Il figlio Ugo e l’editore Emilio Treves non vogliono che alla serie
delle opere di Edmondo De Amicis manchi il libro che rappresenta
l’azione da lui esercitata nella vita politica italiana con gli scritti
d’argomento sociale, sparsi finora in giornali e in opuscoli di partito
o raccolti alla rinfusa in edizioni di propaganda; pensando che essi
pure hanno un singolare valore letterario e meritano di appartenere al
retaggio universalmente noto dello scrittore.
Si sa che il De Amicis, la cui anima affettuosa era sempre stata
riboccante di simpatia per gli umili e di pietà per i sofferenti,
si volse risolutamente al socialismo nel 1890, quando aveva
quarantaquattro anni.[1] Disse egli medesimo che il suo caloroso
aderire alle nuove dottrine era stato da prima l’espressione dei
sentimenti di carità e di giustizia, a cui tutta la sua persona
morale era preparata, anzi nata; ma poi era anche divenuto l’effetto
di un esame ragionato della questione sociale, quanto gli era stato
possibile di farlo, mettendosi coscienziosamente, sebben tardi, agli
studî necessarî a quell’esame. Persuasosi che “la sola idealità dei
tempi nuovi, la sola che abbia ancora virtù di muovere le masse e
che meriti nuovi sacrifizî di energie generose, è la redenzione delle
plebi„, sentì di non poter più avere pace nè dignità di coscienza se
non nel porre l’opera sua di scrittore in servigio di quella idealità,
immolando qualunque suo personale interesse al compimento di tale
dovere.
Nato di sentimento, maturato nella riflessione e nello studio, nudrito
di amplissime letture, il socialismo del De Amicis doveva avere pronta
e piena manifestazione in un romanzo, _Primo maggio_, ch’egli compose
fra il 1890 e il 1893, e di cui si conserva il testo manoscritto.
Ma quel libro, ideato nel fervido “entusiasmo apostolico dei primi
giorni„, atteso con appassionata curiosità in Italia e fuori, allorchè
fu compiuto non piacque più, come opera di pensiero e di arte, al
suo autore; il quale, con mirabile esempio di probità letteraria, non
volle dare alle stampe ciò che, prima dei lettori, la sua coscienza non
poteva sicuramente approvare; non volle tentare la pubblicazione come
un gioco di fortuna; e condannò il romanzo, famoso prima che noto, a
rimanere inedito. Solo ne aveva messo fuori il primo capitolo, nella
_Nuova Antologia_ del 1.º maggio 1892; altri brani e frammenti ne
diede liberalmente qua e là, a giornali socialisti che sollecitavano la
sua collaborazione; e sarà facile al lettore riconoscerli, anche come
confessioni palesemente personali, fra i racconti e dialoghi compresi
in questo volume.
In quegli stessi giornali, principalmente nell’_Avanti!_ di Roma e nel
_Grido del Popolo_ di Torino, allora e negli anni seguenti, mentre
proseguiva la sua azione militante nel partito, che fra asprissime
battaglie andava allora organizzandosi per la conquista dei pubblici
poteri, il De Amicis pubblicò un gran numero di articoli d’occasione
e scritterelli di propaganda, che ora non sarebbe possibile nè
conveniente raccogliere tutti quanti. E così si dica delle molte sue
pagine sparse contro il militarismo e per la pace fra i popoli.
Egli era stato soldato valoroso, ufficiale devoto alla patria e alla
bandiera. Ma per la guerra aveva sempre avuto anzi orrore che amore; e,
terminate le sante guerre dell’indipendenza nazionale, aveva deposto
la spada, rinunziando alla carriera delle armi, per la quale non era
fatto. E naturalmente, con quel medesimo spirito con cui aveva cercato
nell’esercito e nella vita militare gli elementi dell’umana fraternità
e l’ideale di una civiltà superiore, franca dalla violenza e dal
sangue, seguitò, confortato dalla nuova fede politica, e senza però mai
vituperare le istituzioni che aveva onoratamente servito, a combattere
contro la guerra, a vagheggiare la società dei popoli pacificata
dal progresso morale e dalla necessità stessa della comune esistenza
economica.
Col titolo di _Lotte civili_, già consacrato nell’uso dalle varie
stampe del Nerbini di Firenze (toltine i due discorsi _Per il 1.º
maggio_ e _Per la questione sociale_, che già si leggono, integri
e corretti, nel libro delle _Speranze e glorie_, e il capitolo _La
canaglia_, che appartiene al libro di _Capo d’anno, pagine parlate_),
sono ordinati nel presente volume i più notevoli scritti minori del De
Amicis per il socialismo e per la pace; nè soltanto quelli che altri
prima raccolse, ma parecchi di più, tratti da giornali e da opuscoli
dispersi, come _Una tempesta in famiglia_, _Un borghese originale_,
_Un episodio della battaglia di Custoza_: cose particolarmente
interessanti, alle quali la destinazione politica ha fatto torto,
lasciandole ignorare agli infiniti lettori che, fuor della politica,
ammirano l’arte e l’animo dello scrittore.
È giusto, è doveroso far sì che tutti possano leggere e serbare accanto
agli altri libri del De Amicis anche questo, non messo insieme da
lui, ma pieno del suo ingegno generoso, il quale vi appare incitato a
insoliti ardimenti, a nuove prove di pensiero e di stile, dal proposito
di guadagnare il consenso altrui alla sua concezione della giustizia
e dell’armonia sociale. Ottenga o no tale consenso, il De Amicis è pur
sempre quel maestro di rettitudine e di bontà che tutti possono amare,
qualunque siano le loro opinioni; è lo scrittore profondamente sincero,
a cui tutti debbono reverenza; ed è in ogni caso tale autore, che niuna
parte del suo lavoro ha da rimanere abbandonata.
Torino, ottobre 1910.