I Prigionieri

Il marinaio non si era ingannato. Quella foresta era così irta di

ostacoli, che non erano capaci di superarli nemmeno strisciando come

serpenti, costringendoli a fare degli immensi giri sotto quell’ammasso

enorme di gambi, di foglie e di fiori che li soffocava e li

imprigionava in tutti i modi.

Vi erano colà migliaia e migliaia di piante addossate confusamente

le une addosso alle altre, non potendo reggersi da sole, poichè il

pepe è un arrampicante che ha molta somiglianza colle nostre viti.

Avendo trovato un terreno adatto, senza dubbio alluvionale, si erano

sviluppate enormemente, incrociandosi in tutti i versi e allungandosi

in tutte le direzioni.

Queste piante, che sono di specie diverse, _piper nigrum, piper lungun,

magro piper,_ ecc., crescono in India, a Ceylan, in parecchie isole

americane, nelle Guiane, specialmente in quella francese, ma la loro

vera patria è la Malesia.

Come si disse, somigliano alle nostre viti, crescono liberamente nelle

isole Malesi, ma se si vuol ottenere un raccolto abbondante e scelto,

bisogna coltivarlo con molta cura.

Producono fiori senza calice, in grappoli, lunghi, bianchi, e da questi

escono le bacche che dapprima sono verdi, poi rosse, quindi gialle.

Si raccolgono prima che siano perfettamente mature, poichè allora

perderebbero il loro sapore bruciante e si mettono a seccare al sole,

quindi a fuoco lento finchè diventano nere o brune e rugose.

Questo è il pepe nero, ed è il migliore; quello bianco invece si

ottiene in un altro modo. Si lascia maturare fino ad un certo grado,

poi si mette a macerare uno o due giorni in una soluzione di acqua e di

calce, spogliandolo in tal modo delle parti esterne del pericarpo, poi

si fa asseccare come l’altro. Questo pepe è meno forte e meno aromatico

e la sua azione è meno attiva.

Quello che cresce nella Nuova Guinea, nelle Molucche e isole vicine, ha

grappoli lunghi un pollice, grossi come una piccola penna da scrivere e

le bacche sono grigie. Il sapore di queste è più acre e meno grato del

pepe che si raccoglie nell’India, ma l’odore è eguale.

Quello coltivato nella Giamaica, e che viene chiamata pimento o pepe

garofolato dagli inglesi, dà le bacche grosse come un pisello, rugose,

d’un color grigio-rossastro. È più aromatico del nero, avendo il

profumo della cannella e del garofano, ed è ugualmente piccante.

Il pepe di Caienna, che è il più forte di tutti, tanto che non lo si

può inghiottire se non si è abituati, è una capsula prodotta da una

pianta speciale che è ben diversa dal pepe comune, chiamata _capsicum

baccatum._

È strano che questo misero granello abbia potuto mettere in

comunicazione, in tempi anche molto antichi, le genti dell’Europa con

quelle dell’India! Infatti anche al tempo dei romani, era un articolo

importantissimo e si mandavano in quelle lontane regioni indostane

degli uomini ad acquistarlo.

Si pagava però molto caro allora, a peso d’oro e d’argento, ed è

rimasto il proverbio: caro _come il pepe_. Serviva perfino d’imposta ai

vinti ed ebbe l’onore di servire di riscatto a Roma.

Il papuaso, Cornelio e Wan Horn, sternutando fragorosamente e

continuamente, essendo il suolo sparso di bacche già mature esalanti

acri odori, si dibattevano furiosamente in mezzo a quelle migliaia di

tronchi contorti ed arruffati, atterrandoli, recidendoli colla scure o

strappandoli per farsi un po’ di largo.

Procedevano però con molta lentezza ed erano costretti ogni qual tratto

a riposare ed a tergersi il sudore che li inondava, facendo un caldo

insopportabile sotto quegli ammassi di vegetali.

Verso la una però, le piante cominciarono a diradarsi e poco dopo i

naufraghi riguadagnavano la grande foresta.

— Era tempo! esclamò Cornelio, fra uno sternuto e l’altro. Là dentro si

correva il pericolo di soffocare.

— Fumo come una zolfatara, disse il marinaio. Se non sono cotto, poco

ci manca.

— Ci riposeremo un po’ all’ombra di quell’arecche, Wan-Horn.

Stavano per dirigersi verso l’albero, quando videro il papuaso celarsi

rapidamente dietro ad un cespuglio.

— Cosa succede?... Che vi siano gli Arfaki? chiese Cornelio, guardando

intorno.

— Non vedo nessuno, rispose il marinaio.

Ad un tratto s’abbassò bruscamente, facendo segno a Cornelio d’imitarlo.

— Cos’hai veduto? gli chiese il giovanotto.

— Sta per giungere una splendida colazione, rispose il marinaio.

Guardate lassù, su quell’albero: ah! come sono belli!...

Cornelio guardò in alto e non potè trattenere un grido di meraviglia.

Quindici o venti uccelli si erano posati su d’un grosso ramo e

saltellavano, scaldandosi ai raggi del sole, ma quali splendidi

volatili!... Tutte le tinte dei tessuti più splendidi, tutti i riflessi

metallici, tutti i colori del prisma si confondevano sulle loro penne.

Erano un po’ più grossi dei piccioni, quasi come una gallina faraona,

colla testa giallo-dorata sopra, verde-dorata sotto, il dorso color

marrone con ondeggiamenti leggermente dorati, la coda arricciata e di

sotto le loro ali sfuggivano, d’ambe le parti, due grandi ciuffi di

penne leggiere, morbidissime, giallo-pallide, con riflessi argentei.

In mezzo ai raggi di sole, che facevano scintillare tutte quelle

splendide tinte, non parevano più uccelli, ma stravaganti mazzi di

fiori cosparsi di pietre preziose.

— Che superbi volatili! esclamò Cornelio. Non ne ho mai veduti di più

belli, nè credo che ne esistano in altri paesi.

— È vero, signore, disse Wan-Horn. Questi superano tutti e non hanno

avuto torto a chiamarli uccelli del paradiso.

— Ah! sono i famosi uccelli del paradiso?...

— Sì, signor Cornelio.

— Se sono così belli, non devono esser cattivi allo spiedo, Wan-Horn.

— Sono deliziosi, anzi profumati, nutrendosi di noci moscate e di

fiori del garofano, e poi il nostro amico papuaso sarà ben contento di

tenersi le penne. Guardate con quali occhi spia quegli uccelli.

— E cosa farà delle penne?

— Ve lo dirò dopo: facciamo fuoco, prima che fuggano.

Alzarono i fucili, mirarono con somma attenzione, e fecero fuoco

simultaneamente.

Due uccelli, colpiti a morte, caddero roteando, mentre gli altri,

spaventati da quella fragorosa detonazione, fuggivano via come una

volata di fiori.

Cornelio s’affrettò a raccogliere le prede, osservandole con viva

curiosità, mentre Wan-Horn accendeva un allegro fuoco, premendogli più

la carne che le penne.

Il papuaso, che pareva contentissimo di quella doppia scarica, preso un

uccello si mise a spennarlo delicatamente, mettendo da parte, con somma

cura, le piume.

— Ma che cosa vuol farne? chiese Cornelio al marinaio. Forse ornarsi la

capigliatura?...

— No, signor Cornelio, serviranno a fabbricare due uccelli del paradiso

che poi venderà ai chinesi, ai malesi od ai nostri compatrioti.

— Fabbricherà due uccelli?...

— È la parola esatta, signor Cornelio, disse Horn, ridendo.

— Non ti comprendo.

— Mi spiegherò meglio. Vi dirò adunque che gli uccelli del paradiso

sono ricercatissimi, sia dai chinesi che li adoperano per abbellire le

loro stanze, sia dagli europei, i quali poi li vendono ai musei ed ai

grandi negozi antichi di penne di lusso.

I chinesi e sopratutto i malesi vengono quindi ad acquistarli nella

Nuova Guinea o alle isole Arrù, non essendovene in altri luoghi e

li pagano bene, guadagnando molto. I papuasi, perciò, fanno a quegli

splendidi volatili una guerra accanita.

Per non guastarli o rovinare le penne colle freccie, si servono della

cerbottana, lanciando dei sottili cannelli, muniti all’estremità

superiore d’una pallottola di creta, o di archi che lanciano delle

freccie formate con nervature di foglie di latanieri.

Talvolta invece spiano l’albero fra i cui rami gli uccelli vanno a

dormire, lo salgono durante la notte e ai primi albori lanciano i loro

proiettili. La pallottola di creta basta per stordirli e farli cadere.

— I furbi!... esclamò Cornelio.

— Come ben potete immaginare, con simile guerra accanita, gli uccelli

cominciarono a diventare diffidenti e rari; i papuasi allora pensarono

di ricorrere all’inganno.

Cambiando, gli uccelli, le penne una volta ed anche due all’anno,

gl’indigeni le raccolgono con somma cura, poi prendono delle colombe od

altri uccelli bellissimi e somiglianti ai primi e vi accomodano quelle

splendide piume dai colori smaglianti. Sanno imitarli così bene e con

tanta valentia, che è molto difficile accorgersi dell’inganno, e vi

assicuro che molti musei di zoologia possiedono delle parozie e delle

colombe, credendo in buona fede d’avere dei veri uccelli del paradiso.

— E i malesi lo sanno?

— Non ignorano che i papuasi falsificano quei volatili, ma non sanno

distinguerli dai veri.

— Così il nostro amico papù, con queste penne fabbricherà due nuovi

uccelli.

— E anche quattro, signor Cornelio, e otterrà in cambio delle

ghiottonerie o delle bottiglie di liquori o delle armi.

Mentre chiacchieravano, il figlio del _koranos_[12] Uri-Utanate aveva

impacchettato le piume entro una grande foglia d’arecche, e aveva messo

i due volatili sui carboni.

Mezz’ora dopo i due naufraghi e il selvaggio assalivano l’arrosto

che era delicatamente profumato di noci moscate, poi si mettevano in

marcia, essendo impazienti di ritrovare il boschetto e quindi i loro

compagni.

La foresta non era più fitta come prima, quantunque fosse ingombra di

piante arrampicanti conosciute dai malesi col nome di _giunta wan_

(_urcola elastica_) appartenente al genere delle apocinee, le quali

producono una specie di gomma che viene adoperata anche come vischio e

da immensi _rotang_ (calamus), specie di liane che hanno un diametro

di pochi centimetri, ma che raggiungono delle lunghezze inverosimili

di duecento e perfino di trecento metri. Vi erano però qua e là degli

spazi quasi liberi, i quali permettevano ai naufraghi di procedere

molto speditamente.

Il papuaso, da vero uomo dei boschi, li guidava senza mai esitare

e mantenendo una via più o meno dritta, ma che doveva condurlo

infallantemente al boschetto di noci moscate. Ogni qual tratto guardava

il sole per regolarsi, poi raddoppiava il passo scostando i rami o

abbattendo o strappando le liane che potevano offendere o impedire il

passo ai suoi salvatori.

Verso le tre egli si volse a Wan-Horn, e dopo di aver dato una rapida

occhiata in giro, disse:

— Il boschetto è laggiù, dietro quei tek.

— Sono vicini, signor Cornelio! gridò il marinaio. Possono udire un

colpo di fucile.

— Ah! esclamò Cornelio. — Finalmente, rivedrò mio zio e Hans.

Alzò il fucile e lo scaricò in aria, ma nessuna detonazione vi rispose.

Il marinaio ed il giovanotto si guardarono in viso con viva ansietà.

— Nulla, disse il marinaio impallidendo.

— Che siano partiti?

— Io non lo so, ma le mie inquietudini raddoppiano.

— Che siano addormentati?

— A quest’ora?... Non sono che le tre, signor Cornelio.

— Si saranno messi in cerca di noi.

— È possibile, ma spero che troveremo qualche segnale. Affrettiamoci.

Si misero a correre tutti e due, preceduti dal papuaso, il quale aveva

compreso che doveva essere accaduto qualche grave avvenimento, e dopo

dieci minuti giungevano nel boschetto di noci moscate.

Cornelio e Wan-Horn s’arrestarono, entrambi pallidissimi, gettando

sguardi ansiosi sotto quelle piante, ma non videro alcuno. Solamente

delle colombe coronate occupavano i rami, mangiando le frutta

saporitissime.

— Non ci sono più!.... esclamò il giovinotto con voce strozzata. Gran

Dio!... Dove li ritroveremo noi?

— Vediamo, signor Cornelio. Non è possibile che siano partiti, senza

lasciare qualche cosa per noi.

S’inoltrarono sotto gli alberi e giunsero sul luogo ove si erano

accampati il capitano, Hans ed il chinese. Vi erano delle tracce:

dei pezzi di pane di sagù, gli avanzi d’un fuoco, una piccola tettoia

semi-sfasciata, delle penne di colombe, ma null’altro.

— Niente, nemmeno un biglietto che ci indichi la via da loro presa!

esclamò Wan-Horn, con disperazione.

Ad un tratto, mentre stavano frugando le erbe ed i cespugli, videro

il papuaso, che si era allontanato per cercare le traccie del capitano

e dei suoi compagni, ritornare correndo. Il suo volto manifestava una

profonda ansietà.

— Là! esclamò egli, mostrando al marinaio il margine della grande

foresta.

— Cos’hai veduto? chiese Horn, che ebbe un lampo di speranza. Degli

uomini bianchi forse?

— No, ma vieni.

Cornelio e Hans lo seguirono e giunsero sotto alcuni colossali

_durion_. Colà, con grande angoscia, scorsero a terra alcuni pani

di _sagù_ che parevano fossero stati schiacciati, delle palle di

fucile, un pezzo della giacca del capitano e che pareva fosse stato

violentemente strappato, un cappello che riconobbero appartenente al

chinese, poi alcune freccie infisse nei tronchi degli alberi, una mazza

semi-spezzata e dei cordami di fibre di _rotang_.

— Cos’è accaduto? esclamò Cornelio, con voce rauca.

— Qui si è combattuto! esclamò Horn, strappandosi i capelli. I selvaggi

hanno assalito i nostri compagni!...

— E forse mio zio, mio fratello, il Chinese sono stati uccisi.

— No..., aspettate!...

Il marinaio si era precipitato fra le erbe e aveva raccolto un pezzo

di carta semi-strappato, che giaceva ai piedi di un arecche. Sopra vi

erano delle parole scritte colla matita.

— Leggete, signor Cornelio, diss’egli.

Il giovanotto lo spiegò e lesse:

“Rapiti dai selvaggi: ci portano verso la Durga. — Wan-Stael„.

— Sono stati sorpresi e fatti prigionieri, disse il marinaio. Ma da

chi?... Dai Papuasi o dagli Arfaki?... Che li serbino schiavi o che li

mangino più tardi?... Uri-Utanate!...

Il papuaso parve che non lo udisse: egli aveva staccata una freccia

infissa nel tronco d’un albero e la guardava con viva attenzione.

— Uri-Utanate!... ripetè il marinaio.

Il selvaggio questa volta lo udì e gli si appressò dicendo:

— Io conosco queste freccie.

— Le conosci?... esclamò Horn.

— Sì, e appartengono ai guerrieri della mia tribù.

— Sei certo di non ingannarti?

— Non m’inganno.

— Ma per quale motivo la tua tribù si è spinta fin qui?

— Mio padre l’ha condotta.

— Per sorprendere i nostri compagni?...

— No, poichè non poteva saperlo, ma per salvare me dalle mani degli

Arfaki. Egli deve essere stato avvertito della mia prigionia da un mio

compagno, il quale potè fuggire all’agguato tesomi.

— E per vendicarsi della tua morte, se la prende coi nostri compagni.

— No, noi facciamo la guerra anche agli uomini bianchi che ci hanno

maltrattati più volte, e mio padre può averli creduti suoi nemici.

— E li ucciderà?...

— No, mio padre non uccide i prigionieri e non li mangia: li tiene

schiavi.

— Ma noi li libereremo; dovremmo dare fuoco al tuo villaggio.

Il papuaso sorrise:

— Il figlio di Uri-Utanate è stato salvato da voi ed è vostro schiavo.

Quando mio padre lo saprà diverrà l’amico degli uomini bianchi e vi

farà condurre tutti alla vostra patria.

— È lontana la Durga?

— Due giornate di marcia.

— Quando credi sia avvenuto l’assalto?

— All’alba, poichè questi rami spezzati sono ancora umidi di linfa. Se

fossero stati recisi ieri sera, sarebbero ormai asciutti.

— Signor Cornelio, partiamo senza perdere un minuto, disse il marinaio.

Fra quarantotto ore noi riabbraccieremo il capitano, Hans ed il

chinese.

— In cammino, Wan-Horn. Mi sento tanto forte ora, da fare dieci leghe

senza arrestarmi.

Raccolsero il _sagù_ disperso fra le erbe, poi si rimisero in marcia

inoltrandosi nella gran foresta che si estendeva verso l’ovest.

I pescatori di trepang · 第 49 / 55 题