In cui è dimostrato, contrariamente al proverbio, che chi non cerca
trova.
La serata a benefizio di Giselda Szeleny venne finalmente, per
accrescer le cure e l'ansietà dell'innamorato che ormai si era fatto
più molesto di un padre di ballerina, o d'un marito di prima donna
poco assoluta. Già, di studii universitari non si parlava da un pezzo;
anche il suo dramma, finito a Dogliani, che doveva essere posto in
scena in quel medesimo inverno per grazia profumata di un capo-comico
di terz'ordine, era lasciato affatto in balìa degli attori. Ariberti
non vedeva più altro fuorchè le faccende di Giselda, non si curava più
d'altro fuorchè delle sorti d'una serata, a cui mancava il più sicuro
fondamento, cioè l'entusiasmo del pubblico. Non avrebbe fatto quel
mestiere di galoppino per tutto l'oro del mondo; e lo faceva in cambio
per nulla. Ma chi nol sa? L'amore come la fame, piega gli uomini ad
ogni sorte d'uffizi.
Per far numero in teatro, aveva preso in affitto quella sera un palco
di seconda fila, e si era invitata presso di lui la signora Maria,
coll'amminicolo della zia e d'un vecchio parente, o amico di casa che
fosse, della categoria dei personaggi che non parlano. Questo onore
sulle prime non gli andava molto a' versi, ed era rimasto perplesso
mettendo fuori il dubbio che probabilmente non avrebbe trovato un
palco degno di ospitare la _grande demoiselle;_ ma Giselda aveva
mostrato piacere che la cosa andasse per l'appunto così, ed egli, che
il palco se lo era già accaparrato, aveva finito col dirle: _et cum
spiritu tuo_ o qualche cosa di simile.
Eccolo dunque colla signorina Mary (ho detto signorina? orbene
lasciamola andare), che faceva uno sfoggio meraviglioso di trine, di
svolazzi, e d'altri fronzoli donneschi, nel suo palchetto di seconda
fila. Era bella, più bella del solito in quella sera, l'inglesina di
Nizza. Ho già detto che la sua era una bellezza un po' dura; ma debbo
soggiungere che lo sfarzo delle vesti, la luce del teatro e la
soddisfazione di stare là in vista come una regina seduta sul trono,
l'avevano trasfigurata senz'altro.
Una cosa notò Ariberti, che doveva notarne tante in sua vita; vo' dire
la disinvoltura con cui certe donne accolgono i servigi di un uomo,
che pare gli facciano grazia, e lo contano nulla, lì per lì, o poco
meno di nulla, salvo a contarlo assai da un momento all'altro, senza
una ragione sufficiente di quel cambiamento d'umore. Infatti, per
allora, il cavaliere della bella nizzarda non contava niente più del
personaggio muto che aveva accompagnato la zia. In quel palchetto si
pigiavano e si succedevano le visite, e lui, l'accompagnatore e
l'ospite, doveva rimanere per necessità della carica, ma risospinto ad
ogni nuovo arrivo e dimenticato a dirittura in un angolo.
Inoltre, tutti quei farfalloni facevano un chiasso del diavolo non
permettendo nemmanco di mettere un po' d'attenzione allo spettacolo.
Mary qualche volta si provava a dar loro sulla voce ma con un tono che
dava ansa a far peggio.
--Signori, sentiamo la cavatina, vi prego; è così bella!
--Sì, se fosse bene cantata.
--Non ne sapete ancor nulla. Stiamo dunque un po' cheti.
E gli altri a sorridere maliziosamente, a far boccacce, fino a quel
segno che consentivano le buone creanze, ed anche ad esprimere più
apertamente i loro riveriti dubbi intorno al merito della cantante.
Non avevano poi tutti i torti; ma infine, perchè scegliere appunto
quel palco per loro tribunale? Ariberti, non potendo rimbeccarli senza
mancar di rispetto alle dame, fremeva in silenzio e si mordeva le
labbra. E vedete combinazione: anche Maria difendeva fiaccamente
l'amica; anzi peggio, la difendeva in modo, da farlo schiattar lui
dalla rabbia.
--Signori,--diceva l'inglesina, assumendo un'aria d'autorità, che
rasentava la celia,--vi proibisco di trovar difetti nella signora
Szeleny. È la mia migliore amica, ed io non posso ascoltarvi.--
Venne finalmente la grand'aria di Giselda, e qualche applauso della
platea, aiutato coi gesti dal palco di Mary, che aveva voluto dai suoi
visitatori quell'atto di compiacenza, permise ai servi di scena di
farsi avanti coi mazzi di fiori e col vassoio d'argento, su cui era
posato quel tale astuccio di gioielli che i lettori conoscono. I mazzi
erano quattro, e tutti del povero Ariberti, che si era proprio
spartito in quattro, per far comparita in quella solenne occasione.
--Quattro mazzi! Di chi saranno?--si domandava nel palco.
--Ecco,--rispose l'inglesina,--uno è mio.--
Non era vero, come Ariberti sapeva per prova; ma un'occhiata che gli
diede, o per dir meglio, che gli gittò in fondo al palco la giovane,
lo fece complice di quella audace bugia. Quell'occhiata pareva dirgli:
vedete, dico così per non farvi sfigurare; ringraziatemi.
--Il secondo,--soggiunse Mary,--è del mio gentil cavaliere, che
partecipa alla mia ammirazione pei meriti di Giselda. Il terzo
dev'essere dell'avvocato Germani, compitissimo gentiluomo, come
saprete...
--Non c'è che dire; ma il quarto?
--Il quarto... non saprei. Aspettate; potrebbe essere del cavaliere
Roberti.
Lo studente sorrise, nascosto nell'ombra, che sbattevano i festoni di
seta sul fondo del palco.
--Con una piccola variante nel nome,--disse egli tra sè,--la notizia
potrebbe esser vera.--
E pensò con piacere che il cavalier Roberti non aveva mandato nulla a
Giselda; segno evidente che era messo fuori di speranza e avea preso
il broncio con lei.
Intanto i curiosi continuavano ad almanaccare.
--E quell'astuccio di velluto, che cosa conterrà?
--Scommetto che è un finimento di filigrana genovese.
--No, è troppo piccolo; ci ha da essere un dono più prezioso.
--Diamanti?
--Eh! piccolini, s'intende.
--Chi lo avrà regalato?
--Altro mistero!
--Qualche volta sono astucci vuoti, per far restare di stucco i
compagni del palcoscenico.
--Eh via! Come se i compagni di palcoscenico non domandassero di
vederci dentro!
--È, vero; correggo la frase. Si tratta invece di un solo ed unico
monile, che figura su tutte le piazze. È il dono di un primo
protettore, e non fa che andare e tornare dalle valigie della signora
alla ribalta, e dalla ribalta alle valigie.
--Che supposizione!--esclamò la signora Mary.--Non vi vergognate? Qui
poi non è il caso.
--Signora, parlavo sui generali;--rispose il Don Marzio che aveva
sofisticato a quel modo.--Del resto, l'astuccio regalato alla vostra
amica non può venire che dal più ricco de' suoi conoscenti.
--Chi lo sa? che cosa intendete per ricco?
--Non già un milionario;--disse di rimando il maligno;--mi basta assai
meno; supponiamo un cavaliere Roberti.
--V'ingannate; so io chi ha mandato l'astuccio, e non è il cavaliere
Roberti;--replicò l'inglesina troncando il filo alle supposizioni dei
suoi cavalieri.
Un'altra occhiata in fondo al palchetto diceva intanto ad Ariberti; vi
servo bene? Non era molto, per verità, quel che aveva fatto la signora
Mary; cionondimeno il giovinotto gliene fu grato.
Così la complicità era assicurata; una bugia da una parte, un servizio
dall'altra, e Ariberti era in trappola. La signora Mary pose il colmo
alla sua bontà, applaudendo nell'ultimo atto e facendo applaudire
Giselda a tutta forza dai cavalieri che erano in visita presso di lei.
Ma ohimè, il teatro era vasto, e non c'erano in molti a sostener
l'onore delle armi della signora Giselda. La platea si scaldava poco,
e il chiasso degli assoldati, dei compiacenti e dei matti, le tre
categorie di entusiasti a freddo nei teatri italiani, presentava molte
lacune, lasciava sentire lo scalpiccìo, i colpi di mazza nelle panche,
i boati; tutti rumori che aiutano in un pieno d'orchestra, ma che,
uditi da soli, o quasi, vi danno il medesimo gusto d'un concerto di
contrabbassi.
Come Dio volle, la tortura morale a cui era stato sottoposto per quasi
tre ore il nostro eroe, giunse al suo termine. Giselda ebbe tre
chiamate al proscenio; molto contrastate, è vero, ma le ebbe, e tutti
giornalisti teatrali potevano oramai registrarle per sei nel libro
della gloria, tenuto da essi accanto a quello degli abbonamenti. I
visitatori ad un per uno se n'erano andati, rispettando i diritti dei
cavalieri serventi, e dopo di loro uscivano Ariberti e il personaggio
muto dando il braccio alle dame, o pedine che fossero; perchè io non
ci ho predilezione per un vocabolo sopra l'altro, e lascio libera la
scelta ai lettori.
Ariberti avrebbe desiderato di poter rimanere nell'atrio del teatro,
per aspettare Giselda all'uscita. Ma come fare? Aveva ordinate
signorilmente le cose, e una vettura di piazza, attendeva le dame, che
per tal modo avrebbero potuto andare a casa da sole, o tutt'al più
accompagnate dal personaggio di cui sopra. Ma ecco che all'ultimo
momento, e proprio lì sul montatoio, un'idea stravagante saltò in
testa all'inglesina.
--Andiamo a piedi?--chiese ella, ricusando l'aiuto che Ariberti le
offriva per farla salire in carrozza.--il tempo è così bello!
--Ma freddo;--disse la zia, che già era comodamente seduta sul
cuscino.
--Bene; allora va tu, cara zia; il signor Arnaudi avrà la bontà di
tenerti compagnia. Noi proseguiremo a piedi. Io sento proprio il
bisogno di fare due passi; l'_école buissonière_,--soggiunse ella in
francese a bassa voce volgendosi ad Ariberti, che era rimasto lì
impacciato come un pulcino nella stoppa.
La zia doveva esser avvezza a questi capricci della nipote, perchè non
si provò nemmeno a far contro, con uno dei soliti _ma_ delle zie.
Quanto al signor Arnaudi, egli non venne meno alla sua fama, e, muto
come un pesce, salì in cocchio, felice in cuor suo di aver guadagnato
il posto buono.
La carrozza si allontanò, e la signorina Mary chiudendosi nella sua
mantellina, si strinse al fianco del suo cavaliere, prima ancora che
egli avesse pensato ad offrirle il suo braccio.
Andarono un tratto, silenziosi; ella aspettando che Ariberti parlasse,
egli non sapendo che dirle. Finalmente, veduto che egli non avrebbe
aperto bocca, ella si pose a rompere il ghiaccio.
--Ho voluto tornare a piedi,--gli disse,--perchè ho da parlarvi.
--A me?--domandò egli, dando involontariamente un sobbalzo.
---A voi, sì; e a chi altri, di grazia?--ripigliò essa con accento tra
stizzoso ed ironico.
--Ma, scusate, volevo dire... di che?
---Eccone un'altra che vale la prima! Avreste forse paura?
--Io... No, signora; e perchè dovrei aver paura, con voi?
--Ma! che ne so io? Voi altri uomini siete così originali, alle volte!
Del resto, per farvi vedere che non c'è da tremare in compagnia della
_grande demoiselle,_
--Come? sapete?....
--So il nome che mi avete dato parlando con Giselda, e mi piace. È il
soprannome d'una principessa di Francia, ed io mi sento principessa la
parte mia; anzi, starei per dire che lo sono tutta quanta. Ma torniamo
al fatto; non dovete temere nulla da questo colloquio, perchè si
parlerà di Giselda. Ella vi preme tanto, che io spero...--
La reticenza di Mary non fu colta a volo, e nemmeno a passo ordinario,
dal giovine Ariberti, che stette muto a sentirla, come se non fosse
affar suo. Era un principio di transazione della sua coscienza colla
cortesia naturale in un cavalier servente? Se noi possiamo
interpretare in questo modo il silenzio di Ariberti dovremo anche
aggiungere che quella transazione doveva portarne dell'altre con sè.
Queste cose son come le ciliege, che una tira l'altra, e a poco per
volta vi corre anche l'albero.
--Non rispondete?--esclamò l'inglesina, scuotendogli dispettosamente
il braccio.--Ma che razza di uomo siete voi mai?
--Io signorina?--chiese egli, coll'aria di un uomo che fosse cascato
allora allora dalle nuvole.
--Voi, sì, voi. Ma sapete, signor mio, che c'è da disperarsi davvero
per una donna che vi ha fatto l'onore di accettare la vostra
compagnia?
--Oh signorina, non mi giudicate male, vi prego. Intendo l'onore che
mi fate, e non dimenticherò mai la prova di fiducia che mi avete dato.
--Bene! che c'entra adesso la fiducia? Io non sono mica una donna
fragile, che abbia bisogno di fare assegnamento sul rispetto di un
uomo, e all'uopo saprei difendermi da per me contro un tentativo di
rapimento. Non mi fate dunque un merito d'una debolezza che non ho.
Nei casi dubbi,--soggiunse ella ridendo,--io non riporrei mai la mia
fiducia fuori di me. Non sono già come voi, che vi buttate sempre là
ad occhi chiusi...
--In che cosa? e come potete voi asserirlo?--chiese stupito Ariberti.
--Eh, per quel poco che vi conosco. Siete così giovane!
--Orbene, l'esser giovane è forse un difetto?
--In sè stesso, no; ma alla vostra età si hanno i difetti... dell'età.
E bisogna trovare gli amici, che vi aiutino coi loro consigli a
correggerli.
--Se potessi sperare di aver trovato quest'amico...
--Donna, non è vero?
--Ci s'intende. Da un labbro di donna, consiglio, o rimprovero, non
torna mai dispiacevole.
--Bene, non siete permaloso. Io vedrò dunque di darvi il consiglio.
Del resto, è appunto per ciò che ho voluto parlarvi a quattr'occhi....
Voi siete giovane, l'ho detto; avete ingegno; la vostra famiglia è
ricca... Non molto ma infine, vi fa vivere nell'agiatezza e voi non
avete a lagnarvi della sorte. Siete avviato ad una professione
indipendente; non siete antipatico...
--Grazie!
--Oh, non lo dico perchè abbiate ad insuperbirne, o a pensare Dio sa
cosa di me. Io, del resto, sono senza pericolo per voi, che siete
innamorato...
--Signorina, e chi vi dice?...--
Per intendere questa domanda di Ariberti, bisognerà vedergli un po'
dentro. Egli non aveva parlato con nessuno del suo amore per la
signora Szeleny, e poteva, fin ad un certo punto doveva nasconderlo, o
almeno incocciarsi a non ammetterlo per vero. Ma questo sarebbe stato
naturale in lui se avesse avuto dieci anni di più, con tutta
l'esperienza e la gravita che portano quei due lustri benedetti nella
vita di un uomo. La sua domanda muoveva da un altro pensiero, indicava
anch'essa una di quelle piccole transazioni che si fanno con una
donna, per quanto poco c'importi di lei. È istintivo nell'uomo di non
confessar mai ad una donna, l'amore che si porta ad un'altra. C'è egli
in fondo del cuore un secondo fine, un «non si sa mai» appiattato?
Ecco un'altra delle cento mila cose che non so. Ordinerei volentieri
un plebiscito, per sapere a questo proposito l'opinione dei miei
riveriti lettori.
E notate; se quel «non si sa mai», si appiattava in una piegolina del
cuore di Ariberti, egli non ne sapeva un bel niente. La domanda gli
era venuta spontanea, senza dirgli, o lasciargli intendere, qual
sentimento gliel'avesse sospinta alle labbra.
--Signorina, e chi vi dice?...
--Ma tutto il vostro modo di procedere;--rispose la sdegnosa
inglesina.--Del resto, si capisce; Giselda è bella, non è vero?
--Sì.
--Intelligente.
--Sicuro.
--Buona.
--Sì, buona davvero!
---Eppure, vedete, quella donna non è fatta per voi, o, per esprimermi
più veramente, non siete fatti l'uno per l'altro.
--E la ragione?--balbettò egli confuso.
--La ragione? Ce ne sono parecchie. Anzitutto, la disparità degli
anni; poi quella delle condizioni. Parliamoci chiaro e non abbiamo
paura delle frasi; voi non siete così ricco per lei, da poter essere
un protettore, o un marito. Ne convenite?
--Sì;--mormorò il giovine chinando umilmente la fronte.
--E... per amante,--proseguì l'implacabile inglesina--per amante, poi,
credo che le sareste più assai di impaccio che d'aiuto, nella carriera
artistica ch'essa è costretta a percorrere.--
Ariberti rimase ad un tratto in silenzio. Indi alzando la faccia e
volgendosi a lei come spinto da un pensiero improvviso le disse:
--Vi ha ella incaricato di parlarmi in tal guisa?
--Che dite voi ora? Io non porto imbasciate per conto di
nessuno;--rispose ella con piglio severo, e scotendo la sua testolina
per modo che il cappuccio della mantellina le si arrovesciò sulle
spalle.
--Scusate, vi prego!--ripigliò Ariberti con aria contrita, mentre si
faceva a ravviarle il cappuccio sulla testa, ma senza riuscire nella
impresa, e brancicando involontariamente i classici avorii del
collo.--Ho detto una sciocchezza e me ne pento. Ma perchè, diamine, la
m'è venuta alle labbra? Amo io, dopo tutto, la signora Giselda? È
bella, ne convengo, è cortese con me come lo è con tutti coloro che
frequentano la sua casa; ed è per questo che si sta tanto volentieri
presso di lei. Ma se io fossi innamorato, mi sembra che a quest'ora
sarei felice, o sarei morto senz'altro. Sì, proprio deve essere così;
aggiunge Ariberti riscaldandosi in quel pensiero che gli era venuto lì
per lì nella mente; questo è il mio modo di sentire e non potrei
mutarlo per nessuna donna del mondo, foss'anco cento volte più bella e
più amabile di lei.
--Badate di non ingannarvi!--notò argutamente la inglesina.--L'ardore
che mettete a negare una cosa, che non sarebbe poi nè un delitto nè
una sciocchezza, potrebbe dimostrare che avete ancora bisogno di
persuader voi medesimo, anche prima di farlo credere agli altri.
--No, no, sono intimamente persuaso di quello che affermo. Se fosse
diverso, il cuore me ne avrebbe avvertito. Non vi pare?--chiese egli,
appoggiando la sua interrogazione con una stretta al braccio di
Mary.--Del resto, voi stessa, che in tutta questa vicenda sareste
neutrale e per conseguenza imparziale, avete sentenziato giustamente
sul caso nostro. Io, come amante, sarei per la signora Giselda un
impaccio. Ora, io vi domando un po' di giustizia. Mi credete tal uomo
da non intendere queste cose? Un impaccio! lo credo bene. Ma io ho
cercato sempre di non esserlo per nessuno; figuriamoci poi per una
donna, mentre appunto colle donne bisogna trattare da pari a pari e
colla massima delicatezza. Io l'ho sempre intesa così e questo è il
mio carattere. _Aut Caesar, aut nihil._
--Il vostro carattere vi dà anche di parlar latino colle
signore?--esclamò la bella inglesina, ridendo, e mostrandogli, al
chiarore di un lampione, due file di candidissimi denti.--Badate; io
sono vendicativa; vi parlerò a mia volta in inglese, e faremo a chi ne
capisce meno dei due.
--Faccio le mie scuse umilissime; volevo dire: o tutto o niente. È
questa la mia divisa.
--Essa è anche la mia;--ripigliò la signora Mary, tornando sul
grave.--L'uomo che io amerò avrà forse da piangere meno di un altro,
ma io non patirò mai nemmeno l'ombra, il sospetto di una rivale.
--E,--disse timidamente Ariberti,--quest'uomo non è forse già trovato?
--No;--rispose ella con accento sicuro.
--Come? con tanti cavalieri pronti a buttarvisi ai piedi?...
--Che volete? Non ho gittato ancora il mio fazzoletto a nessuno. Sono
tutti vanagloriosi, e, con tutta la loro apparenza di serietà,
discretamente ridicoli. L'uomo che io amerò dev'essere modesto quanto
appassionato, prudente quanto fedele; insomma, un mondo di cose.
--Io non so se troverete tutte queste virtù riunite in uno
solo;--disse Ariberti;--so bene che ogni uomo dovrà augurarsele;
poichè sarà un uomo felice.--
Quella frase giulebbata era il meno che egli potesse dire ad una bella
ragazza che gli faceva le sue confidenze. Il lettore adunque non ci
veda, di grazia, un secondo fine. Ariberti aveva parlato per cortesia,
o se volete, per quella natural simpatia che nasce tra un uomo e una
donna, nella tranquilla libertà di un colloquio amichevole. Fa così
bene esser gentili! E un complimento ne tira così facilmente un altro!
Infine, che vi dirò? Il nostro eroe non mirava a far colpo; tirava in
arcata, faceva gazzarra, era in ballo, e ballava.
Tanto è vero cotesto, che come furono nella strada in cui abitava la
sua compagna, egli si dispose con molta disinvoltura al commiato.
--Eccovi a casa vostra;--le disse.--Mi toccherà augurarvi la buona
notte, senza avere udito tutti i buoni consigli che vi eravate
proposta di darmi.
--Vi premono davvero?--chiese ella fermandosi incontanente, e
guardandolo in volto con occhio scrutatore.
--Se mi premono! Dovete esservene accorta.
--Bene!--ripigliò l'inglesina;--passeggiamo ancora.
--Ma con questo freddo? E vostra zia che dirà?--
Maria sorrise, probabilmente dal candore che traspariva da quelle
parole del suo cavalier novellino.
--Non ho freddo;--rispose ella poscia.--Quanto a mia zia, non sa ella
che sono con voi?
--Ah, ella si fida dunque di qualcheduno? Non è dunque come voi?
--No, non è come me;--diss'ella, con un accento da cui traspariva il
dispetto d'essere colta in contraddizione;--del resto, volevo
rispondervi che mia zia conosce me quanto occorre per vivere
tranquilla; ma mi è parsa una risposta troppo superba, ed ho amato
meglio dare un po' di merito a voi. Ho fatto male?
--No, vi ringrazio. Andiamo dunque. Ma dove?
--La vostra strada, per andare a casa, qual'è?
--Io abito in piazza Vittorio.
--Benissimo; andiamo dunque verso la piazza Vittorio. Mi farete vedere
le vostre finestre, e poi torneremo a volo. Guardate un po' che
degnazione è la mia.
--Ma sì, davvero;--disse Ariberti inchinandosi di molto e alzando in
pari tempo il gomito, per modo che la mano della signora Mary si trovò
quasi a tiro di un bacio;---nessuna donna ha mai fatto tanto pel
vostro umilissimo servo.
--S'ha a credere?
--Ve lo giuro.
---Neanche Giselda?
--Neanche Giselda. Ma perchè lei più di un'altra? Io non l'ho mai
avvicinata nel suo salotto.
--Strano!--mormorò ella tra i denti, quasi volesse parlare da sè.
--Strano, che cosa?--domandò il giovine, a cui quella parola schiudeva
un mondo di vaghi sospetti.
--Nulla, nulla!--rispose ella schermendosi.--Ho io detto veramente
strano?
--Sì, lo avete detto. E in che modo è da intendersi? Parlate, via, non
mi tenete sulle spine.
--Ah, ah, la vi preme dunque un pochino, molto moltissimo.
--Aggiungete niente affatto, e il giuoco è finito. Io domandavo la
spiegazione di una parola oscura; ecco tutto.
--Orbene, ecco qua il senso vero della parola, poichè non voglio
lasciarvi colla impressione di aver tenuta a braccetto la Sibilla
Cumana. Mi è parso strano che Giselda, a cui siete tanto divoto,
Giselda che è così spesso in volta per le vie di Torino, non vi abbia
mai dato questa prova di fiducia.
--Che volete? Sarà come voi.
--Mutiamo i termini;--soggiunse Mary, dando una scossa dispettosa al
braccio di Ariberti;--dirò invece che non abbia fatto questa prova di
confidenza nelle sue proprie forze.
--Ah, e voi vi sentireste di farla?
--Sicuro che mi sentirei... Che specie d'irresistibile vi argomentate
voi di essere?
--Io, signorina? Io non mi argomento d'esser nulla. Si ciarla ed io fo
la mia parte. Venite dunque ora, e date questa prova di fiducia a me,
a voi, a chi volete insomma.
---No, no, ho scherzato;--disse la bella inglesina, troncando il
discorso;--contentatevi che io veda le vostre finestre, per sapere
dove augurarvi la buona notte, quando mi avrete ricondotta all'uscio
di casa mia.
--Come volete. Dicevamo dunque... Che cosa dicevamo?
--Che siete un capo ameno, e molto innanzi, troppo innanzi per la
vostra età.
--Or ora dicevate il contrario.
--Eh, mi sarò ingannata. Poi, chi sa? gli uomini son così stravaganti!
Timidi con questa, audaci con quella: chi li capisce?--
Ariberti sentì, argomentando dal caso suo, che l'inglesina toccava
giusto. Infatti, timido con Giselda, perchè innamorato, egli si
sentiva più libero, più disinvolto con Mary, che pure incominciava
maledettamente a piacergli, ma in un modo tutto diverso dall'altra.
Sì, lettori umanissimi, debbo confessarvelo. E voi, del resto, lo
avrete già capito a quella alzata di gomito, che fu come il batter
d'ali dell'uccellino che si addestra al volo; il mio giovane eroe non
sentiva impunemente la vicinanza di una bella ed elegante creatura,
circondata di tutte le fragranze della gioventù e della profumeria.
Alle corte, l'adoratore della altera marchesana di San Ginesio non
avea bruciato i suoi incensi sull'ara domestica della signora
Giuseppina Giumella? L'adoratore di Giselda faceva assai meno grave
caduta, sdrucciolando ai piedi della signorina Mary.
Dopo tutto, non esageriamo. Ariberti era in una condizione nuova e
difficile, come a dire sulla corda tesa, e non senza una certa voluttà
mista di timore, perchè la fortuna era lì, scherzevole e lusinghiera,
davanti a lui, ma c'era anche il pericolo di sentirsi mandare al
diavolo nel qual caso tutto gli andava a rovescio, e la lusinghiera
ingannatrice non avrebbe tralasciato di fare le sue confidenze a
Giselda.
Tutte queste probabilità, più o meno lontane, più o meno paurose,
passarono per la mente ad Ariberti in quella che si faceva a seguire
il fuoco fatuo sull'orlo dei precipizio. E perchè egli non era ancora
risoluto di andare innanzi o di tornare indietro, accettò senza sforzo
il cambiamento di discorso che ella mostrava di volere.
--Audace!--ripigliò il giovane per conto suo.--Non lo sono. La vostra
grazia m'incanta e meritate bene che anch'io vi faccia rispettosamente
un pochino di corte. Dite sinceramente che cosa pensereste voi di un
uomo il quale vi conducesse sospesa al suo braccio e non vi
dimostrasse colle parole e cogli atti di far differenza tra voi e...
la prima venuta?
--Ah, se fosse così!--esclamò la signora Mary sospirando.--Ma gli è
che io temo per l'appunto di esser come la prima venuta ai vostri
occhi. Chi sa, poi? Siamo quasi al buio, e potreste immaginarvi di
essere accanto a Giselda.--
Questa volta fu Ariberti che non potè reprimere un movimento di
stizza.
--E sempre Giselda!--gridò egli, alzando dispettosamente le
spalle.--Che cosa c'entra Giselda?
--C'entra sicuro. Nessuno mi leverà dal capo che voi l'amate.
--Vi ho già detto due volte che non è vero.
--Lo diceste anche mille, quell'astuccio, da solo, basterebbe a
provare il contrario.
--Quell'astuccio!... Ah sì, parliamone! Un dono che mi avete costretto
a fare voi stessa!
--Io?
--Sì, col vostro discorso di Moncalieri.
--Davvero?--diss'ella, con accento impresso d'ironia,--Proprio vi
siete deciso a far quella spesa per me?
--Certamente. Io non sono ricco... Lo avete detto voi. Mi contentavo
di regalare dei fiori, come avrei fatto per ogni altra dama a cui
fossi stato presentato e che avesse mostrato di gradirli. Ma voi,
signorina, mi avete posto in canzone, vi siete beffata de' miei doni
pastorali, mi avete messo al punto...
--Ah, gli è dunque per un semplice puntiglio che voi regalate gioielli
alle dame?
--Ma sì, per un semplice puntiglio. Capirete che a nessuno piace di
esser tenuto in quel conto che voi mostravate di tener me, quasi fossi
un pezzente.
--Ammettiamo dunque che la colpa sia mia;--ripigliò l'inglesina,
cedendo un po' di terreno al suo avversario.--Ma se si fosse trattato
di un'altra donna che non fosse l'amica mia, avreste voi fatto lo
stesso? Per esempio, avrei voluto vedere se lo avreste fatto per me.
--Anche per voi;--rispose Ariberti gittandosi a capo fitto nel
ginepreto, da cui tanto e tanto non poteva più distrigarsi;--dirò
meglio; a voi più che ad un'altra.
E il pensiero gli correva frattanto all'altra metà della somma
ottenuta da Arun-el Rascid, che minacciava di non volergli rimanere in
tasca più a lungo.
--Vi ringrazio;--disse la signora Mary, con voce così soave che più
non sarebbe stata una carezza.--Badate che ho scherzato. Io non
accetterò mai un dono simile se non dall'uomo che amerò.
--E dàlli, coll'uomo che amerà!--pensò Ariberti, stizzito contro
questo personaggio mistico che incominciava a dargli noia prima di
esistere.
Il giovinetto provava, rispetto a quel Tizio di là da venire, quel
medesimo senso che molti provano in una sala pubblica, mirabilmente
ornata di marmi e dorature, ma dove ci sia nella parete una nicchia
vuota, che fa venire la voglia di gridare via, metteteci un
grand'uomo, anche da dozzina, e facciamola finita una volta.
Così ragionando, e alternando i soliloqui col dialogo, Ariberti andava
speditamente lunghesso i portici di Po, colla bella inglesina
aggrappata al suo braccio. La gente che li vedeva passare così leggeri
e contenti sotto le arcate, stretti l'uno contro l'altra come i due
gemelli appiccicati di Siam, pensava: ecco due sposi novelli che han
fretta di giungere a casa. E tutti, poichè a quell'ora non c'erano
donne in volta, tutti invidiavano lo sposo, non lei.
Ma l'essere così vicini e il sostenere tutte quelle occhiate e
giaculatorie dei viandanti, non li custodiva mica dal freddo. Certi
buffi gelati scendevano tratto tratto dalla collina di Superga, che
non erano punto piacevoli, e la bella inglesina incominciava a
tremare.
--Avete freddo?--chiesele Ariberti.
--Un pochino.
--Torniamo indietro, se vi pare.
--No, no, ho promesso di venire a vedere le vostre finestre, e non
sarà mai detto che un po' di freddo mi abbia fatto mancar di parola.--
Intanto affrettavano il passo.
--Ci siamo;--disse il giovine, come furono alla svolta di un
angolo.--Se volete uscire di sotto ai portici, vedrete queste
meravigliose finestre. Vi avverto che non sono di buon stile. Vedete,
son quelle due là, nel mezzo.
--Ah, non è mica troppo alto.
--No; come vedete, è un secondo piano.
--Dovrete starci bene.
--Ma sì, abbastanza.
--C'è buio; non ci avete nessuno?
--Nessuno.
--Eh via! Volete darmela ad intendere.
--Nessuno, vi ripeto. Chi ci ha da essere? Del resto, venite su e
potrete sincerarvene.
--No, grazie; andiamo fin là a vedere il fiume. Sarà gelato.
--Che dite? gelato il Po?
--Gelo ben io!--disse ella, ridendo e rabbrividendo ad un tempo.
--Ah, vedete? E perchè non confessarmelo subito?
--Perchè il freddo mi pareva più sopportabile. Il più forte mi ha
preso or ora.
---Venite, torniamo indietro.
--Si;--rispose ella con un filo di voce.
E voltarono indietro; ma il freddo pungente le dava assai noia, ed
ella batteva i denti per tal modo che il suo cavaliere incominciò a
temere non fosse per accaderle di peggio.
--Chiudete bene la vostra mantellina;--le disse;--intanto sarà meglio
che entriamo sotto i portici. Ma che avete, Dio mio? Vi sentireste
male?
--Qui, qui;--rispose ella stringendo la mano al petto e arrovesciando
gli occhi con moto convulso:--mi manca quasi il respiro.--
Ariberti si spaventò davvero, come tutti coloro che si trovino in
simili casi la prima volta, e via, mettiamo anche la seconda e la
terza, poichè la vista di una donna che soffre, o mostra di soffrire,
fa sempre pena ad un'anima bennata.
Per fortuna, la sua abitazione era lì a pochi passi, ed il nostro
giovinetto potè condurre sollecitamente la sua donna al coperto. Ella
si lasciò trascinare, portar quasi sulle braccia, e non aperse più
bocca, direi quasi che non trasse più il respiro, fino a tanto non si
trovò nei quartierino di Ariberti. Egli, lesto come uno scoiattolo,
mise mano a quante carte inutili stavano nel canestro accanto al
camino, e le ficcò sotto la stipa, che, sentito il fuoco, levò
prontamente gran fiamma e scoppiettò allegramente, mandando per la
camera sprazzi di luce rossastra e di caldo.
Fornita questa prima parte del debito suo, Ariberti accostò una
portoncina al camino e vi fece adagiare la sua bella compagna, che
seguitava di tratto in tratto a rabbrividire. Voleva anche coprirle la
persona con un ampio coltrone, strappato dal letto; ma ella non lo
accettò, amando meglio scaldarsi al fuoco che divampava nel camino e
già incominciava a far sentire i suoi benefici effetti.
--Ecco una scappata che mi costa cara--diss'ella poscia, forse volendo
alludere a quel gran freddo che la aveva colta.
Ariberti s'inchinò su di lei con atto amorevole.
---Mi duole davvero,--diss'egli di rimando,--che per cagion mia... Ma
in fine...--
Voleva soggiungere: infine lo avete voluto voi; ma si accorse che
stava per dire una solenne bestialità, e si rattenne a tempo.
--Infine,--proseguì egli allora, mutando l'indirizzo della frase,--io
ci ho guadagnato il piacere di darvi ospitalità. Questa cameretta
quind'innanzi mi sarà sacra, per aver dato ricetto alla vostra
bellezza.
--Purchè non vi salti in capo di murarvi una lapide
commemorativa!--esclamò ella, coprendo con una allegra risata la
scabrosità della situazione.
--Ah bene!--gridò egli, tutto racconsolato.--Voi ridete; siamo dunque
fuor di pericolo.--
C'era ella stata davvero, in pericolo? Io non ardirei di affermarlo. E
forse, pensandoci su a mente fredda, non lo avrebbe creduto neanche
Ariberti. Ma là, a quel caldo, non bisognava guardarla tanto nel
sottile. Ad altro pensava Ariberti; pensava a via d'Angennes e gli
mordevano il cuore certi rimorsi! A quell'età, si capisce che ne
avesse ancora. Non poteva Giselda risapere il giorno seguente quella
sua scorribanda notturna? E con che coraggio si sarebbe presentato a
lei? Imperocchè, delle due l'una, o l'inglesina era una donna a modo e
avrebbe taciuto, ma lo avrebbe anche messo lui nel caso di dover
rinunciare a Giselda; o non lo era, e per vanità, o per chiasso,
avrebbe cantato senza fallo. Pregarla che stesse zitta; sicuro! La
cosa sarebbe stata davvero di buon gusto, a quell'ora!
Intanto, la furba inglesina andava pigliandosi spasso de' fatti suoi.
--Dite, mio bel signorino, vi sono io sempre antipatica?
--Voi? a me?--chiese egli confuso.
--Sì, io. Non è questa l'impressione che io ho avuto la disgrazia di
fare su voi?
--Ma chi ha potuto dirvi?...
--Eh, un testimonio credibile; la mia amica Giselda.--
Quel tradimento della signora Szeleny gli diede maledettamente sui
nervi. Che bisogno c'era egli di andare a ripetere i suoi discorsi a
Maria? Ariberti se n'ebbe a morder le labbra dalla stizza. Ma,
intanto, bisognava rispondere, e la stizza contro l'una non era una
risposta per l'altra.
--Sì,--disse allora, facendo di necessità virtù,--l'ho detto... per
vendicarmi.
--Vendicarvi? Di che?
---Correggo la frase; rendervi pan per focaccia. La signora Giselda mi
ha raccontato che vi ero antipatico, ed io ho risposto: a buon
rendere. Dite su, non le avete forse detto che io vi ero antipatico?
--Sì e no;--rispose Maria.
--Come sì e no? Questa è una sciarada. Non la capisco.
--Quando conoscerete un po' meglio le donne,--replicò
l'inglesina,--capirete anche questa.--
Fu quella l'unica volta che il nome di Giselda venne fuori nella loro
conversazione. Forse l'inglesina ne aveva troppo parlato in principio
e non voleva tormentare più oltre il suo cavaliere. Fors'anche, e
questo mi pare più probabile, ella non voleva spaventarlo di soverchio
coll'ombra dell'amica lontana, e mirava a serbarsi il benefizio di
parlar chiaro e di mettergli le sue condizioni più tardi. Gli faceva
insomma la strada piana ed agevole ad entrar nella rete, salvo a
fargli trovare gl'intoppi quando si trattasse di uscirne. È suppergiù
l'artifizio delle nasse, in cui le aliguste entrano così facilmente a
morder l'esca, e poi, con tutte quelle steccoline che chiudono la gola
del ricettacolo, non trovano più il verso di liberarsi.
Per altro, se l'inglesina taceva, non taceva del pari la coscienza di
Ariberti. L'immagine della signora Szeleny gli tornava ad ogni tratto
davanti; ed egli era ancora troppo giovane per cavarsela da queste
malinconie con una alzata di spalle, nè abbastanza padrone di sè (e
questo lo abbiamo già visto) per rinunziare ad una fortuna così piena
di rimorsi. Egli non era, per dirla con una frase volgare, nè carne nè
pesce, e incominciava a portare la pena de' suoi tentennamenti.
Gli bisognava svagarsi, inebbriarsi, dimenticare. Questo era per un
animo come il suo il consiglio migliore. Era giovine, e la cosa gli
venne fatta più facilmente che non a me spiegarvela con queste mie
ciance. Si lasciò andare agl'impeti della sua indole pronta ed
esuberante; finse la più profonda passione che nascesse mai da un
momento all'altro nel cuore di un uomo e credo che nella furia andasse
perfino di là dal segno. Alla sua età, con quell'ardore nel sangue, il
nostro eroe poteva illudere a quel giuoco, non che una donna, sè
stesso.
Così riscaldato com'era, egli non si fermò neanche a considerare che
il passo della signora Mary era ardito oltre ogni ritegno di
condizione ed ogni misura di convenienza. Ma in questo errore sarebbe
caduto anche un uomo più maturo di lui. Tutto ciò che le signore donne
fanno per noi è ben fatto; nelle loro debolezze non vediamo che la
nostra potenza, e questa poi, siamo sempre disposti a condonarcela. Se
si trattasse della fortuna di un altro, oh allora, giù senza
misericordia sulle donne che cascano. Ma si tratta di noi.... È forse
colpa di quelle poverine, se noi siamo nati irresistibili? E il giorno
che si è fatta quella scoperta, come si desina di buon appetito! come
ci si stropiccia allegramente le mani!
Lettori, io mi perdo in chiacchiere, e sono già le tre del mattino.
Anche i miei due personaggi se ne sono accorti, per l'indiscrezione di
non so quale orologio del vicinato.
--Mio Dio!--esclamò Ariberti, col suo solito candore.--Che dirà ora la
zia?--
In questo caso, come in tanti altri che ha registrati la storia, da
Eva in giù, la donna si mostrò più forte dell'uomo.
--Che importa?--diss'ella.--Alla fin fine non sono più una bambina.
Sappiate, signor mio, che tra due mesi anch'io calcherò le scene e
dovrò pure uscir di tutela.
--Ma intanto...
--Ma intanto non vi date pensiero di ciò che diranno le zie. E questo
sia detto sui generali, per tutto ciò che può occorrervi nella vita.
Nel caso nostro poi, non c'è da pensar molto per trovare un pretesto.
Avevo freddo; sentivo lo stomaco vuoto e siamo andati da Biffo...
--A prendere un brodo; benissimo. Ci si potrebbe andar ora, per non
dire una bugia tutta intera.
--No, no!--interruppe l'inglesina.--Potrebbero vederci, e ciò non mi
garba... colla vostra aria da trionfatore romano.
--Cattiva! Dite piuttosto che temete d'incontrarvi in qualcheduno dei
vostri eterni adoratori.
--Voi vedete a quest'ora come io mi prenda pensiero di loro.
--Venite, dunque.
--No;--replicò la signora Mary, che aveva buon senso per due;--a
quest'ora da Biffo ci si può essere ancora, ma lo andarci a
quest'ora...
--Ho capito;--gridò Ariberti;--ed io sono una bestia.
--Ah, manco male!--
E quel battibecco d'innamorati finì in una sonora risata.
La conseguenza del ragionamento si fu che Ariberti accompagnò a casa,
senz'altre fermate, la signora Mary, giurandole sull'uscio un amore
infinito e promettendo alle sue cinquecento lire che, se nessuno
gliele rubava al ritorno per via, sarebbero andate il giorno vegnente
dal gioielliere a ricongiungersi con certe altre, da cui erano state
barbaramente divelte.