Non vi era un momento da perdere. I pirati, attirati da quei numerosi
spari, si erano affrettati a salire per cercare farli prigionieri prima
che cadessero in altre mani.
Forse credevano che fossero stati assaliti dagli indigeni e
accorrevano non già per difenderli, ma per tema che i nuovi arrivati
s’impadronissero di quelle prede viventi e saccheggiassero la scialuppa
senza di loro.
I naufraghi, che udivano le voci avvicinarsi e che ormai distinguevano
perfettamente i colpi dei remi, tirarono la scialuppa a terra e la
coprirono con un ammasso di rami e di foglie, per non perderla e
venire privati dei viveri e delle coperte che non potevano portare
con loro. Per maggior precauzione si caricarono delle munizioni, non
volendo lasciarle nella scialuppa, la quale poteva venire scoperta e
saccheggiata quantunque fosse ormai bene nascosta.
— A terra, disse il capitano.
Alla svolta del fiume era apparsa una piroga montata da parecchi uomini
e più oltre si vedeva la prua di un’altra. I naufraghi ne sapevano
abbastanza: balzarono in mezzo ai cespugli e si lanciarono sotto la
foresta, volgendo le spalle al corso d’acqua.
Quella boscaglia era fitta assai e tanto oscura che a malapena si
potevano distinguere i tronchi degli alberi, ma Cornelio, che aveva
già scorrazzato per lunghi anni le foreste di Timor, si era messo alla
testa del drappello e lo guidava dirigendosi verso l’ovest.
Gli alberi si succedevano agli alberi: alcuni alti, lisci, enormi,
che spiegavano i loro rami a sessanta o settanta metri d’altezza,
altri più bassi, nodosi, curvati innanzi od indietro ed altri ancora
sottili, coperti di foglie gigantesche che misuravano non meno di sei
metri di lunghezza su uno di larghezza. Liane interminabili, nepentes
o piante arrampicanti, s’intrecciavano dovunque, correndo da un tronco
all’altro, formando delle reti immense, capaci di accalappiare perfino
gli elefanti, mentre da terra sorgevano radici mostruose le quali
serpeggiavano qua e là, rendendo difficile il passaggio, specialmente
con quell’oscurità. Cornelio procedeva con precauzione per non urtare
contro quei centomila ostacoli e sopratutto per non mettere il piede su
qualcuno di quei serpenti pitoni, lunghi sette e perfino otto metri,
dotati d’una forza così prodigiosa da stritolare un bue fra le loro
spire e che sono così numerosi nelle foreste delle isole Malesi e anche
in quelle della Nuova Guinea.
Camminavano da un’ora, sempre allontanandosi dal fiume per far perdere
le loro traccie ai pirati, quando si trovarono improvvisamente dinanzi
ad una piccola pianura, circondata da altre foreste.
Con sua grande sorpresa, Cornelio vide elevarsi, quasi in mezzo a quel
terreno scoperto, una massa nera, enorme, che pareva sospesa in aria,
ad un’altezza di quattordici o sedici metri.
— Zio! esclamò.
— Cos’hai scoperto? chiese Wan-Stael, uscendo dalla foresta.
— Guarda!
— È un’abitazione di papù, disse il capitano. Brutta sorpresa, se è
abitata.
— Un’abitazione!...
— Sì, Cornelio. I papù, per non farsi sorprendere dai nemici o dalle
fiere, fabbricano le loro capanne su dei pali giganteschi.
— Ma quella è immensa.
— Abitano parecchie famiglie in quelle case aeree. Sono costruzioni che
meritano di essere vedute.
— Che sia abitata? chiese Wan-Horn.
— Lo sapremo subito. Alla sera gli inquilini ritirano i bambù
intagliati che servono a loro di scale, e se a quella capanna mancano
sarà segno che è abitata.
— Se la fosse, i papù avrebbero udito i nostri spari e non
dormirebbero, osservò Hans.
— Hai ragione, disse il capitano. Quale fortuna se fosse vuota!...
— La occuperemo? chiese Cornelio.
— Senza perdere tempo. Di lassù potremo difenderci contro i pirati, se
vengono ad assalirci.
— E non cadrà, quella baracca? Ho poca fiducia, zio mio, di queste
costruzioni.
— Sono solidissime, Cornelio; appoggiano su grosse canne di bambù e tu
sai come sono robuste, malgrado la loro leggerezza. Seguitemi, amici,
ma senza far rumore.
Tenendosi nascosti fra i cespugli e le piante arrampicanti che
ingombravano la piccola pianura, i naufraghi s’avvicinarono a quella
bizzarra costruzione che aveva delle dimensioni enormi e si arrestarono
dinanzi ai primi pali.
Quella casa aerea, situata a sedici metri dal suolo, quantunque
costruita da selvaggi che nulla hanno appreso dagli ingegneri europei,
era veramente meravigliosa e faceva molto onore ai suoi costruttori.
Nulla può darvi un’idea dell’arditezza di quelle case, le quali
inoltre sono d’una solidità a tutta prova, tale anzi da poter sfidare
impunemente i venti più impetuosi.
Per costruirle, i papuasi piantano dapprima, e molto profondamente, dei
grossi e lunghi bambù leggieri ma resistenti, incorruttibili poichè mai
marciscono, incrociandoli e legandoli con fibre di rotang o con liane,
ma in modo da sorreggersi gli uni con gli altri.
A dieci metri dal suolo costruiscono un primo pavimento, una specie di
terrazzo, con bambù più leggieri e con nervature di foglie intrecciate,
il quale riunisce tutte le pertiche consolidandole maggiormente.
Più sopra, a quattordici metri d’altezza, ne costruiscono un secondo
assai più vasto, più sporgente del primo e anche più solido, dovendo
reggere gli abitanti della casa.
Sopra questo elevano l’abitazione, colle pareti di bambù e di stuoie
ed un tetto a due pioventi, coperto da larghe foglie, le quali bastano
per impedire i filtramenti delle scarse pioggie che cadono in quelle
regioni.
Per evitare che i nemici possano sorprenderli nel sonno si servono di
due o tre pertiche per salire, fornite di tacche ad una certa distanza.
Appoggiano sulla seconda piattaforma, ma non sono fisse, poichè alla
sera si ritirano, e terminano su di un piccolo pianerottolo situato a
sei metri da terra e sul quale si giunge servendosi di altre pertiche
pure mobili.
Quando le famiglie papù si trovano nella loro capanna aerea, possono
sfidare le fiere e anche i nemici, poichè senza quelle pertiche non si
può salire lassù. Se alcuni volessero tentare l’ascensione, sarebbero
costretti ad appoggiare nuove pertiche, ma il solo urto basterebbe per
far oscillare l’intera costruzione e mettere in allarme gli abitanti.
Il capitano, che aveva veduto ben altre di quelle capanne, girò
attorno ai bambù di sostegno e trovò due pertiche che mettevano sul
pianerottolo, e più sopra ne vide altre due che s’appoggiavano alla
piattaforma superiore.
— Quest’abitazione è stata abbandonata, disse.
— Che i proprietari siano stati uccisi? chiese Cornelio.
— Può essere; i papù della costa e quelli dell’interno si odiano
ferocemente e si distruggono a vicenda con guerre sanguinosissime; però
aggiungerò che i papù emigrano sovente.
— Approfittiamo dell’assenza dei proprietari e occupiamo questa
bizzarra abitazione.
Stava per issarsi sulle pertiche, quando il capitano lo arrestò.
— Adagio, diss’egli. Gli abitanti possono essere discesi, ma ve ne
possono essere altri lassù e cacciarti in petto una freccia avvelenata.
Prima voglio assicurarmi se questa casa è proprio disabitata.
Afferrò due bambù e li scrollò furiosamente. L’intera costruzione
oscillò dalla base alla cima con un forte rumore, senza però cedere,
tanto era solida.
— Se vi sono degli abitanti che dormono, si sveglieranno, disse.
Attesero cogli occhi fissi sulla capanna aerea, ma nessun essere
umano apparve sulla grande piattaforma. Solamente alcuni uccelli, che
dormivano sul tetto, volarono via emettendo strida di spavento.
— Non vi è nessuno, disse Wan-Horn. Possiamo salire.
Cornelio si mise ad arrampicarsi su una pertica, appoggiando i piedi
e le mani sulle tacche, mentre il capitano si inerpicava sull’altra e
giunsero sul pianerottolo.
Diedero all’edificio una seconda scrollata, ma non udendo alcun
rumore, nè vedendo comparire alcuna persona, salirono più su, giungendo
felicemente sulla grande piattaforma sostenente la capanna.
Colà furono costretti ad arrestarsi, poichè quel pavimento era
tutt’altro che praticabile pei loro piedi. Infatti i papù, che sono
agili come le scimmie, non si prendono grandi cure pei pavimenti delle
loro abitazioni, e lasciano i bambù scoperti.
Essendo questi disposti ad intervalli di venti ed anche di trenta
centimetri, lasciano fra loro delle aperture che possono causare delle
cadute mortali, per chi non è abituato ad una ginnastica indiavolata
e soffre i capogiri. Gli abitanti non ne coprono che una parte, quelli
che si trovano nell’interno della casa e non sempre.
La terrazza esterna è priva di stuoie, quindi per attraversarla bisogna
avanzarsi a salti, e con piede molto sicuro, se si vuole evitare il
pericolo di cadere sulla piattaforma inferiore.
— Diamine! esclamò Cornelio. Questo pavimento è un vero trabocchetto,
zio mio.
— Non è molto comodo per noi, ma i papù se ne accontentano, Cornelio.
— Ma è pericoloso pei ragazzi.
— Sono agili come gli scoiattoli e non si trovano imbarazzati. Avanti,
Cornelio.
— Non voglio correre il pericolo di mettere i piedi nel vuoto e di
capitombolare fino a terra, zio mio, cosa facile con questa oscurità.
Preferisco avanzarmi a carponi.
— È più sicuro, disse il capitano ridendo.
Tenendosi stretti ai bambù attraversarono la piattaforma ed entrarono
nella casa, il cui pavimento era coperto da grosse e solide stuoie.
Quell’abitazione era vastissima, in forma d’un quadrilatero, con un
tetto ampio e assai sporgente, per coprire l’intera piattaforma. Era
diviso in quattro stanze lunghe otto o dieci metri, larghe altrettanto
e provviste tutte di porte, le quali mettevano sulla galleria esterna.
Il capitano accese l’esca, diede fuoco ad un pezzo di carta che aveva
trovato in una tasca della giubba e spinse lo sguardo nelle stanze,
ma non vide alcun abitante, nè alcun oggetto: erano tutte disabitate e
perfettamente vuote.
— Meglio per noi, disse. Passeremo qui il resto della notte e dormiremo
tranquillamente.
— Ritireremo le scale, disse Cornelio.
— L’ho già detto ad Horn.
Intanto Hans e il Chinese erano giunti sulla piattaforma ed erano
entrati nell’abitazione, ed il vecchio marinaio saliva ritirando le
pertiche per impedire ai pirati di raggiungerli.
— Finalmente possediamo una casa! esclamò Hans.
— Una vera fortezza, soggiunse Cornelio. Sfido i pirati a farci
sloggiare ed a trovarci.
— Se non ci hanno già scoperti, disse il marinaio entrando. Temo che
quelle canaglie siano più furbe di noi.
— Hai veduto qualche cosa di sospetto? chiese il capitano, con
inquietudine.
— Posso essermi ingannato, signor Wan-Stael, ma mentre ritiravo le
pertiche, mi parve di aver udito un leggiero fischio dalla parte della
foresta.
— Che abbiano scoperte le nostre traccie?
— Non so cosa dire, capitano.
— Ma con questa oscurità? disse Cornelio.
— I selvaggi hanno degli occhi migliori dei nostri, rispose il vecchio
marinaio. Talvolta danno dei punti agli animali notturni.
— Ma cosa sperano di guadagnare prendendoci?
— I nostri fucili, Cornelio, disse il capitano. Questo accanimento non
può spiegarsi diversamente.
— Apprezzano molto le armi da fuoco?
— E con ragione, non possedendo che delle cerbottane e degli archi.
Muniti di armi da fuoco, quei pirati possono diventare veramente
invincibili contro i loro compatriotti della costa.
— Ma se vorranno salire, avranno molto da fare.
— Purchè non ci taglino le pertiche di sostegno e ci facciano
capitombolare assieme alla casa, disse il marinaio. Hanno dei
_parangs_, e quelle pesanti sciabole tagliano meglio delle scuri.
— Che brutta caduta!
— Mortale, signor Cornelio.
— Usciamo, disse il capitano. Non bisogna lasciarli avvicinare.
Lasciarono la casa e si curvarono sui bambù della piattaforma esterna,
i quali essendo così larghi e permettevano di sorvegliare tutti i
dintorni della costruzione.
Non si udiva alcun rumore dalla parte della foresta: solamente la
brezza notturna sibilava debolmente fra i pali di sostegno, su diversi
toni.
Essendo sorta la luna si poteva distinguere un uomo ad una notevole
distanza, ma nessuno appariva su quella piccola pianura.
— Non odo nulla di sospetto, disse Cornelio.
— Ed io non vedo alcun pirata, disse Hans.
— Ma la pianura è coperta di cespugli e di piante arrampicanti assai
fitte, e quei bricconi possono avanzarsi strisciando, osservò Horn.
In quell’istante, quasi a conferma delle sue parole, una leggiera
striscia oscura fendette l’aria e venne a piantarsi sulla parete
esterna della capanna, a mezzo metro dalla testa del Chinese.
— Oh! esclamò il capitano.
Si rizzò rapidamente e la staccò.
— Una freccia, disse, prendendola con precauzione. È stata lanciata da
una cerbottana, non m’inganno.
Quella freccia era lunga venti centimetri; era un leggiero cannello di
bambù spinoso, aguzzato da una parte e fornito dall’altra d’un piccolo
fiocco di cotone e da un tappo di midolla vegetale.
— È avvelenata? chiese Cornelio.
— Certo, e vi ordino di ritirarvi nella capanna, perchè a chi tocca una
ferita è uomo morto. L’upas è un veleno che non perdona.
— Che l’abbiano lanciata i pirati?
— Senza dubbio, Cornelio; affrettiamoci a metterci al sicuro.
Abbandonarono la piattaforma e si ritirarono nella capanna nel medesimo
istante che una seconda freccia, partita da un cespuglio, sibilava
attraverso ai bambù, piantandosi sul tetto.