Dei tre non interi anni che soli ancora gli rimanevano, i due da quando
arrivò in Inghilterra nell'ottobre del 22 a quando nel novembre 24 ne
partì per la Grecia, furono i più sconsolati e tetri dell'avventurosa
sua vita. Conobbe in Londra, fra gli altri esuli, il Berchet, il
general Pepe, il Pecchio, Giovita Scalvini; convisse col Foscolo,
avendo insieme col conte Porro presa in affitto (e furono i giorni meno
nuvolosi di quel triste biennio) una di quelle ben arredate villette
nelle quali Ugo disperdeva i suoi lauti guadagni inglesi, e logorava
la quiete dell'anima e la dignità della vita. E col Foscolo parlavano
delle cose italiane; ma più aneddoticamente che altro, e fermandosi al
14, mostrando Ugo di non pregiar degnamente i nuovi atteggiamenti del
sentimento nazionale e i tentativi e le speranze. Trovò corrispondenza
d'affetti in una buona famiglia di quaccheri: una donna gentile gli si
fece maestra a imparucchiare un po' di quella lingua. Gustò e ammirò
i benefizi della libertà in quella, davvero, grande nazione. Ma la
quiete d'animo che cercava ad attuare i suoi disegni di altri studi e
lavori in servigio della patria italiana, non la trovò: non trovò i
modesti agi sperati al pietoso fine di tirar seco qualcuno de' suoi
cinque figliuoli, «queste povere creature associate al mio infelice
destino», per la cui educazione, massime del primogenito Teodoro stava
in pensiero; non che diffidasse della virtuosa sua moglie, ma aveva
purtroppo ragion di temere che la liberazione dei beni dal sequestro
fosse vincolata a condizioni ripugnanti, fra le quali una lo faceva
«fremere», ed era che il suo Teodoro potesse esser dato a educare ai
Gesuiti. Fu stimolato, anche con rimproveri (e calunniosi rimproveri)
di offrire, ancor egli come altri de' nostri esuli facevano, la
propria spada a quelle guerre con le quali, in Spagna e in Portogallo,
altalenavano fra ambizioni regie e militari il trono e la licenza: ma
il suo cuore non gli diceva nulla per quella causa. Tentò a Londra il
lavoro pei giornali; ma si accorse presto mancargli, delle qualità che
ci vogliono, quelle alle quali si può volentieri rinunziare quando si
senta (com'egli scrive) di essere atto «a fare altro che articoli».
Provò a ritirarsi, in altro cerchio di vita, a Nottingham, umile ma
ben voluto precettore di italiano e di francese: dove ci attesta «aver
ricevuto gentilezze d'ogni maniera», e trovatoci (quel ch'ei sommamente
cercava) affetto, e aver sentita la «consolazione del campare del
proprio lavoro»; ma ciò non valse a rasserenarlo, a toglierlo da una
certa, starei per dire, allucinazione sul vero de' fatti propri, sul
vero esser suo, quando lo sento quasi rimproverarsi della vita passata
anche quei fatti de' quali più vivo e tenace dovea durargli l'orgoglio.
Si ridusse insomma a tale, che il bisogno di rompere quelle acque
morte nelle quali a poco a poco si sentiva sprofondare, il bisogno di
riaversi con un atto di energia, fosse pure inconsulto e precipitato,
tale bisogno, in quella fervida natura, in quell'organismo di ferro, si
fece imperioso e da non poterglisi in verun modo sottrarre.
Tutto questo ha documenti in qualche pagina dei soliti ricordi, in
alcun'altra dell'Epistolario foscoliano, e nel carteggio col Cousin e
col Provana. Nei ricordi segnava il 23 marzo del 1823 così: «Ventitrè
marzo! Non è questo il giorno in cui pubblicai la proclamazione che
restituì alla patria la vita e le speranze? Vita che fu breve pur
troppo! speranze che si dileguarono! ma mi rimase l'onore di non
aver disperato della libertà italiana. Questo dì è quello ancora, nel
quale sui colli di Avigliana presi le risoluzioni che mi preservarono
da gravi errori nella campagna di Francia nel 1815, e quella di
abbandonare lo scrivere francese per l'italiano. E il 23 marzo fu quel
dì, nel quale l'anno passato gli sgherri del re Luigi mi afferrarono.
Giorno di gloria nel 1821, e di sventura non meritata nel 1822; giorno
sacro ai solenni pensieri nel 1815, e d'allora in poi ricordato sempre
con un senso di dolcezza; oggi ricorri pieno di speranze. Io ti saluto,
e riconosco dalla Provvidenza divina il concorso di circostanze per
cui ti do il benvenuto, giorno di speranze e di conforti». Delle quali
delicate e gentili superstizioni, che gli piaceva d'aver comuni con gli
antichi romani, si confessava al Cousin, quando il 18 ottobre di quello
stesso anno, suo quarantesimo anniversario, gli arrivava dall'amico in
quella solitudine un volume del nuovo Platone; di quell'opera, sopra
una pagina della quale avrebbe poi il Cousin alla memoria di lui,
gloriosamente morto, consacrata una pagina degna dell'antichità. Ma al
Provana sconsolatamente, pur ricordandogli la cara Torino e i Quattro i
cui legami il 21 avea scossi, ma non rotti, sconsolatamente scriveva:
«Il mio cuore, donde tutti i movimenti della mia esistenza morale
procedono, è miseramente oppresso»; oppresso dal pensiero che più non
rivedrebbe la patria: «quel pensiero, come un fantasma che persegue il
reo, seguita il tuo povero amico».
Eppure anche in codeste angustie della vita e dell'anima, generoso e
nobilissimo sempre, al Foscolo che si dibatteva fra quei suoi voluti
e non degni impicci, offeriva l'aiuto dei pochi denari di cui poteva
disporre; e di ben altro che di denari lo beneficava con quest'altre
parole: «Non vi abbandonate, pensate alla Madre, alla patria, alla
felice probabilità di una vita migliore dove l'Essere degli Esseri
farà giustizia dei malvagi e dei buoni, dei deboli e dei forti. Pensate
alla Madre, fate quello che essa approverebbe. Nelle calamità conviene
ubbidire ad un pensiero: quel pensiero della Madre sia la vostra àncora
di salute.» E soggiungeva, come voto estremo: «Dio ci possa riunire
sotto al cielo delle due sole contrade al mondo ch'io amo, Italia
e Grecia, nutrici degl'ingrati popoli d'Europa!». Imperocchè quando
così scriveva al Foscolo, e avvisava il Cousin, dopo lungo silenzio,
di «essersi rilevato da quell'abbattimento, non con una risoluzione,
ma con un'_azione_, con un'azione cominciata e il cui seguito non
dipende più da me», Santorre si era impegnato col comitato filelleno
di soccorso residente in Londra, a partire con altri esuli italiani
per la Grecia. E rivide il Foscolo: il Foscolo che per la Grecia, in
quelli anni epici del suo risorgimento, null'altro fece se non scrivere
per Parga, tradita dall'Inghilterra ai Turchi, un libro a pubblicare
il quale gli mancò il coraggio, che non mancò al Berchet a pubblicare,
pur dimorando in Inghilterra, I _profughi di Parga_ che sono contro
quel reo mercato una rovente maledizione. Si rividero, presente lo
Scalvini; e a Santorre che dicendogli addio gli chiedeva se nulla gli
abbisognasse per la Grecia, il Foscolo, evitando la risposta, «Senti»,
gli diceva, prendendo un foglio, «senti questi versi, che ho tradotti,
d'Omero». Il Santarosa ascoltava; ma forse pensando in quel punto ciò
che proprio in quei giorni scriveva a un amico: «Quando si ha un animo
forte, conviene operare, scrivere o morire».
Il 5 di novembre del 24 egli e il Collegno, novamente commilitoni,
salpavano dall'Inghilterra con questi sentimenti che, in una lettera
al Cousin, esaltano ogni animo bennato: «Amico mio, io non avevo
simpatia per la Spagna; e là, per ciò solo, non sarei stato buono a
nulla. Ma la Grecia, la patria di Socrate, capisci? io l'amo di un
amore che ha in sè qualche cosa d'augusto. Il popolo greco, valoroso,
buono, sopravvissuto a secoli di schiavitù, è fratello del mio;
comuni i destini d'Italia e di Grecia; e poichè nulla posso per la mia
patria, alla Grecia io debbo consacrare questi pochi anni di vigore
che mi restano.... Porto con me il tuo Platone. La prima lettera che
ti scriverò sarà da Atene: e tu preparami le tue commissioni per la
patria de' nostri maestri». E al Provana, da Napoli di Romania, il
10 dicembre: «Ti scrivo» e scriveva anche alla sua Carolina «appena
giunto in questa santa terra. Non sono lungi che poche miglia dal
luogo dove Agamennone, il re dei re, fu tradito, trafitto e vendicato.
Questo paese era forse, quanto agli agi della vita, in condizione non
dissimile dalla sua presente, nell'epoca che ha preceduto la guerra di
Troia. La scimitarra turca vi distrusse ogni civiltà. Oh come disprezzo
i biasimatori delle Crociate!... Non so nulla di quello che sarò e
farò. Forse vedremo in breve la patria di Socrate».
La patria di Socrate, ben egli la vide quel legittimo figliuolo degli
antichi savi ed eroi, e potè esaltarsi nel suo sempre giovanile
entusiasmo, approdando al Pireo, ascendendo l'Acropoli, dopo aver
toccato Epidauro e l'isola di Egina, e in questa visitato il tempio
di Giove panellenico, come poi in una gita per l'Attica il campo di
Maratona e il campo Sunio: e in Atene nel tempio di Teseo, aggiungeva
il suo nome a quello che ci trovò d'un concittadino valente, il conte
Vidua, ardito e studioso viaggiatore; e più caramente il proprio e i
nomi de' suoi due Luigi, Ornato e Provana, scrisse in una colonna del
tempio di Minerva Suniade. Ma l'agio concessogli a quel pellegrinaggio
della sua religione aveva cagion dolorosa: ed era la freddezza con la
quale i capi del movimento greco, istruiti segretamente dal Comitato di
Londra che avea malvolentieri (e non l'aveva dissimulato) veduta la sua
partenza, ricevettero il conte di Santarosa, l'uomo sul cui nome ben
più gravemente che su quello di altri esuli pesava, con la condanna a
morte, la persecuzione di tutte le polizie dell'Europa, di quell'Europa
nella quale anche allora la misera Grecia era costretta a confidare.
Egli stesso ne aveva avuto il presentimento allorchè, vicino al termine
del loro viaggio, allo scoprirsi le montagne del Peloponneso, esultando
gli altri, lui solo, appoggiato a un cannone: «Non so perchè,» diceva
al suo Collegno, «mi rincresce che il viaggio finisca. Temo che la
Grecia non corrisponda all'idea che me ne son fatto: chi sa come
saremo ricevuti, e qual sorte ci è riserbata!». E quando, messi alle
strette, dovettero confessargli che il suo nome, troppo noto, poteva
compromettere il Governo Greco presso la Santa Alleanza, e perciò ne
prendesse un altro, se voleva restare, senza che, anche ciò facendo,
gli venisse offerto un comando o una direzione qualsiasi; — chè del
resto, dicevano, noi abbiamo bisogno, più che d'uomini, di denari; —
e allora non mancarono il Collegno e gli altri di mostrargli rimaner
egli sciolto da ogni vincolo verso il paese che così di malagrazia
accettava la sua spada e il suo sangue; — il prode uomo tuttavia
persistè e rimase: e sotto il nome di Derossi (parte gentilizia del suo
cognome) l'ex-ministro piemontese vestì la divisa di semplice soldato
greco. La Santa Alleanza perseguitava fin laggiù la sua vittima, mentre
vegliava sospettosa (l'Austria specialmente della Russia) su tutta
la rivoluzione greca, dalla quale era riuscita a stornare anche la
benedizione del Papa, il buono e a suo tempo eroico Pio VII, sulla cui
intemerata coscienza fu violenza empia dell'Austria, che dovesse pesare
il carico, poco prima ch'e' si presentasse a Dio, di aver respinte le
istanze dei Greci, profferenti la riunione delle due Chiese Greca e
Latina, a patto di essere ricevuti sotto la protezione del Pontefice e
delle Potenze cristiane. Per tal modo la Curia Romana abbassava anche
quella volta alla stregua de' suoi temporali e illegittimi interessi
italici i sublimi interessi cattolici della cristianità.
Destinato all'assedio di Patrasso, il Santarosa si trovò il 21 aprile,
dopo un fatto d'arme contro le genti d'Ibrahim pascià, a dover entrare
in Navarrino; ed ivi rimase, senza che nella piazza assediata si
avessero i mezzi per offendere il nemico. Al Collegno era affidato
il comando del Genio. Fra quello scontro con le truppe egiziane e
l'ingresso in Navarrino, accadde che una gocciola d'acqua penetrasse
sotto il vetro che copriva i ritratti, i quali Santorre portava sempre
seco, de' suoi figliuoli: aperse l'astuccio, e nell'asciugarla gli
venne cancellato il viso del suo Teodoro. Ne fu turbatissimo, come
di sinistro presagio: ci pianse, e voltosi al suo Collegno gli disse:
«Sento che non gli rivedrò più». Durante quelli ultimi quindici giorni
della sua gesta magnanima, l'eroico fantaccino leggeva Shakspeare, il
Tacito del Davanzati, il Tirteo del suo Provana.
Intanto la piazza, non potuta liberare dalla flotta greca, era sempre
più stretta dai Turchi, ormai non più che a cento passi dal muro.
Allora si pensò a rinforzare il presidio dell'isoletta di Sfacteria
alla bocca del porto, e vi fu mandato un centinaio di uomini: uno
di essi volle essere Santorre. Era il 7 di maggio. La mattina dipoi
egli avvisava il Collegno della possibilità d'uno sbarco sull'isola:
questo lo effettuavano i nemici poche ore dopo, e a mezzogiorno
l'isola era occupata da Soliman bey. Dei milledugento uomini che la
difendevano, alcuni avean potuto essere raccolti da navi greche che
bordeggiavano nel porto: due si salvarono a nuoto, e riferirono che
molti altri, traverso un guado al nord dell'isola, avean fatto capo
a Navarrino vecchio. Ma il dì 10 anche quel castello era in mano dei
Turchi. Navarrino, dopo tentate le estreme difese (e il Collegno,
ferito a un braccio, proponeva di farsi tutti seppellire fra le rovine
della cittadella), dovè trattare la resa. Ai parlamentari, che il
dì 16 andavano al campo nemico, si univa il Collegno, unicamente per
rintracciare, Dio sa con che cuore, il suo povero amico. Cortesissimo
alle sue istanze, Soliman bey ne fece inutilmente premurose ricerche.
E mentre il Collegno attendeva, ecco farglisi innanzi dalle file dei
Turchi un vecchio con lunga barba, ed esclamare: «Come! Santarosa a
Sfacteria! ed io non averlo saputo! e non aver potuto, per la seconda
volta, salvargli la vita!». Era quel polacco, che lo aveva, quattr'anni
prima, strappato dalle mani de' carabinieri di Carlo Felice; e ora,
dopo avere per la libertà combattuto in Francia, a Napoli, in Piemonte
e col Collegno stesso in Spagna, era soldato d'Ibrahim pascià per la
tirannide turca: infelici venturieri, e ve n'erano altri, pur troppo,
anche italiani, sotto le medesime insegne e col medesimo passato,
sospinti al basso dalla miseria e dalla disperazione, come al Collegno
confessava l'ex-colonnello polacco, e due grosse lacrime gli solcavano
le guance abbronzate. Del resto anche i Turchi autentici conoscevano
il nome del Santarosa; e «mi guardavano tristamente,» scrive con alta
umana nota il valoroso Collegno «e avevano compassione di me che venivo
a cercare l'amico, probabilmente ormai morto».
E così era infatti. Un soldato, due giorni dopo, dichiarò di averne
veduto il cadavere: un paio d'occhiali eran passati per le mani
di altri soldati; e solo fra i difensori di Sfacteria che portasse
occhiali, si accertò essere il Santarosa. Corse voce che lo uccidesse
alla bocca d'una caverna un rinnegato maltese: e ben si addiceva tale
uccisore all'uomo che fu esemplare di intemerata fede ai più alti
ideali, religiosamente osservata e suggellata col sangue.
Il Collegno, dopo la resa della piazza, offeso e amareggiato dalla
diffidenza dei capi Greci, la quale si accrebbe dopo la cavalleresca
accoglienza che il bey e il pascià gli avevan fatta nel campo; e
più ancora dolente de' loro portamenti verso la persona e la memoria
del Santarosa; partiva. Pur troppo egli potè dire di aver trovato al
nome dell'amico maggior compianto nelle tende musulmane, che tra le
schiere di coloro pe' quali essi erano venuti a combattere. In quello
stesso anno 1825, celebrandosi in Napoli di Romania solenni esequie
ai caduti di Sfacteria, quel nome nella orazione funebre non trovò
luogo: e tarda, inadeguata, ammenda erano queste parole d'una gazzetta
ellenica: «L'amico operoso dei Greci, il conte di Santarosa, è caduto
da valoroso in quella battaglia. La Grecia perde un amico sincero della
sua indipendenza, e uno sperimentato ufficiale; le cui cognizioni e
l'attività avrebbero potuto esserle grandemente utili nella presente
guerra.» Le ultime parole che si seppero di Santorre furono da lui
dette a un filelleno francese, la mattina del dì 8, appena sbarcato
il rinforzo: «I nostri amici stan bene: io son venuto col capitano
Simo per afforzare questo punto capitale della difesa: mi trovo fra
questi Greci molto a disagio, poichè il mio greco antico non m'aiuta a
intendere una loro parola. Il peggio è che fra questa gente c'è un gran
disordine: non ne spero nulla di buono.» «Venite con noi alla batteria»
gli disse il Francese, che era addetto allo stato maggiore del principe
Maurocordato. «No,» rispose il Santarosa «voglio vedere i Turchi un po'
da vicino». E rimase.