreni piantati a orto: poi, dopo
il terremoto del 1793, la polla era scomparsa a un tratto. Un altro
terremoto, nel 1821, l'aveva fatta ricomparire come si trovava al
presente. E il signor Kyllea s'era messo in testa di ricercare e
ritrovare proprio l'antica vena abbondante; sarebbe stata una
benedizione, ora che la siccità si era ridotta fenomeno ordinario in
Sicilia.
Dopo i tentativi poco fruttuosi fatti l'anno avanti, egli aveva
pensato di ricorrere alla scienza di un ingegnere che godeva fama di
valentissimo in lavori di tal genere; e appunto in quel giorno miss
Elsa trovava il _cottage_ in festa. L'acqua era stata finalmente
scoperta, e dalla terrazza si poteva veder scendere giù, in un bel
rivolo serpeggiante che anneriva il terreno per dove passava. Gli
operai lavoravano ancora a sgombrare il profondo scavo praticato
lassù. Il signor Kyllea volendo mostrare alla figlia il bel risultato,
l'aveva condotta su la terrazza. Egli era gongolante di gioia.
--Anche questa mi è riuscita! Quando lo sapranno a Settefonti!...
E si meravigliò che sua figlia manifestasse poca soddisfazione e
nessuna gioia per un avvenimento che elevava straordinariamente il
valore dei loro terreni.
--Ma sì, babbo, sono contenta perchè tu sei contento...
E gli cinse il collo con le braccia e lo baciò.
Anche dalla signora Kyllea e dall'ingegnere fu notato che miss Elsa
non era del solito buon umore.
--Ho un po' di mal di capo... Forse ho fatto la strada troppo in
fretta...
Era la prima volta che le accadeva di non essere sincera coi suoi. E
quando, dopo cena, si ritirò nella sua camera, quella piccola bugia
prese davanti ai suoi occhi tali proporzioni che ella ne fu
sgomentata, quasi fosse sul punto di diventare una gran mentitrice, un
animo falso, capace di ingannare coloro che più le volevano bene.
In quella solitudine, l'assiduità della vista di Paolo Jenco le era
riuscita dapprima attraente--giovinezza ama giovinezza--poi
interessante pel carattere di lui così schiettamente siciliano e per
l'ingegno e la cultura. Con lui, ella poteva parlare di letteratura e
di arte senza timore di vedergli sgranare gli occhi come al dottor
Medulla, assiduo anche esso, ma vanitoso, pretenzioso, e che sùbito
aveva mostrato le orecchie, cioè si era palesato caldo corteggiatore,
mettendo in tutti i suoi atti l'evidente intenzione di dar nell'occhio
e scoraggiare il sospettato rivale, Paolo Jenco.
Una volta anzi, tentato di porlo in ridicolo, aveva dovuto pentirsene.
Improvvisamente punto sul vivo, Paolo era scattato rispondendogli per
le rime; e quella volta miss Elsa non nascose il piacere da lei
sentito per la disfatta del presuntuoso ignorante.
Così, a poco a poco, nel suo spirito calmo, nel suo cuore tranquillo,
la figura di Paolo Jenco si era insinuata carezzevolmente, senza che
la bella inglesina si accorgesse del lavorìo di suggestione che vi
veniva prodotto. E quando se n'accorse, in uno di quegli esami di
coscienza che era abituata a fare di tanto in tanto con grande
severità verso sè stessa, non se ne meravigliò, nè se ne dispiacque.
Si sentiva, s'indovinava voluta bene, con rispettosa gentilezza; e
prevedeva che questo sentimento si sarebbe potuto trasformare in
amore, se a lei fosse piaciuto d'incoraggiarlo, di alimentarlo
dignitosamente, senza ipocrisia e senza calcolo. Si lasciò sedurre dal
dolce incanto; o, meglio, scoprì che era già stata sedotta prima di
agire riflessivamente. Ormai suo padre diceva spesso:
--Noi siamo già siciliani; questi terreni che la mia cultura ha reso
fecondi, ci hanno fatto diventare altrettanti alberi umani, e vi
abbiamo posto fonde radici, come le viti e come le piante di aranci e
di limoni.
E, scherzando, soleva aggiungere rivolto alla figlia:
--Tu sei l'olivo specioso, tua madre la vite... e mia sorella...
_l'opunzia indica spinosa!_
Ella infatti, cresceva bella e sana sotto quel cielo così limpido, tra
quella vegetazione così rigogliosa. Metteva visibile impegno nel
rendere vere le parole del padre, apprendendo a parlare il dialetto e
sforzandosi di pronunciarlo col minor accento straniero possibile. La
sua intimità con Paolo infatti si era aumentata, facendo con lui
pratici esercizi dialettali, cosa che anche la divertiva quando ella
non arrivava a sormontare la difficoltà di certi suoni di consonanti
che la sua gola non si prestava a rendere facilmente.
E come sorrideva, orgogliosa, allorchè il maestro improvvisato poteva
dirle:
--Brava!... Lei vuol dunque diventare siciliana a dirittura?
--Non mi aduli!
Così era passato un anno; così la solitudine del _cottage_ le si era
popolata di dolci fantasmi, senza che ella sentisse il bisogno di
accertarsi se essi non erano un'illusione cagionata dalla sua giovine
fantasia, o riflessi di una realtà intraveduta da occhio vigile e
accorto, e che equivalevano a una certezza.
Non lo avea nascosto a Paolo. Perchè avrebbe dovuto nasconderglielo? Nè
se ne pentiva ora che all'improvviso le si era rivelata la verità
intorno alla sua triste situazione. Lei e i suoi si trovavano colà più
stranieri di quando vi erano arrivati; suo padre, il benefattore,
veniva già stimato un invasore, un intruso, uno sfruttatore della
miseria di coloro a cui egli aveva pagato, più che realmente non
valessero, i terreni acquistati; di coloro a cui aveva dato, per
parecchi anni, modo di guadagnar da vivere onestamente, dignitosamente,
con mercedi che erano servite di esempio, di paragone e che gli altri
proprietari avean dovuto adottare; di coloro a cui aveva mostrato, con
la pratica, in che maniera potevano rendere più fecondo il meraviglioso
suolo da loro posseduto e lasciato quasi in abbandono. Ed erano appunto
questi--i proprietari, i _galantuomini_--che aizzavano gli odii, che
spargevano attorno la diffidenza; invidiosi, maligni e anche ciechi,
perchè non s'accorgevano di fare il loro male agendo in quel modo. Ne
aveva parlato, il giorno dopo, con suo padre, strappandogli quasi per
forza una confessione di quel triste stato di cose.
Il signor Kyllea non era indignato, nè scoraggiato: aveva voluto
nascondere, alle sue donne la verità per non affliggerle e per non
atterrirle; giacchè la signora Kyllea e la cognata avevano la mente
piena di pregiudizi intorno ai siciliani, ed erano quasi stupite di
non aver visto finora invadere _Villa Elsa_ da briganti con tromboni e
cappelli a cono ornati di penne di gallo, come li immaginavano
vestiti, ricordando certi disegni di giornali, di _Magazzini_, di
riviste.
--Accade così per tutto, quando qualcuno sposta interessi, crea nuove
risorse. Lotta lunga, ostinata, violenta; ma si finisce sempre con
vincere!--aveva soggiunto il signor Kyllea.--Come non vincere, se si
hanno alleati di questa forza?
A miss Elsa parve che suo padre dicesse queste cose con sottile
accento di affettuosa malizia, e arrossì.
--Oh!--rispose--Certi alleati talvolta possono nuocere più che
giovare!
Ma suo padre non le badò; scrollò il capo sorridendo, poi, tornato
serio, disse:
--Gli alleati, per lo meno, debbono essere prudenti, e non far sapere
ad altri...
E questo divieto aggiunse un senso di sgomento alla profonda
impressione prodotta dalle rivelazioni di lui.
Ella stava per dirgli:
--Senti, babbo!...
La confessione di quel che era avvenuto tra lei e Paolo quella
mattina, le tremava da un pezzo su le labbra, impaziente, quasi
sospinta dal rimorso di essere stata taciuta parecchi giorni. Ma,
appunto in quel momento, dopo le tristi cose accennate dal padre, le
parve che la dichiarazione di Paolo, e il loro fidanzamento di un
istante fossero stati un sogno, nient'altro che un sogno. E si
trattenne, stringendo le labbra, quasi ringhiottendo le parole che le
fremevano nella gola.
Disse soltanto, e con energia:
--Vinceremo, babbo!