Un negro orribile, che tramandava un acuto odore d’ammoniaca, era
improvvisamente comparso dietro ad una scogliera che si prolungava
verso la sponda settentrionale della baia.
Era di statura poco superiore alla media, ma di una magrezza
spaventosa, tale che si potevano contare le sue costole; aveva però
il ventre sporgente, ma le sue gambe, che erano mancanti dei polpacci,
parevano bastoni ricoperti di cuoio.
Il suo viso rassomigliava più a quello d’una scimmia che a quello di
un essere umano. La sua testa era schiacciata, la sua fronte depressa,
il naso camuso, le mascelle sporgenti, gli orecchi larghi, gli occhi
piccoli che scintillavano stranamente e una bocca così grande che gli
fendeva più di mezzo viso.
Delle strane pitture a colori svariati coprivano la sua pelle cuprea,
e dei tatuaggi assai marcati, rilevati in forma di piccole labbra,
ornavano il suo corpo.
Quel selvaggio ributtante si sbarazzò d’una pelle di kanguro che
coprivagli le spalle e parte dei suoi lunghi e ruvidi capelli, ed
impugnando, con aria comica, una piccola lancia colla punta d’osso e
adorna d’un ciuffo di penne variopinte, s’avanzò verso i pescatori,
fermandosi a dieci passi dai fornelli.
— Cosa vuole quel brutto antropofago? chiesero Hans e Cornelio, mentre
i chinesi operavano una prudente ritirata verso le scialuppe.
— Verrà ad intimarci di partire, disse il capitano. Questi luridi
selvaggi pretenderebbero che nessun straniero venisse a pescare presso
le loro coste, ma quel campione della razza australiana s’inganna se
crede che io me ne vada.
— M’incarico io di mandarlo alla sua tribù con un calcio, disse il
vecchio Wan-Horn. Non mi fa paura la sua lancia, capitano Stael.
— Vediamo un po’, signor selvaggio, disse il capitano avanzandosi verso
di lui, quali sono le vostre pretese.
L’australiano che se ne stava immobile impugnando la sua lancia,
vedendolo avanzarsi si battè con la mano sinistra il ventre, che
risuonò come un tamburo.
— Reclama la colazione, disse Wan-Stael. Noi non siamo albergatori,
signor selvaggio, ma se siete a digiuno potete rosicchiare questa
_olutaria_.
Prese un _zapatos_ che era stato già preparato e lo gettò
all’australiano, il quale lo prese di volo, portandolo avidamente alle
labbra.
— Che appetito! esclamò Hans.
— Non è da meravigliarsi, nipote mio. Questi selvaggi del continente
australiano sono in lotta colla fame tutto il tempo della loro vita e
soffrono dei digiuni straordinari.
— Forse che non produce alcuna pianta fruttifera l’Australia?
— Solamente alberi gommiferi; però, coltivate, tutte le piante
fruttifere d’Europa danno dei raccolti favolosi; ma questi selvaggi
disprezzano l’agricoltura, e non vivono che di caccia.
— E non abbonda la selvaggina?
— Tutt’altro, è scarsa assai. Qui non si trovano che pochi kanguri,
radi casoari, che sono specie di struzzi, ma più piccoli di quelli
africani, e delle bande di cani selvaggi chiamati _dingo_, assai
difficili ad uccidersi. È bensì vero che l’indigeno australiano non è
schizzinoso, nutrendosi persino di vermi, di bruchi, di lucertole, di
serpenti, ma anche questi non bastano per tutti. Aggiungi inoltre che
sono imprevidenti e che non pensano mai al domani. Uccidono un kanguro
od un casoaro?.. S’affrettano ad arrostirli e li divorano finchè non
rimangono che le ossa, dovessero scoppiare.
— Sono adunque grandi mangiatori?
— Eccone un esempio, disse il capitano. L’_olutaria_ è già sparita in
sei bocconi, in quel ventre che pare non abbia fondo.
Infatti il selvaggio aveva già divorato la _zapatos_, ma non pareva
soddisfatto; vedendo l’ammasso di molluschi, forse incoraggiato da quel
primo regalo, vi si gettò sopra abbracciando più _olutarie_ che potè,
ma Wan-Horn, che non lo perdeva di vista, afferratolo per una gamba lo
tirò indietro, dicendogli:
— Adagio, mariuolo; giù le zampe, brutta scimmia!
L’australiano, che contava di fare una scorpacciata, balzò rapidamente
in piedi e raccolta la lancia l’alzò minacciosamente.
— Quanto sei buffo!... esclamò il marinaio.
— Guardati, Wan-Horn, disse il capitano. Questi selvaggi sono traditori.
— Gli romperò la lancia sul dorso, signor Wan-Stael.
Fece per gettarsi sull’australiano per disarmarlo, ma questi balzò
indietro, dicendo in un linguaggio misto d’inglese e di malese:
— Bada, uomo bianco!... Questa è la terra dei figli di
_Mooo-tooo-omj_[4].
— Ed io ti dico che se non te ne vai, ti prendo a calci, brutto
antropofago, disse il vecchio marinaio, alzando il fucile. Mi hai
compreso?
L’australiano che non doveva ignorare la potenza delle armi da fuoco,
retrocesse sollecitamente, e piantando fieramente la lancia nella
sabbia, disse:
— Ci rivedremo presto.
Poi spiccando un gran salto s’allontanò rapidamente, scomparendo dietro
le rupi che chiudevano la baia.
— Che i cani selvaggi ti divorino! gli gridò Wan-Horn.
— Che ritorni? chiese Cornelio.
— È probabile, rispose il capitano che era divenuto pensieroso.
Quel selvaggio cercherà di giuocarci qualche cattiva azione, ma noi
veglieremo e al primo indizio di pericolo ci ritireremo nella _giunca_.
— Che vi sia qualche tribù nei dintorni?
— Mi pare che questa costa sia troppo sterile per nutrire una intiera
tribù, ma nell’interno della penisola i selvaggi non devono mancare.
— Sono coraggiosi?
— Sì, quando la fame li spinge, e molti sono stati gli equipaggi
divorati da questi antropofaghi. Apriremo per bene gli occhi però,
e non lasceremo avvicinarsi al nostro campo nessuno senza il nostro
permesso.
I chinesi, rassicurati, avevano ripreso il lavoro di preparazione del
_trepang_, mentre i pescatori avevano ripreso il largo per tuffarsi
nelle acque della baia. I due fornelli riattivati mandavano in aria
grandi fiammate, e l’acqua delle due immense caldaie bolliva, cucinando
le _olutarie_ le quali venivano ammucchiate le une sulle altre, sulla
tela che era stata riparata da una specie di tenda, onde impedire che
il sole le guastasse.
Hans e Cornelio, armati di fucili, perlustravano le roccie per
accertarsi che nessun altro selvaggio si aggirava, e facevano le
fucilate contro le bande di _kakatoe_ bianche, rosse o leggermente
tinte di rosa, abbattendone parecchie, mentre il capitano esaminava i
bassifondi della baia, per meglio assicurarsi della quantità e qualità
delle _olutarie_.
Erano già trascorse due ore ed i pescatori avevano sbarcato due altre
partite di molluschi e delle specie più pregiate, quando si vide
improvvisamente ricomparire il selvaggio di prima.
Era ancora solo, ma quale lugubre teletta aveva fatto!... A prima vista
si poteva scambiare per uno scheletro vivente, poichè si era dipinto
con terra gialla, una specie di ocra senza dubbio, le costole e le
membra, in modo da imitare l’ossatura d’un essere umano.
Non aveva alcuna arme, ma in mano, sospesa ad un bastone, portava un
pezzo di corteccia d’albero d’una tinta e forma particolare.
I chinesi nello scorgere quello strano emblema impallidirono,
mormorando:
— Il _wai-waiga_!
— Ah! brutto antropofago! esclamò Wan-Horn. Ancora ritorni? Hai
dell’audacia, scimmia!...
— E si presenta a noi colla pittura, disse il capitano.
— E colla corteccia del _wai-waiga_, aggiunse il marinaio. È una vera
dichiarazione d’ostilità, signor Wan-Stael.
— Ma cosa significa quella lugubre pittura? chiese Cornelio.
— È la loro teletta di guerra, rispose il capitano.
— E quel pezzo di corteccia d’albero?
— Una dichiarazione d’ostilità: è una corteccia di _wai-waiga_, ossia
di un albero velenoso, detto per ciò albero mortale.
— E quel furfante osa presentarsi solo? Ah! zio mio, vado a prenderlo
per un orecchio e lo porto a bordo della _giunca_.
Il coraggioso giovanotto stava per effettuare la minaccia, ma il
capitano lo trattenne:
— Lascia fare a me, Cornelio, disse. Forse non è solo e dietro quelle
rupi può nascondersi una intera tribù. Tu, Wan-Horn, raduna i chinesi
presso le scialuppe, e voi, nipoti, mettetevi alle spingarde.
Mentre l’equipaggio si ritirava precipitosamente verso la spiaggia, per
essere pronto ad imbarcarsi, il capitano, raddrizzata l’alta statura
e armato il fucile, si era avvicinato al selvaggio che lo guardava
insolentemente, come fosse sicuro del fatto suo.
— Cosa vuoi? gli chiese, usando lo stesso linguaggio che l’antropofago
aveva adoperato.
— Che gli uomini bianchi lascino la costa che appartiene ai figli di
_Mooo-tooo-omj_, rispose l’australiano.
— Noi non uccidiamo nè i tuoi kanguri, nè i tuoi casoari, nè i tuoi
_warrangat_ (cani selvaggi), disse Wan-Stael. Il _trepang_, nè tu, nè i
tuoi compatriotti sapete pescarlo e l’acqua del mare non ti appartiene.
— Allora la tribù dei Warrame ti darà battaglia.
— E sei tu che lo dici?
— Io, capo della tribù dei Moo-wiami.
— Prendi, cialtrone....
Wan-Stael, con un manrovescio che risuonò come un colpo di frusta, fece
stramazzare l’antropofago, poi afferratolo strettamente per le braccia
lo trascinò verso le scialuppe.
— Lega quest’uomo e portalo a bordo della _giunca_, disse rivolgendosi
verso Wan-Horn. Lo terremo prigioniero fino al termine della pesca, e
così gli impediremo di avvertire la sua tribù della dichiarazione di
guerra che ci ha fatta.
— Lo legherò con quindici metri di solido spago, disse il marinaio.
Vedremo se sarà capace di fuggire dalla cala.
Contrariamente ai suoi istinti, l’australiano non aveva opposto la
menoma resistenza; però i suoi piccoli occhi neri mandavano strani
lampi. Si lasciò legare senza pronunciare sillaba e trasportare a bordo
della _giunca_ dai chinesi che tornavano alla pesca delle _olutarie_.
— Non ci creerà degli imbarazzi, zio? chiese Hans.
— È probabile che i suoi sudditi lo cerchino, essendo egli un capo,
ma forse ignorano che noi siamo qui e rivolgeranno altrove le loro
indagini, rispose il capitano. D’altronde noi non rimarremo molto tempo
in questa baia, se la pesca continua ad essere così abbondante.
— Conosci qualche altro luogo ricco d’_olutarie_?
— Le isole Eduard Pellew ne danno molte e più tardi andremo a visitarle
per completare il carico.
— E poi, disse Cornelio, se i selvaggi verranno ad importunarci ci
difenderemo.
— Bravo ragazzo, disse il capitano sorridendo. Tu sei un uomo
coraggioso.
— Ed io non mi terrò indietro e combatterò al tuo fianco, zio, disse
Hans alzandosi sulle punte, per mostrarsi più alto.
— Sei un ometto che non ha paura, lo so, rispose Wan-Stael. Un giorno
voi diverrete due abili e intrepidi marinai. Alle caldaie, nipoti miei:
bisogna sorvegliare rigorosamente la preparazione delle _olutarie_, o
quei poltroni di chinesi ce le guasteranno.
La scialuppa dei pescatori, per la terza volta ritornava alla costa
e anche questa volta carica di molluschi. Le acque di quella baia,
che erano ricche di alghe e di fuchi, erano, si può dire, piene di
_olutarie_, ed i pescatori non dovevano far altro che abbassarsi per
raccoglierle, essendovi parecchie specie che vivono ad una profondità
di pochi piedi.
Prima di sera la tela era coperta di _trepang_. Quella prima giornata
fortunata aveva fruttato un guadagno di almeno cinquecento dollari,
somma rilevante, se si considerano le poche fatiche che costa la
raccolta di quei molluschi e la poca spesa che richiede la loro
preparazione.
Wan-Stael non poteva essere più soddisfatto. Se quella pesca continuava
ad essere così abbondante, in poche settimane poteva lasciare quelle
spiaggie pericolose con un carico quasi completo.
Non potendosi trasportare i molluschi a bordo, dovendo prima
stagionarsi qualche tempo all’aria libera per non correre il pericolo
di guastarli accumulandoli nella stiva ancora umidi, si rizzavano
parecchie tende per gli uomini di guardia.
I chinesi però che temevano un’improvvisa irruzione dei compatriotti
del prigioniero, si rifiutarono dapprima, preferendo dormire a bordo
della _giunca_ che poteva offrire un ricovero sicuro; ma avendo il
capitano fatto trasportare a terra le due spingarde delle imbarcazioni
ed affermato che terrebbe a loro compagnia in unione ai nipoti ed al
vecchio marinaio, si decisero a seguirlo.
Wan-Stael e Wan-Horn che non eran però molto tranquilli, non ignorando
che gli australiani attendono la notte pei loro attacchi, fecero
fortificare il campo, elevando una piccola trincea di sassi e di
frammenti di corallo ed avvicinare la _giunca_ alla spiaggia, per
essere più pronti, in caso di pericolo, a raggiungerla.
Quelle precauzioni furono però inutili. Quella prima notte passata
sulle spiaggie del continente australiano, malgrado le minaccie
dell’antropofago, trascorse tranquilla.
Solamente le lugubri urla dei cani selvaggi, i quali cacciavano forse
qualche branco di kanguri o di casoari, ruppero il silenzio che regnava
nell’accampamento.