Dove si sente la primavera ad autunno inoltrato.
Il sole, quantunque si fosse a mezzo novembre e sotto le Alpi, amiche
degl'inverni precoci, non era mai parso così splendido come quel
giorno al nostro adolescente. Egli era allegro, felice, beato, e per
due buone ragioni.
Cominciamo dalla prima, e dalla più vicina eziandio. Egli non aveva
più, per quell'anno, da pensare agli esami.
Intenda la sua beatitudine chiunque, tra' miei più giovani lettori, ne
ha ancora parecchi da mandar giù e griderebbe volentieri: _transeat a
me calix iste,_ se nulla nulla sperasse di essere esaudito. In verità,
gli è un grosso guaio cotesto, di dover rispondere sì o no intorno ad
una materia che non si è studiata, e ad uomini che qualche volta ne
sanno quanto noi, cioè a dire pochino, pochino. Aggiungete che qualche
volta il sì ed il no, anco a indovinarla, non bastano. Ci sono dei
professori assetati, i quali hanno fatto il conto colla statistica
alla mano, e pensano che, a questi patti, stando neutrali il diavolo e
i santi, il cinquanta per cento dei giovani vi rispondono in tono. Ora
questo non va bene; pretendono che l'alunno risponda per filo e per
segno; che sostenga il suo sì, o il suo no, corredandolo di documenti
e di prove.
Questi, s'intende, sono i professori birboni, che si stimano poi, ed
ai quali si manderanno volentieri i propri figli, se ne saranno
capitati, e se i professori avranno avuta la pazienza di aspettarli;
ma che pel momento si mandano a tutti i settecentomila settecento e
settantasette diavoli, nel paternostro della bertuccia.
In simili casi, al povero studente (povero perchè della sua scienza
non possedeva neanche gli spiccioli) gli bisognava destreggiarsi come
un pilota in burrasca, e in mare seminato di scogli. La reticenza,
così lodata una volta dal suo maestro fra tutte le figure retoriche,
gli sarebbe rinfacciata come una colpa. Ad altro, ad altro gli
conviene far capo; altri spedienti, altri artifizi gli occorrono.
Figuratevi che egli ha da diventare anche fisonomista, e cogliere tra
le grinze del volto, perfino nel modo di tenere gli occhiali, il
segreto dei mutevoli umori del suo Radamanto.
Un mio amico andava più oltre. Corrompeva la serva del professore,
ingenua creatura che credeva agli orecchini di princisbecco, per
sapere se quella notte il bravo uomo aveva dormito tutte le sue ore,
se i bimbi erano sani, se la signora non gli aveva fatto scene; e si
regolava in conformità dell'avviso.
Dunque, tornando alla contentezza del signor Nicolino, la prima
ragione era quella degli esami superati. E l'altra? L'altra era
questa: che il signor Nicolino era a Torino, senza sopraccapi, e che
non doveva tornar più per un pezzo a Dogliani. Non già che amasse poco
la famiglia; ma quella vita campagnuola, Dio santo, e dopo quattro
mesi di uggiose vacanze!...
Giudicatene voi. La mattina, tutti in casa si alzavano per tempo; la
gente di servizio al canto del gallo, perchè il pane lo s'impastava in
casa, perchè c'erano i pavimenti da scopare, le masserizie da
ripulire, le stoviglie da rigovernare, e via discorrendo; il signor
Amedeo, padre, una mezz'ora dopo, per uscire sui campi, a dar
l'occhiata del padrone ai mezzadri; la signora Caterina, madre, subito
dopo il marito, per sopraintendere alle faccende di casa, ma anzitutto
per farlo star su, lui, il dormiglione, che tra una chiamata e l'altra
di quella santa donna trovava ancora il modo di schiacciare il
sonnellin dell'oro.
Si vestiva a malincuore; usciva a stiracchiarsi ed a sbadigliare
nell'orto, per farsi cantare da una fante chiassosa il solito
ritornello:--Chi sbadiglia non può mentire; o gli ha fame, o vuol
dormire; o gli ha qualche mal passato; o gli è forte innamorato.--
--Tutte e quattro queste cose;--rispondeva egli, mezzo burbero e mezzo
faceto;--ho sonno, ho fame, ho pensato che oggi sarà come ieri, e sono
innamorato, ma non di te. Va, e mettimi un par d'uova nel tegamino.
--Eh, lo so che non è innamorato di me! Non ho già le mani nello
zucchero, io!
--Che cosa intendi di dire, sciocca?
--Dico, signor padroncino, che dello zucchero si fanno i confetti, e
che il droghiere....
--Piglia questo, di confetti!--gridò egli, facendosi rosso in volto
come una ciliegia, e andandole contro per assestarle un mezzo
scapaccione.
Ma quella linguacciuta non istette ad aspettarlo, e corse per l'ova
del padroncino, contenta di aver mostrato colla sua stoccatina che la
sapeva lunga sul conto suo.
Finita la colazione e data una scorsa in paese, tanto per digerire, o
per giungere fin sui paraggi della drogheria, dove con aria di parere
e non parere incominciava a molestarsi colle dita il solino, per aver
modo di voltarsi e sbirciare in bottega, gli bisognava chiudersi nella
sua camera, a smagrire sui libri.
La mamma, se a caso lo vedeva girandolar colle mani alla cintola, era
sempre lì coll'antifona:
--Suvvia, Nicolino; non hai fatto ancor nulla quest'oggi. Vedi, tuo
padre va in collera, e brontola sempre con me. Per amor mio, va a
lavorare, che tu non perda il novembre quel che sapevi in agosto.
Nicolino andava storcendo un pochino le labbra, ma andava. Ridottosi
nella sua camera, e piantati i gomiti sullo scrittoio, masticava,
secondo il bisogno, un passo di Tito Livio, o un teorema di geometria;
ma queste cose gli conciliavano maledettamente il sonno, e per
cacciarlo via, Nicolino mutava registro, scombiccherava un acrostico,
o tirava qui un tocco in penna, tutto facce e profili di parrochi.
Onde tanto accanimento contro questa degnissima sottospecie
dell'ordine dei primati? Il nostro Nicolino non poteva patire il
parroco di San Quirico che veniva ogni sera in casa a far la partita
di tarocchi, e che ogni sera regolarmente, col pretesto di volergli un
gran bene, gli faceva un interrogatorio di bassa latinità. Si noti, a
scusa di Nicolino, che egli era già a Cicerone, e il buon prete s'era
incocciato nell'Epitome. Sbadataggine? Impotenza? Arcano che Don
Silvestre ha recato con sè sotto le umide volte del presbiterio.
Lo studio quotidiano finiva come doveva finire, con una brava dormita
a gomitello. Dopo due ore di quella applicazione, il ragazzo
sgattaiolava nella vigna, per far ora di pranzo. Usava per altro la
precauzione di portarsi un libro sotto il braccio, per non lasciar
credere che andasse a caccia di grilli, o, come più veramente era, in
busca di fragole selvatiche. Qualche volta, allo sbocco d'una
stradicciuola campestre, s'imbatteva nel babbo; ed ora il libro lo
salvava, ora no, da una ramanzina coi fiocchi.
Gli voleva un gran bene, suo padre; ma era un bene di sostanza, non
d'apparenza, e la prima pelle appariva un po' ruvida. A tavola, i
principii erano sempre questi: Hai studiato quest'oggi?--Sì,
babbo.--Che cosa?--Gli elementi di geometria.--Bene domattina mi
copierai cinque teoremi, e me ne darai anche la spiegazione. Vo'
vedere i progressi che fai.--
Non faccia meraviglia la cosa, perchè il signor Amedeo sapeva tutto,
anche di matematiche. Uomo di pronto ingegno e di vasta coltura,
argomento nella sua prima gioventù di alte speranze ai Doglianesi
della vecchia generazione, il signor Amedeo si era poi affondato nei
pantani della vita di provincia. Perchè? Anzitutto per ragioni
domestiche; inoltre, e più ancora, per affezioni, che lo avevano
condotto a formare una nuova famiglia all'ombra della vecchia. E prima
per amore, e da ultimo per consuetudine, aveva ristretto il suo
orizzonte per modo, che gli bastava di attendere ai suoi poderi,
perchè dessero un anno per l'altro le loro diecimila lire di reddito,
egli che avrebbe potuto guadagnare cinque volte tanto in una gran
città, a far l'avvocato od il medico. A volte ci pensava, anzi se ne
rodeva un pochino; e che fosse proprio così, lo provava il fatto del
leggere continuo che faceva. Di solito, la vita di provincia abbatte,
rappicciolisce lo spirito; non si studia, non si legge più, salvo il
giornale, tanto per fare un po' di polemica stracca alla bottega da
caffè. Ma il signor Amedeo più che una vita di provinciale, faceva una
vita di campagnuolo, e studiava alle sue ore e si teneva al fatto
delle cose del mondo. Perciò i rimorsi del non aver seguito la sua
stella; e poichè gli era nato e venuto su l'erede, si riprometteva di
emendare in lui la sua colpa, di sviarlo dalle secche su cui egli
aveva incagliato.
--Quel che non ho potuto far io,--diceva il signor Amedeo,--farà lui;
ingegno ne ha; non lascierò che si smarrisca per via.--
Le scuole erano buone a Dogliani. E non era un miracolo, perchè questa
è soventi volte l'unica fortuna dei piccoli centri in Italia, e da
loro per questo rispetto, un gran vantaggio sui grandi. Ma il signor
Amedeo non se ne contentava; il primo, il vero maestro di suo figlio,
era lui. Tornato indietro coll'ingegno fino ai primi elementi dello
studio, d'anno in anno si alzava con lui, cavando tesori di sapere dai
fondi della memoria, che ne erano forniti, come d'anfore e vasi i
fondi della casa di Arrio Diomede a Pompei.
Nicolino sentiva di essere amato grandemente dal babbo. Ma qualche
volta il suo spirito irrequieto si ribellava a quell'amore violento,
che gli sapeva di tirannico.
--Mio padre--pensava egli--mi crede una cima; e non è vero, ecco, io
non sono che un ciuco. Ho fatto male a strappare l'anno scorso il
primo premio. Ora, li ho a pigliare tutti. Che noia!--
Tra i molti spedienti immaginati da suo padre per fargli mettere amore
allo studio, c'era questo, che merita d'essere raccontato. Un giorno
il ragazzo era entrato nella camera paterna. Il signor Amedeo, che
stava riponendo alcuni volumi sugli scaffali di una piccola libreria,
gli aveva parlato così:
--Vedi, figliuol mio: quando avrai venticinque anni potrai leggere
anche tu questi libri. Adesso no; sei troppo giovine, e son libri che
fanno girare il capo ai ragazzi.--
Tanto bastò perchè a lui gli girasse subito. Ad ogni ora ronzava nei
pressi della camera: ora con un pretesto, or con un altro, c'entrava,
sbirciando il frutto proibito attraverso la custodia del reticolato di
filo di ottone. Ed oh meraviglia! Due giorni dopo quella tentazione,
suo padre aveva dimenticato la chiave nella serratura degli sportelli.
Indovinate già quel che avvenne. Il signor Nicolino die un giro di
chiave ed aprì. Ma poi, rimase lì perplesso tra il sì e il no, come
quel personaggio dell'Ariosto.
_Faccio o nol faccio? Alfin mi par che buono
Sempre cercar quel che diletti sia_.
S'intende che il ragazzo non pensò la cosa in versi, chè non aveva
ancor letto l'_Orlando furioso_; ma la pensò in prosa, che torna lo
stesso. E finì imitando il personaggio ariostesco; stese la mano e
aggranfiò un volume, anzi due, anzi tre, avendo cura di pescare in tre
scaffali diversi, e di allargare le file per modo, che la sua
marachella non avesse a dare nell'occhio. Poi, come il micio che ha
rubato un pesce, o una costoletta in cucina, e sa d'aver fatto una
mala cosa, andò a rimpiattarsi in uno stambugio, dove di tre nascose
due, portando uno in saccoccia, per leggere a suo bell'agio nelle ore
più libere.
In questa guisa lesse, divorò tutti i libri che non avrebbe dovuto
leggere prima di venticinque anni. Ne aveva dieci; ne guadagnava
quindici. Si capisce, senza che io pure lo dica, che il signor Amedeo
era diventato d'una smemorataggine senza pari, e dei due giorni l'uno
lasciava la chiave nella toppa.
Non vorrei che i lettori mi pigliassero il signor Amedeo per un babbo
imprudente. Quei libri proibiti erano l'Iliade e l'Odissea, i sepolcri
di Ugo Foscolo e del Pindemonte, la Divina Commedia, la Gerusalemme
liberata la Basvilliana, le tragedie d'Alfieri, ed altri di quella
fatta. La storia poi abbondava; ed era tutta roba scelta e vagliata,
non già dall'Indice, ma dal buon senso, quel caposcuola che tutti
sappiamo. Il ragazzo non poteva avvedersene, ancora digiuno com'era;
ma il fatto sta che diede nella pania come un lucherino, e a furia di
leggere, molte volte senza capire, ma tratto al lecco della novità, si
ritrovò ad essere sulla via degli studi molto più innanzi dei compagni
e della classe che faceva. E già il nostro Nicolino tirava giù
endecasillabi e ottonarii ad orecchio, mentre i suoi compagni
imbastivano a stento la solita morte di Abele.
Ve la ricordate, o lettori, la morte di Abele? «Allora «lo snaturato
fratello cavò di tasca una pistola...». Oppure: «Abele abborriva
dall'uso delle armi e non «portava nemmeno un temperino per le
penne...». Oppure... Ma a qual pro' dirle tutte? Chi più ne ha più ne
metta.
Ora, tornando al fatto nostro, quel babbo che seguitava a non
avvedersi dei continui trapassi dei suoi volumi dalla libreria allo
stambugio, e dallo stambugio alla libreria, ci aveva gli occhi d'Argo
per tutto ciò che il suo figliuolo scriveva. Ogni giorno gli era
sopra; ogni giorno dava un'occhiata ai quaderni.
--Vediamo un po; che cosa hai fatto quest'oggi?
--Ecco, babbo;--diceva il ragazzo, mostrando tutto vergognoso l'opera
sua.
Il babbo leggeva, leggeva tutto, senza perdonarla ad una virgola,
storceva le labbra, crollava il capo e faceva la copiaccia in due
pezzi.
--Non va bene; fàllo da capo.
E Nicolino tornava a scrivere; indi, altra lettura e soventi volte
altra lacerazione del manoscritto.
--Ma dimmi, babbo, dov'è lo sbaglio?
--Da capo a fondo; non c'è niente di buono. Qualunque cosa tu abbia a
fare, il primo punto è di pensarci su molto. Pensaci, torna a
scrivere, e ti avverrà di fare meglio.--
In questa maniera, e senza pietose correzioni di penna, che sarebbero
tornate a danno degli altri condiscepoli, era avvenuto al ragazzo ciò
che egli nella sua testolina decenne pronosticava di sè. Aveva dovuto
strappare ad uno ad uno tutti i primi premii, dalla grammatica
inferiore alla seconda retorica.
Segno che non era un ciuco, il signor Nicolino, come egli si era
battezzato da sè in un momento di stizza. Tutt'altro, anzi; ma il suo
spirito vagabondo amava troppe più cose che non comportasse l'età.
L'applicazione, forse, perchè comandata, lo uggiva; e troppo spesso
egli stava come origliando dentro di sè, per sentire quelle voci
interne che sogliono cantare più tardi nei chiusi recessi dell'anima.
Ingegno precoce, egli non era più, non era mai, nel suo guscio. A
dieci anni innamorato come Dante, aveva scombiccherato il suo sonetto
a rime fallate, in lode di madonna, che era una fanciulla di nove. A
quattordici anni lamentava già il triste vuoto della sua vita, ed
aveva trovato che tutto nel mondo era fumo. È vero che, a rincalzo
della sua tesi, fumava già come un turco.
Impetuoso per indole, o faceva, o tentava, o si struggeva d'ogni cosa
che gli girasse nella fantasia. Era anche un tal poco manesco e
prepotente, salvo colle bestie che aveva preso ad amare. Ed ecco in
che modo. Una mattina, andando attorno con un suo compagno di scuola
(ahimè, quel giorno la scuola e' l'avevano salata ambedue), si era
arrampicato su d'un leccio, per pigliar un nido di passerotti. La
madre, che era andata in busca di cibo, non tardò molto a giungere, e,
scambio di strillare, come usano gli altri uccellini, si avventò al
fanciullo, e lì, stando sull'ale, lo bezzicò animosa più volte sul
capo.
L'atto gli fece senso, e gli diede anche la coscienza del male
operato. Ritornò indietro con quella furia addosso, e pregando l'amico
di girar largo, per non recarle spavento.--È una madre, ed ha ragione
a fare quello che fa!--Così dicendo, si arrampicò da capo sull'albero,
e ripigliato il nido dalle mani di quell'altro che gli teneva bordone,
lo ripose al sicuro tra i due rami che lo reggevano prima.
Quella povera madre per certo indovinò l'animo suo, perchè lasciò
tosto di perseguitarlo, e lui presente, andò a posarsi sopra i suoi
nati, che pigolavano, domandandole il cibo. Il signor Nicolino si
ricordò allora di averci in tasca un tozzo di pane; subito lo trasse
fuori, ne sbriciolò la mollica sugli orli del nido e se n'andò via
mogio mogio, mentre la passera vittoriosa imbeccava la ricuperata sua
prole.
--Brava!--diss'egli, allontanandosi col suo scudiero dal teatro della
sua confusione.--Ha coraggio!
E da quel giorno rispettò sempre tutte le bestie. E come fu più avanti
cogli anni, rispettò anche gli uomini, sebbene questi non lo pagassero
della stessa moneta.
Erano quelli i bei tempi. Ma intanto, cogli anni andavano crescendo di
numero e di forza le distrazioni, i frastornamenti della vita. E il
padre a raddoppiare la vigilanza, perchè il ragazzo non uscisse di
riga. Al signor Nicolino gli accadeva come al ferro caldo, che non
divien buono se non a furia di batterlo. Immaginate dunque, mettendovi
nei panni del figlio, che giubilo fu il suo quando ebbe compiuti gli
studi in provincia e fu il caso di andare a Torino per la filosofia e
per le leggi, a cui lo destinava suo padre. Diede allora una rifiatata
di contentezza e cantò dentro di sè il _magnificat_.
La revisione era abolita; la libertà conquistata.
Santa autorità paterna, non ti sentiamo buona, non ti conosciamo
profittevole, se non quando ti abbiamo perduta! Badate a me,
figliuoli; felice chi conserva suo padre; utile come guida e sostegno
quando è giovane e forte; caro quando sgrida come quando sorride;
divino esempio, idolo del focolare domestico, nella sua tarda
vecchiezza.
Ma sì, darla ad intendere ai giovani, quando e' son sul provar l'ali!
Ora dunque, il nostro giovane eroe, contento come una pasqua, se ne
andò alla capitale, a studiarvi filosofia. La contentezza, a dir vero,
non gli veniva dalla filosofia. Questa, che consola i vecchi (almeno,
lo assicura Cicerone) riusciva al giovinetto la cosa più ostica e più
seccagginosa del mondo. Ne masticò un poco lì per lì; poi fece a
turarsi anche gli orecchi, per non guastarsi la testa; e per fargliela
entrare in furia all'ultimo mese, ci volle l'immagine minacciosa del
signor Amedeo e il ricordo di certe parole che non promettevano niente
di buono.
--Bada;--gli aveva detto, in principio dell'anno, suo padre;--se non
ti passano con tutti i voti all'esame torni a casa e non passi più il
Tanaro fino a tanto ch'io viva. Ti metto a bottega da un calzolaio, o
da un legnaiolo, e sarai bello davvero!--
Ora, il signor Nicolino sapeva che suo padre quel che prometteva lo
dava, e a misura di carbone. Perciò, venuto al _tandem_, s'era chiuso
in soffitta a studiare; e all'esame, non che tutti i punti, aveva anco
strappata la lode; tanta era stata la battisoffia!
Figuratevi dunque la contentezza dello studente, che aveva superato
pur mo' la sua prova d'ammissione al corso di legge e aveva davanti a
sè uno spazio abbastanza lungo di libera vita!
I primi mesi dell'anno universitario sono senza fallo i più lieti. In
primo luogo, ci si ritrova tutti compagni di altre scuole, con un
mondo di cose nuove da dirsi e di vecchie da ricordare. Ci sono poi
gli amici nuovi da vedere, tiranti dentro e posti liberamente in
comune dai vecchi, come talvolta avviene dello scudo solitario,
rimasto nella tasca di uno fra i più fortunati, verso la fine del
mese. Ed è allora tra tutte quelle giovani vite un avvicinarsi, un
incrociarsi, un confondersi allegro, come di cardellini, o di lodole,
non turbato che dal rimanersi in disparte di certuni, o più contegnosi
o più timidi, che sono battezzati lì per lì coi più ridicoli nomi.
Sul principio dell'anno le lezioni son frequentate che nulla più. I
professori hanno il sorriso sulle labbra e gli studenti del pari. C'è
in tutti una voglia di far bene; si portano in tasca i quaderni, si è
tutt'orecchi, e si pigliano note a furia, e magari si avesse un
barlume di stenografia! Poi, un bel giorno, vedete caso! il quaderno
s'è dimenticato sul tavolino da notte, dove lo avevamo riposto per
consolare una veglia studiosa. Pazienza; c'è un amico che l'ha
portato; per quest'oggi scriverà lui; copieremo. E invece di stare
attenti, di pendere dal dotto labbro, si porge orecchio a un
raccontino bisbigliato di fianco, ad una celia, ad un frizzo che fa
sommessamente il giro delle panche. Addio lezione; addio filo del
ragionamento; il trattato avrà una lacuna. Che importa? Non c'è
l'amico che scrive? Ma il male è contagioso; un altro giorno il
provvido amico l'ha dimenticato lui, il quaderno; e tant'è; poichè il
dado è tratto, anche lui dà ascolto alle chiacchiere e lascia che il
professore si spolmoni a sua posta. Via, la cosa non è poi senza
rimedio. Non c'è egli il compagno sgobbone, che lavora per tutti? Non
gli si è mai detto crepa; lo si è sempre guardato con un senso di
compassione; ma in fondo non deve aver fiele, ha da essere un buon
figliuolo, e all'occorrenza impresterà la sua prosa. Questo è
l'essenziale.
Pigliata in tal modo la piega, nuove consuetudini si vanno formando
nell'anno. Si studiano molto, è vero, gli umori del corpo insegnante;
si medita anche il problema del miglior modo di ottenere la firma del
professore sul certificato bimestrale; ma fermi lì! Anche la gaia
fratellanza di prima va a rotoli; succedono i piccoli crocchi, e,
secondo i gusti, le combibbie, i cenacoli. E intanto, signori
professori, sputate un'ala di polmone, se Dio vuole; lo studente è
ancora qualche volta dinanzi a voi in carne ed ossa, ma lo spirito...
lo spirito è via. Chi sa? forse in estasi, come
_Il rapito di Patmo evangelista,_
vede tutt'altro che donne sedute su bestie color scarlatto, con sette
corna e dieci teste; le vede emergere, candide a guisa d'alabastro,
dai palchetti del Regio, o passar veloci in calesse al Valentino, o
commettere sotto i portici di Po un piedino snello; quel piedino
tentatore, che non si dà e non si nega all'ammirazione dei pilastri
del Fiorio..
Lettori umanissimi, ci siamo un po' indugiati per via; ma che farci?
Al passato bisognava pur dargli un'occhiata. Chi non ha un passato?
Anche al nostro eroe, che fa vita nuova, ritornando ai suoi
diciott'anni, occorreva fabbricargliene uno.
Era contento, il signorino. E forse avrebbe dovuto non esserlo tanto,
poichè rimaneva a Dogliani la figlia del droghiere, una stupenda
biondina, colla quale avea ballato tre volte, e alla quale, una sera,
attraverso il cancello dell'orto, aveva giurato un amore immortale. Ma
sappiate, o lettori, che il signor Nicolino ci aveva un gran cuore, e
che i gran cuori, come tutti i gran vasi, non sono grandi per nulla.
Ben altro ci aveva a far capire il signorino, nel suo. Anche alla
capitale lo aspettava un amore. Credo che fosse già il terzo; ma
badate, non potrei giurar nulla. So che era un amore a mezz'aria,
imbastito a teatro, ancora senza certezza di ricambio, e già
immortale, come tutti gli altri.