Se la Nuova Guinea è la patria prediletta dei più splendenti uccelli
della creazione, è pure la patria dei serpenti e sopratutto dei pitoni,
che sono i più grandi ed i più formidabili rettili delle boscaglie.
Non hanno altri che li sorpassino in lunghezza, tranne i boa
dell’America tropicale, e raggiungono i cinque, i sei e perfino i sette
metri, ordinariamente però non oltrepassano i tre e mezzo.
Si trovano in quasi tutte le isole della Malesia, in India, dove sono
numerosi, ed in Africa, ma in Europa mancano. Si trovano però allo
stato fossile, specialmente nei terreni terziarii, e ciò dimostra che
un tempo non erano rari nemmeno nei nostri paesi.
Questi rettili non sono velenosi, mancando delle glandole che si
trovano in quasi tutti gli altri, ma perciò non sono meno temibili,
anzi sono più feroci e più pericolosi, perchè osano assalire non
solo l’uomo, ma perfino i grossi animali e anche le tigri. L’inglese
Hadington ne vide uno sulle rive del Gange, sorprendere una di quelle
terribili fiere, stringerla fra le potenti spire e soffocarla, malgrado
i colpi d’artiglio che lo squarciavano.
La loro forza muscolare è così potente, che stritolano fra le loro
viscose anella dei buoi, spezzando a loro le robuste ossa, e la loro
vitalità è così potente che talvolta, anche dopo uccisi, per parecchie
ore trattengono la preda.
Schouten, nel suo viaggio in India, narra a questo proposito il
seguente fatto.
Durante la raccolta del riso, alcuni contadini del Malabar avevano
lasciato nella loro capanna un ragazzo, il quale, essendo malaticcio,
non poteva seguirli nei campi.
Essendo il ragazzo uscito, era stato sorpreso da un pitone gigante,
mentre erasi addormentato all’ombra di una palma. Tornati i contadini,
udirono dei gemiti soffocati, ma sulle prime non vi fecero caso;
continuando però, uscirono dalla casa e videro il mostruoso serpente
che stava ingoiando la preda ancora vivente. Il padre del ragazzo,
fattosi animo, afferrò una scure e tagliò a metà il serpente, ma
questo, sebbene mozzo, continuò a ritenere il ragazzo, il quale non fu
estratto dalle spire che dopo parecchie ore ed affatto privo di vita.
Questi serpenti vivono per lo più nelle foreste calde e umide e là
attendono la preda, o sospesi a qualche grosso albero mercè la loro
coda prensile o appiattati in mezzo ai cespugli. Preferiscono celarsi
presso i fiumi, per sorprendere gli animali che vanno a dissetarsi.
Quantunque non siano molto grossi, pure sono capaci di inghiottire
delle prede che pesano venti volte più di loro e che sono dieci o
quindici volte più voluminose, essendo straordinaria la dilatabilità
delle loro mascelle. Assorbono, per così dire, la preda tutta d’un
pezzo, non avendo unghie per lacerarla, impiegando però molto tempo,
delle giornate intere e qualche volta perfino una settimana.
Il pitone che aveva sorpreso il giovane pescatore era uno dei più
giganteschi, poichè misurava almeno sei metri. L’orribile rettile,
che forse dormiva in mezzo a quel fitto cespuglio, accortosi della
vicinanza della preda, era strisciato fuori senza produrre alcun
rumore, e con una mossa fulminea l’aveva avvinto fra le formidabili
spire. Il disgraziato chinese, quasi soffocato da quelle anella
che cercavano di stritolarlo, pallido come un cadavere, cogli occhi
schizzanti dalle orbite, agitava disperatamente le braccia rimaste
libere, tentando di respingere la testa del serpente, il quale faceva
vibrare su di lui la lunga lingua biforcata.
Cornelio, Hans e lo stesso Wan-Horn, paralizzati dal terrore,
erano rimasti come inchiodati al suolo, ma il capitano si era
slanciato innanzi impugnando una scure. Egli sapeva che un momento
di ritardo poteva essere fatale pel povero chinese, le cui ossa già
scricchiolavano sotto la potente stretta.
L’arma piombò con forza irresistibile sulle scaglie del mostro,
troncando nettamente il corpo a due metri dalla coda. Colpito a morte,
svolse rapidamente le anella lasciando cadere il chinese, e quantunque
così mutilato e sanguinante, si volse contro quel nuovo nemico
emettendo sibili di rabbia.
Wan-Stael però non era uomo da spaventarsi. Retrocesse rapidamente per
non venire investito, poi la sua scure piombò per la seconda volta sul
serpe, il quale cadde sull’erba col cranio fracassato, contorcendosi
disperatamente.
— Mio povero ragazzo! esclamò il brav’uomo, precipitandosi verso il
chinese. Ti ha spezzato le costole?
— No, signore, rispose il pescatore, con voce rotta. Mi ha mezzo
soffocato, ma mercè il vostro pronto intervento mi ha risparmiate le
ossa.
— Non ti eri accorto del suo assalto? Non lo avevi veduto?
— No, signore. Volgevo le spalle al cespuglio e tutto d’un colpo mi
sono trovato fra le spire del serpente. Ah! che paura, capitano!
— Lo credo, mio povero giovanotto. Fortunatamente sono giunto a tempo
per spacciarlo.
— Ah zio! esclamò Cornelio. Non ho mai provato un terrore simile; mi
sono sentito mancare le forze.
— Lo credo; questi serpenti fanno più paura delle tigri. Còricati e
riposa, Lu-Hang e noi mettiamoci al lavoro prima che giunga notte.
Wan-Horn, che si era riavuto dallo spavento, si mise animosamente
all’opera. Afferrò il grosso randello preparato dal capitano,
somigliante ad una mazza, e si mise a pestare la midolla rosea del
sagu, che si trovava nel pezzo di tronco ancora piantato in terra.
— Perchè la pesti qui dentro, invece di estrarla? chiese Cornelio che
seguiva attentamente quell’operazione.
— Perchè è trattenuta da una vera rete di fibre, rispose il marinaio.
Se non si spezzano, non si potrebbe estrarla. Ecco, guardate!
Il capitano che si era rimboccate le maniche, cacciò le braccia nel
tronco ed estrasse un cumulo di farina la quale era mescolata a delle
sottili fibre bianchissime, ma molto resistenti.
— Mangeremo anche quelle fibre? chiese Cornelio.
— No, rispose il capitano. Guasterebbero il pane, poichè sono legnose.
— Bisogna levarle?
— Sì, e per far ciò fabbricheremo uno staccio con delle fibre di cocco,
onde perdere meno tempo.
Il capitano vuotò quella specie di mortaio costituito dal tronco
inferiore dell’albero, saldato solidamente in terra dalle poderose
radici e ammucchiò la farina sulle grandi foglie della pianta.
Prese poi uno dei pezzi del tronco, tagliati prima da Wan-Horn, lo
sovrappose al mortaio e maneggiando robustamente la mazza, fece cadere
la farina, pestandola per bene.
La manovra fu ripetuta anche per gli altri pezzi, ottenendo in poche
ore un ammasso enorme di farina, del peso di circa quattrocento
chilogrammi.
Era però da depurare, contenendo ancora le fibre, ma essendo calata la
notte, quella seconda operazione fu rimandata a domani.
Alcuni chilogrammi di quella fecula nutriente furono però sbarazzati di
quelle radici, impastati con un po’ d’acqua e ridotti in focaccie, le
quali furono messe a cucinare sui carboni.
Tutti fecero molto onore a quel pane gustoso, servito caldo e alla
testuggine arrostita. Dopo cena Wan-Horn piantò in terra alcuni rami
d’albero che coprì, superiormente, colle immense foglie d’un banano,
formando una specie di tettoia che doveva difenderli dall’umidità della
notte e per renderla più sicura, la circondò coi cilindri formati dai
pezzi del tronco di sagu, i quali potevano difenderli dalle freccie dei
selvaggi.
Cornelio montò il primo quarto di guardia imboscandosi in mezzo ad un
cespuglio e gli altri s’addormentarono.
Quelle precauzioni furono inutili perchè la notte passò tranquilla.
Nè uomini, nè belve si fecero vedere nei dintorni, e il silenzio più
perfetto regnò nelle vicine foreste.
L’indomani, all’alba, erano tutti al lavoro per preparare le loro
provviste di pane. Wan-Horn aveva costruito una specie di staccio con
delle fibre di noce di cocco e sbarazzava rapidamente la farina dalle
radici.
Il capitano e Hans versavano l’acqua nello staccio per far passare la
fecola, e Cornelio ed il chinese la impastavano, formavano dei pani del
peso di due chilogrammi, che poi esponevano al sole per seccarsi.
Avrebbero potuto ridurla anche in granelli per fare delle minestre
eccellenti, ma sarebbe stato necessario un recipiente di ferro e non
possedendolo furono costretti a rinunciarvi. Per ottenere il sagu
granulato, come si smercia in Europa, si lascia cadere la farina
in una grande caldaia posta sul fuoco, prima però che sia secca. Si
lascia torrefare leggermente, mescolandola continuamente, poi si leva
e s’impacchetta nelle scatole. I granellini così ottenuti acquistano un
sapore più gradevole e assumono una tinta più rossastra.
A mezzodì, già duecento pani stavano seccando al sole. Essendo
sufficienti, non potendo i naufraghi caricarsi d’un peso enorme,
abbandonarono la rimanente farina agli uccelli.
Alla sera quei pani, che si erano perfettamente asciugati, furono
avvolti in foglie di banano onde si conservassero meglio ed ammucchiati
sotto la tettoia.
— Ne avremo per un mese, disse il capitano. Domani potremo rimetterci
in viaggio, senza tema di dover soffrire la fame.
— Ma ci manca la carne, disse Hans.
— Ce la procureremo lungo il viaggio, ghiottone. Gli uccelli non
mancano in questa foresta e nemmeno gli animali.
— Sarà invece cosa prudente portare con noi una provvista d’acqua,
disse Wan-Horn. Non troveremo sempre dei fiumi o degli stagni per
dissetarci.
— Ma noi non possediamo alcuna bottiglia, disse Cornelio. Dove vuoi
metterla?
— Nemmeno i papuasi posseggono bottiglie, disse il capitano, pure hanno
dei recipienti e nei loro canotti l’acqua dolce non manca mai.
— Cosa hanno adunque?
— Ora lo vedrai.
Raccolse la scure, s’avvicinò ad un gruppo di bambù grossi come una
coscia d’uomo e ne abbattè uno, tagliandolo a pezzi.
— Ecco il recipiente, disse, raccogliendone uno. Come sai, i bambù sono
vuoti fra un nodo e l’altro; questo ha un nodo sopra ed uno sotto.
— Ti comprendo: fai un buco nel nodo superiore, vi introduci l’acqua ed
ecco ottenuto una botticella.
— È proprio così, Cornelio. Come vedi, qualche volta i selvaggi possono
insegnare anche a noi. Orsù, corichiamoci e domani ci metteremo in
cammino per giungere alla Durga.
Stavano per sdraiarsi sotto la tettoia, quando con loro grande sorpresa
udirono i latrati d’un cane, che venivano dalla parte del bosco.
— I papuasi? chiese Cornelio, balzando in piedi.
— È impossibile! esclamò il capitano, afferrando il fucile e
slanciandosi all’aperto.
Horn ed i tre giovanotti, assai inquieti, erano pure usciti portando
con loro i fucili. I latrati continuarono, ad intervalli regolari, ma
senza avvicinarsi.
— È impossibile che vi siano dei papuasi, ripetè il capitano, che non
staccava gli sguardi dal bosco.
— Per quale motivo? chiese Cornelio.
— Perchè non hanno mai avuto cani, anzi non li conoscono.
— Pure sono latrati di cane, zio.
— Che ci sia qualche cacciatore europeo? chiese Wan-Horn.
— Qui, in mezzo a queste foreste, così lontane dai porti frequentati
dalle navi?
— Qualche esploratore, signor Stael.
— Uhm! Non ci credo, Wan-Horn.
— Ma come volete che vi sia un cane senza padrone?
— Sarà un cane, Horn?
— E cosa volete che sia? Questi sono abbaiamenti.
— Ma se fosse uno di quegli animali, a quest’ora sarebbe qui, mentre mi
pare nè che s’avvicini, nè che s’allontani.
— È vero, capitano.
— Tenete pronte le armi e andiamo a spiegare questo mistero.
Tenendosi riparati dietro i cespugli, per non ricevere improvvisamente
una volata di freccie avvelenate, raggiunsero il bosco che cominciava
a diventare oscuro, essendo il sole prossimo al tramonto. La loro
sorpresa raggiunse il colmo udendo i latrati venire dall’alto.
— Tò!... esclamò Cornelio. Che abbiano legato un cane fra i rami degli
alberi? Cosa ne dici, zio?
Il capitano, invece di rispondere, scoppiò in una fragorosa risata.
— Ridi?... esclamarono Hans e Cornelio.
— Vi è da slogarsi le mascelle, ragazzi miei, diss’egli. Volete vedere
il preteso cane? Guardate fra i rami di quel _durion_.
Tutti alzarono gli occhi e scorsero, appollaiato su di un grosso ramo,
un uccello nero, grande come un corvo, il quale emetteva a regolari
intervalli dei latrati così perfetti, che parevano uscissero dalla gola
d’un cane.
— Bizzarro paese!... esclamò Cornelio. Si sono mai veduti in altri
luoghi degli uccelli che latrano?...[10].
— Fortunatamente sono innocui, disse il capitano. Andiamo a dormire,
amici.
Anche quella seconda notte, passata in quella piccola radura, trascorse
tranquilla. Vi fu solamente un falso allarme durante il quarto di
guardia del marinaio, essendosi uditi dei rumori nel vicino bosco, ma
li attribuirono a degli animali pascolanti fra i cespugli.
Alle sei del mattino i naufraghi erano in piedi, pronti a mettersi
coraggiosamente in marcia verso l’ovest. Ripartirono le loro provviste
di _sagu_ proporzionatamente alle forze di ognuno, riempirono d’acqua
i loro bariletti di bambù, e dato un addio alla loro capannuccia si
cacciarono sotto a folti boschi, decisi a raggiungere la Durga.
La marcia non era facile in mezzo a quelle piante che impedivano ai
raggi del sole di penetrare, tanto erano così fitte. I tek, i sagu,
i mangostani, i cedri, i bambù, le _arenghe saccarifere_, i _betel_,
i _rotang_ si succedevano gli uni agli altri intrecciando i loro rami
e le loro radici, mentre le piante arrampicanti e le liane formavano
delle reti impenetrabili, correndo da un tronco all’altro, salendo,
discendendo, serpeggiando per terra.
Non mancavano gli alberi da frutta, i quali crescevano senza coltura
alcuna. Si vedevano numerosi mangostani carichi di quelle frutta
deliziose che ormai i naufraghi avevano assaggiate e che hanno il
vantaggio, come quelle dei banani, di essere sanissime e di non
produrre alcun disturbo anche se prese in grande quantità; giganteschi
_durion_ i cui rami si piegavano sotto il peso delle loro grosse frutta
che sono pericolosissime se cadono sul capo a qualcuno, essendo irte
di acute spine, e grosse come la testa di un uomo; i _buà nangha_ od
_artocarpi integrifoglia_, altissimi, con grossi rami e che danno le
frutta più colossali, poichè occorrono due uomini per portarle, ma
assai nutrienti e che maturano tutto l’anno, e dei _manghi_, ma di
qualità scadente e poco fruttiferi, crescendo allo stato selvaggio.
Dopo cinque ore di marcia continua, i naufraghi giungevano in mezzo
ad un grande gruppo d’alberi, i quali tramandavano un odore speciale e
assai acuto.
— Non senti questo profumo delicato, zio? chiese Cornelio.
— Sì, disse il capitano, che s’era arrestato.
— Sono quegli alberi che lo esalano?
— Sì, Cornelio, e aggiungerò che qui vi sarebbe la fortuna d’un uomo
che avesse meno fretta di noi.
— Perchè, zio?
— Perchè questi alberi sono noci moscate. Guardali, Cornelio: meritano
di essere veduti.