Gli australiani, intanto, non avevano abbandonata la spiaggia.
Non contenti di aver macellato l’equipaggio chinese e di essersi
impadroniti dei depositi di _trepang_ che dovevano servire a numerosi
pranzi, pareva che ora cercassero d’impadronirsi degli ultimi
superstiti e della _giunca_, credendola forse zeppa di viveri e
fors’anche di liquori.
Si aggiravano intorno alle scogliere vociferando, misuravano la
profondità dell’acqua colle loro lancie, sperando di trovare dei banchi
che si prolungassero fin sotto la _giunca_, e scagliavano i loro
_boomerangs_ e ciottoli, ma senza riuscita, poichè quei proiettili
non giungevano a destinazione, in causa della distanza che superava
i trecento metri. Tuttavia non parevano disposti ad allontanarsi e
continuavano a scagliare armi e sassi, a urlare ed a minacciare.
Hans e Cornelio non restavano però inoperosi. Di tratto in tratto
sparavano sui più audaci, e le loro palle non andavano perdute, poichè
degli uomini stramazzavano sulla spiaggia per non più rialzarsi.
Anche la spingarda di tratto in tratto tuonava e le sue pallottole
foracchiavano i magri dorsi od i ventri prominenti di quei bruti.
— Lasciateli urlare a loro comodo, disse il capitano. Per ora non
oseranno assalirci; occupiamoci invece a disincagliare la _giunca_,
nipoti miei.
— Cosa dobbiamo fare, zio? chiesero i due bravi giovanotti.
— Innanzi tutto getteremo un’àncora a poppa per impedire che qualche
ondata sollevi la _giunca_ e la spinga verso la spiaggia. Ciò forse
non accadrà, poichè siamo incagliati troppo bene, ma le precauzioni non
sono mai troppe.
— Abbiamo ancora un ancorotto, disse Wan-Horn. Sarà sufficiente per
trattenere la nave.
— Poi spiegheremo le vele per essere pronti a lasciare questa baia,
appena galleggieremo.
— Si può alleggerire la nave, capitano, disse il marinaio. Abbiamo più
di venti botti d’acqua nella stiva e quindici tonnellate di zavorra.
— Getteremo tutto in acqua. Che uno di noi vegli sul ponte accanto alla
spingarda, per non farci sorprendere da quei feroci antropofaghi.
— Lasceremo Lu-Hang, disse Cornelio.
— Lui! esclamò il capitano, crollando il capo.
— Potete fidarvi di me, signore, disse il pescatore, cadendo alle
sue ginocchia. Non sono un traditore io, ve lo giuro e vi servirò
fedelmente.
— Ti credo: basta, va a metterti presso la spingarda e se gli
australiani si gettano in acqua, fa fuoco su di loro.
— Grazie, capitano, rispose il Chinese. Mi farò uccidere, se sarà
necessario, ma nessuno di quei brutti negri si accosterà alla _giunca_.
— Al tuo posto e noi al lavoro!
Scesero tutti e quattro nella stiva e cominciarono a rimuovere le
botti per rotolarle sotto il boccaporto maestro, prima d’innalzarle sul
ponte.
Ne avevano già spostate tre, quando s’accorsero che la zavorra che vi
stava sotto era impregnata d’acqua.
— To’! esclamò il capitano. Cosa vuol dire ciò? Si è sfasciata qualche
botte o la _giunca_ fa acqua?
— Tutte le botti sono in ottimo stato, signore, disse Wan-Horn.
— Che si sia aperta una via d’acqua?
— È impossibile, capitano. Noi non abbiamo urtato contro alcun scoglio
e la _giunca_ è stata varata tre anni or sono.
— È vero, ma tu sai che le navi chinesi non sono troppo bene costruite.
— Forse si tratta d’una semplice filtrazione, disse Wan-Horn. Abbiamo
una pompa a bordo e più tardi la metteremo in opera.
— Salite e calate il paranco, disse il capitano a Cornelio e ad Hans.
I due fratelli tornarono in coperta e calarono nella stiva due grosse
funi sospese ad una grossa carrucola. La prima botte venne legata,
innalzata in coperta, spaccata e vuotata in mare, poi vennero issate le
altre, quindi la sabbia costituente la zavorra.
Mentre i quattro olandesi eseguivano la gravosa manovra, il Chinese
vegliava attentamente. Era questi il più giovine dei pescatori
imbarcati sulla _giunca_, poichè non aveva che diciotto o diciannove
anni, ma pure era uno dei più abili, essendo un nuotatore valentissimo.
Nativo di Boccatigris, isolotto che si trova presso la foce del
Si-Kiang o Fiume delle perle, che bagna la città di Canton, si era
imbarcato giovanissimo e da tre anni si trovava alla dipendenza del
capitano Wan-Stael, il quale aveva saputo subito apprezzare i suoi
meriti.
Era un perfetto campione della razza mongola: statura media, ma
robusta, tinto della pelle giallastra, zigomi assai sporgenti, occhi
leggermente obliqui, baffetti pendenti, cranio pelato ma adorno della
coda nazionale, la _pen-see_, come la chiamano i figli del celeste
Impero.
Accoccolato dietro la spingarda, semi-nascosto sotto il suo monumentale
cappello di bambù intrecciati, che aveva la forma d’un fungo, spiava
le mosse degli antropofaghi, pronto a far piovere sulla costa una
grandine di proiettili. Però quei mangiatori di carne umana pareva che
pel momento avessero abbandonata l’idea d’impadronirsi della _giunca_,
poichè dopo d’essersi sfiatati senza frutto e di aver perduto quasi
tutti i loro _boomerangs_, i quali non potevano più ritornare nelle
loro mani, non trovando un punto d’appoggio sull’acqua della baia,
si erano gettati sui depositi di _trepang_, divorando le olutarie con
avidità bestiale.
Però ai piedi delle roccie si vedevano a fiammeggiare dei grandi
fuochi, segno evidente che stavano preparando gli arrosti di carne
umana.
Alle due pomeridiane le botti d’acqua erano state vuotate e la zavorra
era stata gettata tutta in mare, alleggerendo la nave d’un peso di
circa quaranta tonnellate. Il capitano però, onde rendere più certo lo
scagliamento, aiutato dal vecchio marinaio lavorava accanitamente per
trasportare a babordo le provviste di viveri, le casse dell’equipaggio
e tutti gli oggetti più pesanti, per alleggerire vieppiù il tribordo
che si appoggiava sul banco.
Cornelio e Hans erano invece risaliti in coperta ed esaminavano
il banco sabbioso, che l’alta marea rendeva sempre meno visibile,
innalzando l’acqua della baia.
— Credi che riusciremo a rimetterci a galla? chiese Hans a Cornelio.
— Lo spero, rispose questi, poichè non sarà un’alta marea ordinaria, mi
disse lo zio.
— L’acqua s’innalzerà lungo questa costa più del solito?
— Sì, Hans, poichè questa regione oggi è sotto l’influenza diretta
della luna.
— È vero, disse il capitano, che era ritornato in coperta. Alle 4 e 30
noi avremo un’alta marea straordinaria.
— Ma non sono sempre eguali le maree, zio?
— No, Hans.
— Ma non sono prodotte dalle correnti marine?
— No, dall’attrazione lunare e un po’ anche dall’attrazione solare.
— Non riesco a comprendere questo fenomeno, zio. Questo innalzarsi e
abbassarsi del livello dei mari ogni sei ore, è per me inesplicabile.
— Lo credo, poichè ha imbarazzato per lunghi secoli anche degli
eminenti scienziati. Gli antichi chiamavano questo fenomeno la tomba
della curiosità umana, quantunque alcuni astronomi e scienziati romani,
quali Cleomede, Plinio e Plutarco sospettassero l’influenza della luna.
Perfino il grande Galileo e l’illustre Kleper dubitavano, e fu Newton
il primo che dimostrò la possibilità di una attrazione da parte del
nostro satellite, e più tardi Laplace lo provò in modo chiarissimo.
— In tal caso, è permesso anche a me di non saper spiegare questo
sorprendente fenomeno.
— Eppure, ragazzo mio, è così semplice! Come sai, la superficie del
nostro globo è in gran parte coperta d’acqua, la quale, in causa
della sua fluidità, può muoversi. Esercitando la luna, sul nostro
pianeta, una forte attrazione, cosa ne deriva? Che le acque poste
direttamente sotto di lei, si accumulano, tendendo ad innalzarsi. Le
acque più lontane seguono il movimento, ma più lentamente, subendo
un’attrazione minore: quelle poi che si trovano dalla parte opposta
della terra, tendono invece a rimanere indietro. Abbiamo quindi due
grandi accumulamenti d’acqua, i quali formano sulla nostra superficie
due prominenze assai accentuate: una sotto la luna, l’altra dalla parte
opposta dell’attrazione lunare.
— Comprendo, zio, ma le maree cambiano; ora s’innalzano qui e fra sei
ore s’innalzano in un altro punto del globo.
— Ciò deriva dalla rotazione della terra. Girando su se stessa nello
spazio di ventiquattro ore, espone successivamente le varie parti della
sua superficie verso la luna, costringendo le acque ad un continuo
spostamento.
Ora noi ci troviamo sotto l’influenza diretta della luna, e qui le
acque si accumulano; ma girando la terra, quelle acque si riverseranno
dietro l’attrazione lunare e si rialzeranno in altre regioni.
— Dunque la luna mantiene i nostri oceani in una perturbazione
continua, disse Cornelio.
— Sì, continua, ma non è solamente l’attrazione lunare che trascina le
acque intorno al nostro globo. Anche il sole ha la sua parte.
— Quantunque sia così lontano da noi? chiese Cornelio.
— Sì, ma la sua attrazione è meno intensa di questa della luna, appunto
in causa dell’enorme distanza. Esso produce maree assai più deboli e
non fa che modificare quelle della luna, ora avanzando ed ora ritirando
l’ora della massima piena, ossia aumentando o diminuendo l’intensità
del fenomeno.
— Sarà però sempre considerevole.
— La sua attrazione è di due terzi inferiore a quella che esercita
l’astro notturno.
— Accade talvolta che si uniscano le due attrazioni?
— Sì, Cornelio, ed allora succedono le grandi maree; se la luna
innalza, per esempio, l’acqua di 55 centimetri, il sole l’aumenta fino
a 74.
— Ditemi ora, zio, mi hanno detto che in certi punti del nostro globo,
le alte maree raggiungono delle altezze enormi.
— È vero, Cornelio.
— Forse perchè la luna esercita una maggiore attrazione?
— No, poichè è sempre eguale, ma ciò dipende dalla configurazione
speciale di certe coste. In pieno oceano tu vedrai che l’alta marea
raggiunge sempre l’eguale altezza, salvo nei casi in cui si uniscono
le attrazioni della luna e del sole; ma presso i continenti vi sono
delle forti differenze, specialmente entro certi mari dove raggiungono
perfino un’altezza di 14 metri ed anche di più, poichè nella baia di
Fund, alla Nuova Scozia, tocca perfino 24.
Le acque trascinate dall’attrazione s’accumulano entro certe spiaggie
ristrette, ma in causa della celerità loro acquistata, continuano
il loro movimento ascendente anche dopo il passaggio della luna al
meridiano, innalzandosi più di quanto dovrebbero.
— E la luna, non esercita alcuna attrazione su noi?
— Certamente, Cornelio, ma con molto minore intensità non essendo
noi masse liquide. Supponi che un corpo pesante dieci chilogrammi si
trovi sotto l’influenza immediata dell’attrazione lunare, perde un
milligramma del suo peso.
— Dunque noi trovandoci direttamente sotto la luna, pesiamo meno in
questo momento. La cosa è assai strana, zio.
— Sì, Cornelio: io che dovrei pesare 90 chilogrammi, in questo istante
sono diminuito di un... centigramma!.. Ben poca cosa, come vedi.
— E la terra eserciterà pure una forte attrazione sulla luna?
— Sì, e molto più potente essendo molto maggiore dell’astro notturno.
Chi sa quali spaventevoli maree deve aver prodotto, quando il satellite
era ancora liquido e pastoso!
Devesi certamente a questa influenza, se esso si è allungato nel nostro
senso e se non può più volgersi liberamente su sè stesso, come doveva
fare un tempo.
— Capitano, gridò in quell’istante Wan-Hom. Comincio a udire degli
scricchiolìi sotto la carena della _giunca_.
— Buon segno, disse Wan-Stael, alzandosi precipitosamente. Affrettiamo
a spiegar le vele, per approfittare del vento dell’est.
Il marinaio, i due giovanotti ed il pescatore salirono sulle griselle
(scale di corda), e raggiunti i pennoni sciolsero le contro-rande,
quindi, ridiscesi in coperta, le rande, poi il fiocco, il controfiocco
e la trinchettina.
I selvaggi, accortisi di quelle manovre ed immaginandosi che i
superstiti si preparavano a lasciare la baia, si precipitarono verso la
spiaggia urlando furiosamente ed agitando le armi.
Alcuni, più audaci, si gettarono in acqua, mentre altri si spingevano
fino sulle estreme sponde delle scogliere, ma un colpo di spingarda che
fece cadere tre o quattro uomini, frenò il loro ardore.
— Passate la gomena dell’ancorotto all’argano, gridò il capitano a
Wan-Horn ed al chinese. È sempre a babordo l’àncora?
— Sempre, signore, rispose il marinaio.
— Credi che terrà fermo?
— Lo spero, capitano!
— Virando all’argano, potremo dunque esercitare un poderoso sforzo sul
tribordo e disincagliare il fianco di tribordo.
— Aiuteremo l’azione della marca.
In quell’istante la _giunca_ provò una leggiera vibrazione e parve che
accennasse a spostarsi. Il capitano si curvò sulla murata di tribordo e
guardò, ma la marea che continuava a crescere aveva ormai coperto tutto
il banco e non si poteva più vederlo.
I fremiti però continuavano e le vele, esercitando una spinta verso
babordo, aiutavano potentemente l’azione della marea.
D’improvviso s’udirono sotto la carena degli scricchiolìi che
crescevano d’intensità, e la _giunca_, che il vento spingeva in mezzo
alla baia, si spostò ancora.
— Scivoliamo sul banco! gridarono Hans e Cornelio.
— Ed i selvaggi s’avanzano! gridò Wan-Horn. Eh! Lu-Hang, manda un po’
di zuccherini a quelle canaglie!...
Il chinese scaricò la spingarda, tempestando gli australiani che si
erano gettati in acqua, avanzandosi sui banchi semi sommersi, per
giungere a tiro colle loro lancie e coi loro boomerangs.
Quasi contemporaneamente la giunca, completamente sollevata dall’alta
marea, si staccava dal banco con un forte ondeggiamento.
— All’ancorotto!... gridò Wan-Stael.
Wan-Horn, Cornelio e Hans si precipitarono verso l’argano e facendo
forza con tre o quattro vigorose scosse strappavano dal fondo la
piccola àncora.
Wan-Stael salì sul cassero ed afferrò la ribolla del timone, mentre i
suoi compagni lasciavano le scotte delle rande per prendere il vento in
poppa e Lu-Hang mitragliava un’ultima volta i selvaggi che mandavano
spaventevoli vociferazioni. Pochi minuti dopo la _giunca_, così
miracolosamente salvata, usciva a gonfie vele dalla baia, lanciandosi
sulle onde del golfo di Carpentaria.