Uno dei più splendidi fenomeni che s’ammirano sugli oceani è senza
dubbio la fosforescenza marina, la quale è, a seconda dei climi e della
minore o maggiore quantità di molluschi che popolano le acque, più o
meno intensa, più o meno splendida.
Come è facile immaginarsi, non è visibile che di notte, quando i flutti
diventano così neri che sembrano d’inchiostro, e sopratutto riesce più
ammirabile quando manca la luna e le stelle sono coperte delle nubi.
Allora tutto d’un tratto, dai profondi abissi si vedono a salire
degli strani bagliori, dei punti luminosi, delle linee di fuoco, o dei
circoli, o dei gruppi, i quali diventano rapidamente più brillanti.
Vanno, vengono, si agitano, si raggruppano, formando degli strani
disegni o si sciolgono: qua sono bagliori d’un rosa pallido, più oltre
d’un azzurro brillante, o rossi o giallognoli. A poco a poco coprono il
mare, le luci si fondono, le acque s’impregnano di quei bagliori e pare
che giù, nei profondi e misteriosi baratri dell’oceano, splenda una
luna, o una lampada elettrica d’una potenza incalcolabile.
Chi sono i produttori di quella luce? Dei molluschi gelatinosi, senza
consistenza, che sembrano per lo più ombrelli stravaganti forniti di
certe code ancora più strane, di tentacoli lisci o piumati o coperti di
ventose o pesci che sembrerebbero muniti di lanterne.
Si chiamano anemoni alcuni di quei molluschi, altri pelagie, ed i pesci
fosforescenti _scopelus, ergyropeletas, chauliodas_, ecc.
Ma una fosforescenza ancora più meravigliosa è quella prodotta dalle
nottiluche, molluschi piccolissimi, invisibili per lo più, aventi la
forma d’una pesca, con un’appendice mobile, rivestita d’una membrana
resistente. Salgono alla superficie a milioni e milioni e saturano le
acque.
Non si sa ancora se quei piccolissimi organismi siano di natura animale
o vegetale; si sa solo che la loro fosforescenza è dovuta ad una
sostanza particolare che ricopre il loro corpo e che pare s’accenda
contraendosi.
Comunque sia, quale spettacolo offre l’oceano, quando è invaso da
queste nottiluche!... La superficie scintilla come se fosse sparsa
da migliaia di pagliuzze d’argento o come se sotto di essa scorrano
getti di metallo liquefatto, di ferro, di oro, d’argento o di zolfo
fiammeggiante.
Gettate in mare un oggetto qualsiasi e vedrete sprizzare delle
scintille o che sembrano tali; spingete la nave attraverso a quel mare,
ed a prua, a babordo, a tribordo vedete balenare lampi luminosi, o
scorrere qua e là ondate di punti luccicanti, mentre a poppa si estende
una striscia che pare fiammeggiante e che si conserva a lungo.
Ma il fenomeno è più ammirabile quando il mare è agitato. Allora sono
le onde che diventano luminose; pare che non siano più d’acqua, ma di
fosforo liquefatto.
Ogni volta che si urtano, quei bagliori diventano più intensi, salgono,
scendono, si mescolano confusamente, intrecciando linee d’oro e
d’argento, e la spuma che rimbalza è pure luminosa. Se poi si frangono
contro una costa ripida o contro una scogliera, sembra allora che
intorno a quella terra o quelle rocce avvampi un incendio e s’alza una
specie di nebbia luccicante, d’un effetto sorprendente, meraviglioso.
Tale era il fenomeno che aveva cotanto sorpresi i naufraghi della
giunca. Wan-Stael, per la grande distanza, non si era subito accorto
di cosa si trattava, ma ora che la scialuppa era vicino non poteva più
ingannarsi.
Le onde fosforescenti, rompendosi con furia incredibile contro la costa
segnalata, scagliavano in alto la schiuma satura di quei microscopici
organismi fosforescenti, ed il vento, mantenendola per qualche istante
sollevata, la faceva splendere come una nebbia luminosa.
— È mirabile quella fosforescenza! esclamò Cornelio. Non ne ho mai
veduto una così intensa.
— Ed è doppiamente superba con questa tempesta, disse il capitano.
Ringraziamo queste nottiluche che ci hanno fatto scorgere a tempo la
costa australiana. Lu-Hang, preparati a far cadere la vela.
— Sperate di trovare un rifugio sotto la costa, signor Stael? chiese
Wan-Horn.
— Lo spero, ma non posso essere certo. Io non so dove l’uragano ci ha
spinti.
— Fuori del golfo, no di certo.
— Dio non lo voglia! Piuttosto di trovarmi nello stretto di Torres con
questo tempaccio, preferirei cadere in mezzo ad una scogliera deserta.
— E credo che ci troviamo presso una scogliera deserta, signor Stael,
disse Wan-Horn, che si era bruscamente alzato.
— Non è la costa australiana quella che sta dinanzi a noi?
— No, è una lunga linea di frangenti.
— Non t’inganni, Horn? chiese il capitano con ansietà.
— No, li ho veduti al chiarore d’un lampo, mentre voi discorrevate col
signor Cornelio.
— Saremo adunque costretti a virare al largo e riprendere la lotta
colla tempesta?
— No, capitano: forse là troveremo un rifugio migliore di quello che
può offrire una baia della costa australiana. Se non mi sono ingannato,
io ho veduto un _atollo_ e anche degli alberi.
— Aperto?...
— Sì, ho scorto un canale aperto attraverso i coralli. Aspettiamo un
lampo, capitano.
— È un porto questo _atollo_? chiesero Hans e Cornelio.
— Ed è uno dei più sicuri, rispose il capitano. Se laggiù esiste,
vedrete di quali costruzioni sono capaci i coralli.
— Guardate!... gridò Wan-Horn.
Un lampo abbagliante illuminava il tempestoso golfo e la linea dei
frangenti contro la quale si sfasciavano le onde luminose.
— Avete veduto? chiese il marinaio.
— Sì, disse il capitano, respirando. In mezzo alla scogliera ho veduto
l’_atollo_ circondato d’alberi e anche il canale. Governa sempre dritto
colla prua all’est.
— Resisterà la scialuppa alle contro-ondate?
— Se non è andata a picco fra queste enormi onde, supererà
vittoriosamente anche quelle. Cornelio, apri bene gli occhi; vi possono
essere delle scogliere dinanzi all’_atollo_.
— Le onde luminose ce le mostreranno, zio mio.
La scialuppa spinta dal vento e portata dalle onde che correvano verso
i frangenti, s’avvicinava rapidamente all’atollo segnalato, che la
nebbia luminosa, prodotta dal polverizzarsi dei flutti, rendeva ormai
visibile.
In breve si trovò in mezzo a quella splendida fosforescenza. Le onde
scintillavano come se fossero sature di pagliuzze d’argento o di zolfo
liquefatto, spruzzando i naufraghi di quei microscopici molluschi i
quali rilucevano, per qualche tempo, anche fuori dell’acqua.
La scia della scialuppa spiccava nettamente in mezzo alla cupa notte
e pareva che fiammeggiasse attraverso alle ondate, indicando la rotta
percorsa.
Il capitano e Cornelio, curvi sulla prua, mentre Hans ed il pescatore
stavano alla vela, esaminavano attentamente le acque per non
urtare contro qualche scogliera a fior d’acqua, la quale avrebbe
infallantemente sfasciata di colpo la debole imbarcazione.
L’_atollo_ non era più che a tre o quattrocento passi. Era una specie
d’isolotto circolare che misurava una circonferenza di forse un quarto
di miglia, ma quale bizzarra forma!... Pareva un anello, largo trenta
o quaranta metri, basso assai, con un’apertura verso il sud-ovest, ma
assai stretto. Nell’interno si vedeva una specie di lago, le cui acque
erano pure fosforescenti.
Degli alberi, che la bufera incurvava furiosamente, si agitavano
intorno a quell’isolotto e si vedevano le onde a rompersi ai piedi dei
tronchi.
Al nord ed al sud, due file di scogliere si staccavano, prolungandosi
in quella direzione per parecchie miglia.
Il mare era tempestosissimo intorno a quell’isolotto ed ai frangenti.
Le onde si scagliavano con furia estrema contro quegli ostacoli, con
muggiti e scrosci spaventevoli, rompendosi, indietreggiando, ritornando
alla carica con maggior foga, ma senza vincerli.
— Attento al passo, Wan-Horn! gridò il capitano, che era diventato
pallido.
— Vi sono scogliere dinanzi? chiese il marinaio con voce leggermente
alterata.
— No.
— Speriamo di passare.
La scialuppa, sollevata da un’onda mostruosa, fu scagliata innanzi,
verso il canale. S’immerse in un nembo di spuma, parve che tutto
d’un colpo s’inabissasse, ma un’altra onda la sollevò e la spinse più
innanzi.
— Governa dritto, Horn! gridò il capitano.
Erano ormai entrati nel canale dell’_atollo_; l’attraversarono in un
lampo e si trovarono nel piccolo mare interno dell’isolotto.
— Giù la vela! comandò Wan-Stael.
Hans ed il chinese la fecero cadere, mentre Wan-Horn cacciava la barra
all’orza, spingendo la scialuppa verso la sponda interna dell’_atollo_.
Quale tranquillità in quel bacino riparato tutto all’ingiro dalla
corona di scogli o meglio da quel cerchio di roccie corallifere che non
dava passaggio alle onde!... Mentre al di fuori l’uragano imperversava
con tremendi ruggiti e le onde si sfasciavano con furore estremo, quel
laghetto era assolutamente calmo, e la sua superficie, scintillante per
la fosforescenza, appena s’increspava.
— Ma dove siamo noi? chiesero Hans e Cornelio.
— In un porto sicuro, entro il quale possiamo sfidare i più tremendi
uragani, rispose il capitano.
— Ma che isola è questa?
— Chi può dirlo? Io non so dove ci troviamo e per ora non mi curo di
saperlo.
— Ma è meravigliosa, zio! esclamò Cornelio. Io non ne ho mai veduta una
simile.
— Pure nell’Oceano Pacifico sono numerose e ve ne sono di quelle che
sono perfettamente circolari e senza passaggi.
— Con un piccolo mare interno?
— Sì, Cornelio.
— Sono veri anelli di roccia.
— Non di roccia, di corallo, poichè le isole aventi quelle strane forme
sono state costruite dai polipi.
— Ma in qual modo? Io so che i polipi coralliferi dell’Oceano Pacifico
costruiscono delle scogliere e anche degli isolotti, ma non comprendo
come possano dare a taluni queste forme circolari con un mare interno.
— La spiegazione è facile, Cornelio. Nell’Oceano Pacifico si trovano
molti vulcani spenti, sommersi da tempi certamente antichissimi, forse
nell’epoca preistorica, quando la crosta terrestre non si era ancora
interamente solidificata.
Taluni di questi vulcani spingono le loro vette fino a poche decine
di metri dalla superficie dell’oceano. I polipi coralliferi un giorno
occupano quelle sommità e cominciano le loro costruzioni, innalzandosi
gradatamente.
Come tu sai, i vulcani hanno un cratere più o meno circolare e nel
loro interno sono vuoti. I polipi costruendo solamente sui margini,
conservano pure la forma circolare e formano queste bizzarre isole alle
quali fu dato il nome di _atolli_.
Alcuni cratèri però, conservano sui loro margini qualche profonda
spaccatura e non potendo i polipi coralliferi sopportare delle
pressioni troppo enormi, costruiscono solamente là dove possono vivere,
lasciando la spaccatura anche nell’isolotto. Ecco il motivo per cui
alcuni _atolli_, come il nostro, hanno un canale.
— Sono robuste le costruzioni dei polipi?
— Più resistenti delle rocce di porfido, di granito o di quarzo. È
un fenomeno meraviglioso, Cornelio, incredibile!... Eppure quegli
esseri infinitamente piccoli, molli, gelatinosi elevano delle barriere
che i flutti non possono nè distruggere nè atterrare. Togliendo essi
alle onde spumose, uno ad uno, gli atomi di carbonato di calce per
trasformarli in materiali di costruzione, formano delle rocce che
sfidano le più tremende tempeste.
— Non riescono ad abbatterle gli uragani? Mi pare impossibile.
— I marosi, è vero, battendo continuamente contro il corallo e le
madrepore, qua e là le demoliscono, ma quelle distruzioni passeggiere
sono un nulla in confronto all’operosità di quei miliardi di architetti
sempre in lavoro di giorno, di notte, per anni, per secoli. — Sono
moltissime le isole costruite da quei meravigliosi zoofiti?
— Si calcola che la superficie di tutte ascenda complessivamente a
circa duemilacinquecento leghe quadrate.
— Non sono molte, zio. Io credevo che quasi tutte le isole dell’Oceano
Pacifico posassero sui coralli.
— Un tempo lo si credeva, ma oggi si è constatato che gli zoofiti
costruttori non possono vivere a soverchia profondità. Si diceva che si
radunavano anche in luoghi assai profondi e che là cominciavano le loro
costruzioni innalzandosi gradatamente verso la superficie dell’oceano,
mentre non possono vivere oltre i dodici od i quindici metri sotto le
onde.
— Dunque non è esatto quello che si disse da taluni....
— Vuoi dire?
— Che gli zoofiti, continuando le loro costruzioni, possano un giorno
riunire tutte le isole disseminate sull’Oceano Pacifico.
— È una frottola, Cornelio, poichè, come ti dissi, gli zoofiti
cominciano a costruire sulla cima dei monti o dei vulcani sottomarini.
— Vi sono adunque moltissimi monti e vulcani sottomarini, nell’Oceano
Pacifico.
— È vero, Cornelio, ed è per questo che sono numerose le costruzioni
corallifere.
— E perchè il Pacifico ha tanti monti sottomarini?
— Unicamente perchè in queste regioni le oscillazioni della crosta
terrestre furono meno forti e meno numerose che nelle contrade ove le
terre erano più compatte ed estese; quindi non avvennero sollevazioni
potenti ed i monti non poterono spingersi fuori dell’acqua.
Infatti, rarissime sono le isole madreporiche sollevatesi nell’Oceano
Pacifico, e ciò indica la grande quiete ch’ebbe questa parte del nostro
globo. Se fossero avvenuti, come altrove, dei potenti sollevamenti,
oltre all’Australia esisterebbero altri continenti od altre grandi
isole.
— Qualche isola fu però sollevata?
— Sì, quella di Tonga-Tabù, per esempio, il cui corallo apparisce
ondulato all’altezza di parecchie centinaia di piedi dal livello del
mare.
— Non possono essere stati gli zoofiti a costruirlo fino a tale altezza?
— No, Cornelio, poichè le isole costruite da loro si arrestano a fior
d’acqua, non potendo, quei piccoli costruttori, vivere fuori dal loro
elemento. Basta, curioso: approfittiamo della tranquillità che regna
in questo _atollo_ e cerchiamo di dormire qualche ora. Abbiamo bisogno
d’un po’ di riposo.