C. (tace, facendo ballar nella mano la catenella dell’orologio).

P. (dopo averlo guardato di sott’occhio con uno sguardo acuto e

sorridente). — Aspetto la risposta.

C. (impacciato). — Sì, naturalmente.... Però.... non ci sarebbe bisogno

d’un’apostasia «pubblica e solenne». Non occorre di far tanto chiasso

per rimetter la testa a partito. Ma già, (rinfrancato) quello che tu

dici è impossibile!

P. — Oh diavolo! Hai detto la seconda parte della risposta con accento

più soddisfatto che la prima.

C. (impazientito). — Oh come sei diventato sottile, pedante, sofistico!

Già è sempre stato il tuo difetto. Sarebbe stato meglio che non

t’avessi detto nulla.... E sarà anche meglio che cambiamo discorso.

(Una scampanellata. Si rasserena ad un tratto.) Zitto! È lui. Non

accennare ai nostri discorsi. Non lo vedo da stamattina presto. Che

cosa vuoi? da un pezzo in qua, siccome son sempre un po’ inquieto

quando è fuori, provo una certa commozione ogni volta che rientra.

Povero ragazzo! Aspetta un po’; non mi posso tenere dall’andargli

incontro. (Si slancia fuori.)

P. (seguitandolo con gli occhi a sorridendo). — Lo chiama _andare_!

Mi par che sia un _correre_. (Dandosi una fregatina alle mani) Ed è

perfettamente illuso il buon uomo. Non ha proprio coscienza di stimarlo

di più e volergli più bene di prima perchè.... è un _giovine perduto_!

Un borghese originale.

Se ne può parlare pubblicamente perchè è morto. Era un bell’originale.

Per esempio, accettava in massima la parte critica della dottrina

socialista, e la sosteneva, con grave scandalo dei suoi amici borghesi

e conservatori, quasi tutti avanzati negli anni come lui. Qualcuno gli

domandava: — Perchè, con codeste idee, non vi dichiarate addirittura

socialista? — Perchè — rispondeva — non sono persuaso della possibilità

del collettivismo. — E allora — ribattevano — perchè non lo combattete?

— Perchè — rispondeva — non sono persuaso che sia impossibile.

Allora saltavan su, accusandolo di contraddizione.

— No, — rispondeva tranquillamente — non son persuaso della possibilità

del collettivismo, ma vedo che tutto vi tende, e perciò dubito.

— E faceva suo proprio il ragionamento d’un illustre accademico

francese, Anatole France, una testa quadra. — Noi possiamo argomentare

presso a poco l’avvenire della società da quello che conosciamo

del suo passato; argomentare dalle condizioni in cui certi fenomeni

sociali si produssero le condizioni in cui si produrranno ancora.

Considerando certi ordini di fatti che vediamo incominciare al presente

e paragonandoli a certi ordini di fatti analoghi già compiuti, ne

possiamo indurre che i primi avranno un compimento simile a quelli

che ebbero i secondi. Non si tratta che di «prolungar col pensiero

nell’avvenire le curve che si disegnano al presente sotto i nostri

occhi». Dove pensate che conduca la curva già percorsa dalle forme del

lavoro, dalla schiavitù al servaggio e da questo al salariato? E quella

dalla piccola proprietà artigiana ed agraria al capitale industriale?

E quella dal riscatto delle servitù feudali al riscatto dei mezzi di

produzione? E quella dagli antichi servizi privati agli attuali grandi

servizi dello Stato? Tutte queste curve tendono innegabilmente al

collettivismo.

— Ma non v’arriveranno mai — gli obbiettavano.

— Non lo so —, rispondeva —; ma d’una cosa son certo: che se non

v’arriveranno mai, vi tenderanno sempre. Ora basta riconoscere, e

non si può far di meno, che il cammino della società è e sarà sempre

diretto verso il socialismo, sia pure per non mai raggiungerlo nella

piena attuazione dei suoi principii; basta il riconoscer questo per non

potere logicamente esser conservatori quali voi siete. Del socialismo

siete avversari assoluti perchè «non prolungate col pensiero le curve

dei fatti sociali di cui siete spettatori». Prolungatele, e sarete se

non altro giudici più sereni ed equi del movimento presente.

Questo era il fondamento del suo sistema d’idee. E a chi gli diceva

che se nella sua classe avessero avuto predominio quelle idee si

sarebbe mutato in precipizio il cammino della società immatura, dava la

risposta d’un celebre uomo di Stato contemporaneo: — Non lo credete.

L’umanità non si lascia far violenza. Essa resiste del pari alla

stupidità cieca che le vorrebbe chiudere la strada e all’ardimento

incauto che tenta di trascinarla d’un passo troppo rapido sulle vie

rischiose dell’avvenire. Essa va lentamente, obbedendo a leggi mal

conosciute, ma inflessibili. Essa dispone dei secoli, e noi non abbiamo

che un giorno: di qui gli urti fra l’uomo e l’umanità. Tutto quello

che per noi è sobbalzo, scossa terribile, perturbazione distruttiva si

perde, nell’insieme, in un andamento facile e piano.

Quando sentiva inveire contro gli agitatori, e citare le loro

intemperanze e i loro spropositi come argomenti contro le idee ch’essi

propugnano, scrollava le spalle. Era insensato, secondo lui, il

pigliarsela con gli agitatori delle moltitudini. E pensava anche in

questo come un uomo di Stato insigne. Essi operano per impulso di forze

che son fuori della loro volontà, nè più nè meno che i governanti, la

cui azione è piuttosto l’arte di seguire che quella di dirigere. Per

indole possono essere più o meno temperati, più o meno ragionevoli; ma

sono perchè bisogna che siano, perchè sono un portato del loro tempo.

L’inesorabile legge del mondo vuole che noi non possiamo riuscire a

nulla di bene senza far per la via molto di male.

Egli credeva che se di queste verità tutti fossero stati persuasi,

tutti i conflitti sociali presenti sarebbero stati grandemente

attenuati, poichè quella persuasione avrebbe indotto le classi

superiori a innumerevoli piccoli atti di condiscendenza, di benignità

e di cortesia: di poca importanza ciascuno per sè, ma, nella somma

loro, d’un effetto benefico immenso. Dalla mancanza di quella

persuasione nasceva, secondo lui, una mala disposizione d’animo, che

inaspriva tutte le difficoltà; e di questa mala disposizione egli

diceva d’avere una prova nel sentimento che destava in tutti i suoi

amici la vista d’ogni moltitudine popolare che passasse per la via,

anche col solo intento d’una dimostrazione pacifica. Il loro primo

sentimento era sempre di repulsione e d’inquietudine come se in

quella folla non vedessero che i suoi peggiori elementi (elementi che

in ogni agglomerazione di gente d’ogni classe, in forme diverse, si

trovano) e le immagini di quanto di peggio può fare una folla sfrenata.

Perchè non ci vedevano di preferenza la somma enorme di lavoro

quotidiano, faticoso, tedioso, pericoloso pure, e utile e necessario,

che ogni moltitudine di popolo rappresenta, e l’incertezza continua

dell’avvenire, e le privazioni abituali, e le mille virtù, che pur ci

sono, di rassegnazione, di coraggio, di costanza, di carità famigliare

e di sacrificio fraterno? Perchè non pensavano che, sotto l’apparenza

del prepotere del numero, quella moltitudine è ancora, nei conflitti

sociali, la parte più debole, e quella che più soffre, delle due parti

contendenti?

Manifestava pure idee singolari riguardo agli scioperi. A ognun di

questi si maravigliava che la prima parola dei suoi amici fosse sempre

di disapprovazione. Si maravigliava dell’accusa di «incontentabilità»

che essi facevano alle classi lavoratrici in una società dove la più

parte degli arricchiti s’affanna e si stronca e si danna l’anima

per arricchire ancora. E qual classe sociale, in qualunque tempo,

fu mai contenta del proprio stato? E non è il malcontento, congenito

all’anima umana, che ha fatto progredire il mondo? Non saremmo ancora

allo stato selvaggio se il malcontento universale non fosse? E chi può

ragionevolmente, onestamente pretendere o desiderare che la società

rimanga immobile nello stato presente? E quanto alla consuetudine,

che notava intorno a sè, in occasione d’ogni sciopero, di dar torto

ai lavoratori, domandava: — Che ne sapete, nella più parte dei casi?

Conoscete la quistione nei suoi dati numerici? In ogni modo, non potete

negare che siano in buona fede, perchè non potete supporre che si

deciderebbero mai a quel passo se non credessero fermamente di chiedere

un vantaggio che si può loro concedere. E a chi gli diceva: — Ma ci son

dei giornali del partito che approvano tutti gli scioperi — rispondeva

che ce ne son altri, d’altri partiti, che non ne approvano nessuno.

E ne citava parecchi in cui, nei vent’anni da che li leggeva, non

si ricordava d’aver mai trovato una parola di consenso o di simpatia

neppure per gli scioperi ai quali era stata più apertamente favorevole

l’opinione pubblica. E a questo proposito diceva uno sproposito

inaudito: che, secondo ragione, anche i giornali dell’ordine,

quando credevano uno sciopero giustificato, avrebbero dovuto aprire

una sottoscrizione per sostenere il buon diritto dei lavoratori.

Immaginate, domandava, quanto maggior autorità avrebbe la stampa quando

condanna gli scioperi se li aiutasse quando li approva?

Non vedeva però torti ed errori da una parte sola. Biasimava la

fungaia dei piccoli giornali, che per insufficienza di cultura dei

redattori facevano dell’Idea socialista una propaganda non degna,

e quindi perniciosa all’Idea medesima, non foss’altro che per la

soverchia presa che offrivano al dileggio degli avversarii. Poi: che i

socialisti combattessero il fanatismo e la superstizione riconosceva

logico e necessario; ma che mirassero a sradicare ogni sentimento

religioso, egli, benchè non credente, giudicava un errore esiziale alla

loro causa. Oltrechè il sentimento religioso era radicato nell’animo

umano a una profondità a cui la loro forza non poteva arrivare, essi,

predicando la miscredenza, alienavano da sè gli animi inclini alla

fede, sgomentavano la donna, davano un’arma potente di reazione in

mano agli avversarii, mettevano un impedimento di più, e formidabile,

sul proprio cammino. Le loro vittorie, in questo campo, non potevano

essere che effimere. Ben più avvisati erano stati quelli che, da

principio, della dottrina cristiana facevano leva all’idea socialista:

la loro propaganda era stata ben altrimenti efficace, in special modo

fra il popolo men culto. E così disapprovava nella stampa socialista

l’abitudine del linguaggio violento, la quale toglieva forza alla

sua parola in tutti quei casi in cui l’indignazione dell’animo e la

violenza del linguaggio sono giustificate, e non lasciava distinguere

alla moltitudine le menti culte e forti, che pensano e ragionano, dagli

spiriti leggeri, in cui la passione nasconde il vuoto delle idee e

l’assenza della logica; non solo, ma dava modo a questi di prevalere.

Quella violenza abituale, a suo giudizio, eccitando gli animi oscurava

le intelligenze, radunava intorno all’Idea ire fugaci, ma non coscienze

ferme. Chi si fa più ascoltare non è chi grida; lasciando che a gridare

non si regge un pezzo. La vera forza è nel ragionamento tranquillo e

lucido. Egli avrebbe voluto che la stampa socialista desse l’esempio

della dignità e della correttezza: parlando più dall’alto si sarebbe

fatta sentir più di lontano. E lo diceva ai pochi amici che aveva da

quella parte. Disse una volta a uno: — Dici delle cose giuste; ma urli

come uno che sappia d’aver torto. — E a un altro, che in occasione

d’uno sciopero raccomandava la calma: — Come vuoi che sia calma oggi

della gente che tu ecciti tutto l’anno?

Parlava spesso dell’educazione del popolo. Una volta, in un crocchio,

fece una tirata curiosa contro un tale, che aveva lanciato nella

discussione, come argomento decisivo: — Il popolo non è educato. —

Conosco — disse — una sola arguzia del generale Boulanger, che mi pare

felicissima. Egli scrisse: — Sento sovente padri e madri trattare i

loro figliuoli di maleducati, e in questo hanno pienamente ragione.

— Male educati, sì; ma da chi? Così si può dir del popolo. Che

avete fatto, che fate per educarlo? Gli danno esempio di moralità le

classi superiori corrotte, affamate del superfluo quanto i poveri del

necessario? Gl’insegna la dignità e la moderazione il Parlamento? E

la fede nella giustizia la Magistratura? E il culto degli Ideali la

Borsa? E come gli potete rimproverare la mancanza di quell’istruzione,

di cui tanti di voi hanno paura? E vi par proprio che egli non sia

all’altezza dell’insegnamento primario che gli date? Che cosa fate per

distruggere in lui la superstizione che sterilizza ogni buona sementa?

Che cosa fanno per lui gli scrittori? E i grandi giornali, diventati

oramai la letteratura della Corte d’Assise, non più divulgatori

soltanto, ma illustratori amorosi dello scandalo e del delitto? Che

fate voi individualmente, nei vostri contatti fortuiti o abituali

col popolo, con cui non v’intrattenete che per necessità, e il minor

tempo possibile, come se parlaste due lingue diverse? E questo per

qual ragione se non perchè vi trovate a disagio con lui, sentendo di

non aver autorità d’insegnargli nè di promettergli nulla di buono e di

credibile?

Più spesso esprimeva il suo pensiero in forma epigrammatica. A un

amico ricco, che gli voleva dimostrare inattuabile l’Idea socialista

perchè fondata sull’ipotesi di virtù collettive impossibili, disse: —

Sta bene; ma è proprio questa la ragione per cui combatti quell’Idea

con tanto calore? Io ti faccio la famosa ipotesi del Rousseau. Se tu

potessi, alzando un dito, creare istantaneamente nel tuo paese lo

Stato socialista, con tutte le virtù civili che esso richiede, con

tutti i beni che ne deriverebbero al maggior numero e col danno che ne

seguirebbe ai tuoi interessi privati, alzeresti il dito? Sii sincero.

— L’amico rimase un momento sconcertato; poi rispose: — Sì! — E lui: —

Ah, che brutto viso hai fatto, se ti vedessi nello specchio! Ebbene, io

son più sincero di te: io non so se avrei la virtù di far quell’atto.

— E quella sincerità tolse all’amico il coraggio di ripetere la sua

affermazione.

Anche scherzando soleva affermare la sua fede nell’avvenire. —

Socialisti, conservatori, retrogradi — diceva — siamo tutti come gente

affollata sur una di quelle strade mobili di Nuova York, che scorrono

fra le case come fiumi. I socialisti possono dividersi e azzuffarsi fra

loro, gli altri star a sedere, o dormire supini, o camminare a ritroso

della direzione della strada; ma tutti insieme vanno avanti per forza.

Per questo io non me la piglio neanche col più arrabbiato nemico d’ogni

idea nuova. Dico tra me: — Poveretto! Non se n’accorge, perchè cammina

col viso voltato indietro, come quei dannati di Dante che si piangono

sulle natiche; ma va innanzi anche lui, come tutti vanno.

A un socialista che diceva: — Il socialismo trionferà perchè è la

Giustizia! — rispose: — Che idea stramba! Trionferà l’interesse del

maggior numero, e sarà bene; ma trionferà non perchè sia giusto,

ma perchè avrà con sè la forza, che ora gli manca: l’istruzione,

l’educazione, la disciplina. Non c’è ragione al mondo per credere al

trionfo della Giustizia, perchè gli uomini non saranno mai più giusti

di quello che son ora. Stareste freschi, compagni!

Scherzò in questo modo fino ai suoi ultimi giorni. Quando era

malato grave, e lo tenevano in vita con l’ossigeno, una sera chiamò

improvvisamente i parenti e gli amici, che stavano rosolando il

socialismo nella stanza vicina, a bassa voce, ma non tanto ch’egli

non sentisse; e disse loro, respirando a fatica: — Prolungate....

prolungate....

Quelli diedero subito mano all’imbuto dell’ossigeno, credendo ch’egli

volesse dire: — Prolungatemi la vita; — ma il malato, respingendo

l’imbuto, soggiunse con un leggero sorriso —: No.... prolungate le

curve....

Fu l’ultimo consiglio politico che diede alla sua classe.

Curiosi furono i giudizi che diedero di lui i parenti e gli amici

dopo la sua morte. — Un galantuomo, in fondo; ma aveva delle idee

così strane! — Un po’ squilibrato, ma buono. — Un uomo d’ingegno e

di cuore; ma di quelli che, se fossero in molti, sovvertirebbero il

mondo. — Giudizi che provano quanto sia difficile il far con la mente

nell’ordine dei fatti sociali quello che è così facile il far con la

mano sopra un foglio di carta: prolungare delle linee curve.

Lotte civili · 第 13 / 30 题