Caccia alle testuggini

La costruzione aerea, crivellata di freccie incendiarie, fiammeggiava

in diversi luoghi, minacciando di rovinare e di trascinare nella caduta

gli assediati.

Il tetto, costruito di foglie di arecche, di cocco e di leggieri bambù,

aveva preso fuoco alle due estremità e si erano pure incendiate le

pareti e il margine posteriore della grande piattaforma.

Le vampe, che ingigantivano rapidamente, trovando un buon alimento in

quelle foglie ed in quei legni secchi, illuminavano la notte, tingendo

la sottostante pianura e le boscaglie d’una luce sanguigna. Densi

nuvoloni di fumo s’alzavano vorticosamente sotto i soffi della brezza

notturna, e dal tetto rovinavano stuoie e graticci infiammati, tizzoni

ardenti che rimbalzavano sulla piattaforma provocando altri incendii

e nembi di scintille le quali volavano via, solcando le tenebre come

stelle. Anche la piattaforma inferiore aveva preso fuoco e si udivano i

bambù a crepitare sotto le fiamme e cadere al suolo con sordo rumore.

Il capitano ed i suoi compagni, impotenti a resistere in mezzo a

quell’abitazione che diveniva una fornace ardente, balzarono sulla

piattaforma esterna attraversando i vortici di fumo che li acciecavano.

I pirati, vedendoli comparire in mezzo alle fiamme, si slanciarono

fuori dalle piante mandando urla di trionfo e agitando minacciosamente

i loro pesanti _parangs_.

— Canaglie!... urlò Wan-Horn. Prendete!

Il più vicino, colpito dalla palla del marinaio, stramazzò a terra

emettendo un grido disperato.

— Presto, scendiamo!... gridò il capitano.

Approfittando dello scompiglio prodotto da quel fortunato colpo di

fucile, gli assediati calarono rapidamente le pertiche e due a due si

lasciarono scivolare sul pianerottolo, passando fra il fumo e le fiamme

che si alzavano sulla piattaforma inferiore.

I pirati, che si erano arrestati attorno al cadavere del loro

compagno, si lanciarono innanzi per farli prigionieri, ma ad un tratto

retrocessero vivamente.

In lontananza, verso il fiume, si erano udite delle urla, le quali

crescevano d’intensità. Cosa succedeva all’estremità della foresta?...

Qualche grave avvenimento senza dubbio, perchè gli assediati videro i

loro nemici raggiungere rapidamente il bosco e fuggire precipitosamente

verso l’est.

— Se ne vanno! esclamò Cornelio, stupito.

— Lasciali correre, gridò il capitano. Scendete: la casa sta per

crollarci addosso.

Si lasciarono scivolare a terra e s’allontanarono rapidamente, correndo

in direzione opposta a quella dei pirati. S’arrestarono solamente

all’estremità della pianura, celandosi in mezzo ad una folta foresta di

arecche e di banani selvatici.

La casa aerea fiammeggiava come un’immensa torcia e stava per crollare.

Lunghe fiamme s’alzavano e si abbassavano colle selvagge contrazioni

dei serpenti, lanciando in aria nuvoloni di fumo e nembi di scintille.

Il tetto era crollato, le due piattaforme, già quasi tutte distrutte,

cadevano a pezzi, ed i bambù, consumati alle estremità superiori e

nei punti d’appoggio, precipitavano al suolo con grande fracasso,

minacciando d’incendiare i cespugli e le piante arrampicanti.

— Era tempo! esclamò Cornelio. Pochi minuti di ritardo e noi

precipitavamo da un’altezza di sedici metri, e mezzo arrostiti.

— Ma i pirati, perchè sono fuggiti, mentre ormai ci tenevano in mano?

chiese Hans.

— Verso il fiume succede qualche cosa di grave, disse il capitano. Non

udite queste grida?

— Pare che laggiù succeda una battaglia, disse Horn. Che i pirati siano

stati assaliti?

— Ma da chi? chiese Hans.

— Forse da qualche tribù nemica, rispose il capitano. Gli abitanti

dell’interno, come vi dissi, sono in continua guerra con quelli delle

coste.

— Li hanno assaliti in buon punto, disse Cornelio. Udite?

Verso il fiume si udivano dei clamori assordanti: erano urla feroci,

urla che parevano di belve anzichè emesse da gole umane, e di tratto

in tratto dei sordi rulli che parevano prodotti da qualche istrumento

musicale, forse da un tamburo o da qualche cosa di simile.

Pareva che laggiù si combattesse furiosamente, poichè di quando in

quando s’udivano anche delle urla strazianti, come emesse da persone

che vengono sgozzate.

— Sì, succede una battaglia, disse il capitano. I pirati sono stati

assaliti, forse dagli Arfaki o dagli Alfurassi.

— Che i vincitori vengano poi ad assalire anche noi? chiese Cornelio.

Questa casa che fiammeggia può attirare la loro attenzione, zio.

— Non rimarremo qui ad attenderli, Cornelio. Lasciamoli uccidere a loro

comodo e pensiamo a prendere il largo.

— E la scialuppa? esclamò Wan-Horn.

— Torneremo più tardi a cercarla.

— La troveremo ancora?

— Speriamo che sia sfuggita alle ricerche dei pirati. Sarebbe un vero

disastro per noi se l’avessero scoperta.

— Lo credo, poichè non so come potremo poi guadagnar Timor.

— Andiamo, amici, prima che giungano i pirati od i loro avversari.

Cerchiamo un corso d’acqua per dissetarci e delle frutta da porre sotto

i denti.

Si ricacciarono nella foresta e si misero in marcia, procurando di

dirigersi verso l’ovest. Faceva molto oscuro sotto quegli alberi,

che erano così fitti da intercettare la luce della luna, ma ben

presto i loro occhi si abituarono a quelle tenebre e s’avanzarono con

sufficiente rapidità, malgrado le radici immense, le liane e le piante

arrampicanti che li costringevano a fare dei lunghi giri.

Le grida dei combattenti s’udivano sempre echeggiare verso il fiume,

ma di passo in passo che i naufraghi si allontanavano in quella nuova

direzione, diventavano sempre più fioche e meno distinte.

Dopo mezz’ora di marcia non si udivano quasi più, quindi cessarono

completamente. Era terminato il combattimento o gli avversari si erano

allontanati?... Pel momento i naufraghi non si occuparono di saperlo,

poco premendo a loro che avessero avuto la peggio i pirati o gli

Alfurassi, avendo da temere da parte di entrambi.

Verso la mezzanotte, dopo d’aver percorso sei o sette chilometri, i

naufraghi giungevano sulle sponde di un piccolo corso d’acqua, ingombro

di banchi sabbiosi e di piante acquatiche, e le cui sponde erano

coperte da una fitta vegetazione.

— Fermiamoci, disse il capitano. Ormai i vincitori non ci

raggiungeranno più.

Scesero la riva e si dissetarono, poi si misero in cerca di frutta per

calmare gli stiracchiamenti dello stomaco. La cosa non fu difficile,

contando la flora papuasiana un numero immenso di piante che danno

frutta squisitissime e che nascono senza bisogno di coltura.

Sulle rive di quel fiume abbondavano i mangostani che producono delle

frutta colla polpa bianca, divisa in chicchi, racchiusa in una buccia

amara e somigliante a quella di un melogranato. Sono senza dubbio le

migliori che esistano, riunendo l’aroma di mille frutta, ed in bocca si

fondono come un gelato.

Non mancavano nemmeno i _pombo_, aranci colossali, grossi come la testa

di un fanciullo, prodotti dal _citrus decumanus_, chiamato dai malesi

_bua kadangsa_, ottimi a mangiarsi.

Calmata la fame, rassicurati dal silenzio profondo che regnava sotto

quella gigantesca foresta e sulle rive del fiumicello, si sdraiarono

in mezzo ad una folta macchia di cespugli e s’addormentarono

tranquillamente, in attesa del sole. Il loro sonno non fu turbato da

alcun avvenimento. Le grida d’una banda di pappagalluzzi che aveva

preso dimora fra i rami d’un gigantesco tek li svegliò ai primi albori.

— Erano molte notti che non dormivo così bene, disse Cornelio, che si

stirava le membra. Era tempo che i pirati ci concedessero un po’ di

riposo.

— Si ode nulla? chiese il capitano.

— Non odo che gli uccelli a chiacchierare, zio. Pare che il

combattimento sia finito.

— Avessero almeno avuto la peggio i pirati, disse Wan-Horn. Ci

lascerebbero tranquilli per sempre.

— Lo sapremo presto, vecchio mio.

— Contate di riguadagnare il fiume, signor Stael?

— Sì, Horn: sono inquieto per la nostra scialuppa.

— Però ci lascerete prima far colazione. Il mio stomaco è vuoto e non

può accontentarsi di sole frutta.

— Io mangerei volontieri un paio di bistecche, disse Hans. La

selvaggina non deve mancare in questa foresta.

— È anzi vicina, disse il chinese, che da qualche istante osservava

attentamente le piante acquatiche.

— Hai scoperto qualche animale? chiese Cornelio, alzandosi col fucile

in mano.

— Guardate laggiù; non vedete le piante del fiume a muoversi?

— È vero, disse il giovanotto. Che vi siano dei grossi pesci, in questo

corso d’acqua?

— O qualche coccodrillo? disse Wan-Horn.

— No, disse il capitano. Laggiù vi è una colazione deliziosa, vecchio

mio.

Wan-Stael non s’ingannava; attraverso alle piante acquatiche si

vedevano avanzarsi sui banchi di sabbia degli animali bizzarri, di

forma circolare, ma un po’ allungata, del diametro di oltre mezzo

metro, con delle brevi gambe che pareva uscissero da una specie di

scudo.

— Cosa sono? chiesero Cornelio e Hans.

— Testuggini, disse Wan-Stael.

— A Timor non ho mai veduto simili rettili, zio, disse Cornelio.

— Ti farò assaggiare un arrosto squisito; a me, Horn.

Balzarono tutti e due sul banco che si allungava fino in mezzo al fiume

e si precipitarono sulle testuggini che non si erano accorte della

presenza dei nemici. In un batter d’occhio afferrarono due delle più

grosse e le rovesciarono sul dorso per impedire a loro di fuggire, ma

le altre si affrettarono a cadere in acqua ed a tuffarsi, nascondendosi

fra le piante acquatiche.

— Lasciale andare, Horn, disse il capitano. Abbiamo carne a esuberanza.

Chiamarono in loro aiuto Cornelio ed il chinese e trasportarono i due

rettili sulla riva. Erano lunghi più di ottanta centimetri, larghi

quaranta e pesavano complessivamente circa cento chilogrammi.

— Ma questi animali sono corazzati, disse Cornelio, che li esaminava

con viva attenzione.

— E la loro corazza è a prova di scure, nipote mio, disse il capitano.

— Ma come si trovano qui delle testuggini?... Mi hanno detto che vivono

solamente in mare, zio.

— Ve ne sono di quattro specie: quelle terrestri, che sono le più

comuni, grosse, corte, colle gambe che sembrano monconi; quelle

palustri che sono le più piccole, quelle fluviatili e le marine. In

quest’isola abbondano tutte le specie ed i selvaggi ne fanno un enorme

consumo, essendo la carne di questi anfibi eccellente.

— Ma di cosa si nutrono?

— Di erbe, di radici, di lombrichi, di insetti acquatici, e quelle

marine di alghe e di piccoli crostacei.

— Si trovano anche in altri paesi?

— Sì, Cornelio, in Asia, in Europa e sopratutto nell’America del sud.

— E sono così grosse?

— Ve ne sono di più piccole, ma anche di quelle enormi. Quelle

che vivono fra i boschi della catena dell’Himalaya dànno perfino

duecentocinquanta libbre di carne, senza contare il peso dei gusci che

è rilevantissimo; ma le più colossali sono quelle chiamate elefantine

che si trovano in Africa, nel canale di Mozambico, nell’isola di

Madagascar, nell’isola Riunione e alle Borbone.

Sono lunghe come queste che abbiamo prese, ma raggiungono una grossezza

straordinaria, le dimensioni di una botte di vino di media grandezza.

Sono poi talmente robuste, che portano sul loro dorso perfino dei

ragazzi.

Anche nelle isole Gallapagos se ne trovano di quelle grandissime dei

veri mostri che sembrano appartenere all’epoca antidiluviana, al mondo

del mammouth.

— Servono solamente a mangiare?

— Tutt’altro, Cornelio. Sui fiumi dell’America del sud si cacciano per

averne i gusci, i quali hanno molto valore in commercio, adoperandosi

nella fabbricazione dei pettini, dei ventagli di lusso, dei manichi di

coltello di pregio, degli occhiali, ecc. Alcune specie di testuggini,

specialmente fluviatili, dànno delle scaglie bellissime che si pagano

assai care, altre invece si cacciano per ricavare dal loro grasso

un olio finissimo, chiaro, d’una squisitezza incredibile. Di questi

poveri anfibii si fa un consumo veramente enorme, e, se continua la

distruzione, fra non molti anni spariranno. Già nell’America del sud

cominciano a diventare scarsi.

— Quantunque i cacciatori di testuggini non uccidano sempre l’animale,

disse Wan-Horn.

— È vero, disse il capitano. Quando le prendono, prima si assicurano

della bellezza del guscio, poi della grossezza del corpo, facendo una

profonda incisione presso la coda per vedere se possono dare una certa

quantità di olio. Se la scaglia è brutta e l’animale è magro, lo si

rigetta in acqua perchè si ingrassi.

— E se sono magre e hanno il guscio bello?

— Le privano del guscio e lasciano andare l’animale.

— Il quale non tarderà a morire, così spaventosamente mutilato.

— No, Cornelio. Quantunque privo del suo guscio, che fu la sua culla

e che dovrebbe essere anche la sua cassa mortuaria, il povero anfibio

vive. Va a nascondersi in qualche fessura che diventa il suo ospitale,

rifà la pelle scorticata dall’avido cacciatore ed a poco a poco il suo

guscio, il quale però non sarà più così bello, nè così liscio come il

primo.

— Poveri anfibi!... Perdono la casa e rifanno un abituro forse incomodo.

— Pure vivono, trascinando il loro corpo deforme ed il loro guscio

imperfetto, lungo le sponde dei fiumi.

— Deve essere un martirio atroce, zio, disse Hans.

— Certo, specialmente quando si sentono scorticare dal coltello del

cacciatore e privare della loro casa protettrice. Wan-Horn, dimentichi

la colazione.

— È vero, capitano, disse il marinaio.

Aiutato dal chinese raccolse parecchi rami secchi e accese un allegro

fuoco. Quando furono semi consumati, prese una testuggine, la decapitò

con un colpo di coltello e senza estrarla dal guscio la depose sui

carboni ardenti.

Ben presto un odore appetitoso si sparse nella foresta. La testuggine

si cucinava nel suo guscio, friggendosi nel proprio grasso.

Quando fu cotta appuntino, il marinaio l’aprì con pochi colpi di scure,

e depose quella massa di carne deliziosa e profumata dinanzi ai suoi

compagni.

Non sarebbe necessario il dire che tutti fecero onore all’arrosto,

dopo venti ore di digiuno. Ne divorarono mezzo, mettendo il restante in

serbo pel pranzo.

Terminato il pasto, il capitano ed il marinaio accesero le loro pipe,

poi diedero il segnale della partenza, portando con loro la seconda

tartaruga che contavano di arrostire all’indomani.

Procedendo cautamente, ma con notevole velocità, verso il mezzodì,

giungevano presso le rive del fiume, sulle cui sponde speravano di

ritrovare la loro scialuppa.

I pescatori di trepang · 第 39 / 55 题