"Poëta nascitur, orator fit".
Si era innamorato dello studio, come già di tante altre cose. E tra
tutte le nobili discipline (notate, lettori umanissimi, come anche lo
scrittore si metta sul grave e adoperi parole convenienti al soggetto)
tra tutte le nobili discipline, io dico, il nostro eroe preferiva le
più ostiche, come a dire l'economia politica, il diritto
amministrativo, la procedura civile. Chi l'avesse mai detto, qualche
anno prima all'autore delle _Frondi sparse_, si sarebbe fatto ridere
sul muso. Ma già, lo ha scritto un autore di vaglia: «mutano i saggi»,
ed io potrei aggiungere, coll'esempio di Ariberti, anche coloro che
non lo sono.
Quando egli si addottorò in leggi, che fu due anni dopo la sua
partenza da Torino, gli aveva preso la mania del grave, come
aveva avuto prima la manìa dello scapestrato. Per altro, non era
tutto capriccio in lui, o amore di novità. Gli stavano sempre
davanti le tristi scene in cui si era chiusa la sua vita di
buontempone, e lo umor suo ne risentiva le angoscie. Dottor
Fausto in sessantaquattresimo, Ariberti non volle e non ebbe più
una ora di svago. Aggiungo, che provava una certa voluttà tutta
sua particolare a stillarsi il cervello in quel modo, tra un
codice e un repertorio di giurisprudenza, tra una allegazione e
una causa ingarbugliata, di quelle che ai curiali paiono
solamente «complesse» e piene di bei «rapporti giuridici».
Esagerazione di propositi, comune a tutti i nuovi convertiti! Pel
nostro neofito si aggiunse la morte della madre, vittima della rottura
di un aneurisma, secondo che sentenziarono i medici, ma che alla sua
pietà filiale doveva parere colpita di ben altro male, e accrescergli
in cuore i rimorsi. La santa donna si era spenta benedicendo a suo
figlio, e facendo voti perchè si conservasse così assegnato e studioso
come si dimostrava da due anni. E questo aiutò a renderlo più triste,
più chiuso, più intento al lavoro, che non fosse dapprima, e per
conseguenza più dimentico delle allegrezze mondane, dei sollazzi e
delle espansioni della sua medesima età.
Poi, non c'è cosa che invecchi un uomo anzi tempo, come la pratica
forense. Alla mattina, anche prima di asciolvere, e sto per dire di
essersi levato il sonno dagli occhi, ci sono le conclusioni da finire
pel causidico, i punti controversi da chiarire, la «concione» da
meditare per l'udienza vicina. Il tribunale vi ruba le due o tre ore,
spesso colla noia di attendere che sia chiamata la vostra causa.
Tornate a casa, seguito dalle benedizioni o dai moccoli del cliente, e
vi assediano da capo i procuratori con altre conclusioni da preparare,
clienti che non pagano e vi chiedono un consulto, società, istituti,
che vi domandano un congresso, o vi appioppano la cura di mettere le
loro trappolerie in riga col codice.
E in queste occupazioni vi capita addosso l'ora del pranzo, o desinare
che sia. Avvertito dal servitore, ordinate che si dia in tavola, e
frattanto andate a caccia di articoli per un'altra mezz'ora. Così
avviene che, quando finalmente potete sedervi a tavola per mangiare un
boccone in furia, la minestra è rifredda, l'intingolo non ha più
gusto, il pasticcio sente il bruciato, e l'appetito non vi tien più
compagnia. E la sera, poi? La sera bisogna tornar nello studio; il
teatro, i salotti, i geniali ritrovi sono proibiti come le pistole
corte; è l'ora dei clienti; l'avvocato ha da aspettare i clienti,
anche quando c'è da scommettere cento contro uno che i clienti non si
lasceranno vedere.
Imperocchè l'avvocato è nel suo studio quello che un ragno nella sua
buca. Il povero insetto solitario se ne sta in attesa per giorni e per
settimane, regge l'anima coi denti, invocando una mosca, disposto a
contentarsi d'un moscherino purchessia. E per giorni che passino, per
settimane che si seguano e si rassomiglino, il povero solitario non
può muoversi dal suo bugigattolo. Se per caso un moscerino avesse a
passare da quelle parti e non trovasse l'avvocato! Scusate, volevo
dire il ragno; ma già, poichè ho detto l'avvocato, lo lascio stare;
mettete voi il cliente in luogo del moscerino, e tutti pari!
La vita materiale dell'avvocatino Ariberti, fra il tribunale e lo
studio, condannato per anni ed anni a non avere che moscerini,
clientucoli al civile e ladruncoli al criminale, s'intenderà
facilmente; nè io farò fatica di descriverla, nè voi, lettori
umanissimi, farete quella di starla a leggere. Vorrei parlarvi in
quella vece della sua vita intellettuale; vorrei dirvi del suo cuore,
che diavolo facesse in quella galera. Ma già, mente e cuore, se non
erano atrofizzati, sonnecchiavano, come si sonnecchia in diligenza, o
in ferrovia, tra un paese che si è lasciato e un altro a cui non si è
ancora arrivati.
Diffatti, Ariberto Ariberti, era proprio in quella età che un uomo
incomincia a sentir le sue forze e vuole giungere con esse a qualcosa,
a scalzare una montagna, o a cavare un ragno da un buco. Si è invasi
da una febbre di operare, sollecitati da un desiderio di andare, non
importa dove, rosi da una maledetta ambizione che si cruccia da sè,
per mancanza di un fine stabilito, e mentre vi fa anelare ad una
carica di ministro, o ad altra di quelle altezze intorno alle quali
c'è il vuoto, vi fa durare una fatica da cani per afferrare un seggio
di consigliere comunale, una croce di cavaliere, una presidenza di
comizio agrario, od altra simile tra le umane grandezze, in cui
s'assottiglia l'ingegno, e per cui soventi si perdono i sonni, pur di
far crepare d'invidia un centinaio di sciocchi della vostra medesima
forza.
A quei lumi di luna, l'amore, il povero amore, non è più, o non è
ancora tornato, il gran negozio della vita. Imperocchè, non vanno
neppure contati i ripeschi da dozzina, i capricci, le effimere
ebbrezze che gli uomini seri ammettono a guisa di svago dalle cure più
gravi, o di abitudine senza conseguenza, e che meritano il nome di
amore come la stretta di mano e il darsi del tu meritano il nome di
amicizia, in questo commercio quotidiano di graziose menzogne, che è
la nostra vita cittadina.
Trista cosa, non è egli vero? E diffatti io ve ne parlo di volo, e
solamente perchè non posso a dirittura passarmene, essendo che questa
è la storia del mio eroe, ed io, fermandomi con una certa compiacenza
ai punti principali, debbo pure accennare il rimanente, e colmar
gl'intervalli. Del resto, il mio eroe non è veramente un eroe; è
semplicemente un uomo, con tutte le sue debolezze. E se gli pare che
sia una bella cosa esser fatto consigliere comunale o provinciale, che
ci ho da far io? Gli è parso dapprincipio che ciò dovesse aiutarlo
nella sua professione d'avvocato, e può anche darsi che avesse
ragione; ma badate, io non metterei una mano sul fuoco per
guarentirvelo, e non farei due passi sopra un mattone (vedete quanto
sarebbe lieve il fastidio!) per andare a sincerarmi del fatto.
Comunque sia, eccolo con un monte di faccende sulle spalle. È
consigliere di tutto un po' ed ha mano e voce in una dozzina di
commissioni, l'una più utile dell'altra al buon andamento della cosa
pubblica, il cui intento, chi nol sapesse, è di andare alla peggio.
L'avvocato consigliere è proprio nella sua beva, e, non c'è che dire,
trova tempo a far tutto, a pensare, a ricordarsi di tutto. S'intende
che non ne ha per leggere un bel libro, e meno ancora per dettarne de'
suoi. Dio buono, e come avrebbe a fare, con tanta roba alle mani? Già
da un pezzo non scrive che conclusioni, allegazioni, relazioni,
esposizioni, ed altre consimili negazioni d'ogni arte e di ogni
bellezza. È un uomo serio, che ci s'ha a dire? Certo, non l'ho fatto
io quel che è; e poichè siamo sull'argomento, e perchè non abbiate a
darmene carico più tardi, vi giuro fin d'ora, e per tutto quello che
io mi ho di più sacro, incominciando dai vostri occhi che mi leggono,
vi giuro, io dico, che non gli ho dato il mio voto quando uscì eletto
deputato al Parlamento da uno di quei collegi delle sue Langhe, tanto
care al mio cuore.
Eppure, non posso e non voglio negare che i suoi elettori mandassero
alla Camera un fior di galantuomo. Debbo anche aggiungere, per debito
d'imparzialità (non giornalistica, intendiamoci che è imparzialità a
denti stretti), come il candidato non brigasse poi troppo per farsi
eleggere. Il caso lo aveva aiutato in tutti i modi, prima colla morte
del titolare, poi colla pronta convocazione del collegio, da ultimo
con la mancanza di competitori temibili. Era giovane, e qualche
giornale torinese disse ridendo di lui, come di Pier Carlo Boggio,
ch'egli era il deputato trentenne. Ma lo avere trenta anni non era
mica una disgrazia. Intanto, gli aveva giovato molto il non essere
troppo in vista a Torino, dove le invidie e i rancori non avrebbero
tralasciato di perseguitarlo, incarnati nei Ferrero, nei Vigna, nei
Balestra, nei Candioli, e via discorrendo. E più ancora gli era
tornato utile lo aver vinto una causa di qualche rilievo per un suo
conterraneo, intendente e _factotum_ di un Creso delle Langhe, i cui
fittaiuoli ed aderenti votavano con una disciplina esemplare.
In tal guisa favorito dalla fortuna, il nostro Ariberti potè credere,
per un giorno almeno, che tutto fosse oro di coppella a questo mondo,
poichè nessuno, durante il periodo elettorale, gli aveva dato del
venduto, o del ladro. Un diario della capitale, che propugnava una
delle solite candidature universali, non potendogli ancora dir altro,
perchè non lo conosceva e non ci aveva ai fianchi un Ferrero, si
contentò di dargli dell'asino. Ma Ariberti si era tastato le spalle,
e, non avendo sentito il basto, si era contentato di sorridere. Se non
ci hanno altri moccoli, aveva detto tra sè, possono andarsene a letto
al buio.
Salutiamo dunque il signor deputato, e rallegriamoci col signor
Amedeo, il quale da tanti anni vedeva il suo figliuolo arare diritto e
finalmente raccogliere i frutti di quello che aveva seminato.
Il signor Amedeo in quella faccenda non ci vedeva troppo giusto;
bisogna confessarlo a suo marcio dispetto. Ma i babbi son tutti
tagliati ad una guisa; amano di vedere i loro figliuoli che tirano al
sodo; e, quando ciò sia, non la guardano poi tanto nel sottile; anzi,
voi li fareste maravigliare non poco, se vi metteste alla prova di
persuader loro che ci possono essere altre fantasie, altre passioni,
più pericolose delle scappatelle di gioventù, degli amori, dei debiti,
e via dicendo; se faceste trapelare al loro miope affetto quali
sopraccapi, ambizioni, e struggimenti, lavorino sotto l'intonaco di
una vita assegnata, e che razza di granchi vivano e si moltiplichino,
nelle acque in apparenza più chete.
Ma siamo giusti, i poveri babbi hanno proprio a sapere e prevedere
ogni cosa? Lasciamo, vivaddio, che si consolino di vedere i loro
figliuoli arar diritto e non mettiamo pulci negli orecchi a nessuno.
Ora, il nostro Ariberti arava diritto, non c'è che dire. Avvocato di
qualche grido, consigliere, cavaliere, deputato, era un uomo oramai
che andava innanzi da sè e non gli bisognava l'aiuto delle falde. Il
signor Amedeo poteva dunque intuonare il _Nunc dimittis_ e chiuder gli
occhi in pace, senza timore che il suo Ariberto gli sgarrasse
quind'innanzi una spanna. Suo figlio, a farla breve, era un uomo sodo,
e andava per la maggiore.
Ahimè, povera vita! Noi ne spendiamo mezza a sospirare il futuro, e
l'altra mezza a rimpiangere il passato. La nostra gravità è tutta qui,
come in estratto, e non se ne cava neppur tanto da farcene un brodo
per l'ultimo giorno di malattia, quando si legge la moralità della
favola.
Per altro, non corriamo così a fiaccacollo colle deduzioni. I primi
tempi di quella vita nuova di Ariberti non furono, o non gli parvero
brutti. Le consuetudini parlamentari gli schiudevano come un altro
orizzonte agli occhi dello spirito. Il viavai, l'affaccendarsi di
tanti colleghi, il meccanismo dei partiti, le amicizie facili, le
speranze comuni, gli davano una sembianza di allegra operosità, che
doveva a tutta prima lusingarlo, tanto più quando gli veniva alla
mente che tutti quei manipoli d'intelligenze, erano il meglio dello
Stato, fior di roba, cervelli sopraffini. L'onorevole Ariberti non li
aveva ancora esaminati per bene, non aveva ancora rivolto a sè stesso
il «_quot libras in duce summo?_» di quella lingua tabana che fu pe'
tempi suoi Giovenale. E poi, e poi, che serve tacerlo? Egli ci aveva
nel cuore un sentimento grave e poetico ad un tempo, che gli scaldava
tutte le fibre e lo faceva guardare con fiducia, davanti a sè: giovare
alla patria, meritare la gratitudine de' suoi concittadini, ottenere
un buon punto nella lotteria della storia.
Illusioni che avevano a svanire assai presto! Appunto allora che
l'onorevole Ariberti poteva giovare col senno e colla parola alla
patria, appunto allora incominciarono a pungerlo gli strali della
critica, che non si fermavano soltanto all'epidermide. Avvocato,
poteva ancora essere tollerato; il numero dei rivali era ristretto; e
poi, Dio buono, si trattava di rivali; laddove, nel campo della
politica, non erano soli i rivali a fargli il viso dell'armi, ma si
addensavano intorno a lui gl'invidiosi, gli odiatori di professione, i
cani ringhiosi per natura, e a farla breve, tutto il banno e
l'eribanno dei cattivi, degl'impotenti, dei malsani, degli spostati,
degli sciocchi, e chi più ne ha ne metta. Tutti erano contro di lui,
tutti prendevano a sfrombolarlo da lungi, quale colla matita del
caricaturista, quale coi periodi asmatici d'una lettera politica,
quale coi perfidi accenni di una notizia recentissima; che in queste e
in altre forme, che troppo mi condurrebbe in lungo il descrivere, le
serpi potevano schizzare il loro veleno, o la bava.
Così, guerreggiato da varie parti, il nostro povero eroe capì
finalmente la esistenza di certe alleanze sotterranee, che a prima
giunta, e ragionando onestamente, parrebbero impossibili, e che molti
galantuomini s'impuntano tuttavia a negare.
Ahimè, bisogna esserci dentro, colle mani e coi piedi nella maledetta
politica, per aversi a convincere che lo strano è il naturale,
l'assurdo il necessario, l'improbabile il vero.
S'intende e va da sè che su quel palcoscenico, anzi tra le quinte, i
tenori, i baritoni, le prime donne, gli facevano i più leggiadri
sorrisi del mondo. Il suo primo discorso, o, come direbbesi in gergo
teatrale, la sua aria d'uscita, ebbe applausi e complimenti d'ogni
parte. Ma appunto da quell'ora incominciarono gli assalti della bieca
combriccola, che mentisce il nome e la dignità di opinione pubblica, e
che ha l'arte di parer tale a tutti, per la semplicissima ragione che
tutti, un brutto giorno o una cattiva ora della loro vita, vanno a
deporvi la quintessenza del loro umor nero, delle loro bizze
subitanee, dei loro meditati rancori.
Ariberti militava nelle file d'opposizione, ma non voleva meritarsi la
nomèa di oppositore sistematico. Non voleva trovar male ogni cosa.
Pensava inoltre alla sua patria e si formava un giusto concetto delle
sue necessità. Donde le frequenti occasioni di scontentar Tizio e
Caio, perchè mirava anzi tutto a contentare la sua propria coscienza.
Ora ognuno che non abbia di questi giudici importuni nel foro interno
dell'anima, non crede o, a dirla più giusta non vuole ammettere che
altri ce n'abbia e li ascolti. Immaginate dunque se gli Aristofani da
dozzina non gli rivedevano il pelo! Qualche volta, vedendosi così
frainteso dai popoli, dava in certe furie, che fortunatamente per la
sua fama, restavano chiuse a forza nel petto, e si tradivano solamente
in bizze e malinconie pe' suoi familiari, o in versamenti di bile pel
medico. Avrebbe pianto volentieri, se non avesse reputato più
conveniente di serbare quelle perle dell'anima (l'Achillini può
andarsi a riporre) per farne un monile, e metterlo, insieme col suo
cuor, ai piedi di una donna.
Ah, ah! esclameranno i lettori; ecco la donna che torna in scena.
Amici lettori, voi lo sapete meglio di me, senza un raggio di sole il
giorno è uggioso; ma senza un sorriso di donna è noioso a dirittura. E
tuttavia, vedete, ancora per un tratto dobbiamo far senza di questo
delizioso ingrediente. La donna nuova, la donna che doveva far battere
il cuore di Ariberti uomo, come tante altre avevano fatto battere il
cuore di Ariberti giovane, era ancora in nube, a mezz'aria. Il nostro
eroe la sognava, non avendo anche avuto il tempo di andarla a cercare.
Chi sa? forse quella donna gli passava daccanto, bella e composta
negli atti come una madonna del Sanzio, mentre egli se n'andava
frettoloso alla Camera meditando uno squarcio d'eloquenza intorno ad
una quistione di tariffe doganali: o la vedeva trascorrere in calesse
alla volta dei Giardini pubblici, mentre egli usciva da sollecitare
una pratica in qualche ministero. Di certo essa gli appariva, divisa
in cento forme, l'una più incantevole dell'altra, nei giri vorticosi
d'un ballo di Corte. Se egli avesse potuto essere per un giorno per
un'ora almeno, uno di que' spensierati aiutanti che sgallettavano
intorno alle dame, come le avrebbe osservate tutte, studiate tutte
_intus et in cute_, per riuscire a trovar quella che gli destinavano i
Numi! E n'aveva spesso certi bagliori, e certi giramenti di capo, che
non vo' dirvene altro, per non ficcarmi in un ginepreto, donde non
uscirei forse più con onore. Per altro, si faceva forza; svoltava
l'angolo della strada, usciva dal ballo, entrava nel palazzo
Carignano, e le pericolose immagini svanivano tosto, lasciando
l'onorevole Ariberti a tu per tu col suo genio parlamentare, che è, in
mancanza di meglio, il genio tutelare dei deputati.
La durò un pezzo così, adattandosi colla torpida virtù della
consuetudine alla sua vita di uomo politico, e affondandosi lentamente
in quel pantano di mezze ambizioni, di mezze aspirazioni, di mezza
indipendenza. Dico di mezza indipendenza, perchè col suo carattere e
con quel suo gener di vita, egli non poteva che essere schiavo di
mille circostanze, dubbi, riguardi, convenienze sociali, ragioni
d'opportunità e via discorrendo. Pur troppo, il mondo, il mondo è
quello che vuol essere, e a mutarlo ci vorrebbe altra barba che quella
d'un uomo. Mai, come allora che fu in alto, tra coloro che più sanno e
possono, il nostro, Ariberti si avvide che questo mondo non si è
padroni di nulla, nemmeno di sè medesimi, che è tutto dire!
E tutto ciò senza mettere in conto gli elettori, questi padroni
incontentabili, pei quali il deputato è uno schiavo negro, a cui si
domanda il massimo lavoro, ma a cui per compenso non si risparmiano le
frustate. Gli elettori di Ariberti non erano da annoverarsi tra i
peggiori della specie, ma anche così com'erano, gli riuscivano
maledettamente fastidiosi, colle loro raccomandazioni e coi loro
incarichi particolari, che al povero negro non lasciavano un minuto di
pace. Ora per una deliberazione del consiglio comunale che aspettava
l'approvazione del governo ora per uno spaccio di sali e tabacchi che
andava di diritto ad una vedova, cognata del farmacista elettore, oggi
per un posto, nel collegio delle provincie, domani per una commissione
da introdurre presso il ministro, e magari anche per un consiglio
gentilmente chiesto dalla moglie del sindaco intorno ad un caso di
etichetta, o all'ultima moda del cappellino e della mantiglia,
l'onorevole Ariberti ci aveva sempre i suoi elettori davanti agli
occhi, e non c'era verso di liberarsene. Lo spettro di Banquo non fu
certamente così molesto per Macbeth.
Eppure, ci sono dei deputati a cui tutte queste noie, tutti questi
grattacapi, non che riuscire fastidiosi, piacciono grandemente, come
quelli che danno loro il modo di provare la propria operosità e la
singolare autorità agli occhi del volgo elettore. Ma appunto per
questo, Ariberti si persuase che l'ufficio di deputato era
mirabilmente adatto a certe capacità mezzane, e che, salvo il caso di
conquistare un altissimo grado, e neppur questo al riparo da certe
pretensioni e da certe dimostrazioni della volubilità di fortuna, un
uomo di vaglia doveva starci sempre a disagio.
--Diventerei forse anch'io un vanerello,--chiedeva egli qualche volta
a sè stesso,--contento di farmi ciondolare contro i bottoni della
sottoveste un pezzo da venti lire, coniato a bella posta per qualche
centinaio di pari miei?--
E allora si riscaldava, e per non sembrare a sè stesso un gaudente,
parlava più spesso alla Camera, dimenticando le ragioni di partito,
levandosi a certe altezze vertiginose che piacevano a pochi.
Non già che non istessero volentieri a sentirlo; chè, anzi, la forma
sobria ed eletta del dire, i concetti nuovi, o nuovamente espressi,
gli avevano foggiata una eloquenza tutta sua, e punto parlamentare, se
per questo vocabolo s'intende l'eloquenza parolaia, diffusa, slombata
che va innanzi al piccolo trotto, e magari accompagnata per continuar
la metafora, con qualche sproposito da cavallo. Voglio dire invece
che, non la forma, la sostanza dispiaceva soventi volte; agli
avversarii naturalmente, perchè faceva contro a loro; agli amici,
perchè non si aiutava abbastanza, e non pigliava la battuta da tutti i
loro dirizzoni. In politica, si sa, bisogna mandarne giù di tutti i
colori, e un programma (che così chiamano quattro idee magre,
imbottite di stoppa), vuol essere pigliato intiero, o lasciato.
Ora a questo non si acconciava l'umore del nostro deputato. Spesso,
anzichè contro, o in favore, parlava in merito, e qualche volta non
conchiudeva, abbastanza contento di aver detto una cosa nuova, o
assennata, e di aver dato occasione ad un utile schiarimento, che
tirasse la quistione in carreggiata, laddove i suoi colleghi d'ogni
parte della Camera lavoravano a gara per farnela andare lontana.
Questo suo metodo strano pareva fatto a bella posta per mettere i suoi
amici politici nei più brutti impicci del mondo. Una volta, per
esempio, un suo discorso fece andare a male un partito, che essi
tenevano già per vinto.
--Di grazia, si potrebbe sapere per chi lavori?--gli chiese con tono
agrodolce uno dei capofila di sinistra, nello scendere le scale del
palazzo Carignano.
--Perchè?--domandò a sua volta Ariberti.
--Perchè ci hai mandato a monte ogni cosa, mentre eravamo sicuri di
vincere.
--Ho detto quel che pensavo e credevo essere il vero; rispose
--Ariberti, facendo la cera brusca.--Del resto, se quattro ciance mie
--son bastate a farvi fuggire la vittoria di mano, gli è segno che non
--era quello il tempo e il modo di vincere.
--Sarà vero--disse quell'altro, fra due battute di labbra,--ma non è
niente affatto politico.
--Non dico di no;---disse di rimando Ariberti, stringendosi nelle
spalle, col piglio di un uomo che vuol farla finita senz'altro.
La conversazione restò lì; ma il giorno dopo incominciarono gli
attacchi e i morsi di tutta la canatteria d'ogni tinta e d'ogni
misura. Del suo pelo ne volevano tutti e qualcheduno levava i pezzi a
dirittura, accennando così di straforo a certe meditate transazioni
col potere, ed anche a certi sorrisi onnipotenti dalla tribuna delle
signore.
Le transazioni lo avevano fatto ridere, ma quell'accenno alla tribuna
delle signore lo aveva seccato, dirò meglio, lo aveva ferito.
Incontanente, mandò i suoi padrini al giornalista. E vedete caso, il
giornalista era Ferrero, l'antico compagno d'università, Ferrero,
l'impotenza, Ferrero, l'invidia, Ferrero, il livore, e tutte le bieche
passioni personificate in un nome e accoppiate sventuratamente ad una
certa dose d'ingegno.
Imperocchè, non è mica vera quella consolante e larga dottrina, che fa
dell'ingegno e del cuore due compagni inseparabili. C'è pur troppo
anche l'ingegno associato alla malignità, forma civilizzata del male.
Il signor Ferrero, come già avrete argomentato da per voi, si chiuse,
come in una botte di ferro, nei sacri diritti della critica, e rifiutò
di scendere sul terreno, _pour blanchir un nègre_, come avrebbe detto,
nel caso suo, il contino Candioli. Andò anzi più oltre; dopo aver
rifiutato lo scontro, bandì un giudizio solenne, invocò il ragionato
parere di tutta la stampa «schiettamente liberale», e tutti i
confratelli, da Susa alla Lanterna, che erano i confini allora, gli
diedero ampiamente ragione, lodando il coraggio civile con cui aveva
tutelato i diritti della stampa.
Disgraziatamente, l'onorevole Ariberti non la pensava così. Non
potendo metter la mano sul suo uomo, se la pigliò con un altro de'
suoi giudici improvvisati, che aveva spinto il suo biasimo più oltre
di tutti i colleghi. E questi, che era un gentiluomo, accettò la
sfida, mettendosi in contraddizione colle proprie dottrine, ma
d'accordo col suo animo generoso.
A confusione del signor Ferrero, che seguitava a sbraitare in nome dei
sacrosanti diritti della stampa, il duello avvenne senz'altri indugi.
Ariberti, nel corso della sua gioventù burrascosa, aveva dato e
ricevuto più volte; e in quell'ultima le buscò lui, come volle la
cieca fortuna, o come portava la giustizia, secondo i vari modi di
vedere. Non gliene dolse, perchè così la pensava egli: fare il debito
suo e non curarsi del resto.
Per altro, siccome coll'avversario regalatogli dal dio Caso non c'era
nessuna ragione di rancore, Ariberti, dopo il duello, vide ed ebbe in
lui un amico. Il quale, andato a fargli la sua visita di condoglianza,
con quella dimestica schiettezza che deriva da un incontro d'armi
nobilmente sostenuto, gli disse:
--Ariberti mio, ella non è stoffa da uomo politico.
--E perchè di grazia?--chiese Ariberti sorridendo.
--Perchè,--rispose il giornalista,--Ella ha troppo amore pel bello e
pel vero, e non può trovare per conseguenza altrettanto gusto a
diguazzare in questa bolgia infernale; perchè ci viene col suo
entusiasmo di artista e non sa temperarlo colla freddezza del
filosofo. Non vede? Ella si stizzisce per una celia, e poniamo anche
per una offesa, a cui la stessa consuetudine, la sua stessa frequenza
nel giornalismo, ha già tolto i due terzi della sua gravità.
Giudicando dal caso nostro, io non vedo in Lei quel grado di
tolleranza e di pacatezza, necessario in ogni uomo che abbia la nobile
ambizione di governare il suo paese. A questo ufficio, per dirgliela
proprio come sta, o come la penso io, ci vogliono uomini più pacifici,
e non occorre che siano cime; anco i mediocri possono servire al
bisogno. Alla fin fine, il tempo presente se ne contenta, e i posteri,
che applicano cecamente il _post hoc ergo propter hoc_, veduto che coi
mediocri s'è andati avanti come coi sommi, e qualche volta anche
meglio, dànno liberalmente una vernice di grand'uomini a tutti.
--Quando non li dimenticano affatto;--soggiunse maliziosamente
Ariberti.--Di grazia, saprebbe Ella dirmi, senza andarlo a cercare,
quanti ministri abbia avuto Napoleone I? o, per non rifarsi così da
lontano, e per non citare l'esempio di uomini soverchianti, la cui
altezza getti troppa ombra intorno a sè, quanti ne ha avuti Luigi
Filippo?
--Ha ragione--esclamò il giornalista, dopo alcuni istanti di pausa e
ridendo della sua confusione;--correggo la frase, sopprimendo il
giudizio dei posteri. Ma creda a me, il mondo non domanda cervelli
sopraffini, a governarlo, e tutti gl'ignoti ministri di Luigi Filippo,
a mazzo coi pochi che possiamo ricordare, confortano la mia tesi.
Gente pacata vuol essere, e, se lo Stato è un carro, ringraziamo il
cielo che ha fatto nascere i buoi.
--Veramente....--interruppe Ariberti.
--Ah sì, capisco;--disse l'altro sollecito;--il paragone non regge.
Non si nasce buoi, ma è vero altresì che non si nasce uomini politici.
Bisogna, diventarlo. Ed è ella disposto a diventar uomo politico? Con
questi esempi, a me pare di no. Scusi, sa; le parlo così alla libera,
perchè le voglio bene e la rispetto moltissimo. È questa la franchezza
che tengo in serbo per le occasioni solenni.
--E per un giornalista son così poche!--notò Ariberti, proseguendo la
celia.
--Questo è un epigramma salato;--replicò il giornalista;--lo accetto
di buon animo. Non siamo forse noi che ridiamo pei primi d'una
impertinenza che ci è detta da un avversario, purchè ci sia detta
bene? E veda, signor mio, questa è virtù che a lei manca, poichè non
ama lasciarsi discutere. Dio buono, siamo a tempi in cui si discutono
liberamente i ministri, in cui si riesce, con un po' di garbo, a fare
un buco nella legge e a discutere il re, e, come se ciò non bastasse,
si va ancora più su, molto più su senza bisogno di mongolfiera, e si
discute... dell'altro. Ora è Lei, soltanto Lei, che non vuole
adattarsi all'usanza.
--Converrà,--disse di rimando Ariberti,--che c'è _modus in rebus_, e
che l'impertinenza...
--Non va tollerata. È questo che Ella vuol dire? Nella conversazione,
a voce viva, ne convengo; ma nella stampa e in materia politica, la
cosa cambia aspetto. Non diamo noi di briccone, o giù di lì, a certa
gente cui facciamo poi tanto di cappello per via?
--Ammiro la sua schiettezza;--ripigliò Ariberti.--E forse Ella ha
ragione a dire che, per questo lato, io non sono un uomo politico, o
lo sono soltanto per metà, che torna lo stesso. Ma Lei che vede così
giusto e sa riconoscere gli errori della professione, perchè si mette
a mazzo cogli altri?--
Il giornalista stette un poco sovra pensiero.
--Ah, non risponde?
--Che vuole? Ho fiutato il complimento e la modestia mi ha fatto
arrossire. Quanto alla risposta, essa è facile: disciplina di partito.
--Eh via! C'è egli forse chi comanda a loro? a loro che da mattina a
sera, e spesso tra lo afferrar la penna e il tuffarla nel calamaio,
sogliono prendere le più gravi deliberazioni del mondo? La disciplina
suppone un comando intelligente e cortese quanto Lei vuole, ma pur
sempre comando. Ora io non so acconciarmi a credere che qualcuno abbia
potuto, con dolce violenza, costringere anche Lei a darmi quella tal
ripassata che sa.
--È vero; lasciamo dunque la disciplina e diciamo invece la libera
scelta; anzi no, la cattiva compagnia, il mal esempio. Anche questa,
alle sue ore, è disciplina di partito;--aggiunse il giornalista con
fine sorriso.---I soldati non si dispongono forse in linea come
possono meglio e aiutandosi colla coda dell'occhio? Ognuno dà una
sbirciata al suo vicino di sinistra, vede quel ch'egli fa de' suoi
piedi, e tira indietro, o mette avanti i suoi, non perdendo neppur
d'occhio il suo vicino di destra. Anche noi, per tenerci in riga,
vediamo quello che gli altri fanno, e c'industriamo di far meglio, o
peggio, secondo i casi e gli umori... Insomma, signor Ariberti, io non
la seguirò più oltre su questo terreno che scotta. Ella ha voluto
rendermi in epigrammi la sciabolata che il caso mi ha consentito di
darle. Ora, io sento, ai bruciori della pelle, che ci ho avuto il mio
conto giusto, e se permette, piglio commiato.
--A rivederci, dunque,--disse l'onorevole Ariberti, stendendogli la
mano.--Le do la sinistra; è quella del cuore.
--Adesso poi mi confonde;--replicò il giornalista, che sentiva davvero
un po' di rimorso.--Al secondo gentiluomo che avrò la disgrazia di
offendere, sappia, signor Ariberti, che io pagherò tutti i miei debiti
in una volta.
--E mantenne la parola, o fu il caso che gliela fece mantenere, perchè
un anno più tardi, trovatosi a un altro di que' frangenti, ne toccò
lui una coi fiocchi, che gli rovinò a dirittura una mano.
--Già,--dissero i maligni, che le serbavano gelosamente ambedue, e la
pancia pe' fichi,--tanto va la gatta al lardo, che ci lascia una
zampa.--
Comunque fosse, caso pensato o no, il poveraccio passò nel numero
degli invalidi. Brutta cosa per un giornalista, imperocchè, a sollievo
di questi soldati del pensiero, non c'è pur troppo una Casa Real
d'Asti.
Il duello dell'onorevole Ariberti aveva fatto tutto quel chiasso che
era naturale facesse, trattandosi d'un deputato. Ne parlarono tutti i
giornali, ognuno a modo suo, ci s'intende e la casa del ferito eroe fu
assediata da visitatori, tempestata di lettere e carte da visita.
Una di queste gli diede molto da pensare, e aggiungerò che gli fece
battere il cuore. Il nome appariva diligentemente raschiato col
temperino; ma sopra quei segni parlanti della modestia, o del timore,
si vedeva ancor una corona rialzata di tre fioroni in vista e di due
punte sormontate da perle; corona di marchese, come vedete, anzi di
marchesa, come bisognerebbe dire nel caso particolare. Infatti, quella
cartellina doveva venirgli da una donna; lo diceva la necessità, o
l'artifizio, di tenere il nome celato; lo diceva una fragranza di
violette che spirava dalla sopraccarta; lo dicevano le poche parole
vergate sul cartoncino di Bristol, con una mano di scritto, sottile,
elegantissima, che non era sicuramente d'un uomo.
«Guarite presto;--diceva la cartellina misteriosa;--c'è chi lo
desidera ardentemente e vuol rivedervi».
Rivederlo, dove? Probabilmente alla Camera.
E il pensiero di Ariberti corse ad una certa tribuna, dove, nelle
occasioni solenni, si vedevano parecchie dame; e tutte, in apparenza,
di alto bordo. Certo, la scrittrice del misterioso viglietto era una
di quelle, e una voce arcana gli venìa bisbigliando che fosse per
l'appunto una bellissima fra tutte, che egli aveva già veduta
parecchie volte colà, e per la quale egli aveva sfoderata tutta la sua
eloquenza, in quella medesima guisa che un attore sul palcoscenico
sceglie tra tutte le gentili che lo ascoltano e lo ammirano, una dama,
una sola, e per lei s'infiamma, per lei si commuove, per lei trova
l'accento della verità, della passione, senza che ella lo sappia, o lo
sospetti neppure.
Il lettore discreto ha già capito perchè l'onorevole Ariberti avesse
perduto la pazienza all'attacco del giornalista e alle sue velate
allusioni. E il lettore sullodato capirà eziandio che, lette a mala
pena quelle poche parole nel viglietto profumato, il nostro Ariberti,
sempre giovane, quantunque già da parecchio tempo trentenne, non
vedesse l'ora e il minuto di abbandonare quel suo riposo forzato per
recarsi alla Camera.
Si guarisce presto quando non si ha gran male, ed anche più presto
quando si ha fretta di guarire. Anche i medici dell'antica scuola
dànno una grande importanza alle buone disposizioni dell'animo nella
cura delle malattie. La ferita del nostro onorevole non era anco
cicatrizzata, che egli col suo braccio al collo, se ne andava alla
Camera. La scusa ce l'aveva bell'e pronta. Si trattava appunto allora
di un grave negozio, e il bene del paese doveva passare avanti ad ogni
considerazione di salute. Non si era egli dato il caso di deputati che
erano andati in portantina all'assemblea, per dare il loro voto in una
quistione di rilievo? E perchè l'onorevole Ariberti avrebbe negato a
quella discussione i fiume della sua eloquenza, colla magra scusa di
una sciabolata, che gli aveva reciso un ramo d'arteria e un piccolo
fascio di muscoli?
Quel giorno l'onorevole Ariberti improvvisò il più felice de' suoi
discorsi. La sconosciuta ispiratrice della sua eloquenza assisteva
alla seduta, e l'oratore ebbe lampi di vera grandezza oratoria. Non si
poteva più argomentare perfidamente che egli avesse fatto una
transazione col potere, perchè gliene disse di tutti i colori; e con
ragione, essendo che il potere, nella quistione di cui si trattava, e
in altre parecchie, aveva fatto spropositi da pigliar colle molle. Chi
fa falla, si poteva rispondergli; ma egli avrebbe potuto replicare:
chi non fa sfarfalla. Ora, che necessità c'era egli pel paese, che
seguitasse a fallare la destra?
--Farete meglio voi!--gridò ironicamente una voce dalle file
ministeriali, ad un certo punto del discorso di Ariberti.
Povera voce, capitata in mal punto! L'oratore afferrò l'interruzione
in aria, e, come fa il giocatore che coglie il pallone di posta e ti
fa una volata, schiccherò senz'ombra di sforzo un vero e compiuto
programma di governo, che fece rompere in un plauso unanime e
prolungato le tribune, con gran rabbia del presidente, che si affrettò
ad ammonirle e a minacciare lo sgombero. Anche i colleghi applaudirono
e gridarono bravo più volte; e non solamente colleghi di sinistra, ma
(_horresco referens_) qualcheduno dell'estrema destra e del centro.
Arcana potenza del vero, quando è detto bene! L'arca santa del governo
se ne andava miseramente a rifascio.
Il ministero fu pronto alle difese; fu anzi troppo pronto. Meglio
avrebbe fatto ad aspettare un giorno, per lasciare che sbollissero gli
entusiasmi, e per aver tempo a raggranellare argomenti, o pretesti.
Così di lancio, la risposta parve troppo infelice, e mostrò anche i
lati deboli. Un fatto personale, a cui molto imprudentemente fu
aizzato l'Ariberti, diede occasione a quest'ultimo di tornare
all'assalto e di menare un colpo decisivo al nemico.
Fu una, giornata campale; per la sinistra, che riposò, come suol
dirsi, sul campo di battaglia; per l'oratore, che di tanto in tanto
aveva potuto dare una sbirciata alla tribuna diplomatica e veder la
sua bella sconosciuta, che non perdeva una sillaba delle parole di
lui.
L'onorevole Ariberti aveva ricevuto le congratulazioni e le strette di
mano di tutti i suoi amici politici. Uno dei più caporioni, proprio
quel tale che gli aveva dette le parole agrodolci riferite più sopra,
gli si accostò nello scendere le scale del palazzo Carignano, e,
ficcando con atto di gran degnazione il suo braccio sotto quello che
il nostre Aratore aveva libero e sano, gli bisbigliò all'orecchio:
--Egregiamente! Il ministero è sconfitto. Ma tu avevi bisogno davvero
d'esser toccato un pochino.
--Che cosa intendi di dire?--chiese Ariberti, voltandosi a mezzo e
corrugando le ciglia.
--Ma sì! ma sì!--rispose quell'altro scuotendogli il braccio
amichevolmente, per temperare l'effetto della osservazione;--come un
cavallo generoso, a cui basta di sentire a mala pena lo sprone.--
Ariberti crollò sdegnosamente le spalle. E fu, come potete
immaginarvi, un delitto di lesa maestà partigiana.
I fatti non tardarono a dimostrarglielo. Il ministero era caduto,
sotto il peso d'una votazione solenne, provocata dal discorso di
Ariberti e da un ordine del giorno dei soliti deputati che hanno la
privativa di queste manifatture. Era dunque naturale che i capi del
partito, invitati dal Re ad imbastire un nuovo ministero, dovessero
far capo anche a lui e offrirgli un portafoglio, d'importanza non
superiore alla sua gioventù, ma pur sempre dovuto a' suoi meriti ed al
servizio reso in quella occasione. Così portava la consuetudine, così
voleva la decenza. E difatti l'onorevole Ariberti fu cercato e
pregato, ma fiaccamente, a fior di labbra, dai capiparte sullodati. Ci
si vedeva chiaro che, se avessero potuto sgabellarsene, gli sarebbe
parsa la man di Dio, a quei valentuomini.
Le pratiche durarono parecchi giorni, senza venire a conclusione.
Questi voleva troppo, quegli niente; uno nicchiava, e l'altro pigliava
tempo a pensarci; intanto i giornali del partito avversario dicevano
roba da chiodi, accusavano la sinistra di aver fatto nascere una crisi
senza aver senno e virtù di scongiurarla. I caporioni se ne mostravano
dolentissimi; ma come fare? I portafogli più ragguardevoli potevano
già considerarsi come accettati, ma a patto che il ministero riuscisse
veramente omogeneo; il che voleva dire che i portafogli meno
importanti fossero dati ad amici intimi di coloro che accettavano i
principali. A lui, Ariberti, si sarebbe pure voluto dare il portafogli
della pubblica istruzione: ma non lo si poteva, senza scontentare il
ministro delle finanze, che si voleva a quel posto un amicissimo suo.
C'era il portafoglio dell'agricoltura e del commercio, colla giunta
della relativa industria; ma per quell'ufficio appariva già destinato
un pezzo grosso, a cui non si poteva in coscienza dare altro ufficio,
e che neppure si poteva lasciar fuori. Era una zucca al vento, ma
aveva i quattrini a palate; e poi, in gioventù aveva stampato una
monografia sui cocomeri e coltivato nei suoi poderi la canna di
zucchero; laddove lui, Ariberti, non aveva piantato che qualche carota
nel campo fertilissimo della stampa.
Infine non c'era verso di accozzare otto uomini di buona volontà,
quantunque fosse da credere che tutti dovessero averne un desiderio
stragrande. Allora il nostro Ariberti incominciò a mangiare la foglia
e ad intendere che i suoi amici erano di gran fintacci. E perchè dal
canto suo non aveva quella voglia spasimata di diventar un'eccellenza,
che anzi il pensiero di un nuovo ed altissimo ufficio gli aveva già
fatto venire la stanghetta al capo, si provò a supplicare i suoi
nobili amici, che volessero lasciarlo in disparte. Essi per contro non
si provarono nemmeno a sconsigliarlo per debito di cortesia, e colsero
la sua rinunzia a volo. E allora il nuovo ministero, così difficile a
farsi, uscì come per incanto dal limbo; il giorno dopo era annunziato
sulla _Gazzetta Ufficiale_.
Il ministro fallito ebbe campo di meditare a sua posta sulla
ingratitudine degli uomini in generale, e degli amici politici in
particolare. Povera sua eloquenza, come l'avrebbe spesa male, se
l'avesse spesa tutta pei loro begli occhi! Fortunatamente, come
sappiamo, non era così; ma in fin dei conti, quei signori non ne
sapevano nulla delle sue sorgenti d'ispirazione e dei suoi intenti
romanzeschi, nè era lecito a loro di trattarlo in quel modo.
A fargli sentire maggiormente la botta, aiutava qualche noterella di
giornale, in questa forma agrodolce:
«Alcuni giornali, per la smania di precorrere gli eventi e per dare il
ministero composto, hanno raccolto la voce che un portafoglio fosse
stato offerto a qualcheduno dei più giovani deputati dell'opposizione.
Certo, se qualche discorso bastasse a meritare l'altissimo ufficio di
governare il paese, i nostri confratelli avrebbero avuto ragione a
presentare come una notizia certa le voci senza fondamento a cui
alludiamo. Ma egli non è per fermo da questi lievi titoli che si
desumono le ragioni della scelta di un ministro, bensì dai lunghi
servizi resi alla causa della libertà e dalla autorità con essi
acquistata nel paese. La composizione del nuovo gabinetto, che fu
appunto difficile pel cozzo di tante voci premature, dimostra che noi
eravamo ispirati ad un giusto sentimento delle necessità odierne,
quando mettevamo in sull'avviso i lettori, contro queste voci di
piazza, che si ripetono ad ogni crisi e fanno perdere un tempo
prezioso, con grande soddisfazione dei nostri avversarii. Ma
perdoniamo a questi ultimi; poverini! è l'unica che loro rimanga».
Oppure un'altra noterella, così concepita:
«Gli organi del ministero caduto fanno le meraviglie che non sia stato
offerto un portafoglio all'on. nostro amico Ariberti. Questi giornali
giudicano del partito nostro dalla pochezza d'uomini del loro.
L'opposizione, sel sappiano, è forte, e ricca di preziosi elementi. Ma
i portafogli non sono che nove, ed essa non ha potuto dare ai suoi
avversarii la consolazione di vederli accrescere, per contentare
ambizioni e vanità, che dopo tutto non allignano nel suo seno. E
restringendoci a parlare dei nove eletti dalla fiducia sovrana, chi
può dire non essere eglino per l'appunto coloro che avevano maggiori
titoli all'alto incarico, come li hanno indubitabilmente alla
gratitudine del paese?».
Il secondo articolo era meno scortese del primo, ma l'uno commentava
l'altro, e venivano dalla medesima fonte ambedue.
Ariberti perdette la pazienza e commise l'errore di lagnarsi co' suoi
nobili amici di questa scortesia che gli usavano i loro portavoce. Ma
i nobili amici stettero alti con lui e se la cavarono con poche
parole, donde traspariva il desiderio di non essere seccati per così
piccola cosa. I nuovi ministri già avevano sentita la carica.
Allora il nostro deputato capì che non c'era a sperar nulla da loro,
e, non potendo pigliarsela coi giornali, per non aguzzarsi il palo
sulle ginocchia, si tirò in disparte, ad aspettare gli eventi. Del
resto, non era lui che si ritirava, era il ministro che lo respingeva,
e quella posizione lontana a cui dovette ridursi Ariberti può
considerarsi come un effetto della spinta ricevuta. Il ministero, dal
canto suo, liberatosi dal debito di gratitudine che aveva con lui, lo
dimenticò facilmente. Ben altro aveva da fare in que' giorni. C'erano,
verbigrazia, tanti nemici da accarezzare, che doveva parer naturale,
se il nuovo gabinetto non trovava il tempo e il modo di indorare la
pillola a qualche amico scontento.
Il lettore si annoierà a leggere queste cose, come io mi annoio a
raccontarle. Ma egli ed io dobbiamo pure mandarle giù in santa pace.
Questa è la storia; ed è storia altresì che il nuovo ministero durò a
mala pena tre mesi. Composto di vanità, nato per dispetto, senza amici
divoti, senza oratori di polso, senza nuovi concetti, non poteva
certamente durare di più, e doveva far gioco ai suoi avversari,
quantunque per tanti rispetti meno accettabili di lui.
Ariberti non lo sostenne, e fu peggio. È vero che lo avevano quasi
respinto dal grembo della nuova chiesa, lasciandogli intendere che non
era necessario. Ma in politica le vie di mezzo non servono; o stare ad
ogni sbaraglio, e aver le pedate in conto di gentilezze, o romperla
apertamente dicendo le sue brave ragioni. Ora egli non aveva saputo
fare una cosa, nè l'altra. La indipendenza sua lo condusse due volte a
votare insieme col partito sconfitto, e i caporioni di questo gli
fecero qualche invito, a cui egli non rispose nè sì, nè no, restando
«tra color che son sospesi». E quando i vecchi ministeriali tornarono
al governo, rammentarono facilmente per colpa di chi erano caduti. Nè
egli era uomo da offrire guarentigie di mutati propositi, nè essi eran
uomini da domandargliene.
Così stette colle mani alla cintola, vegetando nel suo scanno «senza
infamia e senza lodo». E poichè cito Dante per la seconda volta,
ricorderò il caso di lui, che dovendo spartire tra inferno, purgatorio
e paradiso, un certo numero di suoi conoscenti, si trovò poi con
cinque o sei personaggi di minor conto, che non sapeva dove mettere, e
te li lascio bravamente nel vestibolo, non senza averli bollati con
due o tre versi roventi, che fanno ancora frizzar loro le carni.
Per Ariberti non era il caso; ma è certo cionondimeno che egli non
apparteneva nè all'inferno, nè al paradiso, nè al purgatorio
parlamentare, cioè a dire alla sinistra, alla destra ed al centro.
Andava diventando un deputato _sui generis_ e non al tutto per colpa
sua.
--Che volete?--si diceva di lui.--È un originale, un cervello
bislacco. Ingegno, sì, e molto; ma una superbia... una superbia!--
E, con queste caritatevoli invenzioni, gli facevano il vuoto dintorno.
A furia di sentirselo a dire, finì col credersi anche lui un
superbioso di tre cotte. Di tanto in tanto faceva un discorso, ma
concludeva poco, perchè non serviva a nessuno. E lo aveva preso un
tedio invincibile della vita parlamentare, come già di tante altre
bellissime cose.
Tedio, moralità di tutte le favole umane!