Me ne dispiace per voi, ma anche questa volta la politica ne ha fatta
una delle sue, ed ha privato voi del piacere di ascoltare Ferdinando
Martini ed ha costretto la Direzione delle Conferenze, in tanta
pressura di tempo, a incaricar me di sostituirlo.
Non ho voluto sostituirlo anche nel tema, che spero egli potrà
trattare prima o poi, ed ho preferito tentar di riempire alla meglio
un vuoto, che anche alla Direzione pareva fosse rimasto nel programma
di quest'anno, parlandovi delle società segrete di Romagna e della
Rivoluzione del 1831.
Quello delle società segrete in Italia è un tema attraente e
difficilissimo.
Perchè sia attraente, non ho bisogno di molte parole per dimostrarlo.
La sua attrazione, se altro non ci fosse, sta in quell'aggettivo:
_segrete_. Scoprire un segreto? che cosa c'è che metta in maggiore
agitazione tutte le fibre della povera e limitata natura umana? che
cosa c'è altresì di più comune? Il mondo intiero è un segreto e tentare
di scoprirlo, e illudersi ogni tanto d'averlo scoperto, è forse il solo
_perchè_ di tutta la nostra esistenza. Basta dire quindi: _società
segrete_, e l'attenzione, la curiosità si svegliano subito da per
sè. Lo stesso Goldoni, che di tutto faceva soggetto d'osservazione
comica, ha tratto dai primordi delle società segrete la materia d'una
sua commedia: _Le Donne curiose_, e le quattro donne della Commedia
rappresentano appunto la società, che fantasticava in mille guise
sul mistero di quelle congreghe, le prime _Logge dei Frammassoni,_
introdottesi per opera d'Inglesi girovaghi, alla metà circa del
Settecento, prima in Firenze, poscia in Venezia ed altrove.
Attraente il tema è dunque di certo.
Difficilissimo per più ragioni. Dove trovare il documento schietto,
immediato delle congiure?
Presso il cospiratore?
Ma il cospiratore avvezzo a simulare e dissimulare, a nascondere, a
travestire il pensiero che lo agita, ben di rado lascia tracce del suo
passaggio. Se anche ebbe momenti di abbandono, se si lasciò andare a
confidarsi a qualcuno, ad un amico, ad una donna, se possedette una
lista di nomi, una descrizione di luoghi, uno statuto, un formulario,
un _credo_ della sua fede politica, se mai scrisse o ricevette una
lettera, un avviso, un messaggio, non velato abbastanza sotto il
gergo geroglifico della setta, bastò una visita inaspettata, una
scampanellata notturna alla porta di strada, un rumore insolito in
casa, una faccia sospetta, che passasse, perch'egli in un subito
facesse su alla rinfusa le sue carte e le gittasse in un nascondiglio
impenetrabile o sulle fiamme.
Negli atti delle polizie inquirenti e sorvegliatrici?
Ma essi sono pieni di lacune, di ombre, di menzogne, di vanterìe,
di calunnie, e ad ogni modo colgono qua e là un indizio, un segno;
ricostruiscono a volte quello, che è già disciolto o trasformato da
tempo; s'ingegnano di far corpo dei mille nonnulla, che hanno sorpresi,
ma l'insieme della trama sfugge loro, confondono momenti, uomini, cose,
e chi per ragione di studio ha avuto occasione di consultarli, sa bene
che assegnamento si può fare su quegli atti, quando lo studioso non
possa riscontrarli con tradizioni autorevoli, con ricordi personali o
con altri documenti.
A proposito appunto delle cospirazioni politiche di Romagna dal
1815 al 31 mi ricordo io d'avere, anni sono, consultato un enorme
registro della Polizia pontificia a Bologna, dov'era un elenco con
note biografiche d'un'infinità di persone sospettate e sospettabili
di spirito settario e avverso al governo. Erano persone morte da
poco o ancor vive, ed è incredibile che razza d'abbagli, d'equivoci
e di confusioni vi rinvenni. Stando a quel registro, per poco il
Governo pontificio non avrebbe dovuto far carcerare per rivoluzionari
pericolosissimi i canonici della Cattedrale.
Nei processi?
Ma essi seguono al fatto, che ha loro dato occasione, o risalgono poco
più su; sono tutti rivolti a strappare la confessione o a cogliere
le contraddizioni dei presunti rei; più spesso i processi stessi
sono congiure, vòlte al fine immediato di punire, reprimere, incuter
terrore, mostrare di saper tutto, anche quando poco o nulla si sa.
Resterebbero i documenti personali, le autobiografie, le _Memorie_ dei
cospiratori. Ma sono poche, scarse, e malfide anch'esse. La congiura
(tutta la storia lo insegna), è un congegno sempre fragile, un'arma,
che quasi sempre scoppia nelle mani di chi l'adopera, prima che la
volontà dia lo scatto o si possa puntarla al segno, cui mira. Ma chi,
se arrischiò in essa la libertà, la vita, gli averi, talvolta la fama,
vorrà darsi torto d'essersi messo a tale cimento?
Poi il temperamento morale, che l'aver vissuto e trescato nelle
cospirazioni politiche soleva formare, non era sempre il più adatto a
far ricordare e a far narrare tutto il vero.
Ho pensato più volte che il temperamento dei nostri vecchi cospiratori
politici somigliava su per giù a quello degli innamorati. Non è colpa
loro; è colpa della professione. Vedono stretto e per lo più vedono
falso. L'oggetto della loro passione gli occupa tutti. In quest'oggetto
tutto è bene, verità, bellezza; il resto è male, falsità, bruttezza e
quando cominciano a scoprire l'inganno, è appunto allora che sempre più
s'incaponiscono a non volere confessare d'essersi sbagliati.
E non contate per nulla l'orgoglio, la gloria di aver cospirato?
Quello dei veri cospiratori in buona fede, dei cospiratori cioè, che
pagarono col sacrificio di sè e delle loro famiglie nelle carceri,
nell'esiglio o sui patiboli l'audacia e, mettiamo pur anche, la inanità
e la colpevolezza dei loro tentativi, era uno stato d'animo, che non
ha riscontro possibile, se non nei primordi delle religioni, quando la
fede arde come una fiamma nel segreto dei cuori, ed il mistero, di cui
la nuova dottrina è costretta a circondarsi, centuplica l'intensità,
il fervore, il coraggio della fede e del proselitismo nei fondatori,
nei neofiti e nei loro aderenti. Le prime cospirazioni italiane,
che seguono immediatamente la caduta dell'Impero Napoleonico sono
veramente le catacombe dell'indipendenza e della libertà italiana.
La tirannia, contro cui si lotta, e la materiale impossibilità d'una
guerra aperta nascondono l'immoralità intrinseca della congiura, la
quale è sempre per sè stessa una mancanza di schiettezza e di sincerità
ed un giustificare i mezzi col fine, e danno aspetto serio e grave
a quell'insieme di formole misteriose, di anfibologie settarie, di
gerarchie, di riti, di cerimonie, di simboli, che non dimanda però
minore sottomissione e minore abdicazione della libertà personale, di
quello esigesse la tirannia, mentre poi s'arrogava esso pure il diritto
di castigare ogni dissenso (le sètte condannavano a morte i dissidenti
al pari dei tribunali statarii dell'Austria o dei nostri principi
dipendenti da essa), di castigare, dico, ogni dissenso con altrettanto
arbitrio di giudizio e con altrettanta ferocità. Ma a ciò non badavano
i cospiratori. La dignità loro stava tutta nell'essere pochi contro
i molti, deboli contro i forti. Era qui tutto il prestigio, il
fàscino irresistibile, la poesia eroica della cospirazione. Il resto
era una necessità non voluta da alcuno, ma creata ed imposta da uno
stato di guerra permanente contro il potere pubblico, considerato a
ragione quale nemico e ostacolo unico al diritto d'aver una patria;
diritto naturale, che pone chi lo impugna al di fuori d'ogni legge e
fa altrettanto per chi lo rivendica. Questi i postulati ideali dei
cospiratori, dai quali postulati risultavano temperamenti morali,
tendenze intellettuali ed abitudini e atteggiamenti anche esteriori
così singolari, che chi non è giunto in tempo a vedere e a conoscere
da vicino qualche sopravvissuto dell'età classica delle cospirazioni,
difficilmente potrà mai rifarsene in mente un profilo esatto e
compiuto.
Oggi questo tipo è scomparso, o si è trasmutato, od ha perduto ogni
valore ed ogni curiosità, poichè, generalmente, cospirare sotto un
regime di libertà è una scioccaggine o una bricconata.
Tanto più mi sono sempre doluto, avendone conosciuti parecchi e
intimamente nella mia giovinezza, di non aver tenuto nota e ricordo dei
loro racconti, siccome ho presenti ancora alla memoria quella specie
di mestizia, che avevano anche in mezzo all'allegria, quella fissità,
vigilanza e sospettosità di sguardo, quelle narrazioni, che lasciavano
sempre in ombra qualche cosa, quel fare inquisitorio e scrutatore
ad ogni persona nuova, in cui si imbattessero, quel trovar sempre
sensi riposti anche in discorsi, che parevano indifferentissimi, e
soprattutto quegli odii e quegli amori, sempre del pari inestinguibili,
che avevano a cose o persone passate da lungo tempo, come di chi sapeva
di eroismi o di peccati ignoti a tutti o da tutti dimenticati, ma che
essi avevano scritti in un arcano libro, su cui tutto è registrato e
nulla si cancella mai più.
Oggi, ripeto, questo tipo è scomparso; oggi il cospiratore è un tipo
storico, o, meglio ancora, un oggetto da museo.
Ma sono del pari scomparse le abitudini morali, le pieghe, le
inclinazioni, che certe vicende passate stampano talvolta nel carattere
dei popoli? Non credo, e mi pare altresì che il modo, con cui da
molti s'intende e si pratica oggi in Italia la libertà, quello stretto
rinchiudersi entro ai partiti, oggi più personali che politici, quella
fiacca prontezza di abdicare al libero arbitrio del proprio giudizio
dinanzi a qualunque audace vanità, che sembri persona, siano in gran
parte generazioni e putrefazioni finali di abitudini cospiratorie, con
questo di più e di peggio, che il grande ideale patriottico, da cui
erano nobilitati e scusati i vizi intrinseci delle cospirazioni, quel
disinteresse, quell'abbandono di sè, quella costanza nel soffrire, quel
sacrificio, che saliva talvolta fino all'eroismo, hanno ceduto il campo
all'egoismo, alle volgari ambizioni, alle più ignobili cupidigie.
Gli storici più gravi del nostro risorgimento politico, sono, in
generale, severissimi a tutto questo periodo delle cospirazioni. Spesso
aveano cospirato ancor essi, ma poichè si tratta d'un periodo, che alla
superficie si rivela in tentativi o non riesciti o riesciti male, è
raro che si consenta volentieri di averci prestato mano.
Comunque, ci troviamo qui ad un'altra difficoltà, per non dire ad un
altro mistero psicologico singolarissimo.
C'è la _blaga_ (Giosuè Carducci ha detto di recente che questo è un
francesismo, il quale nelle presenti condizioni morali dell'Italia,
s'impone assolutamente al nostro dizionario), c'è dunque la _blaga_
dell'aver trescato nelle più perigliose avventure delle cospirazioni
politiche, anche quando non era vero, e c'è la _blaga_ del non averci
mai nè poco nè molto aderito o cooperato, anche quando s'era fatto
l'uno e l'altro, e forse di più.
Fatto è, che molti dei maggiori uomini del nostro Risorgimento, il
D'Azeglio, il Capponi, il Ricasoli, il Cavour, il Minghetti non hanno
lasciato passare occasione di dichiarare, che a cospirazioni politiche
non avevano mai appartenuto. Lo dicevano; ed eran uomini quelli, ai
quali si può e si deve credere.
Fermiamoci nondimeno all'esempio del Capponi soltanto. Tutte le polizie
d'Europa lo hanno in sospetto di cospiratore; tutti i cospiratori lo
credono cosa loro, e quando il confessare d'aver cospirato divenne un
titolo di merito senza pericolo, egli dichiarò che questa gloria, se
gloria era, non gli apparteneva.
Se non che forse a lui stesso, in un tempo, in cui tutto un moto
di civiltà liberale convergeva in Firenze verso di lui (è questa
la vera grandezza della figura di Gino Capponi), in un tempo,
in cui si cospirava con tutto, colla letteratura, colla musica,
coll'_Antologia_, coll'_Archivio Storico_, col _Gabinetto Vieusseux_,
cogli Asili d'infanzia, colle casse di risparmio, coi perfezionamenti
dell'agricoltura, a lui stesso, dico, sarebbe veramente stato difficile
dire appuntino se e quanto avea cospirato, anche se si voglia ammettere
che l'aver tentato nel 21 di stabilire relazioni ed accordi fra i
Carbonari Lombardi e i Federati Piemontesi, come risulta dalle sue
lettere, fosse un non esser mai entrato per nulla nelle cospirazioni.
Sia pure. La corrompitrice necessità del cospirare, creata da
governi feroci di paura, non scusa per la coscienza di certi uomini
l'immoralità intrinseca della congiura.
Sia pure. Ripugna ad un animo elevato rinunciare ad una setta la
libertà dei propri atti e dei propri pensieri.
Sia pure. È da far gran tara su certe glorie delle cospirazioni, ed i
galantuomini in tutto quel moto sotterraneo si sono purtroppo trovati
a contatti immondi ed a partecipare, volenti o no, a responsabilità
da far rabbrividire. Lo seppero a loro spese i poveri cospiratori
bolognesi del 1843, che il Governo pontificio trovò modo di coinvolgere
in una stessa condanna con ladri ed assassini.
Non per questo è giusto che la storia non riconosca nulla di bene in
tutto questo periodo segreto di preparazione del risorgimento italiano.
Il detto di Ugo Foscolo: «a rifare l'Italia bisogna disfare le sètte»
è un teorema santo di politica, che forse sarebbe bene ricordare di
più anche oggi, ma non è, nè può essere un giusto criterio di storia
per giudicare quella storia. Bisogna riportarsi a quei tempi dal 1815
al 1831, bisogna ricordarsi che per i più la cospirazione era allora
il solo arringo, la sola forma, in cui l'amor patrio poteva tradursi,
che quell'ampia visuale, la quale oltrepassa la stretta cerchia
degli amici e corregge le fisime della meditazione solitaria, era del
tutto interdetta, allorchè Napoli e Torino parevano più segregate da
Firenze e Bologna, che non lo sia oggi Calcutta; bisogna ripensare
alla ferocità di tirannie indigene, che facea talvolta acclamare per
salvatori gli Austriaci, come accadde a Bologna nel 1832: all'ignavia,
alla corruttela dei volghi in cenci od in falda, da cui i cospiratori
si sentivano circondati (l'Italia dello Stendhal non è in tutto
l'Italia vera, ma in parte era così); bisogna richiamarsi a mente
tutto questo e la conclusione, se vuole esser giusta, potrà deplorare
i delirii, le colpe, gli errori; potrà magari bollare a fuoco la
compagnia malvagia e scempia, in cui per una trista necessità uomini
dabbene si trovarono spesso mescolati, ma non avvolger tutto e tutti
in una stessa condanna. E si vedrà inoltre che giudicando i varii
moti italiani innanzi al 1859 non per quello che paiono, una serie
discontinua di più o meno grandi catastrofi, ma per quello che sono,
una preparazione interrotta soltanto per ripigliare nuova vita, la
luce del trionfo finale illumina da cima a fondo tutto quell'immane
travaglio e fa risplendere al loro posto nella storia gli operai della
prima e quelli della ultima ora.
La Carboneria, che fra le sètte politiche fu la più larga, la più
complessa, la più adattabile e la più facilmente trasformantesi secondo
i luoghi, la Carboneria era una figliazione della Frammassoneria.
Furono i Napoletani, che la portarono in Romagna, durante le due
spedizioni di Gioacchino Murat, quella vituperosa del 1814 e quella
disperata del 1815, nella quale almeno si mosse e cadde con una sola
bandiera, la bandiera dell'indipendenza italiana.
Le false promesse di libertà, date dall'Austria all'Italia nel 1809 e
ripetute a nome degli Alleati dal Conte Nugent e da Lord Bentinck nel
15, nonchè la reazione, promossa ovunque e specialmente in Italia dal
Congresso di Vienna e dai principi restaurati, diedero incitamento
e principio al lavorìo arcano delle sètte e delle cospirazioni
politiche. Un partito liberale e nazionale s'era già venuto formando
fino dagli ultimi tempi del Regno Italico, e s'era formato appunto
nell'opposizione alla prepotenza napoleonica, che della nuova vita
ridata all'Italia volea valersi per sè e nulla più. Ben presto
quest'opposizione s'era mutata in società segreta e ad una società
cosiddetta dei _Raggi_, che avea il suo centro a Bologna, accenna
il Botta, che forse le appartenne. Seguono gli _Anti Eugeniani_ in
Milano, disonoratisi colla giornata del 20 aprile 1814 e coll'eccidio
del Prina, la cospirazione degli ex generali Cisalpini ed Italici, il
Pino, il Lechi, lo Zucchi, il Fontanelli, quella degli _Indipendenti_,
che progettava di dare scettro e corona a Napoleone confinato all'isola
d'Elba, e finalmente qualche reliquia di tuttociò fa gruppo nel
tentativo e nel proclama di Rimini di Gioacchino Murat del 30 marzo
1815, dal Manzoni creduto la gran _parola_.
Che tante etadi indarno Italia attese,
a cui Pellegrino Rossi prestò il concorso della sua mente e del braccio
giovanile, che trovò scarsi seguaci, un migliaio appena, dice il
Farini, e che finì tra diserzioni e tradimenti, ma incominciò nelle
Marche e in Romagna il periodo dei supplizi, delle carcerazioni e degli
esigli per causa politica e per contraccolpo quello delle cospirazioni
settarie. L'impresa del Murat avea troppe ragioni vicine e lontane da
non riescire, e non riescì. Lasciò però uno strascico di simpatie e di
gratitudine. Dopo la battaglia della Rancia, tra Macerata e Tolentino,
quando il suo esercito fuggiva in dirotta dinanzi al nemico incalzante,
Gioacchino, per salvare Macerata dal saccheggio, lo fece passare fuori
dalle mura della città, e a lui, che partì ultimo e voltandosi sul
cavallo salutava con la mano, rispondevano dalle mura e dalle case i
cittadini con gesti e con grida affettuose, e corse anzi poscia e durò
a lungo un detto popolare a tutto onore di Gioacchino: _Tra Chienti e
Potenza_ (i due fiumi che bagnano la collina di Macerata) _tra Chienti
e Potenza finì l'indipendenza_.
Finita no, finchè durava il desiderio di ricuperarla. Qui infatti si
riattacca il filo dei tentativi, che seguirono.
_Guelfi_ son detti i _Carbonari_ delle Marche dopo il 15 e si diramano
di qui in Romagna e in tutte quattro le Legazioni, variando nomi e
forme secondarie, ma sempre con un intento comune, nè bisogna credere
che i nomi diversi significhino sètte diverse od in opposizione le une
colle altre.
Accadrà anche questo, ma per ora tali variazioni e frastagliamenti
settari di Guelfi, Adelfi, Maestri Perfetti, Turba, Siberia, Fratelli
Artisti, Difensori della patria, Bersaglieri Americani, e via dicendo,
che si riscontrano qua e là nei documenti sincroni, altro non sono che
artifici settari, e qualche volta _riforme_ (come le chiamavano) per lo
più ordinate ad ogni tentativo d'azione mal riuscito; singolare fortuna
di questa parola: _riforma_, la quale è comune ai Protestanti, alla
Chiesa Cattolica e alle sue fraterie, come alle sètte politiche ed alle
loro trasformazioni, ed oggi non serve più che per tenere a bada la
buona gente ad ogni nuova crisi ministeriale.
Il primo tentativo dei Guelfi Marchigiani, a cui le Romagne non
giunsero in tempo ad associarsi, è quello della notte di San Giovanni,
23 giugno 1817, il quale, se anche ebbe un principio d'esecuzione,
fu così poca cosa, che neppure quel Pani Rossi, il quale ha noverate
171 ribellioni dei sudditi pontifici, se ne è ricordato. A leggere le
sentenze di condanna, che son tre, a vedere il numero e la qualità
dei condannati si direbbe trattarsi poco meno che dell'inglese _gun
powder plot_ ai tempi di Giacomo I, ma in quella vece pare che i
congiurati non fossero neppure in tempo a dar fuoco a quattro caldaie
di pece, che insieme con alcuni razzi dovevano dalla torre di Macerata
segnalare alle città vicine l'avvenuta rivoluzione e quindi con
un seguito di fuochi accesi di monte in monte (il solito telegrafo
dei cospiratori) recarne l'annunzio sino a Bologna. In sostanza non
accadde nulla, il che non impedì la ferocità enorme dei castighi, e
due fatti individuali, ma storicamente istruttivi, meritano soltanto
di venire notati, l'uno che il conte Cesare Gallo, gran dignitario
Carbonaro e supposto capo del tentativo rivoluzionario di Macerata,
tradì la Carboneria e divenne un fidatissimo Papalino: l'altro, che
quel monsignor Tiberio Pacca, il quale, come Governatore di Roma,
firmò nel 1818 le sentenze contro i Carbonari di Macerata, fu nel 1820
denunciato al Papa per Carbonaro e dovette salvarsi fuggendo in Francia
dall'essere processato e carcerato lui pure.
Queste le prime cospirazioni e il primo tentativo rivoluzionario
nelle Marche e in Romagna. La bandiera, che era caduta dalle mani di
Gioacchino Murat e che non avevano potuto rialzare i rivoluzionari di
Macerata, fu raccolta e salvata nei nascondigli delle sètte. D'ora
in poi la Romagna è veramente quell'Italia che, a proposito delle
cospirazioni politiche di quel tempo, Carlo Didier descriveva nella sua
_Rome souterraine_. Forse nessuno di voi ricorda questo libro della più
lussureggiante vegetazione romantica, nel quale da ragazzo mi deliziavo
e che oggi forse purtroppo neppure i ragazzi, istruiti secondo i dogmi
della pedagogia positivista, leggono più. Dico purtroppo, perchè la
grulleria romantica (se tale era) passava coll'età, e le altre durano
tutta la vita.
«L'Italia (scriveva il Didier) è come l'antico Egitto un paese di
misteri.... Quando la sua superficie è più calma e tutta vestita di
fiori, è forse allora che la mina arde e sta per scoppiare.» Nonostante
il tono apocalittico, il Didier dice il vero nello stesso modo che,
scendendo a particolari, riscontrai descritta tal quale nelle _Memorie
di un cospiratore Ravennate_, che lessi manoscritte e delle quali
ho vista ora annunziata la pubblicazione, la scena, per esempio,
dell'ammissione o iniziazione Carbonaresca. Non c'è di più nel Didier
che una parte drammatica (la quale però chi sa quanti riscontri ebbe
allora nella realtà), quella del Carbonaro spergiuro, che fra le
perfide carezze d'una bellissima principessa romana s'è lasciato trarre
di bocca il segreto della setta ed ha involontariamente denunziato i
compagni. Quando costoro si trovano insieme, si sente a un tratto il
grido d'allarme delle scolte, i Carbonari scompaiono come per incanto
in una bodola, che si rinchiude sopra di essi, e birri e soldati
trovano vuota la sala delle adunanze dove i lumi ardono ancora, e
l'_iniziato_, un diplomatico russo, pende ancora cogli occhi bendati,
da una croce sul cosiddetto _calvario_ Carbonaresco.
Anche questa scenografia spettacolosa non è del romanzo soltanto, ma
appartiene in realtà al cerimoniale della setta.
È ridicola, ma storicamente è importante: in primo luogo perchè è
tradizione Massonica, in secondo luogo perchè è diretta, si vede, a
colpire fortemente l'immaginazione e la sensibilità degli affigliati.
Quanto all'ordinamento della Carboneria, di cui oggi si conoscono molte
trascrizioni, esso era composto, come già accennò il Nitti, di un'alta
_Vendita_ (parola simbolica, come ben capite) risiedente in Parigi,
distinta in _Vendite_ nazionali e in _Vendite_ centrali per ogni stato
(le vedremo funzionare nella Rivoluzione del 31), le quali alla lor
volta erano composte di _Vendite d'apprendisti_ e di _Montagne di
Maestri_. Cinque _Maestri_ e due _Apprendisti_ formavano una _Vendita
centrale_.
Era _unitario_ o _federale_ per l'Italia il fine politico, a cui
mirava la Carboneria? Non pare che lo determinasse mai bene del tutto,
se di ciò tanto acerbamente la critica Giuseppe Mazzini, il quale vi
si ascrisse nel 1827, cinque anni prima cioè, ch'egli fondasse con
programma unitario la _Giovine Italia_.
Certo è però che unitaria era una famosa _Costituzione Latina_, giurata
dai Carbonari a Bologna nel 1818 in casa del principe Hercolani;
unitaria pure la _Repubblica Ausonia_, che i cospiratori del 18, del
19 e del 20 si proponevano di fondare. Ma dopo quello che, come avete
sentito dal Nitti, accadde a Napoli nel 20, e quello che accadde a
Bologna nel 31, quest'è ormai una questione accademica, che non serve
a nulla.
Più importante è conoscere gli uomini, penetrare, se è possibile,
nell'animo di coloro, che si ponevano a questo sbaraglio, a questo
cimento mortale delle congiure. Permettetemi di ricordare fra i
tanti un tipo singolarissimo, di cui ho scritto più volte, ma di
cui avrei rimorso a non farvi parola in questa occasione. Le sue
_Memorie_ le ha scritte sua figlia in un libro mal congegnato, ma che
fa piangere, perchè di certo fu scritto piangendo. Egli è Vincenzo
Fattiboni di Cesena. V'è un'unità di tragedia classica nella vita di
quest'uomo e bastano le date a narrarla tutta. Nel 1811 è Frammassone
a Milano: nel 15 segue l'impresa di Gioachino Murat; nel 17 prende
parte al tentativo di Macerata; nel 18 è condannato a dieci anni di
galera; ne esce nell'ottobre del 28; nel 29 è di nuovo a capo della
_Vendita_ Carbonaresca di Cesena; nel 31 decreta la decadenza del
potere temporale dei Papi insieme coi rivoluzionari della Costituente
provvisoria di Bologna; nell'anno stesso va in esilio a Corfù; vi resta
fin verso il 1848; segue coll'animo e coll'opera le immense speranze
di quell'anno: non può reggere alle profonde disillusioni e ruine del
1849, e il 12 maggio 1850 dispera un'ultima volta e si uccide.
Difficile rassomigliare ad un tipo come questo, veramente eroico e
sublime nella semplicità della sua fede e nella costanza del suo
patriottismo, e certo, accanto a lui, non mancano pur troppo i
deboli, i vanagloriosi, i farabutti, i falsi martiri; non mancano
i sopravvissuti a questo tenebroso tempo delle cospirazioni, la
liquidazione commerciale del patriottismo dei quali non finisce mai.
Ma molti altri s'accostano almeno per purezza e grandezza morale al
Fattiboni e, se ne avessi il tempo, vorrei annoverarli a uno a uno,
perchè essi sono tanto più meritevoli di ricordo, in quanto lottavano
con un'infamia di governo, di cui voi altri Toscani, anche sotto
quell'accidia degli ultimi Medici e degli ultimi Lorenesi, non potevate
farvi neppure un'idea lontana: un governo, che vedendo non bastargli
gli eccessi della repressione, la falsità dei giudizi, le immanità
tutte d'un potere, che non si difende, ma si vendica, giunse persino
al segno di contrapporre sètte a sètte, congiure a congiure, aspettando
di bandire, come fece il cardinale Bernetti nel 1831, con una pubblica
notificazione, la guerra civile.
Queste sètte si chiamavano i _Pacifici_, i _Sanfedisti_, i _Centurioni_
(a Faenza, in opposizione ai liberali, i _Cani e Gatti_), e
ammirando la stupenda invenzione, le imitarono il Duca di Modena coi
_Concistoriali_, i Borboni di Napoli coi _Calderari_, l'Austria coi
_Ferdinandei_. Che intreccio d'iniquità, di dolori, di misfatti!
La buon'anima di Cesare Cantù ha osato dire che tutte queste sono
invenzioni di rivoluzionari. Ma l'espediente è troppo disinvolto
dinanzi alla realtà di fatti orrendi, che i vecchi in Romagna, nelle
Marche, nell'Umbria hanno visti cogli occhi loro e ricordano ancora,
e per accertare i quali si sarebbe potuta invocare, sto per dire, la
testimonianza di Pio IX, che, Vescovo d'Imola, ne piangeva a calde
lagrime, o si potrebbe invocare anche oggi quella di Leone XIII, se
volesse parlare.
Contuttociò non cessa in Romagna il fermento delle sètte liberali, anzi
dopo le repressioni del 1818 aumenta sempre più, e tanta è la paura del
governo che neppure Lord Byron per amore della bella Guiccioli e Lady
Morgan per diporto possono nel 19 e nel 20 penetrare in Romagna, senza
che la loro corrispondenza epistolare sia per ordine di Roma aperta e
trascritta.
Quali erano però gli effetti palesi di tutto questo gran cospirare
dei liberali e di tutto questo loro fermentare e agitarsi nell'ombra?
Scoppia a Napoli una rivoluzione nel 20, un'altra in Piemonte nel
21, ed in Romagna nessuno si muove. Gli Austriaci passano e ripassano
nell'andare e tornare da Napoli, e nessuno torce loro un capello. C'è
di peggio! A Cesena molti ufficiali austriaci si danno a conoscere
per Carbonari, e i liberali li festeggiano. Che diavolo di confusioni,
di allucinazioni e di garbugli è mai questo? Ma appunto è gran segno
dell'immensa e profonda infelicità di quel tempo! Tanto più che neppur
l'inazione sconclusionata delle sètte liberali calmava la feroce paura
del Governo, sicchè nel 24 mandava in Romagna dittatore il cardinale
Rivarola, una specie di Duca d'Alba mitrato, il quale con una sola
sentenza condannò per cospiratori 508 persone.
Divenne un punto d'onore pei Carbonari non lasciar uscir vivo di
Romagna questo pretaccio, non si sa se più pazzo o ribaldo. Tentarono
più volte, giacchè questo abbominio dell'assassinio politico non
ripugnava loro e nel caso presente pareva una vera giustizia di
Dio. Ma lo era così poco, che il colpo, diretto a lui, toccò al suo
caudatario; ed ecco che, fuggito il Rivarola, sopravviene a vendetta
un monsignor Invernizzi, il quale manda subito al patibolo cinque
Carbonari, molto probabilmente innocenti, e ne imprigiona tra colpevoli
o solamente sospetti a centinaia. Non basta. Monsignore ebbe all'ultimo
un'ispirazione veramente infernale. Bandì che ormai egli avea nelle
mani tutti i nomi dei settari e dei più o meno aderenti, che nessuno
quindi potea sperare di salvarsi da lui, ma che nondimeno egli
perdonerebbe a chiunque confessasse le proprie colpe, se ne dichiarasse
pentito, accusasse i complici e promettesse di non peccare mai più.
Quest'atto si chiamò _far la spontanea_ e le fantasie eccitate e
terrorizzate furono colte da siffatta specie di sgomento e di delirio,
che le genti corsero a frotte e fecero la _spontanea_ quegli stessi,
che nulla avevano da confessare.
Tali le arti del governo dei preti in Romagna, e se le sètte ne
riceverono per allora un colpo mortale, il governo però venne a schifo
anche agli uomini più miti, più sottomessi, più religiosi e più alieni
da congiure e da sedizioni popolari.
Ogni classe partecipò più o meno a tale disprezzo ed in ciò sta
la spiegazione del particolarissimo carattere, calmo, concorde,
dottrinario, festaiolo e quasi idillico, che ebbe la rivoluzione
scoppiata in Bologna la notte del 4 febbraio 1831.
Il 10 febbraio 1829 morì Papa Della Genga, che avea regnato cinque anni
col nome di Leone XII.
Era di carnevale, e Pasquino in Roma cantava:
Tre gran danni ci festi, o padre santo:
Accettare il papato, viver tanto,
Morire in carneval per esser pianto:
vendetta d'epigrammi, la sola, quasi, che il buon umore romanesco abbia
mai fatto dei martirii della Romagna. A Leone XII successe per pochi
mesi Pio VIII, vecchio ed infermo, e per lui regnò il cardinale Albani,
vendutosi al Metternich e quindi anima dannata dell'Austria.
Ma morto Pio VIII, ecco le sètte politiche, già sgominate in Romagna
dal Rivarola, dall'Invernizzi e dall'Albani, ripullulare, riagitarsi,
ripigliar vita e vigore, e colle sètte cooperare questa volta (novità
e progresso notevolissimo) ogni ordine di cittadini; prova questa che
le sètte politiche non erano poi state, come tanti pretendono, inutili
del tutto. Senza di esse questa fiamma, che ora si dilatava così rapida
e larga, si sarebbe probabilmente spenta del tutto.
Anche le forme della cospirazione furono però questa volta più larghe
e più elastiche delle solite; troppo elastiche, direi, perchè da un
lato vi s'infiltrarono intrighi d'ogni guisa, dall'altro, un cosiffatto
spirito curialesco, che, quando si venne ai fatti, il nominalismo
politico più vacuo e le illusioni più smisurate non lasciarono campo nè
a conoscere e valutare la realtà dei fatti, nè a partiti decisi, nè a
resistenze pertinaci.
Per intendere ciò che accadde a Bologna il 4 febbraio 1831 bisogna
rifarsi più indietro e più lontano.
Le giornate di luglio del 1830 rovesciarono in Francia, come a tutti è
noto, Carlo X ed i Borboni, e surrogarono a questi _Stuardi_ del trono
francese la quasi legittimità di Luigi Filippo d'Orléans.
Chi avesse, signore, interrogata una nostra vecchia conoscenza,
il Principe di Talleyrand, su questo mutamento, si sarebbe sentito
rispondere: «uhm! stavo giuocando al _whist_, e non me ne sono accorto;
ma non me ne maraviglio. I Borboni son gente incorreggibile!» E chi si
fosse poi meravigliato di vederlo, lui, subito, in settembre del 30,
andare ambasciatore a Londra di Luigi Filippo, e gli avesse chiesto
in che vecchio granaio avesse già riposto quel suo famoso dogma della
_legittimità_, che avea sbandierato nel 15: «oh bella!» egli avrebbe
ancora risposto, «dal momento che la _legittimità_ tradiva, bisognava
bene salvare il principio monarchico, surrogando il ramo cadetto al
ramo primogenito della famiglia reale, come s'era fatto in Inghilterra
nel 1688!» Impagabile, come tipo, e difatto a tutt'Europa, si può dire,
è costato tesori!!
Lasciamolo dunque avviarsi a Londra,
Beccando i frutti
Del mal di tutti,
e scusate la digressione, permettendomi di soggiungere solamente, che
è proprio peccato non sia il Principe di Talleyrand vissuto tanto da
vedere anche la caduta di Luigi Filippo; e questo Marc'Aurelio della
monarchia borghese, come lo chiamava Enrico Heine, andarsene da Parigi
col suo ombrello verde da un braccio e sua moglie dall'altro. Era la
volta che il Principe di Talleyrand, per ultimo sacrificio alla patria,
si lasciava nominare Presidente della Repubblica. Che bel modello
allora e come completo per gli opportunisti politici dell'avvenire!!
A vedere però impunito un simile strappo ai trattati del 15, com'era la
Rivoluzione francese del 1830, tutti gli oppressi alzarono la testa;
ed ecco il Belgio, la Polonia, alcuni Stati tedeschi in rivoluzione e
tutta l'Italia centrale agitata, i Ducati e le Romagne in particolare.
Non aveano già le Potenze aiutata la rigenerazione della Grecia? non
riconoscevano oggi in Francia un mutamento di dinastia, ottenuto con
una rivolta? Nè basta.
Esisteva un avanzo di Comitato Filelleno a Parigi, mutatosi in
dilettante cosmopolita di rivoluzioni e in promotore di risurrezioni di
popoli latini da opporre alla _Santa Alleanza_ delle Potenze del Nord.
Non era una setta, ma s'intendeva colle sètte, le dirigeva, e si teneva
in segreti rapporti coi liberali più noti e più operosi d'ogni paese.
Inutile dire che il capo di questo permanente Olimpo rivoluzionario era
il signor di Lafayette, da mezzo secolo impresario di rivoluzioni.
Un'ambizione satanica spinse persino Francesco IV di Modena a prestar
orecchio agli incitamenti di quel Comitato e la Carboneria per mezzo di
Enrico Misley, un modenese d'origine inglese, strano tipo di commesso
viaggiatore delle cospirazioni, inciampò in questo intrigo, di cui
Ciro Menotti fu la più nobile vittima, perocchè quando al Comitato di
Parigi s'accostarono i congiurati Orleanisti e le giornate di luglio
ebbero surrogato Luigi Filippo a Carlo X, il Duca di Modena pensò bene
di levar subito i piedi dal mal passo e propiziarsi l'Austria, se mai
diffidava di lui, dando addosso ai suoi amici del giorno innanzi.
Il 3 di febbraio 1831, appena fu notte, circondò la casa di Ciro
Menotti, dove sapeva adunati i congiurati, e sfondandone a cannonate
la porta, li ebbe tutti in sua mano, nonostante l'accanita resistenza,
che opposero. La notte stessa il Duca scriveva al Governatore di Reggio
una letterina, che è un gioiello: «questa notte è scoppiata contro di
me una terribile congiura. I cospiratori sono in mia mano. Mandatemi il
boia.»
La notizia di ciò ch'era accaduto a Modena, fece rompere ogni indugio
ai cospiratori di Bologna. L'occasione pareva propizia, e non bisognava
lasciarla passare. Era tempo di Sede Papale vacante per la morte di
Pio VIII, ed ai rivoluzionari romagnoli questo interregno è sempre
parso molto opportuno alle sommosse. I cardinali erano in conclave,
ma a Bologna, quando la Rivoluzione scoppiò, non si sapeva ancora
della elezione di Gregorio XVI. Oltredichè il governo di Luigi Filippo
bandiva forte e piano, dalla tribuna parlamentare col Lafitte, il
Dupont de l'Eure, il generale Sebastiani, che la politica estera della
nuova monarchia si fondava sul gran principio del _non intervento_,
ed all'orecchio degli esuli, degli emissari italiani e dei loro amici
francesi sussurrava che procedessero pure avanti tranquilli e che la
Francia avrebbe impedito all'Austria di muoversi.
Guglielmo Pepe, con in tasca tanto di lettere del maresciallo Gérard,
del generale Lamarque e del Lafayette cercava già di mettere assieme
armi ed armati per accorrere in aiuto della sollevazione.
A Bologna quindi, i cospiratori, per non perder più tempo e profittare
di tal cumulo di buone fortune, la notte del 4 febbraio 1831 occuparono
la piazza maggiore e atterrito con grida sediziose un pusillo balordo
di Prolegato Papale, che si chiamava monsignor Paracciani-Clarelli, in
poco d'ora l'ebbero persuaso a cedere il governo ad una commissione
provvisoria, di cui gli dettarono i nomi ed a cui egli diede tutti i
poteri.
La rivoluzione era bell'e fatta, e come una striscia di polvere da
fuoco, accesa dall'un de' capi, divampò in un baleno e s'estese a tutto
lo Stato pontificio da Bologna a Ferrara, nelle Marche e nell'Umbria.
Secondo l'aritmetica del Pani Rossi era la 166ª volta, che questi
popoli si scuotevano di dosso il giogo papale!
A così spaventevole facilità anche il _Rogantin di Modena_ s'impaurì e
scappò a Mantova, traendosi dietro Ciro Menotti, del cui silenzio si
volle poi assicurare facendolo strangolare, e Maria Luigia riparò da
Parma a Piacenza. Ecco dunque Modena e Parma libere anch'esse.
Ma questo era quello che si vedeva! Quello che non si vedeva, e che i
felici rivoluzionari ignoravano ancora e seppero di poi a loro spese,
era che Luigi Filippo giuocava a partita doppia e che per un bene
inteso spirito di conservazione gli premeva assai più di viver lui, che
salvar essi e la loro rivoluzione.
Gli avea quindi pasciuti d'erba trastulla ed eccitati ad agire per
intimorire l'Austria e mostrarsi padrone di sguinzagliarle addosso
la rivoluzione; e l'Austria dal canto suo, pur d'aver mano libera in
Italia, avrebbe riconosciuto anche il diavolo per re di Francia.
«Che volete? (diceva il Metternich al conte di Pralormo, ambasciatore
di Sardegna a Vienna) non siamo più al felice 1815; se, come allora,
l'Europa avesse ancora settantamila soldati alle frontiere di Francia,
direi di correre senz'altro su Parigi e finirla una buona volta
con questa perpetua rivoluzione. Ma a far ciò adesso, ci sarebbe da
attizzare mille dissensi, e da mettere in fiamme l'Europa. Quello che
preme è tenere a freno l'Italia e di questo m'incarico io.»
Intanto per spaventar esso pure Luigi Filippo diede mano ad un altro
espediente, si sforzò cioè di persuaderlo che il Bonapartismo levava
la cresta in Francia ed in Italia e che stava all'Austria, carceriera
del Duca di Reichstadt, il figlio di Napoleone, di aiutare o sventare
queste mène, le quali (badasse bene) non minacciavano che lui, Luigi
Filippo, lui in persona. «Se ci si costringesse a lottare per la
nostra esistenza (scrive all'ambasciator d'Austria a Parigi il 18
gennaio 1831), non siamo poi così _angeli_ da non far fuoco con tutte
le nostre armi. Non ci sommuovano l'Italia. Questo per oggi chiedo,
e non mi pare di essere indiscreto.» Intanto l'imperatore Francesco,
facendo l'imprudente per la prima volta in sua vita, diceva piano al
giovine Duca di Reichstadt, ma in modo che tutti sentissero: «ragazzo
mio, tu non hai che a mostrarti sul Ponte di Strasburgo, e l'Orleanese
è spacciato!» E il Metternich rincarava, scrivendo il 15 febbraio a
Parigi: «non ci secchi Luigi Filippo in Italia, perchè c'è un mezzo di
farlo pentire di ciò, e questo mezzo è nelle nostre mani!»
Le apparenze aiutavano il giuoco del Metternich. Appena caduto Carlo X,
Giuseppe Bonaparte s'era offerto all'Imperatore d'Austria di ricondurre
esso in Francia il Duca di Reichstadt. La contessa Camerata, figlia di
Elisa Baciocchi, era corsa a Vienna e con audacia di donna napoleonica
era riescita a vedere il Duca di Reichstadt e parlargli. Dal 1º al 5
marzo 1831 i Bonapartisti s'agitavano a Parigi. Due tentativi effimeri
s'erano pure verificati in Roma stessa nel dicembre del 1830 e nel
febbraio del 31 ed erano stati tutta opera dei Bonaparte dimoranti in
Roma. Nelle file dei ribelli romagnoli militavano finalmente due figli
di Luigi Bonaparte, l'ex re d'Olanda, e la loro madre Ortensia era
accorsa ancor essa.
Tuttociò serviva al Metternich, il quale mandò a Parigi copia d'un
proclama dei rivoluzionari romagnoli, che salutava re d'Italia il Duca
di Reichstadt, e la notizia che a capo del governo rivoluzionario di
Bologna era un conte Pepoli, marito di Letizia Murat, il qual Pepoli
alla testa degli insorti bolognesi avea altresì rovesciato il Duca di
Modena; tre menzogne in una, perchè il proclama non esisteva, il conte
Carlo Pepoli, che facea parte del governo di Bologna, non era niente
affatto il marito di Letizia Murat, e il Duca di Modena era scappato da
sè senza aspettare la spinta di nessun conte Pepoli, che lo scacciasse.
Ciò nonostante produssero l'effetto che il Metternich si proponeva,
aiutato in ciò dal cardinale Bernetti, segretario di Stato del
nuovo Papa, il quale, d'intesa col Metternich, dipinse esso pure al
Saint-Aulaire, ambasciatore di Francia in Roma, il moto delle Romagne
come tutto Bonapartista. Luigi Filippo, che non dimandava di meglio,
s'affrettò a far conto di credergli per lavarsi le mani di quella buona
pasta di rivoluzionari, i quali s'aspettavano di vederlo da un momento
all'altro scender dall'Alpi con un esercito per salvarli dall'Austria.
Armati di questa eroica fiducia e senza saper nulla naturalmente della
burrasca, che s'andava addensando sulle loro teste innocenti, anzi
gonfiandosi il cervello e la bocca colla gran parola (come la chiamava
il Metternich) del _non intervento_, i rivoluzionari di Bologna
procedevano intanto franchi e sereni per la loro strada.
Andatosene il Prolegato, si costituì un governo provvisorio, il quale
tre giorni dopo dichiarava cessato di fatto e di diritto il _dominio
del Romano Pontefice_.
Non parliamo delle riforme amministrative e giudiziarie, a cui posero
mano. Prevalevano anche qui gli avvocati e si può credere, se si
stancavano di disputare e di legiferare.
Ciò che più importa, come precedente storico, è che riunirono a
Bologna un'assemblea di tutte le Provincie ribellatesi, la quale
solennemente confermò cessato il dominio temporale dei Papi, diede
forma rappresentativa al governo, creò un Ministero responsabile e
finalmente comandò che le truppe (quelle che c'erano!) marciassero alla
volta di Roma.
I fatti d'arme della rivoluzione del 31 si possono distinguere in due
gruppi: quelli del generale Sercognani e quelli del generale Zucchi,
ma notevolissimo è il riapparire nel piccolo e sprovveduto esercito
di questo _Governo delle Provincie Unite_, come s'intitolò, di tanti
veterani dell'esercito napoleonico, molti dei quali neppure all'appello
del Murat nel 15 si erano mossi. Il Sercognani, lo Zucchi, l'Armandi,
il Grabinski, il Molinari, il Ragani, il Guidotti, il Pasotti e tanti
altri erano tutti vecchi soldati di Napoleone.
Il Sercognani espugnò Ancona; espugnò, per modo di dire, giacchè il
Papalino, che la difendeva, si arrese dopo due giorni per _mancanza di
viveri_.
Le scaramuccie del Sercognani a Borghetto, a Calvi, a San Lorenzino,
alle Grotte sono poco importanti. Egli giunse però sino ad Otricoli e
lo spavento in Roma fu tale, che il Papa, quando seppe il Sercognani
così vicino, fece liberare i poveri detenuti politici di Civita
Castellana (lo Spielberg del governo pontificio) alcuni dei quali
erano condannati in vita. La paura lo rendeva clemente! Perchè non
corse allora il Sercognani su Roma e si fermò invece a badaluccare a
Rieti, che facea mostra di resistere? Il fatto è dubbio ed oscuro; e
l'episodio, che più rimane alla storia, è che col Sercognani militavano
i due Bonaparte, figli della regina Ortensia, Napoleone e Luigi
Napoleone, quegli che fu poi Napoleone III.
A San Lorenzino Napoleone III fece le sue prime armi. (Povero Napoleone
III! Non se ne dimenticò mai più, e non lo dimentichiamo noi, perchè
saremmo peggio che ingrati!) Avvenne, che nel dar la caccia a una
torma di briganti ciociari, reclutati dal cardinal Bernetti in difesa
del trono e dell'altare, Napoleone colla pistola in pugno fe' cader di
mano il trombone ad uno, che lo avea preso di mira, e passando oltre
gli disse: «_va'! che ti dono la vita_!» In quella un altro ciociaro,
raccolto il trombone caduto, glielo appunta alle spalle e se non era
un maresciallo Martelli dei carabinieri, che con una sciabolata lo
stese morto, quelle prime armi di Napoleone III erano le ultime, e San
Lorenzino avrebbe impedito Magenta e Solferino.
L'altro gruppo di fatti d'arme appartiene al corpo dei volontari
guidati dal generale Zucchi, ed è più glorioso, perchè fu contro gli
Austriaci (nemici più degni dei Papalini), ma segna altresì la fine
della Rivoluzione.
Il general Zucchi non fu nominato comandante in capo, che quando
già si sapeva delle mancate promesse di Francia e dell'intervento
Austriaco. Poco dopo il Governo delle Provincie Unite riparò da
Bologna in Ancona. Ma ecco sopraggiungere in gran forze gli Austriaci,
che già aveano occupata Bologna il 21 marzo. Lo Zucchi si preparò a
resistere a Rimini, ove tenne testa con poco più di 1200 uomini a sei
o settemila austriaci, comandati dal generale Geppert. Aspra fu la
battaglia combattuta il 25 marzo, la più gloriosa giornata di tutta la
Rivoluzione del 1831. Lo Zucchi si ritirò in buon ordine e si disponeva
a ridar battaglia in migliori condizioni alla Cattolica, ma il giorno
stesso il _Governo delle Provincie Unite_ avea, per consiglio del suo
Ministro della Guerra, l'Armandi, deliberato in Ancona di capitolare
col Legato del Papa; capitolazione in piena regola, sottoscritta
solennemente _hinc inde_ il 27 di marzo e disdetta poi dal Papa e
dall'Austria con un buon accordo, che fa il più grande onore alla
lealtà di tutti e due.
Contando dal 4 febbraio, che la rivoluzione scoppiò, al 21 di marzo,
che gli Austriaci entrarono in Bologna, la Rivoluzione del 1831 si
suol chiamare in Bologna e in Romagna la Rivoluzione dei 44 giorni. Ma
sarebbe più giusto chiamarla dei 48, perchè, se avea vissuto un po'
alla spensierata, a Rimini almeno un pugno di volontari, armati alla
peggio, lottò valorosamente contro un nemico agguerrito e soverchiante
e salvò l'onore del nome e delle armi italiane.
Contuttociò le Rivoluzione del 31 trovò negli storici e negli statisti
giudici severissimi, ed ironie e dispregi, dei quali amaramente si
risentirono gli onesti e buoni patriotti, che vi presero parte, e
che, se errarono (e certo errarono molto), non meritavano ad ogni modo
d'essere trattati così. Chi può dar loro torto del tutto d'aver creduto
alle promesse e alle parole della Francia? Il massimo loro errore
è di averci creduto troppo, d'aver creduto solo in quelle, e d'aver
troppo persistito a crederci, mal giudicando l'indirizzo di tutta la
politica Europea, che già nettamente si disegnava, ed a cui apertamente
s'associava lo stesso Luigi Filippo, quando ai primi di marzo al
Lafitte sostituiva Casimiro Perier. In politica è bene credere non a
una, ma a due o tre cose ad un tempo, e meglio poi ancora non credere a
nessuna! Il Perier, non volgare statista di certo, osava alla tribuna
Francese spiegare il principio del _non intervento_ così: «non vuol
già dire che noi faremo la guerra a chi lo violi, bensì che noi non
interverremo ad aiutare i popoli sollevativisi contro i loro legittimi
signori, se non c'è di mezzo un interesse Francese.»
Ah la grazia! Altro che casuistica dei Gesuiti!! E concludeva: «il
sangue dei Francesi non appartiene che alla Francia!» Nel che aveva
perfettamente ragione.
Ma chi avrebbe potuto aspettarsi ad un simile voltafaccia? Il torto
dunque dei Rivoluzionari Bolognesi del 31 è per metà almeno diminuito;
ma erano nella maggior parte avvocati, ripeto, e una volta messisi
a distinguere, a sofisticare sulle interpretazioni ed a cercare di
mettere l'avversario sempre dalla parte del torto, come si fa in
tribunale, giunsero persino a disarmare al confine i Modenesi, che
venivano ad aiutarli, in omaggio, dissero, al principio del _non
intervento_ (pare incredibile in verità!) e invitarono i due principi
Bonaparte ad uscir dalle fila del Sercognani per non complicare delle
loro pretensioni dinastiche una situazione politica così limpida,
com'era quella della Rivoluzione. Ah quando gli avvocati ci si
mettono!...
I Bonaparte si ritirarono in una villa presso Forlì, ove il primogenito
morì di malattia.
Ma su che fidavano adunque, in nome di Dio, questi benedetti
rivoluzionari del 31? Chi lo sa! Nella Francia e in Dio! Ma
sperimentarono, al pari dei Polacchi, che _Dio è in alto e la Francia
lontana_; non pensarono cioè che Dio aiuta chi s'aiuta e che se le
Potenze consentivano a riconoscere una Francia di Luigi Filippo era
a patto ch'egli conformasse alla loro la propria politica e non per
lasciarlo libero d'inaugurarne una nuova.
Siamo giusti però. Questo è un po' il _senno del poi_. Allora, a tenere
assorti in quel vago di speranze e di fiducia governanti improvvisati
e inesperti, contribuì anche molto la condizione morale della città.
Quella rivoluzione fu uno scoppio di gioia, un respiro di libertà, che
riempì di un'allegrezza infinita tutti i cuori dei cittadini. Era un
continuo viver per le strade, sfoggiar coccarde e bandiere, la notte
illuminare le nostre vecchie torri e le case, un continuo fioccar
di sonetti, di odi, di canzoni, un continuo riunirsi nei teatri e
vociare, cantare, applaudire.... Non una vendetta, non un eccesso,
non una macchia, non una nuvola a intorbidare quell'immensa serenità!
Quell'anno anche l'inverno, a farlo apposta, pareva una tiepida
primavera.
Già rumoreggiavano gli Austriaci ai confini; Parma e Modena erano già
sottomesse; e in Bologna l'assemblea si riuniva, confermava in _fatto_
e in _diritto_ la cessazione del dominio temporale dei Papi, e la
sera stessa al teatro Comunale si recitava la _Francesca da Rimini_
(l'Alfieri sarebbe parso troppo ruvido) e Paolo, brandendo la spada e
cogli occhi sgranati, gridava a squarciagola:
Per te, per te, che cittadini hai prodi
Italia mia, combatterò....
Polve d'eroi non è la polve tua?
E tutti a convenirne e applaudire. E dame e cittadine arrivare bianco
vestite e col tricolore a tracolla sul palcoscenico e intonare un coro
di Caterina Ferrucci:
Alla gioia s'apre il cor,
Del piacer di libertade
No, non v'ha piacer maggior;
parole, che convenivano egualmente bene a un melodramma tragico e ad
un'opera buffa!
Così è, signore, che la rivoluzione del 31 a Bologna ebbe un'aria
idillica; fu una festa di famiglia; rimase un ricordo caro e senza
rimorsi per tutti, come rimase caro e onorato il nome dei cittadini,
che vi primeggiarono, del Vicini, Presidente del Governo; dello
Zanolini, autore d'un abbastanza buon romanzo scritto in esilio e
intitolato il _Diavolo del Sant'Ufficio_; di Pio Sarti, fratello alla
madre di Marco Minghetti; di Carlo Pepoli, poeta gentile, amico del
Leopardi, e che in esilio anch'esso scrisse il libretto dei _Puritani_
per Vincenzo Bellini; di Terenzio Mamiani, che poi, come poeta e
filosofo, salì a tanta celebrità. I racconti, gli aneddoti, i detti
e fatti memorabili di questo o quello, ora gravi, ora anche un po'
ridicoli, sono infiniti; e i pochi superstiti, e certe vecchie signore
persino, li narrano ancora con compiacenza singolare. Eppure tant'altre
e così grosse vicende hanno viste d'allora in poi! Ma non i lancieri
a piedi del giovine Napoleone III, e la spada di un avvocato Patuzzi,
colonnello della Guardia Nazionale, che nelle grandi occasioni non
c'era verso di tirarla fuori dal fodero, e gli armati di picche del
generale Grabinski, vecchio e valoroso ufficiale, che non avea colpa
se i suoi soldati non avevano fucili; tutti fatterelli, che io ho
uditi mille volte, quest'ultimo in ispecie, che è altresì per me un
ricordo domestico, giacchè fra quei male armati e senza fucili era
il mio vecchio babbo coi suoi condiscepoli d'Università e quando il
Generale, il quale parlava un italiano tutto suo, li passò in rivista
sulla piazza di Faenza, fu udito esclamare mestamente: «quanta bella
gioventù! Peccato non _esser tutta fucilata_!»
E quest'era la gente, chiamata dal cardinal Bernetti nella sua
Notificazione del 14 febbraio 1831 una turba di ladri, che altro non
voleva se non porre a sacco le pubbliche e le private proprietà, e
contro cui aizzava le plebi, perchè al suono delle campane a stormo
si levassero in armi per dar loro addosso, come a briganti. Esecutore
di questo disegno di restaurazione, così umanamente cristiano, mandò
il cardinale Benvenuti, che in Osimo cadde in mano degli insorti e fu
tradotto prigioniero in Bologna. Lo salvò dall'ira popolare Pio Sarti,
facendogli scudo della sua persona, e quando il Governo delle Provincie
Unite riparò in Ancona, il cardinal Benvenuti fu liberato e firmò esso
la capitolazione, di cui ho parlato.
I membri del Governo, fidenti nella parola del Cardinale, noleggiarono
un _Brigantino_, che appena uscito dal porto d'Ancona le navi
Austriache catturarono, trasportandoli prigionieri a Venezia.
Un Lazzarini, capitano del _Brigantino_ gli aveva traditi,
consegnandoli al Bandiera, Ammiraglio Austriaco. E vedete fatalità! Il
Lazzarini morì di mala morte e Attilio ed Emilio Bandiera lavarono col
loro sangue a Cosenza nel 1844 l'infamia del padre.
Nei tristi tempi, che seguirono, i vinti del 31, come accade sempre fra
gli sfortunati, cominciarono a beccarsi fra loro, e il Sercognani fu
accusato d'essersi venduto, l'Armandi d'aver tradito, il Vicini d'aver
immiserito la rivoluzione a rivendicazioni locali e di campanile,
perchè in un proclama, che nessun altro del Governo sottoscrisse,
rievocò da avvocato i vecchi diritti della Repubblica Bolognese e il
contratto del 1447 fra Niccolò V e il Senato! Miserie!! Quanto meglio
dire col poeta, adattandolo un poco alla circostanza:
Taccian le accuse e l'ombre del passato,
Di scambievoli orgogli acerbi frutti,
Tutti un _comun delirio_ ha travagliato;
Errammo tutti!
Il Sercognani forse non volle lasciarsi Rieti alle spalle; l'Armandi
contro le forze preponderanti dell'Austria credette ridicolo osare;
il Vicini credette di vincere la causa, riallacciando la rivoluzione
presente a tradizioni rivoluzionarie, e forse Massoniche locali, perchè
lo Zamboni, il martire Bolognese del 1794, avea su per giù ne' suoi
proclami dette le stesse cose.
E perchè mai la Rivoluzione del 1831 non cercò afforzarsi, estendendosi
alla Toscana, ai Ducati, come avea progettato il povero Ciro Menotti,
che era un uomo d'affari e non un avvocato? Perchè, oltre al chiodo
fisso del non intervento, la Rivoluzione del 31 fu, risponde Cesare
Albicini, in un suo bello studio su Carlo Pepoli, fu da Bologna sino a
Rieti, una riscossa di Municipii, come quella del 48 fu una riscossa
di Stati, e quella del 59 una riscossa dell'intiero popolo italiano.
Evoluzione progressiva, teoria Darwiniana, forse troppo più scientifica
e arguta, che non comportino le arcane e imprevedibili _selezioni_
della storia.
Ad ogni modo credo potersi concludere che una rivoluzione, la quale
scese di palazzo colle tasche vuote e le mani nette; che a Rimini
ebbe _in articulo mortis_ il suo battesimo di sangue in faccia agli
Austriaci, affrontando i loro cannoni con le picche e i fucili da
caccia, non merita nè condanne, nè ironie, nè dispregi; e credo di più,
che se in Bologna le generazioni seguenti non si accasciarono sotto
il peso della doppia tirannia Pretesca ed Austriaca, molto è dovuto a
questo buono e quasi domestico ricordo per tutti della Rivoluzione del
1831.