Wan-Stael se era un valente marinaio era pure un uomo di grande
energia, e il suo equipaggio non lo ignorava. Conoscitore profondo
degli uomini di razza gialla, sapeva che la minima debolezza poteva
causare un’aperta ribellione, e compromettere l’esito della stagione di
pesca così bene cominciata.
Quelle minacce, necessarie in tal momento, fecero buon effetto su
quell’equipaggio turbolento per indole, ma niente coraggioso. I
pescatori furono i primi a riprendere il lavoro, poi i preparatori li
seguirono accendendo i fornelli, ma non lavoravano più colla lena dei
giorni scorsi.
Ormai la paura s’infiltrava nei loro animi, e se non avessero saputo
che Wan-Stael non era uomo da scherzare, non avrebbero tardato a
ripararsi sulla giunca e ad abbandonare il _trepang_ che si stagionava
sotto le tende.
Malgrado l’attiva sorveglianza del capitano, del vecchio marinaio e dei
due giovanotti, si scambiavano rapide parole, s’indicavano le alture
sulle quali avevano veduto brillare quel fuoco misterioso e gettavano
sguardi inquieti sulle roccie che circondavano la baia, come se
temessero di veder sbucare improvvisamente le orde degli antropofaghi.
Nemmeno il capitano ed i suoi compagni erano però tranquilli. Sentivano
per istinto che al di là della pianura, nei boschi di _eucaliptus_,
qualche cosa di grave stava per accadere.
Forse le bande degli antropofaghi si radunavano in silenzio, per
prepararsi ad un furioso attacco notturno. Quantunque non si scorgesse
nella pianura alcun essere umano e non si udisse alcun grido, alcun
segnale sospetto, mille indizi indicavano che sotto quei grandi alberi,
quegli abbominevoli mangiatori di carne umana si concentravano.
Verso il mezzodì parecchi stormi d’uccelli erano stati veduti alzarsi
sopra quei boschi e volare verso il settentrione. Erano bande di
pappagalluzzi grossi come tortore, colle penne gialle, verdi ed
azzurre, appartenenti alla specie dei _trichoglosses_; poi bande di
_chionis-alba_, specie di colombe, ma un po’ più grosse delle nostre
e colle penne biancastre: di _milvus_, specie di falchi colle penne
screziate di bianco e di nero, di _kakatoe_ e di colombe magnifiche,
splendidi volatili grossi come un fagiano, colle piume del petto d’un
azzurro brillante a riflessi ramigni, e quelle del dorso verdi cupe a
riflessi d’oro con screziature gialle.
Se quegli uccelli abbandonavano quei boschi in così gran numero, ci
doveva essere un grave motivo. La presenza di pochi selvaggi non li
avrebbe di certo spaventati.
Più tardi il capitano e Cornelio, che si erano accampati in cima alle
roccie per sorvegliare la pianura, avevano pure veduto uscire da quei
boschi parecchi _warrangal_ e fuggire verso il sud. Quei cani selvaggi,
che chiamansi anche _dingo_, somigliano più alle volpi che ai lupi, ma
sono forti, tarchiati, con una lunga e folta coda e non temono l’uomo
se sono in parecchi. Se fuggivano, ciò indicava che quel bosco per loro
non era più sicuro.
Verso sera, anche alcuni casoari, grossissimi uccelli che raggiungono
un’altezza di un metro e sessanta, ma che invece di ali possiedono dei
moncherini che non permettono a loro di volare, furono veduti fuggire
attraverso alla pianura a tutta corsa.
— Mio caro Cornelio, disse il capitano, le cui inquietudini
aumentavano, credo che ci si prepari una brutta notte.
— Temi un assalto?
— Sì, ragazzo mio.
— Siamo in quaranta, zio.
— Conti sempre sui chinesi, tu. Ai primi spari fuggiranno nelle
scialuppe, e lasceranno noi a far fronte ai selvaggi.
— Ma abbiamo le due spingarde, zio, e possiamo sbarcarle.
— È vero, ma non basteranno ad arrestare l’assalto di quei bruti.
— Temi che siano molti?
— Sulle coste meridionali i coloni inglesi a poco a poco li hanno
tutti distrutti, ma su quelle settentrionali sono ancora numerosi e noi
possiamo trovarci di fronte a quattro o cinquecento uomini.
— Un vero esercito per noi, se non possiamo contare sui chinesi. La
cosa diventa seria, zio mio.
— Sì, Cornelio.
— Ritiriamoci nella _giunca_. Mi hanno detto che i selvaggi australiani
non possiedono canotti.
— È vero, ma il nostro _trepang_?.... Se si accorgono che noi abbiamo
abbandonato la spiaggia, saccheggieranno il campo ed in poche ore
perderemo la fatica di sette giorni e parecchie migliaia di dollari.
Sai che già possediamo una vera fortuna.
— Non possiamo imbarcarla?
— È troppo presto e si guasterebbe.
— Siamo in un brutto imbarazzo, zio. Credi tu che i chinesi dormiranno
a terra? Ho i miei dubbi.
— Li costringerò, dovessi usare la forza; se gli antropofaghi ci vedono
in grosso numero, possono frenarsi, ma se si trovano di fronte a noi
quattro, non esiteranno ad assalire il campo. Scendiamo, Cornelio.
La notte era scesa, ma una notte oscura come il fondo di un barile
di catrame, essendo il cielo coperto di grandi nuvoloni, che un vento
caldo spingeva sopra il golfo di Carpentaria. La luna era già scomparsa
e anche le ultime stelle stavano per venire nascoste.
I chinesi avevano già sospeso il lavoro, e dopo d’aver divorato la
cena, si erano aggruppati sulla spiaggia, discutendo animatamente col
vecchio marinaio e con Hans. Non volevano saperne di rimanere a terra e
tutti dichiaravano di volersi ritirare a bordo della _giunca_.
Quando il capitano e Cornelio giunsero al campo, avevano già messo in
acqua le scialuppe che erano state tirate sulla spiaggia, e malgrado le
minaccie di Wan-Horn stavano imbarcandosi. Vedendo però Wan-Stael non
osavano prendere i remi per allontanarsi.
— Dove andate? chiese questi, armando risolutamente il fucile.
— A bordo, risposero alcuni.
— A bordo!... Massa di poltroni, abbandonate qui il _trepang_!...
Sbarcate, o il primo che tocca un remo lo uccido come un cane. Qui ci
stiamo noi e resterete anche voi.
— Ma i selvaggi ci minacciano, signore, disse un capo pescatore.
— E minacciano pure il mio _trepang_ e ci tengo a non perderlo, rispose
Wan-Stael. A terra, vi ripeto!...
— Difendetevelo voi il vostro _trepang_, gridò una voce.
— Eh, furfante, vieni qui a ripetermi la frase, se tu l’osi, o lascia
che io veda il tuo viso, disse il capitano che perdeva la sua calma.
Nessuno rispose, ma nessuno si mosse per ridiscendere a terra.
— Ah! voi vi ribellate!... riprese il capitano. Wan-Horn, Cornelio,
Hans, sbarcate le spingarde e se questi uomini tentano di allontanarsi,
fate fuoco sulle scialuppe.
Il marinaio ed i due fratelli non si fecero ripetere l’ordine.
Aggrappatisi ai bordi delle scialuppe, con due vigorose spinte le
arenarono sulla sabbia della spiaggia e sbarcarono le due spingarde.
I chinesi, che avevano forse più paura del loro capitano che dei
selvaggi, pur brontolando, non indugiarono a ridiscendere a terra. Del
resto si sentivano più sicuri in compagnia dei bianchi che soli anche a
bordo della _giunca_.
Wan-Stael, per animarli un po’, fece spillare un barilotto di
_sam-sciù_, specie d’acquavite che si fabbrica in China con riso
fermentato, e ne distribuì a tutti senza economia. Se sapeva farsi
temere da quei turbolenti marinai, sapeva anche farsi amare.
— Animo, diss’egli. Non siamo poi tanto pochi da lasciarci mangiare in
un solo boccone dagli australiani, e nè le armi, nè la polvere, nè le
palle ci fanno difetto. Mostriamo a quei bruti come si difendono gli
uomini di mare.
Quelle parole incoraggianti produssero poco effetto, però,
sull’equipaggio chinese, il quale invece di accamparsi presso i
fornelli e intorno al _trepang_, si tennero presso la spiaggia per
essere più pronti ad imbarcarsi. Decisivamente gli olandesi non
dovevano fare alcun conto su quegli uomini già invasi dalla paura e più
pronti a fuggire che a porgere a loro qualsiasi aiuto.
Wan-Stael dovette rassegnarsi, ma non trascurò di prendere delle
precauzioni per respingere l’assalto, molto probabile, degli
antropofaghi.
Fece piazzare le due spingarde sulla spiaggia in modo da poter
difendere due passaggi aperti fra le roccie della costa e pei quali
potevano irrompere gli assalitori, poi fece portare a terra un
centinaio di bottiglie vuote, e, fattele spezzare, disperse i cocci
intorno ai depositi di _trepang_. Quelle punte acute e taglienti
dovevano essere un formidabile ostacolo pei piedi nudi degli
antropofaghi.
Terminati quei preparativi, attese tranquillamente l’assalto delle
orde, montando il primo quarto di guardia in compagnia di Hans e di
sei chinesi, scelti fra i meno paurosi. Wan-Horn e Cornelio dovevano
surrogarli dopo la mezzanotte.
La notte era cupa e proprio adatta per un assalto; il vento che
soffiava con violenza sibilando fra le rocce e le strette gole e lo
sfasciarsi delle ondate contro le scogliere, producevano tal fracasso,
da spegnere i rumori prodotti da un esercito di selvaggi.
Wan-Stael e Hans vegliavano però attentamente e aguzzavano gli sguardi
verso gli sbocchi delle rupi. Di tratto in tratto, mentre i chinesi,
più spaventati che mai, stavano rannicchiati verso le tende, si
spingevano verso i depositi di _trepang_, per tema che gli antropofaghi
fossero già giunti colà strisciandosi come i serpenti, o perlustravano
la spiaggia già spazzata dalle onde, per assicurarsi che le àncore
della _giunca_ non cedevano.
Nessuno però compariva, nè alcuna ombra umana si scorgeva nè presso le
scogliere, nè presso le rupi che chiudevano la baia. Senza dubbio gli
antropofaghi non osavano ancora assalirli.
A mezzanotte Wan-Horn e Cornelio, che avevano dormito con un solo
occhio, montarono il secondo quarto di guardia insieme a dieci altri
chinesi.
— Nulla di nuovo, zio? chiese Cornelio al capitano.
— No, finora, ma vegliate attentamente. Non sono ancora tranquillo e
non so se la notte passerà senza allarmi.
Scivolò sotto la tenda assieme ad Hans che cadeva pel sonno, ed il
vecchio marinaio e Cornelio si assisero accanto al fuoco, che non era
ancora stato spento, tenendo i fucili fra le ginocchia.
Vegliavano da mezz’ora, quando udirono a breve distanza dei lugubri
ululati.
— I _warrangal_, disse Wan-Horn, alzandosi. Come mai quei cani selvaggi
osano spingersi fin qui? Cosa ne dite, signor Cornelio?
— Sarà qualche cane in cerca di preda, Wan-Horn, rispose il giovanotto.
— Hum!... ci credo poco, signor Cornelio.
— Cosa vuoi che sia?
— Se fosse un segnale?
— Infatti mi parve che quell’urlo non fosse naturale, Wan-Horn.
— Vedete nulla?
— No.
In quell’istante l’urlo si fece ancora udire e questa volta più vicino.
— Non è un _warrangal_, signor Cornelio, disse Wan-Horn impallidendo.
Questo è un segnale; io non m’inganno.
— Che gli antropofaghi si avvicinino? chiese il giovanotto, alzandosi
rapidamente.
— Zitto!...
— Cos’hai udito?
— Guardate laggiù.... presso i forni.... vedete?...
— Sì, scorgo un’ombra nera. La notte è oscura, ma la vedo a muoversi.
— Ed io ne vedo delle altre scendere le rupi.
— È vero, aspetta un momento.
Cornelio uscendo dallo spazio illuminato dal fuoco si gettò a terra e
puntò il fucile. Stava per sparare, quando delle urla acute s’alzarono
presso i fornelli e presso i depositi di _trepang_. Non erano però urla
di guerra o di trionfo, erano di dolore.
— Ah! esclamò Wan-Horn. I cocci delle nostre bottiglie fanno effetto e
storpiano i mangiatori di carne umana. Fuoco di bordata!...
Si curvò rapidamente sulla spingarda che gli stava presso e vi diede il
fuoco, scagliando sulle ombre che si agitavano presso i forni un nembo
di mitraglia. Vi tennero dietro sette od otto colpi di fucile sparati
dai chinesi di guardia.
Le urla di dolore si cangiarono in vociferazioni spaventevoli. Una
massa di corpi precipitava giù dalle rupi con velocità vertiginosa:
erano cento, duecento, quattrocento, poichè pareva che non finissero
più.
Wan-Stael, Hans ed i chinesi svegliati di soprassalto erano balzati
in piedi, ma mentre i due primi si dirigevano verso i depositi di
_trepang_ per impedire che venissero saccheggiati, i secondi s’erano
rovesciati confusamente verso la spiaggia per salvarsi nelle scialuppe.
— Avanti, miei prodi, aveva gridato il capitano, ma sette od otto
uomini solamente l’avevano seguito.
Era un pugno contro un esercito, ma non era il momento di contarsi. Si
scagliarono innanzi scaricando i fucili nel più fitto degli assalitori,
mentre il vecchio marinaio, quantunque rimasto solo, faceva tuonare
le spingarde, spazzando il terreno con una grandine di ferraccio e di
piombo.
D’improvviso l’assalto furibondo degli antropofaghi s’arrestò. I
primi, giunti presso i depositi, avevano messo i piedi sui rottami
delle bottiglie e si erano sbandati emettendo urla strazianti.
Alcuni, caduti proprio in mezzo a quei cocci che laceravano le loro
carni, si dibattevano disperatamente, rigando il terreno di sangue.
Gli altri, spaventati, ignorando forse con quale pericolo dovevano
lottare, s’arrestarono esitando, poi volsero le spalle e fuggirono
disordinatamente su per le rupi.
Una scarica di mitraglia e di fucili affrettò la loro ritirata, ed in
breve sparvero sul versante opposto.
— Bravi, miei valorosi! gridò Wan-Stael. È una lezione che se la
ricorderanno per un po’ di tempo. Ai depositi di _trepang_, amici miei!
Vedo degli uomini che si agitano laggiù.
Si slanciò verso le tende, fra le quali si dibattevano ancora alcuni
australiani fra le ultime strette dell’agonia, ma ad un tratto emise un
grido di furore.
— Oh!... miserabili!...
— Cosa succede, zio mio? chiesero Hans e Cornelio, accorrendo.
— Siamo rovinati, ragazzi miei.
— Hanno saccheggiato i depositi?
— Peggio, poichè non potremo più pescare: gli australiani ci hanno
rubato le caldaie e non ne possediamo altre.
— Le caldaie! esclamò Cornelio.
— Sì, nipote, disse il capitano con voce rauca. Come prepareremo il
_trepang_, d’ora innanzi?... E la stagione di pesca è appena cominciata
e non abbiamo che la decima parte del carico.
— Inseguiamoli, zio!... esclamò Cornelio.
— Chi?... I ladri?...
— E perchè no?... Vuoi ritornare a Timor con queste poche _olutarie_,
mentre possiamo pescarne dieci volte tante?
— E nemmeno io, disse Hans. Approfittiamo della loro sconfitta per
inseguirli.
— Ma ci seguiranno i chinesi?
— No, signore, disse Wan-Horn, avvicinandosi. Quei poltroni si sono già
imbarcati e non ridiscenderanno a terra.
— Canaglie!... esclamò il capitano, con ira. Allora tutto è perduto.
— Ma cosa volete che ne facciano gli australiani delle nostre caldaie?
Se potessero mangiarle, ma sfidano i loro denti per quanto siano
solidi. Io sono certo, capitano, che le hanno abbandonate nella
pianura, per non caricarsi d’un peso inutile.
— Forse tu hai ragione, vecchio Horn. Orsù, non perdiamo tempo, e se
i selvaggi sono ancora a tiro di fucile, cerchiamo di affrettare la
loro ritirata. Chissà!... Vedendosi assaliti, possono abbandonarci le
caldaie. Animo, scaliamo le rupi.