CAPITOLO II

Dove si sente la primavera ad autunno inoltrato.

Il sole, quantunque si fosse a mezzo novembre e sotto le Alpi, amiche

degl'inverni precoci, non era mai parso così splendido come quel

giorno al nostro adolescente. Egli era allegro, felice, beato, e per

due buone ragioni.

Cominciamo dalla prima, e dalla più vicina eziandio. Egli non aveva

più, per quell'anno, da pensare agli esami.

Intenda la sua beatitudine chiunque, tra' miei più giovani lettori, ne

ha ancora parecchi da mandar giù e griderebbe volentieri: _transeat a

me calix iste,_ se nulla nulla sperasse di essere esaudito. In verità,

gli è un grosso guaio cotesto, di dover rispondere sì o no intorno ad

una materia che non si è studiata, e ad uomini che qualche volta ne

sanno quanto noi, cioè a dire pochino, pochino. Aggiungete che qualche

volta il sì ed il no, anco a indovinarla, non bastano. Ci sono dei

professori assetati, i quali hanno fatto il conto colla statistica

alla mano, e pensano che, a questi patti, stando neutrali il diavolo e

i santi, il cinquanta per cento dei giovani vi rispondono in tono. Ora

questo non va bene; pretendono che l'alunno risponda per filo e per

segno; che sostenga il suo sì, o il suo no, corredandolo di documenti

e di prove.

Questi, s'intende, sono i professori birboni, che si stimano poi, ed

ai quali si manderanno volentieri i propri figli, se ne saranno

capitati, e se i professori avranno avuta la pazienza di aspettarli;

ma che pel momento si mandano a tutti i settecentomila settecento e

settantasette diavoli, nel paternostro della bertuccia.

In simili casi, al povero studente (povero perchè della sua scienza

non possedeva neanche gli spiccioli) gli bisognava destreggiarsi come

un pilota in burrasca, e in mare seminato di scogli. La reticenza,

così lodata una volta dal suo maestro fra tutte le figure retoriche,

gli sarebbe rinfacciata come una colpa. Ad altro, ad altro gli

conviene far capo; altri spedienti, altri artifizi gli occorrono.

Figuratevi che egli ha da diventare anche fisonomista, e cogliere tra

le grinze del volto, perfino nel modo di tenere gli occhiali, il

segreto dei mutevoli umori del suo Radamanto.

Un mio amico andava più oltre. Corrompeva la serva del professore,

ingenua creatura che credeva agli orecchini di princisbecco, per

sapere se quella notte il bravo uomo aveva dormito tutte le sue ore,

se i bimbi erano sani, se la signora non gli aveva fatto scene; e si

regolava in conformità dell'avviso.

Dunque, tornando alla contentezza del signor Nicolino, la prima

ragione era quella degli esami superati. E l'altra? L'altra era

questa: che il signor Nicolino era a Torino, senza sopraccapi, e che

non doveva tornar più per un pezzo a Dogliani. Non già che amasse poco

la famiglia; ma quella vita campagnuola, Dio santo, e dopo quattro

mesi di uggiose vacanze!...

Giudicatene voi. La mattina, tutti in casa si alzavano per tempo; la

gente di servizio al canto del gallo, perchè il pane lo s'impastava in

casa, perchè c'erano i pavimenti da scopare, le masserizie da

ripulire, le stoviglie da rigovernare, e via discorrendo; il signor

Amedeo, padre, una mezz'ora dopo, per uscire sui campi, a dar

l'occhiata del padrone ai mezzadri; la signora Caterina, madre, subito

dopo il marito, per sopraintendere alle faccende di casa, ma anzitutto

per farlo star su, lui, il dormiglione, che tra una chiamata e l'altra

di quella santa donna trovava ancora il modo di schiacciare il

sonnellin dell'oro.

Si vestiva a malincuore; usciva a stiracchiarsi ed a sbadigliare

nell'orto, per farsi cantare da una fante chiassosa il solito

ritornello:--Chi sbadiglia non può mentire; o gli ha fame, o vuol

dormire; o gli ha qualche mal passato; o gli è forte innamorato.--

--Tutte e quattro queste cose;--rispondeva egli, mezzo burbero e mezzo

faceto;--ho sonno, ho fame, ho pensato che oggi sarà come ieri, e sono

innamorato, ma non di te. Va, e mettimi un par d'uova nel tegamino.

--Eh, lo so che non è innamorato di me! Non ho già le mani nello

zucchero, io!

--Che cosa intendi di dire, sciocca?

--Dico, signor padroncino, che dello zucchero si fanno i confetti, e

che il droghiere....

--Piglia questo, di confetti!--gridò egli, facendosi rosso in volto

come una ciliegia, e andandole contro per assestarle un mezzo

scapaccione.

Ma quella linguacciuta non istette ad aspettarlo, e corse per l'ova

del padroncino, contenta di aver mostrato colla sua stoccatina che la

sapeva lunga sul conto suo.

Finita la colazione e data una scorsa in paese, tanto per digerire, o

per giungere fin sui paraggi della drogheria, dove con aria di parere

e non parere incominciava a molestarsi colle dita il solino, per aver

modo di voltarsi e sbirciare in bottega, gli bisognava chiudersi nella

sua camera, a smagrire sui libri.

La mamma, se a caso lo vedeva girandolar colle mani alla cintola, era

sempre lì coll'antifona:

--Suvvia, Nicolino; non hai fatto ancor nulla quest'oggi. Vedi, tuo

padre va in collera, e brontola sempre con me. Per amor mio, va a

lavorare, che tu non perda il novembre quel che sapevi in agosto.

Nicolino andava storcendo un pochino le labbra, ma andava. Ridottosi

nella sua camera, e piantati i gomiti sullo scrittoio, masticava,

secondo il bisogno, un passo di Tito Livio, o un teorema di geometria;

ma queste cose gli conciliavano maledettamente il sonno, e per

cacciarlo via, Nicolino mutava registro, scombiccherava un acrostico,

o tirava qui un tocco in penna, tutto facce e profili di parrochi.

Onde tanto accanimento contro questa degnissima sottospecie

dell'ordine dei primati? Il nostro Nicolino non poteva patire il

parroco di San Quirico che veniva ogni sera in casa a far la partita

di tarocchi, e che ogni sera regolarmente, col pretesto di volergli un

gran bene, gli faceva un interrogatorio di bassa latinità. Si noti, a

scusa di Nicolino, che egli era già a Cicerone, e il buon prete s'era

incocciato nell'Epitome. Sbadataggine? Impotenza? Arcano che Don

Silvestre ha recato con sè sotto le umide volte del presbiterio.

Lo studio quotidiano finiva come doveva finire, con una brava dormita

a gomitello. Dopo due ore di quella applicazione, il ragazzo

sgattaiolava nella vigna, per far ora di pranzo. Usava per altro la

precauzione di portarsi un libro sotto il braccio, per non lasciar

credere che andasse a caccia di grilli, o, come più veramente era, in

busca di fragole selvatiche. Qualche volta, allo sbocco d'una

stradicciuola campestre, s'imbatteva nel babbo; ed ora il libro lo

salvava, ora no, da una ramanzina coi fiocchi.

Gli voleva un gran bene, suo padre; ma era un bene di sostanza, non

d'apparenza, e la prima pelle appariva un po' ruvida. A tavola, i

principii erano sempre questi: Hai studiato quest'oggi?--Sì,

babbo.--Che cosa?--Gli elementi di geometria.--Bene domattina mi

copierai cinque teoremi, e me ne darai anche la spiegazione. Vo'

vedere i progressi che fai.--

Non faccia meraviglia la cosa, perchè il signor Amedeo sapeva tutto,

anche di matematiche. Uomo di pronto ingegno e di vasta coltura,

argomento nella sua prima gioventù di alte speranze ai Doglianesi

della vecchia generazione, il signor Amedeo si era poi affondato nei

pantani della vita di provincia. Perchè? Anzitutto per ragioni

domestiche; inoltre, e più ancora, per affezioni, che lo avevano

condotto a formare una nuova famiglia all'ombra della vecchia. E prima

per amore, e da ultimo per consuetudine, aveva ristretto il suo

orizzonte per modo, che gli bastava di attendere ai suoi poderi,

perchè dessero un anno per l'altro le loro diecimila lire di reddito,

egli che avrebbe potuto guadagnare cinque volte tanto in una gran

città, a far l'avvocato od il medico. A volte ci pensava, anzi se ne

rodeva un pochino; e che fosse proprio così, lo provava il fatto del

leggere continuo che faceva. Di solito, la vita di provincia abbatte,

rappicciolisce lo spirito; non si studia, non si legge più, salvo il

giornale, tanto per fare un po' di polemica stracca alla bottega da

caffè. Ma il signor Amedeo più che una vita di provinciale, faceva una

vita di campagnuolo, e studiava alle sue ore e si teneva al fatto

delle cose del mondo. Perciò i rimorsi del non aver seguito la sua

stella; e poichè gli era nato e venuto su l'erede, si riprometteva di

emendare in lui la sua colpa, di sviarlo dalle secche su cui egli

aveva incagliato.

--Quel che non ho potuto far io,--diceva il signor Amedeo,--farà lui;

ingegno ne ha; non lascierò che si smarrisca per via.--

Le scuole erano buone a Dogliani. E non era un miracolo, perchè questa

è soventi volte l'unica fortuna dei piccoli centri in Italia, e da

loro per questo rispetto, un gran vantaggio sui grandi. Ma il signor

Amedeo non se ne contentava; il primo, il vero maestro di suo figlio,

era lui. Tornato indietro coll'ingegno fino ai primi elementi dello

studio, d'anno in anno si alzava con lui, cavando tesori di sapere dai

fondi della memoria, che ne erano forniti, come d'anfore e vasi i

fondi della casa di Arrio Diomede a Pompei.

Nicolino sentiva di essere amato grandemente dal babbo. Ma qualche

volta il suo spirito irrequieto si ribellava a quell'amore violento,

che gli sapeva di tirannico.

--Mio padre--pensava egli--mi crede una cima; e non è vero, ecco, io

non sono che un ciuco. Ho fatto male a strappare l'anno scorso il

primo premio. Ora, li ho a pigliare tutti. Che noia!--

Tra i molti spedienti immaginati da suo padre per fargli mettere amore

allo studio, c'era questo, che merita d'essere raccontato. Un giorno

il ragazzo era entrato nella camera paterna. Il signor Amedeo, che

stava riponendo alcuni volumi sugli scaffali di una piccola libreria,

gli aveva parlato così:

--Vedi, figliuol mio: quando avrai venticinque anni potrai leggere

anche tu questi libri. Adesso no; sei troppo giovine, e son libri che

fanno girare il capo ai ragazzi.--

Tanto bastò perchè a lui gli girasse subito. Ad ogni ora ronzava nei

pressi della camera: ora con un pretesto, or con un altro, c'entrava,

sbirciando il frutto proibito attraverso la custodia del reticolato di

filo di ottone. Ed oh meraviglia! Due giorni dopo quella tentazione,

suo padre aveva dimenticato la chiave nella serratura degli sportelli.

Indovinate già quel che avvenne. Il signor Nicolino die un giro di

chiave ed aprì. Ma poi, rimase lì perplesso tra il sì e il no, come

quel personaggio dell'Ariosto.

_Faccio o nol faccio? Alfin mi par che buono

Sempre cercar quel che diletti sia_.

S'intende che il ragazzo non pensò la cosa in versi, chè non aveva

ancor letto l'_Orlando furioso_; ma la pensò in prosa, che torna lo

stesso. E finì imitando il personaggio ariostesco; stese la mano e

aggranfiò un volume, anzi due, anzi tre, avendo cura di pescare in tre

scaffali diversi, e di allargare le file per modo, che la sua

marachella non avesse a dare nell'occhio. Poi, come il micio che ha

rubato un pesce, o una costoletta in cucina, e sa d'aver fatto una

mala cosa, andò a rimpiattarsi in uno stambugio, dove di tre nascose

due, portando uno in saccoccia, per leggere a suo bell'agio nelle ore

più libere.

In questa guisa lesse, divorò tutti i libri che non avrebbe dovuto

leggere prima di venticinque anni. Ne aveva dieci; ne guadagnava

quindici. Si capisce, senza che io pure lo dica, che il signor Amedeo

era diventato d'una smemorataggine senza pari, e dei due giorni l'uno

lasciava la chiave nella toppa.

Non vorrei che i lettori mi pigliassero il signor Amedeo per un babbo

imprudente. Quei libri proibiti erano l'Iliade e l'Odissea, i sepolcri

di Ugo Foscolo e del Pindemonte, la Divina Commedia, la Gerusalemme

liberata la Basvilliana, le tragedie d'Alfieri, ed altri di quella

fatta. La storia poi abbondava; ed era tutta roba scelta e vagliata,

non già dall'Indice, ma dal buon senso, quel caposcuola che tutti

sappiamo. Il ragazzo non poteva avvedersene, ancora digiuno com'era;

ma il fatto sta che diede nella pania come un lucherino, e a furia di

leggere, molte volte senza capire, ma tratto al lecco della novità, si

ritrovò ad essere sulla via degli studi molto più innanzi dei compagni

e della classe che faceva. E già il nostro Nicolino tirava giù

endecasillabi e ottonarii ad orecchio, mentre i suoi compagni

imbastivano a stento la solita morte di Abele.

Ve la ricordate, o lettori, la morte di Abele? «Allora «lo snaturato

fratello cavò di tasca una pistola...». Oppure: «Abele abborriva

dall'uso delle armi e non «portava nemmeno un temperino per le

penne...». Oppure... Ma a qual pro' dirle tutte? Chi più ne ha più ne

metta.

Ora, tornando al fatto nostro, quel babbo che seguitava a non

avvedersi dei continui trapassi dei suoi volumi dalla libreria allo

stambugio, e dallo stambugio alla libreria, ci aveva gli occhi d'Argo

per tutto ciò che il suo figliuolo scriveva. Ogni giorno gli era

sopra; ogni giorno dava un'occhiata ai quaderni.

--Vediamo un po; che cosa hai fatto quest'oggi?

--Ecco, babbo;--diceva il ragazzo, mostrando tutto vergognoso l'opera

sua.

Il babbo leggeva, leggeva tutto, senza perdonarla ad una virgola,

storceva le labbra, crollava il capo e faceva la copiaccia in due

pezzi.

--Non va bene; fàllo da capo.

E Nicolino tornava a scrivere; indi, altra lettura e soventi volte

altra lacerazione del manoscritto.

--Ma dimmi, babbo, dov'è lo sbaglio?

--Da capo a fondo; non c'è niente di buono. Qualunque cosa tu abbia a

fare, il primo punto è di pensarci su molto. Pensaci, torna a

scrivere, e ti avverrà di fare meglio.--

In questa maniera, e senza pietose correzioni di penna, che sarebbero

tornate a danno degli altri condiscepoli, era avvenuto al ragazzo ciò

che egli nella sua testolina decenne pronosticava di sè. Aveva dovuto

strappare ad uno ad uno tutti i primi premii, dalla grammatica

inferiore alla seconda retorica.

Segno che non era un ciuco, il signor Nicolino, come egli si era

battezzato da sè in un momento di stizza. Tutt'altro, anzi; ma il suo

spirito vagabondo amava troppe più cose che non comportasse l'età.

L'applicazione, forse, perchè comandata, lo uggiva; e troppo spesso

egli stava come origliando dentro di sè, per sentire quelle voci

interne che sogliono cantare più tardi nei chiusi recessi dell'anima.

Ingegno precoce, egli non era più, non era mai, nel suo guscio. A

dieci anni innamorato come Dante, aveva scombiccherato il suo sonetto

a rime fallate, in lode di madonna, che era una fanciulla di nove. A

quattordici anni lamentava già il triste vuoto della sua vita, ed

aveva trovato che tutto nel mondo era fumo. È vero che, a rincalzo

della sua tesi, fumava già come un turco.

Impetuoso per indole, o faceva, o tentava, o si struggeva d'ogni cosa

che gli girasse nella fantasia. Era anche un tal poco manesco e

prepotente, salvo colle bestie che aveva preso ad amare. Ed ecco in

che modo. Una mattina, andando attorno con un suo compagno di scuola

(ahimè, quel giorno la scuola e' l'avevano salata ambedue), si era

arrampicato su d'un leccio, per pigliar un nido di passerotti. La

madre, che era andata in busca di cibo, non tardò molto a giungere, e,

scambio di strillare, come usano gli altri uccellini, si avventò al

fanciullo, e lì, stando sull'ale, lo bezzicò animosa più volte sul

capo.

L'atto gli fece senso, e gli diede anche la coscienza del male

operato. Ritornò indietro con quella furia addosso, e pregando l'amico

di girar largo, per non recarle spavento.--È una madre, ed ha ragione

a fare quello che fa!--Così dicendo, si arrampicò da capo sull'albero,

e ripigliato il nido dalle mani di quell'altro che gli teneva bordone,

lo ripose al sicuro tra i due rami che lo reggevano prima.

Quella povera madre per certo indovinò l'animo suo, perchè lasciò

tosto di perseguitarlo, e lui presente, andò a posarsi sopra i suoi

nati, che pigolavano, domandandole il cibo. Il signor Nicolino si

ricordò allora di averci in tasca un tozzo di pane; subito lo trasse

fuori, ne sbriciolò la mollica sugli orli del nido e se n'andò via

mogio mogio, mentre la passera vittoriosa imbeccava la ricuperata sua

prole.

--Brava!--diss'egli, allontanandosi col suo scudiero dal teatro della

sua confusione.--Ha coraggio!

E da quel giorno rispettò sempre tutte le bestie. E come fu più avanti

cogli anni, rispettò anche gli uomini, sebbene questi non lo pagassero

della stessa moneta.

Erano quelli i bei tempi. Ma intanto, cogli anni andavano crescendo di

numero e di forza le distrazioni, i frastornamenti della vita. E il

padre a raddoppiare la vigilanza, perchè il ragazzo non uscisse di

riga. Al signor Nicolino gli accadeva come al ferro caldo, che non

divien buono se non a furia di batterlo. Immaginate dunque, mettendovi

nei panni del figlio, che giubilo fu il suo quando ebbe compiuti gli

studi in provincia e fu il caso di andare a Torino per la filosofia e

per le leggi, a cui lo destinava suo padre. Diede allora una rifiatata

di contentezza e cantò dentro di sè il _magnificat_.

La revisione era abolita; la libertà conquistata.

Santa autorità paterna, non ti sentiamo buona, non ti conosciamo

profittevole, se non quando ti abbiamo perduta! Badate a me,

figliuoli; felice chi conserva suo padre; utile come guida e sostegno

quando è giovane e forte; caro quando sgrida come quando sorride;

divino esempio, idolo del focolare domestico, nella sua tarda

vecchiezza.

Ma sì, darla ad intendere ai giovani, quando e' son sul provar l'ali!

Ora dunque, il nostro giovane eroe, contento come una pasqua, se ne

andò alla capitale, a studiarvi filosofia. La contentezza, a dir vero,

non gli veniva dalla filosofia. Questa, che consola i vecchi (almeno,

lo assicura Cicerone) riusciva al giovinetto la cosa più ostica e più

seccagginosa del mondo. Ne masticò un poco lì per lì; poi fece a

turarsi anche gli orecchi, per non guastarsi la testa; e per fargliela

entrare in furia all'ultimo mese, ci volle l'immagine minacciosa del

signor Amedeo e il ricordo di certe parole che non promettevano niente

di buono.

--Bada;--gli aveva detto, in principio dell'anno, suo padre;--se non

ti passano con tutti i voti all'esame torni a casa e non passi più il

Tanaro fino a tanto ch'io viva. Ti metto a bottega da un calzolaio, o

da un legnaiolo, e sarai bello davvero!--

Ora, il signor Nicolino sapeva che suo padre quel che prometteva lo

dava, e a misura di carbone. Perciò, venuto al _tandem_, s'era chiuso

in soffitta a studiare; e all'esame, non che tutti i punti, aveva anco

strappata la lode; tanta era stata la battisoffia!

Figuratevi dunque la contentezza dello studente, che aveva superato

pur mo' la sua prova d'ammissione al corso di legge e aveva davanti a

sè uno spazio abbastanza lungo di libera vita!

I primi mesi dell'anno universitario sono senza fallo i più lieti. In

primo luogo, ci si ritrova tutti compagni di altre scuole, con un

mondo di cose nuove da dirsi e di vecchie da ricordare. Ci sono poi

gli amici nuovi da vedere, tiranti dentro e posti liberamente in

comune dai vecchi, come talvolta avviene dello scudo solitario,

rimasto nella tasca di uno fra i più fortunati, verso la fine del

mese. Ed è allora tra tutte quelle giovani vite un avvicinarsi, un

incrociarsi, un confondersi allegro, come di cardellini, o di lodole,

non turbato che dal rimanersi in disparte di certuni, o più contegnosi

o più timidi, che sono battezzati lì per lì coi più ridicoli nomi.

Sul principio dell'anno le lezioni son frequentate che nulla più. I

professori hanno il sorriso sulle labbra e gli studenti del pari. C'è

in tutti una voglia di far bene; si portano in tasca i quaderni, si è

tutt'orecchi, e si pigliano note a furia, e magari si avesse un

barlume di stenografia! Poi, un bel giorno, vedete caso! il quaderno

s'è dimenticato sul tavolino da notte, dove lo avevamo riposto per

consolare una veglia studiosa. Pazienza; c'è un amico che l'ha

portato; per quest'oggi scriverà lui; copieremo. E invece di stare

attenti, di pendere dal dotto labbro, si porge orecchio a un

raccontino bisbigliato di fianco, ad una celia, ad un frizzo che fa

sommessamente il giro delle panche. Addio lezione; addio filo del

ragionamento; il trattato avrà una lacuna. Che importa? Non c'è

l'amico che scrive? Ma il male è contagioso; un altro giorno il

provvido amico l'ha dimenticato lui, il quaderno; e tant'è; poichè il

dado è tratto, anche lui dà ascolto alle chiacchiere e lascia che il

professore si spolmoni a sua posta. Via, la cosa non è poi senza

rimedio. Non c'è egli il compagno sgobbone, che lavora per tutti? Non

gli si è mai detto crepa; lo si è sempre guardato con un senso di

compassione; ma in fondo non deve aver fiele, ha da essere un buon

figliuolo, e all'occorrenza impresterà la sua prosa. Questo è

l'essenziale.

Pigliata in tal modo la piega, nuove consuetudini si vanno formando

nell'anno. Si studiano molto, è vero, gli umori del corpo insegnante;

si medita anche il problema del miglior modo di ottenere la firma del

professore sul certificato bimestrale; ma fermi lì! Anche la gaia

fratellanza di prima va a rotoli; succedono i piccoli crocchi, e,

secondo i gusti, le combibbie, i cenacoli. E intanto, signori

professori, sputate un'ala di polmone, se Dio vuole; lo studente è

ancora qualche volta dinanzi a voi in carne ed ossa, ma lo spirito...

lo spirito è via. Chi sa? forse in estasi, come

_Il rapito di Patmo evangelista,_

vede tutt'altro che donne sedute su bestie color scarlatto, con sette

corna e dieci teste; le vede emergere, candide a guisa d'alabastro,

dai palchetti del Regio, o passar veloci in calesse al Valentino, o

commettere sotto i portici di Po un piedino snello; quel piedino

tentatore, che non si dà e non si nega all'ammirazione dei pilastri

del Fiorio..

Lettori umanissimi, ci siamo un po' indugiati per via; ma che farci?

Al passato bisognava pur dargli un'occhiata. Chi non ha un passato?

Anche al nostro eroe, che fa vita nuova, ritornando ai suoi

diciott'anni, occorreva fabbricargliene uno.

Era contento, il signorino. E forse avrebbe dovuto non esserlo tanto,

poichè rimaneva a Dogliani la figlia del droghiere, una stupenda

biondina, colla quale avea ballato tre volte, e alla quale, una sera,

attraverso il cancello dell'orto, aveva giurato un amore immortale. Ma

sappiate, o lettori, che il signor Nicolino ci aveva un gran cuore, e

che i gran cuori, come tutti i gran vasi, non sono grandi per nulla.

Ben altro ci aveva a far capire il signorino, nel suo. Anche alla

capitale lo aspettava un amore. Credo che fosse già il terzo; ma

badate, non potrei giurar nulla. So che era un amore a mezz'aria,

imbastito a teatro, ancora senza certezza di ricambio, e già

immortale, come tutti gli altri.

La notte del Commendatore · 第 5 / 28 题