Le piante delle noci moscate (_myristica moschata_) sono bellissimi
alberi somiglianti ai nostri allori, alti circa sette e qualche volta
otto metri, che crescono anche allo stato selvaggio, in mezzo alle
foreste umide e calde. La loro produzione è ristretta solamente a poche
isole, alle Molucche, dove ora si coltivano su vasta scala, alla Nuova
Guinea, a Banda, essendo state distrutte tutte le altre piantagioni
dagli Olandesi.
Non dà frutto prima dei nove anni, ma generalmente, se è curata, dura
fino a settantacinque od ottanta.
Non si creda però che produca le noci così come sono poste in
commercio. Dà delle specie di albicocche assai grosse colla
corteccia giallastra la quale però si apre quando è giunta a perfetta
maturazione, mostrando una polpa rossastra, reticolosa e carnosa, ed in
mezzo si trova la noce, la quale è coperta d’un guscio sottilissimo, ma
duro.
Questi alberi producono tutto l’anno, mettendo fiori e frutta nello
stesso tempo, ma le noci che giungono a maturanza dopo nove mesi si
raccolgono ordinariamente in aprile, luglio e novembre.
Per conservarle si seccano dapprima al sole per tre giorni, avendo cura
di coprirle sempre per impedire che la rugiada non le guasti, e quando
si sbarazzano dal guscio, s’immergono in una tina d’acqua mescolata
con della calce, per preservarli dagli insetti. Per essere più certi
della loro conservazione, si usa anche, prima di bagnarle, richiuderle
in foglie o in vassoi di bambù e tenerle esposte a lento fuoco tre
lunghi mesi. Le migliori sono quelle che si raccolgono colle mani dai
rami degli alberi coltivati; quelle più scadenti sono quelle che si
raccolgono da terra, quando sono cadute da loro e le meno pregiate,
sono quelle che producono le piante non coltivate.
Un tempo gli Olandesi, padroni di gran parte delle isole della Malesia,
assunsero il monopolio delle noci moscate, e per impedire che altre
nazioni potessero acquistarle dagli indigeni, distrussero immense
piantagioni, adoperando anche la violenza e commettendo delle crudeltà.
Limitarono la coltivazione nell’isola di Banda, che dà le più pregiate,
ed a tre altre isolette, ma ben presto si convinsero della stupidità
di quel sistema, trattandosi d’una spezieria di puro lusso e poco
adoperata e lasciarono liberi i malesi di piantarle dovunque.
— Belle piante! esclamò Cornelio, che s’era avanzato verso il
boschetto. E che profumo acuto che esalano le frutta!
— Vi è qui una fortuna, disse il capitano. Che disgrazia non poterle
raccogliere!
— Verranno a raccoglierle gl’indigeni.
— Non le apprezzano, Cornelio, e non le adoperano.
— Questo è strano, zio.
— Nemmeno i garofani che da noi sono così usati, entrano fra
gl’ingredienti della loro cucina.
— Nascono anche quegli alberi qui?
— Sì, eccone là uno, Cornelio. Crescono sui terreni delle noci moscate,
ma preferiscono quelli vulcanici.
Cornelio, Hans e lo stesso Wan-Horn s’avvicinarono all’albero indicato,
che cresceva sul margine del boschetto, osservandolo curiosamente.
Era alto circa sei metri, coperto di fiori rosso cupo, uniti in piccoli
mazzi, i quali spandevano un profumo delicatissimo.
— Quei fiori sono i chiodi di garofano che si pongono in commercio?
chiese Hans.
— Sì, rispose il capitano. Prima però di metterli in vendita si
lasciano perdere i petali e si mettono a seccare al sole finchè
diventano quasi neri.
— Ne dànno molti?
— Moltissimi, Hans, e una sola pianta costituisce una bella rendita,
perchè produce fiori per un gran numero d’anni. Comincia a sette e non
finisce che dopo i centocinquanta.
— Nascono dappertutto?
— In quasi tutte le isole della Malesia, ma la loro vera patria sono le
Molucche. Sono state trapiantate anche nelle isole Mascarene, ma vivono
molto meno e rendono poco.
— Quante piante preziose nasconde quest’isola, così trascurata dai
coloni europei! disse Cornelio.
— È vero, disse il capitano. Hanno popolato delle meschine isole e
delle terre aride, e hanno dimenticato questo paradiso terrestre.
Stavano per rimettersi in marcia, quando ad un tratto uno stormo
di grossi uccelli calò sul boschetto di noci moscate, mettendosi a
divorare ingordamente le frutta.
— Che volatili sono? chiese Cornelio.
— _Colombe carpofaghe_, rispose il capitano.
— E mangiano le noci moscate?
— Sono molto ghiotte di quelle frutta, e se vuoi saperne di più
aggiungerò che sono esse che fanno crescere questi boschetti di noci
moscate.
— Vuoi scherzare, zio?
— No, Cornelio. Queste colombe, e specialmente le _carpofaghe
concinna_, mangiando le frutta, evacuano i semi intatti, quantunque
siano passati fra gli intestini, e cadendo a terra si sviluppano e
germogliano. Infinite sono le piante cresciute in tal modo, anzi si può
dire che qui nascono per opera di quelle colombe, poichè i papuasi non
si occupano di seminarli.
— In tal caso quegli uccelli devono essere deliziosamente profumati e
possono servirci di cena.
Il giovinotto stava per puntare il fucile, quando udì Wan-Horn a
gridare:
— Fermatevi: ecco la cena che fugge!...
Cornelio si volse rapidamente e vide passare di galoppo, sul margine
del bosco, un grosso animale che pareva un porco. Fece rapidamente
fuoco, ma la selvaggina, dopo d’aver fatto uno scarto rapido e di aver
emesso una specie di grugnito, scomparve in mezzo agli alberi.
— È ferito!.... esclamò Wan-Horn. Inseguiamolo, signor Cornelio.
— Ma cos’era? chiese il giovane cacciatore.
— Un _babirussa_: affrettiamoci o perderemo le sue traccie.
Si slanciarono tutti e due nel bosco e si misero a inseguire l’animale,
il quale aveva spruzzate di sangue le erbe ed i cespugli.
Non doveva essere lontano, perchè lo udivano galoppare dinanzi a loro,
grugnendo e urtando furiosamente le liane, le piante arrampicanti ed i
rami dei cespugli.
Cornelio, che era più agile, correva come un daino saltando le radici,
scivolando sotto quella rete di corde vegetali, seguìto da Wan-Horn che
faceva sforzi disperati per non perderlo di vista; ma il _babirussa_,
quantunque continuasse a perdere sangue, fuggiva sempre.
Quella corsa durava da mezz’ora, quando Cornelio, che aveva ricaricato
l’arma, lo scorse in mezzo ad una rete di liane che lo aveva, in
certo qual modo, imprigionato. Fece fuoco la seconda volta e lo vide
stramazzare fulminato.
— Toccato? chiese Wan-Horn, che era rimasto indietro di due o trecento
passi.
— Non si muove più, rispose il cacciatore.
— Che cena, signor Cornelio!... Costolette deliziose come quelle di
maiale!
— Varranno più delle colombe profumate, Horn.
Si cacciò in mezzo alle liane e raggiunse l’animale, il quale aveva
cessato di dibattersi. Era un vero _babirussa_, così chiamato dai
malesi e che vorrebbe significare porco-cervo, quantunque nulla abbia
di comune con questi ultimi animali.
Appartiene alla specie dei pachidermi moltungulati, ma forma un genere
particolare della famiglia dei porci.
Somiglia infatti al maiale, ma ha il collo più grosso, il grugno
assai sporgente, gli occhi piccolissimi, le gambe alte e un’andatura
più snella e molto più rapida e forse per questo i malesi lo chiamano
porco-cervo.
Il pelo non è rado come negli maiali, ma corto e lanoso,
grigio-rossastro, e la bocca è armata da due denti assai lunghi e
ricurvi, che si ripiegano verso gli occhi.
Vivono i _babirussa_ nelle folte foreste delle isole Malesi, in
Papuasia e anche a Ceylan, ma presi da giovani si addomesticano
facilmente. Gl’indigeni li cacciano attivamente e non hanno torto,
essendo la loro carne eccellente quanto quella dei nostri maiali.
— È morto? chiese Horn, giungendo fra le liane.
— Ha ricevuto la seconda palla nel cranio.
— Tagliamone un pezzo per ora e ritorniamo presso al capitano.
— Non ce lo mangeranno le fiere?
— Le belve feroci della Nuova Guinea sono molto problematiche, signor
Cornelio. Si dice che vi siano delle tigri, ma io non ne ho mai veduta
una.
— Ma i pitoni, i coccodrilli...
— Non sono dappertutto. Ritorniamo, signor Cornelio: siamo lontani
almeno quattro chilometri e ci si perde facilmente in questa foresta.
— Non hai la bussola?
— No, l’ho lasciata al capitano.
— Allora affrettiamoci, Horn. Mio zio può inquietarsi.
Il marinaio con pochi colpi di scure fece l’animale a pezzi, prese
una dozzina di costolette e si misero in cammino per ritrovare i
loro compagni, cercando possibilmente di rifare la strada percorsa.
Disgraziatamente avevano dimenticato di notare i luoghi che avevano
attraversato correndo o di marcare gli alberi con qualche tacca,
precauzione indispensabile per chi si avventura in una foresta vergine,
e per colmo di sventura le traccie di sangue lasciate dal _babirussa_
si erano completamente seccate e non erano più visibili in mezzo a quel
caos di vegetali. Percorsero due chilometri, poi tre, poi quattro, poi
cinque, ma la macchia degli alberi moscati non appariva. Entrambi, in
preda ad una viva ansietà, s’arrestarono.
— Che ci siamo smarriti? chiese Cornelio.
— Lo temo, rispose il marinaio. Senza dubbio noi abbiamo deviato.
— Ciò non è difficile, in mezzo ad una foresta, Horn. Tu, marinaio, sai
che l’uomo privo di direzione o di segnali ha una tendenza a descrivere
dei circoli più o meno allungati.
— È vero, signor Cornelio, e sempre da destra a sinistra.
— Che sia toccata anche a noi l’istessa cosa e che ci siamo allontanati
invece di avvicinarci?
— Comincio a crederlo.
— Quale disgrazia!
— Abbiamo le nostre armi.
— E cosa vuoi dire?
— Che possiamo fare dei segnali.
— Cominciamo, prima di smarrirci di più, Horn.
Alzò il fucile e lo scaricò in aria, ma parve che la detonazione si
soffocasse sotto le immense arcate di quella fitta foresta. Attesero
parecchi minuti in preda ad una crescente ansietà, sperando di
raccogliere qualche lontano sparo.
— Hai udito nulla? chiese Cornelio.
— Nulla, rispose il marinaio, che era diventato pallido. Questa massa
di verzura, che si estende sopra le nostre teste, impedisce alla
detonazione di espandersi.
— Continuiamo il fuoco, Horn.
Il marinaio scaricò il suo fucile tenendolo più alto che potè, poi
fece fuoco Cornelio, poi entrambi insieme spaventando gli uccelli della
foresta, ma nessun segnale fu udito, nè lontano, nè vicino.
— Ci siamo smarriti, disse Cornelio.
— Vediamo, disse il marinaio. Il boschetto di noci moscate si trova
all’ovest.
— Sì, Horn.
— Dove siamo noi?... Mi pare che ci troviamo verso l’ovest, se i raggi
del sole non c’ingannano.
— Ma di quanto?
— Ecco quello che non possiamo sapere; ma mi parve che il _babirussa_
fosse fuggito verso il sud, quindi avanzandoci verso il nord noi
dovremmo incrociare, più o meno lontano, il capitano.
— E se si fosse già messo in cerca di noi e ci avesse oltrepassati
avanzandosi verso l’ovest?
— In tal caso cercheremo di giungere sulla riva della Durga. Noi
sappiamo che egli si dirige colà e lo troveremo in qualche luogo.
— Non perdiamo tempo e tentiamo di trovare i compagni prima che calino
le tenebre.
Si rimisero in cammino, procurando di orizzontarsi col sole che
declinava rapidamente verso l’ovest, ma non era cosa facile, perchè
non sempre gli alberi permettevano a loro di vederlo. Le foreste della
Papuasia sono forse le più difficili da percorrersi, poichè sono, per
modo di dire, incastrate le une dentro le altre, ossia doppie.
Prima si ergono gli alberi giganti, i quali espandono i loro rami a
quaranta, a cinquanta e perfino a ottanta metri d’altezza, cinti e
recinti da immense liane, poi sotto di loro crescono gli alberi minori,
i quali formano una foresta inferiore. I raggi del sole che penetrano
fra la vôlta di verzura dei primi, si arrestano su quella più bassa,
sicchè è quasi impossibile che possano giungere fino a terra.
Anche in pieno mezzogiorno regna una semi-oscurità che più tardi, e
specialmente alla notte, diventa fittissima tanto, che è impossibile
muovere un passo senza rompersi il capo contro quelle migliaia di
tronchi quasi riuniti.
Queste doppie foreste hanno però il vantaggio di essere prive di
cespugli, di piante arborescenti e di erbacee, poichè mancando la luce
e l’aria, queste non si possono sviluppare e ben presto muoiono.
Wan-Horn e Cornelio procedevano quindi speditamente ma un po’ a
casaccio, passando sotto quella moltitudine di palmizi, di canari, di
tek, di alberi del ferro, di latanieri, di sagu, di mimose, di alberi
del pane, di sensitive giganti, di fichi, di _durion_, di mangli e di
_gambir_ che incrociavano i loro rami e le loro enormi foglie in tutti
i modi possibili ed immaginabili.
Di tratto in tratto si arrestavano per sparare un colpo di fucile, e
tendevano gli orecchi, sperando di ricevere una risposta, ma invano.
Alla sera, sfiniti per quella rapida marcia, affamati, inquieti,
s’arrestarono ai piedi d’un albero del pane dal tronco colossale.
— Povero zio! disse Cornelio con voce triste. Fra quali angoscie sarà!
— Lo ritroveremo, signor Cornelio, disse Wan-Horn, per consolarlo.
Domani all’alba ci rimetteremo in cammino e sono certo che udremo le
sue fucilate.
— Ma quale triste notte passerà, Horn! Forse ci crederà prigionieri dei
papuasi e fors’anche morti.
— Sa che siamo armati e che siamo tali uomini da non farci prendere da
quei mangiatori di carne umana. Non disperiamo; Dio veglia su tutti.
Il marinaio, quantunque fosse in preda a tristi pensieri, per rompere
quel discorso scoraggiante accese il fuoco e mise sui carboni alcune
costolette di _babirussa_, poi, non avendo il sagu, che era stato
lasciato nel boschetto di noci moscate per essere più lesti a inseguire
quella disgraziata selvaggina, raccolse alcune frutta dell’albero sotto
il quale si erano sdraiati.
Erano grosse come la testa d’un fanciullo, coperte d’una buccia rugosa,
ma dentro contenevano una polpa giallastra e tenera che si taglia a
fette mettendola ad abbrustolire sui carboni. Si fanno servire da pane
e sono eccellenti avendo il sapore di certe specie di zucche e anche un
po’ di carciofi.
La cena però non fu allegra, quantunque fossero affamati: assaggiarono
appena le costolette e le frutta dell’albero del pane, tanto erano
inquieti ed angosciati.
Spento il fuoco, per non attirare l’attenzione dei selvaggi che
potevano abitare in quei dintorni, si stesero fra le erbe, aspettando
impazientemente l’alba per rimettersi in cerca dei loro compagni.