Erano trascorsi cinque giorni. Nessun avvenimento era venuto a turbare
le operazioni dell’equipaggio della _giunca_; la pesca procedeva
sempre fruttuosa e pareva proprio che quella baia, a tutti gli altri
sconosciuta, fosse inesauribile, poichè i molluschi non accennavano a
diminuire, malgrado i grandi vuoti che quegli uomini facevano.
I due grandi fornelli non erano rimasti inattivi un solo momento e
delle vere tonnellate di _olutarie_ erano passate per le caldaie. Ormai
tutte le tende ne erano piene e degli ammassi enormi si rizzavano anche
presso le scogliere, pronti a venire caricati.
Dei selvaggi fino allora nessuna traccia.
Il capitano ed i due giovanotti, per rassicurare sempre più i chinesi,
i quali vivevano in continue apprensioni, avevano esplorato un lungo
tratto di costa, ma senza scoprire alcun australiano. Anche Wan-Horn
si era spinto nell’interno della penisola per parecchi chilometri, ma
non aveva veduto che delle bande di _kakatoe_ e di pappagalluzzi, o le
traccie di qualche kanguro o di qualche casoaro.
Senza dubbio, il capo della tribù dei Warrame aveva cercato di
spaventarli con una gradassata qualunque. Forse la sua tribù non
esisteva che nella sua immaginazione o doveva essere, per lo meno,
assai lontana.
Così almeno supponevano il capitano ed i suoi compagni, quantunque il
prigioniero, che era tenuto sempre in fondo alla stiva e con delle
solide corde ai piedi ed alle mani, si ostinasse a far credere il
contrario, minacciandoli di farli esterminare dai suoi sudditi.
La sesta notte, mentre ormai tutti si tenevano certissimi di non
venire più importunati dagli abitanti di quella selvaggia penisola, un
avvenimento inatteso produsse fra l’equipaggio una viva emozione.
Mentre i pescatori russavano tranquillamente sotto le tende, gli uomini
di quarto che vegliavano attorno ai forni avevano scorto, verso le tre
del mattino, un punto luminoso che brillava sulla cima di un’altura
situata a tre miglia dalla costa.
Non era fisso poichè cambiava spesso di posizione e di dimensione, ora
assumendo delle proporzioni gigantesche ed ora rimpicciolendo a tale
segno che diventava appena visibile.
Non ci voleva di più per spargere l’allarme fra quei chinesi, che da
cinque giorni vivevano in continua agitazione per tema di un improvviso
attacco. In pochi istanti pescatori e marinai furono in piedi, e
non pochi si affrettarono a battere in ritirata, avvicinandosi alle
scialuppe che erano state legate presso la spiaggia.
Il capitano e Cornelio, che dormivano sotto una tenda mentre Hans e
Wan-Horn riposavano a bordo della _giunca_, furono tosto avvertiti.
— Che sia un segnale? chiese il giovanotto.
— Lo temo, Cornelio, rispose il capitano, che fissava attentamente quel
fuoco.
— Fatto a chi?
— Forse a qualche tribù.
— O al nostro prigioniero? Forse ignorano che è in nostra mano.
— È possibile anche questa supposizione.
— Che si preparino ad assalirci?
— Chi può dirlo? Odi nulla, tu?
— No, zio.
— Hai paura?
— Paura? Ah no, zio mio!
— Prendi il fucile e andiamo a vedere.
— Vuoi spingerti fino al colle?
— No, ma voglio esplorare i dintorni per rassicurare i nostri chinesi.
Se questi poltroni cominciano a spaventarsi, interromperanno la pesca e
non scenderanno più a terra.
— E Wan-Horn?
— Rimarrà qui con Hans od i chinesi fuggiranno.
— Andiamo, zio. Il mio fucile è carico.
Wan-Stael mandò a bordo della _giunca_ alcuni pescatori ad avvertire
il vecchio marinaio di ciò che accadeva, poi si diresse verso la rupe
che chiudeva la baia, seguito dal giovanotto che non manifestava alcun
timore.
La notte era oscurissima, essendo la luna tramontata da parecchie ore;
ma quel fuoco che continuava a brillare su quelle alture, bastava per
guidarli e senza tema che si smarrissero.
Procedendo con precauzione, per non cadere in qualche agguato, il
capitano e Cornelio giunsero ben presto ai piedi delle prime rupi e si
misero a scalarle, quantunque la salita fosse tutt’altro che facile,
essendo assai erta e quasi priva di passaggi.
Giunti sulla cima gettarono uno sguardo sul versante opposto. Dinanzi
a loro si estendeva una pianura leggermente ondulata, interrotta qua
e là da pochi gruppi d’alberi, e più oltre si drizzavano le alture, le
quali si estendevano in forma di semi-cerchio, a circa due miglia verso
l’est. Il fuoco continuava a brillare sulla cima più alta ed aveva
assunto gigantesche proporzioni. Pareva che colà ardesse un gruppo
d’alberi o un gruppo di cespugli.
— Vedi nulla? chiese il capitano al giovanotto.
— Mi sembra di scorgere delle forme umane, agitarsi dinanzi a quella
cortina di fiamme, rispose Cornelio.
— Infatti scorgo anch’io delle forme oscure a muoversi.
— Che siano selvaggi o scimmie?
— Il continente australiano non ha scimmie e poi i quadrumani non sanno
accendere il fuoco. Odi alcun rumore?
— Le urla dei _warrangal_ e nient’altro.
— Che gli antropofaghi cerchino di spaventarci? si chiese Wan-Stael.
Se sperano di farmi levare le àncore prima che termini la pesca,
s’ingannano, poichè son deciso a difendermi se verranno ad assalirci.
— Cosa facciamo, zio?
— Andremo innanzi. Bisogna mostrare a questi mangiatori di carne umana,
che noi non abbiamo paura.
— Sono pronto a seguirti.
— Forse saremo costretti a sparare il fucile.
— Tu sai che sono un buon tiratore.
— Lo so, sei il migliore di tutti noi. Andiamo, mio valoroso giovanotto.
Si misero a scendere le roccie per giungere nella sottostante pianura.
Cornelio, più agile e più destro del capitano, apriva la marcia,
cercando i passaggi, lasciandosi scivolare attraverso alle rupi, o
balzando di sasso in sasso senza vacillare.
Giunto nella pianura s’arrestò, guardando attentamente dinanzi a sè,
ma non vide nulla di sospetto. Colà si estendeva un piccolo bacino,
una specie di stagno, le cui sponde erano coperte di _mulghe_, macchie
foltissime di cespugli, che raggiungono sovente un’altezza di quindici
piedi, e di marra, dette anche madri delle liane per la loro smisurata
lunghezza.
— Non avanzare, Cornelio, disse il capitano. Fra queste piante possono
nascondersi i selvaggi.
— Non odo alcun rumore, zio.
— Ma mi sembra di aver veduto agitarsi quel _lys_ reale.
— Quale?
— Quello che lancia il suo stelo a venticinque piedi di altezza.
Cornelio guardò nella direzione indicata, ed ai primi chiarori
dell’alba, scorse, a trenta passi da un gruppo di _mulghe_, un lungo
stelo sormontato da un fiore che doveva avere un diametro di almeno un
metro, splendidamente vellutato.
Quantunque non soffiasse un alito di vento, quel fiore oscillava come
se fosse stato toccato da qualcuno.
— È vero, zio, diss’egli, armando rapidamente il fucile. Qualche
selvaggio è passato accanto a quel lungo stelo.
— Forse ci spiano, Cornelio.
— Andrò a rovistare le _mulghe_.
— Sei pazzo, ragazzo mio?... Tu vuoi prenderti un colpo di lancia in
petto o farti fracassare la testa da un _boomerang_.
— Cosa sono questi _boomerangs_? Sono freccie, forse?
— No, ma sono peggiori e non fallano mai. Sono bastoni leggermente
ricurvi che gli australiani lanciano a cinquanta ed anche a sessanta
metri di distanza e con tale precisione che ti uccidono perfino un
uccello. Forse li conosceremo ben presto e tu... ma to’!... questa è
strana!...
— Cosa vedi?...
— Guarda laggiù quella fila di cespugli.
— Li vedo, zio.
— Esisteva prima?
— Ma... no, ne sono certo: prima io non l’ho veduta.
— Ed infatti, Cornelio, poco fa ho guardato quel tratto di terreno ed
era assolutamente scoperto.
— Ma vuoi che da un istante all’altro sieno spuntati dei cespugli?...
Non lo crederò mai, zio.
— Ma ti ripeto che prima il terreno era scoperto.
— Che ci sia sotto qualche diavoleria?
— O qualche mariuoleria? Cornelio mio, io non ci vedo chiaro in questa
faccenda.
— E nemmeno io, zio mio, ma sapremo presto di cosa si tratta.
Il giovanotto, imbracciato il fucile per essere più pronto, si avanzò
risolutamente verso quei venti o trenta cespugli che formavano una fila
regolarissima, a circa cinquanta metri dalle _mulghe_.
Cosa davvero strana: di passo in passo che si avanzava, pareva che
quei cespugli pure indietreggiassero, conservando la distanza. Era
una illusione ottica o quelle piante erano proprio dotate di un vero
movimento?
Il giovanotto, al colmo della sorpresa, affrettò il passo, ma la
distanza non scemava, anzi aumentava.
— Ma zio! esclamò. Quei cespugli fuggono!...
— Lo vedo, rispose il capitano, che lo aveva seguìto e che non era meno
sorpreso di lui.
— Che noi siamo vittima di qualche inesplicabile fenomeno?...
— Hai mai veduto tu delle piante a camminare?
— No, zio, lo confesso.
— E nemmeno io, e non ho mai udito a raccontare che dei naturalisti
abbiano trovato delle piante munite di gambe.
— E cosa vuoi concludere?
— Che noi siamo corbellati.
— In qual modo?
Il capitano stava per rispondere, quando si videro due esseri bizzarri
alzarsi bruscamente a pochi passi da quei cespugli e fuggir rapidamente
verso la pianura, ma con certi salti che li facevano rassomigliare a
giganteschi ranocchi.
— Una coppia di kanguri! esclamò Cornelio.
Puntò rapidamente il fucile verso i due animali che fuggivano colla
rapidità di vere freccie, ma Wan-Stael gli abbassò la canna dicendo:
— Lascia andare i kanguri, vi è qualche cosa di più importante che
meriterebbe la tua palla.
— Cosa vuoi dire?
— Che dinanzi a noi stanno gli australiani.
— Ma dove? Io non li vedo.
— Son dietro a quei cespugli che camminano.
— Oh!...
— Sì, Cornelio. Quei furfanti, per sfuggirci o per attirarci lontani
dal campo, forse in qualche agguato, hanno strappato quei cespugli, e
tenendoli in mano strisciano all’indietro con un’agilità di serpenti.
Non è una manovra nuova per gli australiani, ora che ci penso.
— Che sia proprio così, zio?
— Sì, ragazzo mio, e se facesse un po’ più di chiaro potremmo vederli.
— I furbi!...
— Ma noi non saremo così stupidi da seguirli fino ai piedi di quelle
alture. Sono certo che in mezzo a quel bosco di _eucaliptus_ si tiene
celata l’intiera tribù, pronta a piombarci addosso.
— Che sappiano che teniamo prigioniero il loro capo?
— Forse lo sospetteranno. Animo, Cornelio, manda una palla al cespuglio
più vicino.
Il giovanotto, che era un valente bersagliere e che voleva mostrare a
suo zio come non temesse quegli antropofaghi, non si fece ripetere il
comando. Puntò rapidamente il fucile, mirò qualche istante e lasciò
partire il colpo.
Il cespuglio più vicino, spezzato a metà dall’infallibile palla del
giovine cacciatore, cadde, ma caddero contemporaneamente anche tutti
gli altri. Quindici australiani balzarono in piedi con un’agilità di
quadrumani, alzando le loro scuri di pietra, ma Wan-Stael non lasciò a
loro il tempo di fare un passo.
Due detonazioni echeggiarono ed una pioggia di pallettoni cadde su quel
gruppo d’uomini. Non ci voleva di più per metterli in fuga. Partirono
tutti a corsa disperata in direzione del bosco, gettando urla di
dolore.
— Mi ero ingannato? chiese il capitano.
— No, zio, disse Cornelio.
— Spero che questa lezione basterà per ora.
— Ma poi? Credi che ritorneranno?
— Su ciò riservo i miei dubbi. Una di queste notti li avremo tutti
addosso, Cornelio, ne sono certo. Conosco gli australiani e so quanto
sono cocciuti; ma ci troveranno pronti a riceverli e non ci lasceremo
sorprendere. Ritorniamo, mio bravo ragazzo. Wan-Horn e Hans saranno
inquieti.
Era inutile continuare l’esplorazione di quella pianura che poteva
celare degli agguati. Oramai sapevano che gli australiani li avevano
scoperti e ciò bastava per metterli in guardia.
Certi di non venire inseguiti, almeno pel momento, avendo gli indigeni
del continente australiano l’abitudine di assalire solamente di notte,
tornarono a scalare le rupi e scesero nell’accampamento.
Con loro grande sorpresa videro che ogni lavoro era ancora sospeso,
quantunque il sole fosse già spuntato. I pescatori s’erano ritirati
verso la scialuppa e discutevano con animazione fra di loro, ed i
preparatori di _trepang_ non avevano ancora accesi i fornelli e pareva
che altercassero violentemente col vecchio marinaio, il quale, di
quando in quando, lasciava andare dei sonori scapaccioni su quelle
teste pelate.
— Cosa succede qui? chiese Wan-Stael, aggrottando la fronte.
— Che i selvaggi abbiano assaltato il campo durante la nostra assenza?
chiese Cornelio.
— Non è possibile; nè io, nè tu abbiamo udito colpi di fucile.
Attraversarono rapidamente la distanza, s’accostarono ai preparatori
che urlavano come ossessi contro Wan-Horn e contro Hans.
— Cosa significa questo tumulto, tuonò Wan-Stael, aprendosi il passo
fra quella turba di chinesi che parevano furibondi. — Perchè non si
lavora?...
— Perchè non vogliono più rimanere qui, capitano, disse Wan-Horn.
Queste canaglie dicono che non vogliono farsi mangiare per i begli
occhi dell’armatore, nè per i nostri.
— È la paura adunque che vi fa ribellare?
— Vogliamo andarcene, capitano, disse un Chinese, che portava una coda
lunga un buon metro. Ne abbiamo abbastanza di questa costa, dove i
selvaggi pullulano come le peonie nei nostri giardini.
— Ed io desidero di portare le mie ossa in patria e non lasciarle
rosicchiare dagli antropofaghi, disse un altro.
— Ed anche noi vogliamo andarcene, gridarono gli altri.
— Ed io, tuonò Wan-Stael, rizzando la sua alta statura e mostrando le
sue mani callose, ho una voglia matta di afferrarvi tutti quindici per
le vostre code e di gettarvi nella baia, furfanti!.... Ah! voi avete
paura, conigli del celeste impero? Eh per mille lampi!.... Non vi ho
assoldati per condurvi a passeggio attraverso il mondo, signori miei.
Wan-Horn, afferra questo pauroso che dice che ne ha abbastanza di
questa costa e fallo mettere ai ferri per tre giorni, e voi altri al
lavoro o, parola di marinaio, vi faccio sentire se pesano le mie mani.
Ai selvaggi, se avete paura, ci penso io!... andate!...