Un silenzio quasi assoluto, essendo solamente rotto dal cicalare d’una
coppia di pappagaluzzi, regnava sulle rive di quel corso d’acqua.
Le grida di guerra, che si erano udite durante la notte, erano cessate
e non s’udiva più nemmeno il rullo di quella specie di tamburo. Pareva
che i pirati ed i nemici che li avevano assaliti avessero abbandonato
definitivamente quei luoghi.
Aprendosi il passo attraverso ai cespugli ed alle piante arrampicanti
con mille precauzioni, e sostando ogni momento per ascoltare, temendo
di cadere in qualche agguato, i naufraghi s’avvicinarono alla sponda,
gettando un lungo sguardo sul fiume.
Non videro alcuno: nè i pirati, nè le loro piroghe, nè i misteriosi
nemici; però si scorgevano le tracce d’un furioso combattimento.
I cespugli erano spezzati, calpestati; le erbe acquatiche strappate, il
banco di sabbia, che la bassa marea aveva lasciato scoperto, era sparso
di pezzi di lancia, di mazze scheggiate o rotte e sui tronchi degli
alberi si vedevano infisse numerose freccie. Più oltre, verso la riva
opposta, si vedeva sorgere dal letto del fiume un rottame che pareva
la chiglia d’un canotto, e fra le erbe gli avanzi d’alcuni uomini che
parevano fossero stati semi-divorati dai coccodrilli.
— I pirati sono stati assaliti e distrutti o messi in fuga, disse il
capitano.
— Dagli Alfurassi? chiese Cornelio.
— Di certo, rispose Wan-Stael.
— Che ci sia qualche villaggio in queste vicinanze?
— Lo temo, Cornelio, e sarà cosa prudente allontanarci presto da questi
luoghi.
— Purchè ritroviamo la scialuppa.
— Andiamo a vedere: comincio ad essere inquieto.
— Temi che l’abbiano scoperta?
— Sì, Cornelio.
— Sarebbe un disastro irreparabile per noi, zio.
— Sì, ragazzo mio. Ecco laggiù quel tek, che deve servirci di guida; la
scialuppa deve essere a pochi passi da quel colosso.
— Sì, capitano, confermò Wan-Horn. Non possiamo ingannarci.
— Affrettiamoci; ardo d’impazienza.
Scesero la riva del fiume e si misero a costeggiare la foresta,
avanzando sempre con mille precauzioni, non sapendo ancora se quel
luogo era proprio deserto. Di passo in passo che si avvicinavano
al tek, il quale torreggiava sulla sponda, bagnando le sue radici
nell’acqua, le loro inquietudini crescevano ed i loro sguardi si
fissavano angosciosamente sulle piante e sui cespugli, sotto i quali
doveva trovarsi la loro imbarcazione.
Ad un tratto Cornelio, che precedeva i compagni, si arrestò.
— Zio, diss’egli, con voce alterata. Non vedo più l’ammasso di rami che
avevamo gettato sulla scialuppa.
— Che ce l’abbiano proprio rubata? esclamò Wan-Stael, impallidendo.
Si slanciò innanzi e aprì i cespugli: un grido mal frenato gli uscì:
— Infami!...
— L’hanno rubata? chiesero Wan-Horn, Hans e Cornelio accorrendo.
Il capitano mostrò a loro, con un gesto disperato, i cespugli che
giacevano a terra, spezzati e strappati,
— Ah! ladri!... esclamò Cornelio, pallido d’ira.
— Siamo rovinati! esclamò il marinaio.
La scialuppa infatti, non esisteva più. Quantunque fosse stata bene
nascosta fra i cespugli e poi ricoperta di rami e di foglie, era
stata trovata dai pirati o dai loro nemici, e portata via assieme agli
attrezzi ed ai viveri che conteneva. Non avevano lasciato a terra che
un remo spezzato, affatto inservibile e pochi pezzi di corda.
— Cosa faremo ora noi? si chiese Wan-Stael, che pareva avesse perduta
tutta la sua energia e tutto il suo coraggio. Chi ci condurrà ora a
Timor? Miserabili, perfino gl’istrumenti nautici hanno tentata la loro
cupidigia!...
— E non ci hanno lasciato nemmeno un biscotto, disse Cornelio.
— Quale disastro se non si avesse avuta la precauzione di portare con
noi le munizioni, disse Wan-Horn. Fortunatamente abbiamo ancora sette
od ottocento cariche, e quando si hanno delle armi, in questo paese non
si muore di fame.
— Ma come riguadagneremo la nostra isola, ora che ci manca la
scialuppa? chiese Hans.
— Udiamo, capitano, disse Horn. Sapreste dirci dove ci troviamo?
— Che siamo qui o più lontani, che importa, Horn? disse Wan-Stael.
— Forse la nostra situazione non è disperata, capitano, e con un po’
di coraggio possiamo uscire da questo ginepraio. Volevo sapere se siamo
molto lontani da Dory.
— Dal porto di Dory!... esclamò Wan-Stael, che ebbe un lampo di
speranza.
— Sì, e se possiamo giungervi non avremo difficoltà a tornare in
patria. Voi sapete che quel porto è frequentato dai pescatori di
_trepang_ malesi e chinesi e dai nostri compatrioti che si recano colà
ad acquistare gusci di tartarughe, noci moscate, garofani e uccelli del
paradiso imbalsamati.
— È vero, Horn; non avevo mai pensato a quel porto.
— Sapreste dirci se è molto lontano?... Credete che si possa
raggiungerlo?
— Lo temo, Wan-Horn, trovandosi a settentrione della penisola
occidentale, al di là della baia di Geelwink. Bisognerebbe attraversare
più di mezza isola, passando fra foreste impenetrabili e popolate da
gente feroce. Ho un altro progetto però, che mi sembra migliore e più
facile.
— Gettatelo fuori, signor Stael.
— Tu sai che al sud-ovest si scarica la Durga, che è uno dei più
considerevoli fiumi dell’isola. Cerchiamo di raggiungerla, scendiamola
fino alla foce costruendo o una zattera o scavando una scialuppa nel
tronco d’un albero, e di là ci spingeremo verso le isole Arrù che sono
pure frequentate dai nostri compatrioti e dai pescatori di _trepang_.
Non deve essere lontana più di venti o trenta leghe, ossia ottanta o
centoventi chilometri, e possiamo giungere sulle sue sponde fra sei od
otto giorni.
— Bell’idea, capitano! esclamò Wan-Horn.
— E non possiamo costeggiare l’isola, evitando così le foreste? chiese
Cornelio.
— Raddoppieremmo la via, disse Wan-Stael. La costa meridionale è assai
frastagliata e verso il sud-ovest s’avanza verso il mare per molte e
molte leghe. Non basterebbe un mese per giungere alla Durga.
— Ma siamo senza viveri, zio.
— Non ci metteremo in marcia senza provviste, Cornelio. Non possiamo
contare sempre sulla selvaggina, la quale può mancare.
— Ma io non vedo altro che delle frutta molto deliziose sì, ma poco
nutritive.
— Porteremo con noi una grossa provvista di biscotti e migliori di
quelli che ci hanno rubati.
— Hai trovato qualche fornaio o qualche campo di frumento? chiese
Cornelio, ridendo.
— Nè l’uno nè l’altro, ma ti dico che in breve avremo del pane a
volontà. È vero, Horn?
— Per bacco! E che pane, signor Cornelio!... disse il marinaio. Voi
sarete il fornaio e noi i mugnai.
— Voglio vedere questo miracolo.
— E anch’io, disse Hans.
— Prima di tutto troviamo un accampamento più sicuro e più adatto,
disse il capitano. Qui non spira buona aria per noi e ci occorre
un luogo deserto, dove possiamo lavorare senza timore di venire
disturbati. Coraggio, ragazzi miei, allontaniamoci da questo fiume e
andiamo a nasconderci in una foresta.
La prudenza li consigliava ad allontanarsi, per tema di veder
ricomparire in quei luoghi od i pirati che potevano essere stati
solamente respinti, od i loro nemici che potevano abitare in quei
dintorni.
Ripresero la loro testuggine che non volevano abbandonare e si
rimisero in marcia attraverso alla foresta, dirigendosi verso l’ovest.
Il marinaio, che possedeva una piccola bussola, li guidava senza
tema di errare, quantunque quelle foreste fossero assai fitte e non
permettessero di mantenere una via retta.
Hans e Cornelio, pur strisciando fra quelle migliaia di piante che
diventavano sempre più fitte e più intricate, nella loro qualità di
cacciatori stavano attenti per non lasciar sfuggire qualche capo di
selvaggina che poteva da un istante all’altro alzarsi fra i cespugli;
ma non si vedevano che uccelli, ma quali splendidi volatili!... Ora
apparivano stormi di superbe colombe coronate, ora delle coppie di
_epimachus magnificus_, uccelli di taglia elegantissima, colle penne
nero-vellutate sul dorso, la gola ed il petto azzurro-cupo con riflessi
verdastri, la coda lunga, adorna di barbe sottili che sembrano peli, o
di _epimachus albus_, bizzarri volatili grossi come i nostri piccioni,
colle penne d’una bianchezza abbagliante nella parte posteriore del
corpo, e nerissime, a riflessi verdastri, nella parte anteriore e
forniti d’una coda stravagante, composta di sei o sette pungiglioni
arricciati, o delle bande di _promerops superbi_, neri di penne, con
una coda lunga e voluminosa ed un grosso ciuffo di penne arricciate sul
capo, senza poi contare gli stormi numerosi di pappagalli chiassosi e
dalle penne smaglianti.
Pareva invece che i quadrupedi mancassero in quella regione, poichè
non si scorgevano nè porci selvatici, nè babirussi che sono pur tanto
abbondanti in certe regioni di quella grande isola.
Verso le tre, mentre attraversavano una piccola pianura, i tre
naufraghi fecero una scoperta singolare. Era un albero, un _fico
pisocarpa_, il quale invece di portare sui rami delle frutta, era
coperto di strani uccellacci, forniti di un pelame color marrone ma con
riflessi rosso-giallastri, grandi come polli e che stavano appesi per
le gambe, tenendo il capo in giù. Ve n’era almeno duecento e parevano
addormentati, tenendosi strettamente avviticchiati nelle loro ali
membranose.
— Cosa sono? chiesero Hans e Cornelio, stupiti.
— _Pteropus eduli_, rispose il capitano, ridendo, o, se vi piace
meglio, pipistrelli giganti che attendono le tenebre per spiccare il
volo.
— Dei pipistrelli così grossi! esclamò Hans. Ma cosa fanno, appesi ai
rami di quest’albero?
— Dormono, dopo d’averlo spogliato delle sue frutta, essendo molto
ghiotti di quei fichi.
— Devono essere cattivi, questi brutti volatili.
— Niente affatto, Hans.
— So che tutti li temono.
— E hanno torto, poichè invece sono utilissimi, distruggendo un numero
considerevole di insetti nocivi all’uomo, le zanzare e tanti altri che
ci succhiano il sangue durante il sonno.
— So che dappertutto si uccidono, zio.
— È vero, questi disgraziati volatili, che sembrano topi volanti,
sono esecrati da tutte le popolazioni, senza motivo, o per causa di
stupide superstizioni. Da noi usano inchiodarli sulla porta della casa,
i bretoni fanno altrettanto, perchè credono che quei poveri animali
vadano a bere l’olio dei vasi sacri e delle lampade degli altari, e le
popolazioni dell’Europa meridionale li bruciano vivi perchè li credono
spiriti delle tenebre.
— Dimmi, zio, sono ciechi i pipistrelli? chiese Cornelio. Non si vedono
volare che di notte.
— No, ma pare che i loro occhi non siano a loro di alcuna utilità. So
che molti si sono provati ad acciecarli, ma pure volavano egualmente,
senza mai toccare dei sottili fili tesi dinanzi a loro. Pare che si
dirigano col tatto e che posseggano anche un udito acutissimo, mentre
invece il loro odorato sarebbe mediocre. Andiamo, ragazzi; il pane ci
aspetta.
— Ma dov’è? chiesero i nipoti.
— Presto lo troveremo.
Si rimisero in marcia, mantenendo costantemente la direzione primitiva,
passando da una foresta all’altra e raccogliendo di quando in quando
delle frutta; ma un’ora dopo il capitano si arrestava in mezzo a
un’altra radura, assai ristretta, circondata da foreste.
Egli indicò un albero alto cinque o sei metri, del diametro di un
metro, fornito di un ciuffo di foglie lunghe parecchi metri e che
invece di crescere dritto era piegato obliquamente.
— Ecco il nostro pane, disse.
— Il nostro pane! esclamarono i due giovinotti stupiti.
— E molto delizioso, signori miei, disse Wan-Horn. La farina è matura,
poichè vedo le foglie coperte d’una polvere giallastra.
— Ma dov’è nascosta questa farina?
— Nel tronco dell’albero, signor Cornelio.
— Vuoi scherzare, vecchio Horn.
— No, ve lo assicuro: ora lo vedrete.
Il marinaio afferrò la scure e si mise a picchiare furiosamente il
tronco dell’albero, il quale però opponeva una resistenza incredibile.
Il capitano dovette surrogarlo dopo un quarto d’ora e finalmente la
pianta, recisa circolarmente, a trenta centimetri dal suolo, cadde con
grande fracasso.
— Guardate, disse il marinaio.
Hans, Cornelio ed il giovane pescatore s’avvicinarono e con loro grande
sorpresa videro che quel tronco era ripieno d’una materia leggermente
rosea e molto dura, a giudicarla a colpo d’occhio.
— Che cos’è questa? chiese Cornelio.
— Farina, o, se ti va meglio, _sagu_, disse il capitano.
— Ma l’ho udito nominare ancora, anzi l’ho assaggiato a Timor, zio.
— Ti credo, crescendo anche in quell’isola.
— E ti dirò che l’ho trovato molto nutriente e buonissimo.
— È una pianta meravigliosa! esclamò Hans.
— E assai preziosa, disse il capitano, crescendo senza bisogno di
coltura e producendo assai. Bastano tre alberi per nutrire una famiglia
per un intero anno.
— Vi sono molte di queste piante, zio?
— Moltissime e non si trovano soltanto qui. Le migliori e le più
produttive sono quelle chiamate dai naturalisti _metroxilon sagus_
e _metroxilon rumphii_, ma ve ne sono molte altre. Crescono in quasi
tutte le isole della Malesia, specialmente nel Borneo, nelle Filippine,
nelle Molucche, in quest’isola, in India, alle Maldive, a Sumatra
ed in America, a Nuova Orleans, ma la farina che producono non è
sempre eguale. Quella delle Maldive, per esempio, è granulosa, dura,
grigiastra, ma non uniforme; quella di Sumatra ha grani rotondi o
gialli o bianchi; quella di Nuova Orleans è pure grigiastra e quella
delle Molucche e della Nuova Guinea è rossa o bianca o grigia, ed ha la
proprietà di diventare lucidissima, se si lascia per qualche tempo in
acqua.
— Si ricava molta farina da un albero di questa grossezza?
— Circa trenta _toman_[9], ossia 450 chilogrammi.
— Che paese fortunato, zio!...
— Lo credo, perchè in quattro o cinque giorni di lavoro una persona può
assicurarsi il pane per dodici mesi.
— Ma come si prepara questa farina?
— Ora lo vedrai. Al lavoro, mio vecchio Horn.
Il marinaio non aveva perduto il suo tempo. Recise le grandi foglie,
percuoteva a gran colpi di scure il tronco atterrato, tagliandolo
in pezzi lunghi sessanta o settanta centimetri; ma aveva molto da
faticare, poichè, quantunque la corteccia non avesse che uno spessore
di tre centimetri, era talmente dura, da fare talvolta rimbalzare il
ferro.
I suoi sforzi però trionfarono e il tronco fu finalmente tagliato in
otto pezzi.
— La mazza, chiese il marinaio, tergendosi il sudore che gli irrigava
la fronte. Bisogna sfondare le radici interne.
Il capitano, che aveva tagliato un grosso e pesante ramo squadrandolo
con cura ad una estremità, stava per porgergliela, quando ad un tratto
si udì echeggiare un urlo terribile.
Tutti si volsero e videro il giovane pescatore dibattersi
disperatamente fra le spire di un gigantesco serpente, che si era
improvvisamente rizzato in mezzo ad un cespuglio vicino.
— Gran Dio!... esclamò il capitano, mentre tutti indietreggiavano
atterriti... Un pitone!