Mi ricredo, mi pento. Sono un'insensata. Siamo tutti insensati. No, non

bisogna. Che bene ne può venire? Basta guardarti. Basta respirare

quest'aria, respirare questa luce, sentirti vivere, sentir vivere queste

cose intorno a te. No, non è possibile. Ti supplico. Me ne vado. Lo

porterò via. Non ci vedrai più, né me, né lui. Stanotte stessa partirò,

lo farò partire. Prima dell'alba saremo lontani, al confine del mondo.

Te lo giuro.

_Mortella._

Mamma!

La sua voce, il suo aspetto rivelano un tal crollo di tutto

l'essere, che la madre ne ha un gran sussulto come d'un altro

spavento impreveduto, come d'un altro mostro indistinto che le

si drizzi davanti e sia per afferrarla.

_Costanza._

Che è?

_Mortella._

È vero dunque?

_Costanza._

Che cosa?

_Mortella._

Quel che ho pensato contro di te, quel che penso contro di te, quel che

tu sembri ora?

_Costanza._

Che sembro?

_Mortella._

Quel che confessi ora?

_Costanza._

Che confesso?

_Mortella._

Ah, è orribile.

Bandino solleva la portiera, e il padrigno entra nella stanza

con lui. Per un istante, si trovano l'uno a fianco dell'altro.

Costanza si volge come a un'apparizione che la impietri. Non

parla più, sembra che non respiri più. La figlia abbassa la

voce.

Guardali.

_Gherardo Ismera._

Grazie, Mortella, d'avermi permesso di farvi questa visita. Come state?

_Mortella._

Bene, molto bene. Venite avanti, venite avanti. Sedetevi.

L'uomo fa l'atto di avvicinarsi.

A rivederci, mamma. A rivederci, Bandino.

Il giovine s'accosta alla madre e la conduce verso la porta.

Mentre egli solleva la portiera, ella si volge a guardare suo

marito e sua figlia che restano in piedi l'uno di fronte

all'altra; e vede che Mortella sorride. La portiera ricade. I

due sono soli.

_Gherardo Ismera._

State dunque bene, ora?

_Mortella._

Bene, molto bene, padre d'anima. Ringrazio la vita. Avvicinatevi. Non

abbiate paura di calpestare i fiori.

_Gherardo Ismera._

Ho sempre cercato di non calpestarne.

_Mortella._

Ah, veramente? Sì, lo so. È la piccola Gentucca, la Rondine, che m'ha

giuncata la stanza come si fa per le feste grandi in chiesa. Ecco, in

fatti, una gran bella giornata.

Ella non si diparte dal tono del motteggio. Qualcosa d'acuto e

d'acerbo è in lei, qualcosa di agile e di vigile, che le dà

l'aspetto d'una persecutrice incalzante.

_Gherardo Ismera._

Molto augurata, molto attesa da me, cara Mortella. Non so dirvi come io

sia felice di potermi ravvicinare a voi che foste per tanto tempo la mia

piccola amica selvaggia e tenera, la piccola Grazia dei giardini

pensili, che condusse verso di me qualcuna delle più fresche ore di mia

vita.

Egli è guardingo come qualcuno che saggia i suoi modi, non

sapendo ancóra quale gli valga; ma tiene la sua voce nel tono

più naturale.

_Mortella._

Sono la stessa ancóra? Mi ravvisate? Forse mi rimane una gocciola di

rugiada nel cavo di ciascuna mano. Sono la stessa?

_Gherardo Ismera._

Proprio la stessa, in questo chiarore singolare che mi ricorda la luce

inverdita dai velarii di capelvenere nella grotta di Pane, laggiù, dove

ascoltavamo gemere in tutti i toni le cento candele delle stalattiti. Ve

ne ricordate?

_Mortella._

Che memoria! È strana questa luce. Oggi non c'è stato uno che non abbia

detto entrando: «Che strana luce!». Siamo nella profondità, siamo nel

gorgo. Forse, senza saperlo, somigliamo le cose che inghiotte il mare:

il rottame e l'annegato.

Ella sembra avere alla commessura delle labbra una sorta di

sorriso inestinguibile che dà al suo motteggio qualcosa di

spettrale.

_Gherardo Ismera._

Vorrei aiutarvi a scacciare dal vostro spirito ogni imagine triste,

vorrei tentare di guarirvi, cara Mortella.

_Mortella._

Lo so, lo so. Ho un certo sorriso nella bocca, che deve somigliare una

povera nottola crocifissa sopra una porta sgangherata. L'ho. Lo sento. È

là. Non lo posso schiodare. Vi fa compassione. Vi fa credere che io sia

mentecatta.

_Gherardo Ismera._

No, no. Che dite mai? È un sorriso molto dolce, un sorriso di bambina

smarrita.

_Mortella._

Veramente?

_Gherardo Ismera._

M'intenerisce.

_Mortella._

Ah! Credevo che vi sbigottisse un poco, che ve ne ricordasse un altro...

_Gherardo Ismera._

Quale?

_Mortella._

Quello per cui l'amico vostro incominciò a morire.

_Gherardo Ismera._

L'amico mio?

_Mortella._

Sì, l'amico vostro: mio padre. Non era il vostro compagno di giovinezza,

il diletto? l'unico fratello dell'anima vostra?

_Gherardo Ismera._

Certamente.

_Mortella._

Come! Non avete nella voce una vampa d'amore? Non avete un sospiro di

rimpianto?

_Gherardo Ismera._

Perché dovrei menomare, con una dimostrazione che non mi conviene, un

sentimento da me custodito intatto? Quale amore sopporta d'esser

misurato?

_Mortella._

Non è una sua parola? Mi sembra di riconoscerla.

_Gherardo Ismera._

Forse.

_Mortella._

Gli ho anche udito dire: «L'amicizia è un dono di vita che si fa in

piedi per riceverlo in ginocchio».

_Gherardo Ismera._

N'era ben degno.

_Mortella._

Ma in ginocchio non si riceve anche il colpo di grazia?

_Gherardo Ismera._

Mortella, voglio parlarvi...

_Mortella._

Sì, parlatemi di lui. Voglio udirvi parlare di lui, e specialmente di

quell'ultimo sorriso che gli metteste negli angoli della bocca, sopra le

mascelle serrate che non poté disserrare più... Guardatemi, guardatemi.

Lo imito, senza volere.

Ella è così intieramente posseduta dall'imagine paterna, che per

alcuni attimi la figura della convulsione mortale sembra

riespressa dal suo gioco terribile.

_Gherardo Ismera._

Ma che demenza è la vostra?

_Mortella._

Anche voi, anche voi, senza volere, l'imitate nel sonno.

_Gherardo Ismera._

Che démone v'ha presa? Cessate, Mortella.

_Mortella._

Vi ho visto dormire! E credevo che non dormiste più, che in fondo a

qualche corridoio bianco aveste ucciso il sonno, come il sire di Glamis,

come il sire di Cawdor.

_Gherardo Ismera._

Perché sfuggite? Venite qui, Mortella. Lasciatevi prendere per le mani.

Com'egli le si appressa, ella si allontana, si sottrae,

implacabile e inafferrabile.

_Mortella._

Non vi affaticate. Già ansate un poco, e avete le labbra grige come se

aveste mangiato la cenere. Se qualcuno entrasse, penserebbe che facciamo

i ragazzi, che giochiamo a bomba.

_Gherardo Ismera._

Non giocate più a questo gioco lugubre. Basta. Siete voi che vi nutrite

di cenere.

_Mortella._

Bene. Siamo due, saremo due. State tranquillo, sedetevi. Non v'importa

di sapere quel che dal fondo viene a galla sul vostro viso, nel sonno?

_Gherardo Ismera._

Dove mi avete visto dormire?

_Mortella._

Sedetevi. Ve lo dirò. Laggiù, sul sedile di pietra, presso la tavola

dell'oriuolo a sole, nell'ora calda, nell'ora del pisolo. Siete stanco,

stanco per aver preso troppo, per voler ancóra tutto prendere; siete

stremato, e non volete confessarlo. Quando siete solo, v'accasciate

súbito. Vi spiavo.

_Gherardo Ismera._

Ah, fate questo?

_Mortella._

Credevo che aspettaste qualche preda. Ma tardava. L'ombra del vostro

capo s'allungava sul quadrante solare che non ha più il suo stilo.

Pencolando un poco a destra e un poco a sinistra, pareva che segnasse

un'ora di qua e un'ora di là. Tutte feriscono, una sola uccide: lo

sapete.

Finalmente il capo si chinò, si fermò; e l'ombra segnò l'ora che non

dimentico. Eravate assopito. Vi spiavo. Eravate in balìa di me. Mi

ricordo d'aver veduto una volta rimontare d'un tratto a galla un

palombaro che aveva perduto i suoi calzari di piombo: una specie di

mostro grondante. Così qualcuno è risalito nel vostro sonno,

all'improvviso: quell'altro uomo, quel mostro che v'abita. Era

spaventevole. E non m'era nuovo: lo conoscevo!

Egli tenta di dissipare l'incanto con uno scoppio d'ilarità

fittizia.

_Gherardo Ismera._

Oh, che brutta storia! In cambio di tante belle storie che vi ho

raccontate ai bei tempi! Siete ingrata, Mortella. Ma voglio essere il

vostro medico come a quei tempi ero il vostro interprete. Bisogna che io

risani la vostra imaginazione con una cura solare. Vi vedo supina per

ore ed ore su la tavola scottante di quel vecchio oriuolo inerme.

_Mortella._

Come ridete male!

_Gherardo Ismera._

Come rimpiango il vostro sorriso d'allora! Non era crocifisso. Basta,

via. Datemi le mani, perché io vi esorcizzi.

_Mortella._

Nella mia imaginazione ho troncate le vostre e le ho conservate in fondo

a uno specchio come nel ghiaccio.

_Gherardo Ismera._

So anche quest'altra storia.

_Mortella._

Sapete dunque che la faccia di quell'altro, quella grinta senza colore,

io la conobbi chinata su quelle due mani che preparavano la siringa per

la puntura cotidiana prescritta al paziente?

_Gherardo Ismera._

Mortella, non abbiamo testimoni che giustifichino la vostra eccitazione

vana. Non c'è nessuno qui, davanti, a cui dobbiate conservare

l'attitudine crudele che, per un pervertimento non del tutto nuovo,

avete imposta a voi stessa. Non vi ostinate a falsare la vostra anima,

che era tanto sincera. Consideratemi come un medico sagace e tuttavia

come un amico affettuoso. Siamo soli, siamo noi due soli.

_Mortella._

Credete che siamo noi due soli?

_Gherardo Ismera._

Sembra.

_Mortella._

Non l'avete veduto entrare?

_Gherardo Ismera._

Non continuate a giocare coi miei nervi.

_Mortella._

Era al vostro fianco. Non era mio fratello, era lui. Ho detto a mia

madre: «Guardali!». Non avete inteso? La stessa forza del tradimento

aveva rincatenato l'ospite all'ospite.

_Gherardo Ismera._

Non andate troppo oltre.

_Mortella._

È là, seduto, con quella fronte di luce su tutta quella tristezza che

incava le sue gote, che affina il suo mento. Non vi voltate. È là.

Ella ha veramente il battito dell'allucinazione nelle palpebre,

e la voce della sua fede crea l'apparizione nell'ombra glauca e

bassa.

_Gherardo Ismera._

Ah, vi compiange.

_Mortella._

In piedi vi aveva fatto quel dono di vita. Per affrettare la fine

dell'uomo messo in croce, gli rompevano i ginocchi. Così egli non s'alza

più.

_Gherardo Ismera._

Tacete. Siete odiosa.

_Mortella._

Non vi vale coprirvi gli occhi. Dev'essere rimasto seduto così anche

nella vostra memoria, ma con quel sorriso atroce che gli avete scolpito

nelle mascelle di pietra, là, come una statua d'Egina. Vi guarda. È

lucido. Comprende. Sa. È certo.

_Gherardo Ismera._

Ma tacete, ma tacete! O vi schianto.

Fuori di sé, egli balza e minaccia. Implacabile, l'altra riempie

d'agonia l'aria che lo soffoca.

_Mortella._

No! Ora un sussulto gli getta la testa indietro, e un altro, e un altro.

È irrigidito, inchiodato su le reni. Si solleva, s'inarca, ricade. Il

respiro non passa più a traverso i denti stretti. Il cuore sobbalza, non

batte più, è vuotato. L'avete ucciso! Gherardo Ismera, l'avete ucciso.

Fuori di sé, tutto bianco e tremante, egli si scaglia contro

l'accusatrice, l'afferra pei polsi e la scrolla brutalmente.

_Gherardo Ismera._

Tacete! Tacete! Non voglio più udire le vostre infamie. La vostra

demenza non merita che il bavaglio. La vostra furia non merita che la

segregazione. Io e vostra madre abbiamo ancóra autorità bastevole per

imporre il provvedimento necessario. Non v'è altro mezzo di ricondurre

alla ragione una sciagurata e feroce calunniatrice, nemica di tutti e di

sé, indegna ornai di compassione. Avete inteso? Vi comando il silenzio.

Ella si svincola selvaggiamente.

_Mortella._

M'avete quasi slogato i polsi. Siete vile. Ma non credete ch'io mi

svenga. Siete perduto. Non potrete più riprendere la maschera del

tentatore sapiente. Avete omai la faccia dell'altro, sino all'ora della

morte: la faccia dell'assassino.

_Gherardo Ismera._

Ma, o insensata, dov'è per voi la prova, la larva d'una prova? Un'ombra

d'indizio almeno!

_Mortella._

Una testimonianza.

_Gherardo Ismera._

Quella del vostro delirio?

_Mortella._

Quella della mia anima bastava a me. Di dentro, dal profondo, con

l'anima sveglia, col solo mio dolore, avevo scoperta la verità intiera.

_Gherardo Ismera._

Sognato un sogno criminoso.

_Mortella._

E qui, nella casa, fin dalla prima sera del ritorno, tutta l'aria era

chiara di quella verità, chiara dal fondo della tomba al colmo del

tetto, come per un annunzio di resurrezione.

_Gherardo Ismera._

E basta?

_Mortella._

Non basta. Quando l'azione s'è levata come se fosse stata allora allora

commessa, un testimone inoppugnabile l'ha riconosciuta.

_Gherardo Ismera._

Un nuovo fantasma?

_Mortella._

Una carne viva, una coscienza viva, che per un senso d'umanità aveva

attenuata la certezza in sospetto per poter serbare il segreto ed

evitare l'orrore d'una denunzia. Io l'ho cercata, l'ho frugata, l'ho

forzata a rispondere, a testimoniare, a confermare la prova interiore

con la prova manifesta.

_Gherardo Ismera._

Chi?

_Mortella._

Lo chiedete? Non credevo che poteste sbiancarvi di più. Il medico, il

dottor Securani, Paolo Securani... Qualche ora fa, era qui; e il mio

male era il suo male.

Egli si lascia cadere su una sedia, come in una specie

d'ottenebrazione repentina.

_Gherardo Ismera._

Sì, v'è un contagio del delirio.

_Mortella._

V'è un veleno che resiste al dissolvimento, e che si potrebbe ritrovare

intatto, nella cosa senza nome, pur dopo tre anni. È il granello

incorruttibile dell'ospitalità. Potrebbe forse ancóra servire... Ci

pensate?

Egli è assorto, intento al suo intimo travaglio. Ella gli si

accosta e un poco si piega verso di lui senza pietà, osservando

le mani ch'egli tiene posate su le ginocchia.

Non avete più sguardo. I vostri occhi hanno perduto lo sguardo. Così la

viltà v'immezzi codeste mani micidiali che vi cadano dai polsi a terra

sfatte, con quel disegno ch'io ci leggo, che ora io veggo trasparire

palese come le vene...

Egli balza in piedi, con un gran fremito riscotendosi e tendendo

le pugna chiuse.

_Gherardo Ismera._

Ah, no! Sono ancóra tanto potenti che saprebbero piegare il vostro odio

e il vostro orgoglio come già seppero aprire alla vostra ansietà il

cammino che doveva condurvi verso voi stessa, in opera di vita, in opera

di salute.

_Mortella._

Il vinto si risolleva?

_Gherardo Ismera._

Non sono vinto, né ho bisogno di risollevarmi. Non sono mai stato più

alto in me: alto abbastanza per la fólgore. E sia! il mio coraggio può

guardare la sua azione, senza vacillare e senza impallidire.

_Mortella._

Di più, non avreste potuto, non potreste.

_Gherardo Ismera._

Non parlo del mio viso d'uomo ma del mio coraggio silenzioso a cui avete

opposto la vostra agitazione insensata e un fantasma foggiato dalla

vostra angoscia che mi turba, in questa camera chiusa che sembra molle

di lacrime, che è il luogo stesso del vostro delirio e del vostro

martirio, ove non è possibile difendere il cuore dalla compassione o dal

rimpianto...

_Mortella._

Non compassione, non rimpianto. Io ho combattuto la buona guerra, senza

fiacchezza, senza viltà.

_Gherardo Ismera._

Né io commetterò una viltà contro il mio atto, se ho impallidito dinanzi

a una imagine difformata e infamata del mio atto. Credete voi, potete

voi credere che io abbia obbedito a un sentimento di paura o di vergogna

nel contrastarvi il mio segreto? Credete voi che il mio diniego

ostinato, che la mia dissimulazione sorridente, che la mia stessa

violenza abbian tentato di coprire una colpa ignominiosa e di sfuggire a

un marchio infame? Mi conoscete voi per tale che, dopo aver osato,

cerchi di eludere il pericolo con sotterfugi e con astuzie di piccolo

malfattore? Sono io quegli che s'affanna a trovare la parola e il gesto

abili per mentire a sé stesso e guadagnare l'impunità? M'avete

rappresentato qualcuno che mi abita, un altro che si nasconde in me. Non

uno ma mille; non un'anima ma mille anime, certo: una somma di forze

concordi e discordi, talvolta schiacciante. Tale è l'uomo vivo, tale

sono io vivo fra tante larve asservite. E lo guardavo, e lo ascoltavo,

quell'altro, quell'estraneo, dianzi, qui, mentre giocava con voi il

gioco lugubre, mentre schivava il vostro assalto, si sottraeva alla

vostra persecuzione. E lo consideravo con una tristezza ch'era ben più

amara del vostro sarcasmo. Che mancava alla sua umiliazione? Gli mancava

che voi gli deste una delle vostre vesti e ch'egli singhiozzasse ai

vostri piedi come una femminetta colta in fallo! L'assassino che si

confessa e si pente nella stanza verginale, con la nuca sotto il

calcagno della vendicatrice! Gli somiglio? Ditelo.

_Mortella._

Non meno vile, avete preferito di scrollarmi e di torcermi i polsi.

_Gherardo Ismera._

Sì (perdonatemi, perdonatemi!), per non potere più dominare

l'insofferenza di quella tortura inutile, di quel gioco sinistro e vano.

Ho sperato di sopraffarvi, di piegarvi, e di salvare ancóra il mio

segreto dalla profanazione.

_Mortella._

Dalla profanazione?

_Gherardo Ismera._

Sì. Voi che pretendete d'esservi per vóto assunta in puro spirito e che

tuttavia non sapete vedere di là dai piccoli segni materiali, voi che

rimanete chiusa nel cerchio del vostro specchio rivelatore, voi che

rimanete affascinata da due mani pallide e da un viso chino, voi che

volete smuovere la cenere fredda per ritrovarvi il granello della prova,

conoscete voi la sentenza superba d'un uccisore? «Se questo mio è un

delitto, io voglio che tutte le mie virtù s'inginocchino davanti al mio

delitto».

_Mortella._

Era una voce d'eroe ribelle.

_Gherardo Ismera._

E che conoscete voi dell'eroismo se non le imagini divulgate, le figure

visibili? V'è un altro senso, oltre gli occhi e gli orecchi. La peggiore

azione può celare una bellezza profonda. E vi sono sacrifizii insoliti a

cui non può accostarsi né la vostra ragione né la vostra fede. Anche

nell'amicizia, come nell'amore, il dono di morte può valere il dono di

vita. Voi che giudicate, potreste comprendere? Sapreste voi sciogliere

il mio enigma come io seppi interpretare i vostri sogni? Povera creatura

inconsapevole, intenta a guatare, a spiare per tutte le fenditure della

mia anima, a foggiare con ciascuna delle mie parole un ordegno per

aprire il mio cuore!

_Mortella._

L'aprirò.

_Gherardo Ismera._

Non basta. Solo potrebbe leggervi chi avesse veramente toccato il fondo

della colpa e del dolore, l'apice della volontà e della bellezza.

_Mortella._

Tutto avete sovvertito.

_Gherardo Ismera._

Tutto ho esaltato. Non tentai di creare voi stessa sopra voi stessa?

_Mortella._

Avete pesato sopra di me con tutte le vostre forze perverse.

_Gherardo Ismera._

Se il mio fu un gioco, sembraste portarlo come un'ala.

_Mortella._

Ne ho il segno tristo, e ho pianto invano per cancellarlo.

_Gherardo Ismera._

Nel piangere, quante volte mi domandaste il perché del vostro pianto!

Dove sono scorse quelle lacrime da voi sola conosciute, che la piccola

Rondine non poté apprendere? Avevate un ardore di martire, dicendomi

talvolta: «Non sapete quanto si soffra!». Vi rispondevo: «Lo so». E mi

agguagliavo alla vostra angoscia, come colui che per misurare il dolore

si coricò su la graticola rovente, a fianco del tormentato. Che fate in

cambio, oggi, per me, se non disconoscermi, sfregiarmi, avvilirmi?

Stanco sono, voi dite, per aver troppo preso. Più spesso io ho donato, e

non ho quel che ho donato.

_Mortella._

Riconosco l'arte del démone astuto. Ma no, non ho pietà di voi, né di

me, né d'altri. Per distruggere in me il ricordo di quel che fu, sarei

già morta, se non mi fossi imposto il cómpito di vivere per assolvere il

mio vóto. Posso mettermi alfine la mia veste bianca. Inutilmente ancóra

tentate, a parole, di sovvertire quel che è fermo. Siete convinto, siete

confesso, siete giudicato.

_Gherardo Ismera._

No. Io solo posso giudicarmi. Chiunque possegga sé, per essersi

conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il

diritto di punirsi o di farsi grazia; e non lo concede ad altri. Se

tutti i miei atti mi valgono quanto mi costano, nessuno mi vale più di

quello che voi svilite. Se guardo dentro di me, nello stesso orrore di

me stesso io non mi sento menomato; anzi sento che il mio démone

grandeggia là dove l'anima mi scava. Vi sono profondità donde nascono

stelle.

_Mortella._

Porterò la mia nella mia mano, stasera, come un fuoco bianco. E la

vostra?

_Gherardo Ismera._

Attendo che me ne nasca una nuova.

_Mortella._

Da un nuovo orrore? o dalla morte?

_Gherardo Ismera._

Che è la morte? «Credete veramente che si possa morire?». È una vostra

antica domanda.

_Mortella._

«Si può uccidere». È la vostra risposta. Ma, se foste prossimo alla

morte, potreste ancóra mentire?

_Gherardo Ismera._

Che gioverebbe mentire? E che potrebbe ormai avvenirmi, che già non

fosse in me?

_Mortella._

Fate dunque che il vostro coraggio alzi davanti a me l'imagine vera del

vostro atto. Perché avete ucciso? Come avete ucciso? Dite. Mondatevi

d'ogni menzogna e d'ogni frode, come se la nostra sera fosse venuta e io

avessi già per voi la mia veste bianca.

Ella è protesa verso di lui, in un fremito d'aspettazione,

simile a una fiamma che si travagli. L'uomo sembra per alcuni

attimi vacillare all'orlo del suo segreto. Ma si scrolla e

ricusa.

_Gherardo Ismera._

No. Questo è il segreto dell'anima. Voglio ancóra restar solo con lui e

col mio dispregio, per prepararmi una solitudine più grande e più

libera. De' miei legami io non ho fatto le mie radici. Sono il padrone

della mia vita e della mia morte.

_Mortella._

Badate. Nessuno è padrone della sua vita e della sua morte.

_Gherardo Ismera._

Che mi vale la vita? e che la morte? O povera! E che cosa mai potrà

superare in durezza quel che da me già fu patito?

_Mortella._

Badate. Ho un comandamento dentro di me, a cui devo obbedire. Badate, vi

dico.

_Gherardo Ismera._

A che? Ammonirmi non giova, né minacciarmi. La vendetta ha i piedi

silenziosi della colomba? Non proteggo le mie spalle, né mi volgo

indietro. Né mai degno accertarmi se mi sia a favore il dado tratto. Non

mi risparmio, no, né chiedo d'essere risparmiato. Tutto codesto mi par

miseria. Ma andate, se è venuta la vostra sera, andate dunque a pregare.

_Mortella._

L'ultima preghiera io l'ho fatta già, su quel sepolcro ardente.

_Gherardo Ismera._

Che l'ardore divampi! Che la fiamma si levi! E sarà la mia prova. Addio.

Mentre egli si volge verso la porta sdegnoso e cupo, Mortella

alza verso di lui il pugno, con un gesto di promessa e di

consacrazione.

FINE DEL SECONDO ATTO.

IL TERZO ATTO.

Appare una terrazza quadrata di pietra bigia, cinta di balaustri, priva

di vasi e di statue; che guarda a piombo su l'antico cipresseto. Per tre

gradini vi si sale da un ripiano che mette a destra sopra una branca di

scala discendente nella terrazza sottoposta, e a sinistra sopra un'altra

branca saliente alla terrazza superiore che si scorge nel cielo protesa

in guisa d'un'alta prua. Una grande arcata collega le due porte aperte

su l'una e l'altra scala, tutte di pietra gli stipiti gli architravi i

limitari, semplici e sode, non ornate se non d'una fascia sola, con un

che della nuda forma dorica.

Si vede pel vano dell'arcata sfondare l'aria del vespro, ove la selva

dei cipressi più e più s'infosca digradando come le canne d'uno

smisurato organo di bronzo. Per entro alle masse cupe della fronda i

rami secolari sono più aggrovigliati che le infime radici. Il fuoco del

tramonto vi penetra in modo misterioso arrossando il groviglio interno

così che sembra una bragia coperta da una tonaca di metallo.

----

La pietra è silenziosa e deserta. S'ode la voce di Mortella giù

per la scala che discende dalla terrazza di sopra.

_La voce di Mortella._

Addio, addio, Rondine! Addio, Gentucca!

S'ode la voce della Rondine rispondere di giù, chiara e fresca,

mentre Mortella varca la soglia, traversa il ripiano, sale i tre

gradi, corre alla balaustra e si sporge per salutare anche una

volta. Ha la sua veste bianca e i suoi sandali.

_La voce della Rondine._

Buona sera, Mortella! A domattina, a domattina, per tempo! Sarò là per

l'ora della messa. Ti porterò i gigli dell'Olmatello: un gran fascio.

_Mortella._

Addio, cara cara la mia Gentucca! Sii felice, sii felice! Non ti

dimenticare della tua Mortina.

_La voce della Rondine._

Buona sera! Buona notte! Dormi, dormi bene, stanotte. Va presto a letto.

Voglio che tu dorma. Intendi!

_Mortella._

Dormirò, dormirò.

_La voce della Rondine._

E svégliati con un viso «fatto d'una rosa».

_Mortella._

Mi sveglierò, mi sveglierò.

_La voce della Rondine._

Non ti vedo più. Spòrgiti.

_Mortella._

Addio.

_La voce della Rondine._

Ah! Mortella, Mortella! Guarda, guarda il buono augurio! Alza il capo.

C'è un filo di luna nuova alla tua sinistra: la luna a manca!

Il ferro · 第 4 / 6 段