Un triste destino pesava sui disgraziati pescatori di _trepang_.
Dopo d’aver perduto l’equipaggio, sterminato dai mangiatori di carne
umana della costa australiana; dopo di aver veduto disperdere i
depositi di _olutarie_, che rappresentavano per loro e per l’armatore
chinese di Timor una vera fortuna, e di essere sfuggiti miracolosamente
all’abbordaggio di quei feroci selvaggi, stavano per venire inghiottiti
dalle onde del golfo di Carpentaria.
Se il mare si fosse mantenuto tranquillo come nei giorni precedenti,
non si sarebbero inquietati troppo per la perdita di quel pesante
vascello che non potevano più maneggiare con un così scarso numero di
braccia, quantunque si trovassero in una regione pericolosissima, poco
nota anche attualmente, irta di scogliere e di banchi sottomarini e
popolata di selvaggi gli uni peggiori degli altri, e quasi tutti grandi
amatori di carne umana allo spiedo o alla salsa verde.
Avventurarsi però con simile notte, su quel golfo che la tempesta
sollevava su di una semplice scialuppa, era tal cosa da spaventare
i più audaci marinai. Avrebbe potuto resistere quella fragile
imbarcazione che non misurava che sei metri di lunghezza e che stazzava
a mala pena otto tonnellate, ai tremendi colpi di mare ed alla furia
del vento? Avrebbero riveduto il sole dell’indomani?
Tali erano le inquietudini che tormentavano il capitano e Wan-Horn, più
pratici di tutti in fatto di cose marinaresche e sopratutto d’uragani.
Pure quei due arditi lupi di mare non si perdevano d’animo, e per non
spaventare i loro giovani compagni cercavano di mostrarsi tranquilli e
fiduciosi.
Del resto ormai la _giunca_ era perduta e bisognava assolutamente
abbandonarla e senza perdere tempo. L’acqua entrava con sordo fragore,
avendo ormai allargata la falla e la trascinava rapidamente a picco.
Già cominciava a oscillare e le onde montavano facilmente sulla
coperta, balzando sopra le murate. Nel quadro di poppa, ove erano le
cabine di Wan-Stael, di Cornelio e di Hans, l’acqua aveva fatto la sua
comparsa ed ora stava per occupare la camera comune di prua, riserbata,
un tempo, all’equipaggio chinese.
I quattro olandesi e Lu-Hang si affrettavano. Avevano già portato in
coperta i fucili, alcune scuri, provviste di polvere e di palle, una
certa quantità di viveri bastanti per una settimana, un barilotto
d’acqua della capacità di ottanta litri, alcuni remi, un piccolo
albero, una vela ed alcune coperte.
— Imbarca! comandò il capitano.
In pochi istanti tutti quegli oggetti furono collocati nella scialuppa,
assicurati con funi, ed i viveri, le armi e le munizioni avvolti
accuratamente in una grossa tela cerata.
— Caliamola dalle grue di poppa, disse il capitano.
— Le onde non la sfracelleranno contro la nave? chiese Wan Horn.
— Lu-Hang e Cornelio scenderanno assieme e cercheranno di tenerla
lontana. Aiutatemi, amici!
Riunirono le loro forze e alzarono la scialuppa sul capo di banda della
murata poppiera, legando i paranchi delle grue alle banchine.
— Salite! gridò Horn.
Il giovine chinese e Cornelio s’imbarcarono e la scialuppa fu calata
in mare, lasciando scorrere le funi dei paranchi. Appena toccò acqua,
un’onda la prese e l’alzò, ma essendo stata abbassata sottovento,
invece di venire spinta contro il fianco della _giunca_, fu portata al
largo finchè lo consentivano la lunghezza delle gomene.
— Resiste? chiese Wan-Stael.
— Balza sulle onde a meraviglia, zio, gridò Cornelio.
— Imbarca acqua?
— No, finora.
— Scendi, Hans.
Il giovanotto s’aggrappò ad un paranco e tenendosi ben stretto, per
non venire portato via dalle onde, raggiunse felicemente il fratello.
Wan-Horn, malgrado la sua tarda età, lo seguì, quindi scese il
capitano.
— Lasciate andare! gridò questi.
Le due funi furono sciolte e la scialuppa, non più trattenuta, fu
portata via da un’onda gigantesca.
Era tempo. La _giunca_, già piena d’acqua fino alla sottocoperta,
affondava rapidamente, trascinata negli abissi marini dall’enorme peso
che conteneva.
S’alzava però ancora faticosamente sulle onde, ma erano gli ultimi
sforzi. Ben presto l’acqua della stiva irruppe sul ponte, mentre quella
esterna, superate le murate, si riversava a babordo ed a tribordo,
quasi fosse impaziente d’inghiottire la preda.
Per alcuni istanti, alla livida luce d’un lampo, fu vista emergere
ancora una volta la prua, poi la nave sparve fra le onde, formando un
vortice gigantesco.
I suoi alberi oscillarono un momento fra le onde che li assalivano con
furore senza pari, poi s’immersero entro quella specie d’imbuto mobile
e più nulla si vide.
L’_Hai-Nam_ era scesa negli umidi baratri del golfo di Carpentaria e
forse stava fracassandosi sulle scogliere del regno dei coralli.
— Povera nave! esclamò il capitano con voce commossa, e forse... noi ti
seguiremo!...
Intanto la scialuppa s’allontanava rapidamente dal luogo del naufragio,
sospinta dalle onde che salivano dall’estremità meridionale di
quell’ampio golfo.
Wan-Horn si era seduto a timone e Cornelio e Hans, aiutati dal giovane
pescatore, avevano rizzato l’alberetto e spiegata la vela con due mani
di terzaruoli, per dar maggior stabilità alla fragile imbarcazione.
— Dove ci dirigiamo, signore? chiese il marinaio al capitano.
— Cerchiamo di poggiare verso la costa australiana che è la più vicina.
Non oso, con quest’uragano, intraprendere ora la traversata del golfo,
nè di spingermi verso le isole Eduard Pellew, Wellesley o Groote.
Cercheremo più tardi di raggiungere le spiaggie settentrionali della
terra d’Arnheim. Attenti alla vela, ragazzi miei, e te, Horn, bada ai
colpi di mare.
— Non lascio la barra, signor Stael.
La situazione dei naufraghi dell’_Hai-Nam_ stava per diventare
estremamente pericolosa; si poteva dire che la loro esistenza era
appesa ad un semplice filo, il quale poteva da un istante all’altro
spezzarsi.
L’uragano si scatenava allora con furia incredibile. Alla notte
tenebrosa era successa una notte di fuoco! I lampi si seguivano quasi
senza interruzione, squarciando le masse di vapori che s’accavallavano
confusamente nella profondità del cielo, correndo all’impazzata verso
lo stretto di Torres.
Tuoni formidabili, assordanti, che cominciavano verso il sud e che si
propagavano verso il nord con una intensità straordinaria, echeggiavano
senza posa, gareggiando coi ruggiti, cogli ululati e coi fischi del
vento e coi muggiti e gli scrosci delle onde.
La scialuppa, vero giocattolo perduto su quel vasto golfo che
potrebbe chiamarsi un vero mare, poichè per estensione supera i più
vasti, subiva delle spaventevoli oscillazioni. Ora veniva scagliata
furiosamente sulla cima delle immense ondate, sulle quali si librava
per un miracolo d’equilibrio fra i nembi di spuma, ora veniva
trascinata ne’ profondi avvallamenti, veri baratri entro i quali
pareva che ad ogni istante dovesse scomparire ed ora si rovesciava
impetuosamente sul babordo o sul tribordo, tuffando i margini nel seno
di quei giganteschi marosi.
Pareva un trastullo in mano di giganti; pure resisteva a meraviglia.
Colla sua vela ridotta a minime proporzioni, galleggiava come fosse un
pezzo di sughero od un battello insommergibile e saliva intrepida le
ondate e pure intrepida le discendeva.
Il capitano, colla scotta della vela in mano, a capo scoperto, coi
capelli al vento, pallido ma risoluto, sfidava serenamente la morte
che lo minacciava da tutte le parti e impartiva i comandi con voce
sicura; Wan-Horn, aggrappato alla barra del timone, colla barba
arruffata, gli occhi bene aperti, stava attento alle onde e cercava di
evitarle e di non lasciarsi cogliere di traverso; Hans, Cornelio ed il
chinese, pallidi, un po’ atterriti, s’affannavano a vuotare l’acqua che
irrompeva sui bordi.
Wan-Stael, di tratto in tratto li incoraggiava con una parola o con un
gesto e chiedeva:
— Avete paura?
— No, rispondevano invariabilmente Hans e Cornelio, ma la loro voce non
era più sicura.
La scialuppa intanto guadagnava via con estrema rapidità. Spinta dalle
onde e dal vento filava come uno steamer lanciato a tutto vapore,
avvicinandosi alla costa australiana, la quale ormai non doveva essere
molto discosta.
Se non veniva subissata prima di giungervi, i naufraghi della _giunca_
potevano sperare di porsi in salvo, poichè le spiaggie della così detta
terra di Torres sono solcate da un certo numero di fiumi, i quali alle
loro foci formano delle piccole baie.
Disgraziatamente Wan-Horn non poteva mantenere la rotta verso l’est,
in causa delle grandi ondate, le quali, salendo dal sud, prendevano la
scialuppa di fianco. Era costretto a drizzare la prua verso nord-est
e talvolta verso il nord, allungando di tal modo la via di parecchie
decine di leghe. Per di più l’uragano non accennava a calmarsi, anzi
tendeva sempre ad aumentare, mettendo a dura prova il coraggio di
quei disgraziati. Il vento soffiava sempre con impeto irresistibile,
spingendo innanzi a sè veri nembi d’acqua che rubava alle onde;
doveva aver raggiunta una velocità di almeno ventidue metri per minuto
secondo, cifra che acquista nelle tempeste, ed il mare s’alzava sempre
con muggiti più spaventevoli, con urla impossibili a descriversi,
rovesciando verso il nord onde mostruose, vere montagne d’acqua.
Alle due del mattino, per poco la scialuppa non s’immerse. Presa fra
due ondate, dopo di esser stata sollevata in aria a grande altezza, era
stata scagliata fra due baratri che si erano rinchiusi sopra di essa.
Fu un momento terribile: tutti credevano che più mai si risollevasse e
uscisse da quell’abisso.
Cornelio e Hans avevano gettate due grida disperate, ritenendosi
perduti, ma una terza onda l’aveva tosto ripresa scagliandola più
innanzi, quantunque fosse già quasi piena d’acqua. Alle tre, un’altra
onda, investendola di fianco, la rovesciava; ma Wan-Horn, che non
abbandonava la barra, l’aveva rialzata con un colpo di timone, mentre
il capitano, che non perdeva il suo sangue freddo, aveva lasciato
filare rapidamente la scotta della vela.
Quasi nel medesimo istante, Cornelio, che si trovava a prua, segnalava
una costa.
L’aveva veduta al balenar d’un lampo, ma l’oscurità era subito
ripiombata su quel mare procelloso, nascondendola agli sguardi del
capitano.
— Sei certo di non esserti ingannato, Cornelio? chiese questi.
— No, zio, l’ho veduta perfettamente.
— Dinanzi a noi?
— Verso il nord-est.
— Lontana?
— Forse tre miglia.
— È la costa della Terra di Torres; badiamo a non urtare contro qualche
scogliera, Horn.
— Sono pronto a virare di bordo, signore.
— Approderemo, zio? chiese Hans. Comincio ad avere paura.
— Hai dimostrato fin troppo coraggio per la tua età, povero ragazzo,
ma è l’ultima prova. Se la costa è dinanzi a noi troveremo un qualche
rifugio. La vedi, Cornelio?
— No, ma mi pare di udire dei muggiti laggiù, che mi sembrano prodotti
dallo sfasciarsi delle onde contro una costa od una scogliera.
— Che ci siano dei frangenti dinanzi a noi? Navighiamo in un golfo che
è poco conosciuto e che abbonda di scogliere corallifere.
Abbandonò la scotta della vela al giovane pescatore e malgrado le
scosse furiose che subiva la scialuppa, raggiunse Cornelio. Guardò
innanzi a sè, ma non vide che onde mostruose; però, tendendo gli
orecchi udì distintamente dei muggiti ben diversi da quelli prodotti
dalle onde quando s’urtano fra di loro.
— Sì, diss’egli, vi è una terra od una scogliera presso di noi:
attendiamo un lampo.
Non aspettò molto. Poco dopo un lampo abbagliante solcava le tempestose
nubi, illuminando il golfo fino agli estremi limiti dell’orizzonte. Un
comando precipitato uscì dalle labbra dell’olandese.
— Scogliera dinanzi a noi!.... All’orza la barra, Wan-Horn!
Il vecchio marinaio ricacciò la barra a babordo senza perdere un
istante, e la scialuppa fuggì verso il nord, mentre il chinese lasciava
scorrere tutta la scotta della vela.
Al chiarore di quel lampo, Wan-Stael e Cornelio avevano veduto
una scogliera ergersi fra le onde, a soli cinquecento passi
dalla scialuppa. Un momento di ritardo od una falsa manovra e si
sfracellavano su quei frangenti.
— Siamo salvi per miracolo, disse il capitano. Ma dove sarà la costa?...
— Non può essere lontana, zio.
— Ma io non la scorgo all’est, Cornelio. Dovremo lottare fino all’alba
fra queste onde che sembrano ansiose d’inghiottirci? Potremo noi
resistere fino allora?...
— Zio! esclamò Hans. Guarda laggiù!...
— Cosa vedi?
— Un vivo chiarore; non lo scorgi tu?
— Un chiarore!... I fanali di qualche nave forse?
— No, si direbbe un incendio.
Tutti volsero gli sguardi nella direzione indicata dal giovanotto, e
scorsero infatti ad una grande distanza, una luce strana che spiccava
vivamente fra la profonda oscurità.
Non pareva prodotta da un incendio, come aveva dapprima creduto Hans,
ma non si poteva lì per lì spiegarla.
Era una specie di nebbia luminosa che aveva dei riflessi d’argento e
d’oro, e sotto di essa si vedevano agitarsi delle masse strane, che
parevano d’argento fuso, venato di verde pallido o solcato da striscie
di porpora.
— Cosa succede laggiù? chiesero Hans e Cornelio.
— Si direbbe che il mare fiammeggia, disse Wan-Horn, che si era alzato,
pur tenendo sempre, fra le robuste mani, la barra del timone.
— Che avvenga qualche fenomeno a noi sconosciuto? si chiese il capitano.
— O che arda, su qualche costa, una grande foresta? chiese Cornelio.
— Si vedrebbero delle fiamme, disse il capitano. E poi con questo vento
impetuoso, le scintille si eleverebbero a grande altezza, mentre io non
ne scorgo.
— Che avvenga laggiù qualche eruzione vulcanica?
— Io non ho mai veduto alcun vulcano su queste coste, Cornelio.
— E poi, disse Wan-Horn, quella luce sarebbe alta, mentre appare a fior
d’acqua.
— Si direbbero onde luminose, disse il capitano, dopo d’aver osservato
con maggior attenzione. Guarda, Horn, come si agitano, s’alzano, si
abbassano e si sfasciano.
— Sono onde che si rompono, capitano.
— Contro una costa?
— Ne sono certo.
— Ma da cosa deriva adunque quell’intenso chiarore?
— Lo sapremo ben presto, capitano. L’uragano ci spinge in quella
direzione.
La scialuppa infatti filava verso quella luce misteriosa, la quale
si estendeva come un’immensa fascia dal nord al sud. Quel fenomeno
stranissimo, inesplicabile pel momento, subiva delle forti ondulazioni,
pur mantenendo sempre la sua linea quasi diritta; ora s’alzava, ora
s’abbassava, si raddrizzava in forma di molteplici punte o di creste e
lanciava in aria una specie di nebbia scintillante, ma che aveva pure
delle bizzarre vibrazioni.
In mezzo a quella luce argentea, si vedevano guizzare linee che
parevano di fuoco o si vedevano dei bagliori d’oro che tosto
scomparivano per apparire più lontani.
Già la scialuppa non era lontana che due o tre miglia, quando il
capitano esclamò:
— Una costa laggiù!
— Dietro quel fuoco? chiese Cornelio.
— Non è un fuoco; è una splendida fosforescenza marina: ecco là le
onde luminose che si sfasciano sulle scogliere e che lanciano in aria
la loro spuma fosforescente. Attenzione, Wan-Horn! La barra sempre in
mano!...