V.

Venezia già splendeva tutta sotto la luna, quando Farnese prese

posto nella gondola che doveva portarlo all'_hôtel Danieli_ e, come i

gondolieri accennavano ad abbreviare la via percorrendo i rii, ordinò

che percorressero il Canal grande e lentamente.

Egli non pensava già più che Claudina lo attendeva. Lo scrittore si

lasciava avvincere dalla suggestione che Venezia aveva sempre su lui,

fin da quando il treno passava fra la laguna, sul ponte di Mestre.

Il cielo in quella sera di primavera veneziana era tutto trapunto di

stelle, a gruppi, come lampadarii su una immensa seta azzurra oscura.

Ma l'aria era quasi rigida, poichè in tutto il giorno doveva aver

piovuto. Giuliano aveva trascorsa mezza giornata a Padova, per visitare

la monumentale e vecchia città, fiancheggiata di bastioni, dove egli,

l'oscuro professore, aveva vissuto i suoi anni di tirocinio letterario

e dove non era tornato da quando all'epoca del suo primo successo

aveva emigrato a Roma. Era giunto nelle ultime ore del mattino e, la

città come morta e troppo spaziosa per la sua popolazione, con le sue

strade ornate di basse arcate, sotto un cupo cielo fulliginoso, grave

di pioggia, gli era apparsa anche più triste ed opprimente che tanti

anni prima. Aveva cercato la casa dove aveva dimorato durante quel

malinconico periodo, fiero però di orgoglio e di onestà e di studio,

dolce di illusioni e di speranze. Lungamente aveva passeggiato in su ed

in giù per quella via, sotto quelle sue antiche finestre, riandando la

vita di un tempo, confrontandola così semplice ed onesta com'era stata

a quella di ora, così miserabile nelle sue ingannevoli apparenze di

felicità, così corrotta, così monotona sotto il suo colore di varietà.

Ed egli aveva sofferto di quei confronti, perchè nel ricordo è dolore,

è spasimo, è rimpianto. Altri luoghi, un tempo famigliari ed ora quasi

dimenticati, egli ricercò con curiosità. Tornato all'albergo, dove per

quelle poche ore aveva depositato il suo bagaglio, si era informato

su i suoi amici d'un tempo: quali erano morti, quali scomparsi, quali

lontani, quali mutati! Egli non volle vedere nessuno. Dopo la colazione

andò a visitare i luoghi d'arte che, anni addietro, gli avevano dato

le sue prime sensazioni estetiche. Era andato a piedi a quella chiesa

di Santa Maria dell'Arena, dove Giotto racconta nella cappella con

molti affreschi gli episodii più salienti e significativi della vita

della Vergine e di quella di Cristo. Era entrato nel giardino in

fondo del quale è la chiesa, quando già qualche gocciolone di pioggia

cominciava a rimbalzare schioccando su le foglie larghe e glabre degli

alberi rifiorenti a primavera; aveva suonato alla porta e gli aveva

aperto un esile vecchio ricurvo, il cui viso aveva un'espressione di

satiro agli angoli della bocca disfiorita, un carattere di perversità

selvaggia negli occhi rapaci. Lo scrittore aveva nuovamente provato

un profondo compiacimento innanzi a quelli affreschi del più venerato

dei Primitivi, innanzi a quei Santi giotteschi che si commuovono

per leggende verso le quali la cieca fiducia è imposta. Egli era

rimasto a lungo innanzi a quella reliquia preziosissima della prima

arte italica; ma poi, come il vecchio guardiano insisteva nelle sue

fastidiose spiegazioni e nei suoi inutili commentarii, — sufficienti

per quei dottori germanici e quelle arcigne _misses_ inglesi che

corrono l'Italia vertiginosamente, tutto guardando senza nulla vedere

— Giuliano uscì infastidito e stanco, serrandosi dietro l'uscio

della chiesa così sacra per le sue reliquie d'arte. La pioggia aveva

aumentato in violenza e scossa e rotta dal vento formava nel silenzioso

giardino claustrale come una nebbia densa. Lo scrittore aveva riparato

dall'intemperie sotto le volte ampie di Santo Antonio, la chiesa

dalle sette cupole; si era soffermato innanzi ai bassorilievi in

bronzo di Donatello su l'altare ed era passato quasi senza guardarlo

innanzi al mausoleo del Guattamelata. Poi, continuando l'imperversare

del temporale, egli si era estasiato per la Santa Giustina di Paolo

Veronese, nella chiesa bizantina eretta ad onor della martire; in

una sosta della pioggia si era spinto fino sotto agli Eremitani, dove

aveva preso delle note sul Mantegna e su la sua cappella e sul _San

Giorgio al deserto_ di Guido Reni; ma, annoiato dalla pioggia, reso

nervoso dalla solitudine e dall'elettricità ch'era nell'aria, non aveva

affatto curato un monumento funerario del Canova, in memoria di un

principe di Orange. Infine, stanco, quando il cielo si rasserenava per

un tramonto fiammante, lo scrittore era rientrato nell'albergo; aveva

pranzato lungamente, da solo, leggendo, poi aveva oziato, attendendo

l'ora del treno. Durante tutta la giornata, quelle emozioni d'arte ed

i ricordi del tempo passato avevan tenuto lungi da lui il pensiero dei

cari lontani, dai quali egli era triste esule, e l'imagine di Claudina

che già dalla sera precedente doveva attenderlo a Venezia, per amare,

per viver d'arte e lavorare all'unisono, verso la conquista del dolce

alloro fraterno. E pure, con una grande tristezza, a sera alta, mentre

la pioggia ricominciava a cadere, era partito per Venezia dove la

povera amica lo sospirava.

La gondola filava via sveltamente al lento battere ritmico dei remi

nell'acqua verde. Qualche altra rara gondola passava in quella notte

di plenilunio quasi estivo. D'innanzi al Fondaco dei Turchi altre

barche erano ferme ed i rematori in riposo cantavano lugubremente con

la loro lentezza monotona e la loro malinconia uniforme, a coro, e su

ognuna di quelle loro gondole luceva una misera lanterna fumosa. Altre

ancóra eran ferme sotto il ponte di Rialto, senza lumi e senza canti.

Altre ancóra, più avanti, eran legate ai pali, innanzi al Palazzo

Contarini degli Scrigni e le finestre del palazzo erano illuminate

e ne giungevano ai passanti canti e risa e suoni; e su i rettangoli

luminosi si disegnavano le bianche figure delle dame e sfilavano le

schiere brune degli uomini. Ancóra altre finestre sul Gran Canale erano

illuminate, da altre case scendevano musica e giocondità, in quella

mite oasi plenilunare, dopo una grave giornata di turbine d'acqua e

di vento. Giuliano Farnese da prima aveva guardato, sporgendosi ora a

dritta ed ora a sinistra, a traverso gli stretti finestrini del lugubre

felze. Poi, oppresso da quell'apparenza mortuaria, era uscito fuori

presso il gondoliere di poppa, che a tratti rompeva il silenzio col

monotono grido d'allarme dei rematori della laguna. In fondo in fondo,

tutto il Canal Grande si stendeva sino alla Chiesa della Salute, e

sotto la luce lunare, in alcuni punti, dava idea di una immane squama

d'argento; l'oro della palla su la cupola monumentale della dogana

presso Santa Maria della Salute riscintillava ai riflessi. Più in là,

si apriva la laguna a perdita di vista; e là il mare era oscuro ed

il cielo del plenilunio, così pallido e trasparente, quasi sembrava

un'acqua pallidamente azzurrina. L'isola di San Giorgio Maggiore

dormiva, senz'altro splendore che quello del faro colossale; dalla

Giudecca, lungo la spiaggia del Redentore, giungevano altri echi di

vita e di festività ed era un vivo agitarsi di lumi ed un fluttuare

continuo di ombre brune su quei chiarori.

Così, abbandonato al fascino della città meravigliosa, egli non

pensava più all'amante, quando la gondola si arrestò innanzi alla

scaletta dell'_Hôtel Danieli_; saltò giù in fretta sul marciapiede ed

entrò nell'albergo. Adocchiò su la tabella dei viaggiatori il nome di

Claudina Rosiers, si fece dare una camera ed un salotto contigui alla

camera di lei. Dimandò dell'amica e gli risposero ch'era nella sala

di lettura con una visita. Giuliano spiò tra i cristalli e riconobbe

Claudina in conversazione con un vecchio, che lo scrittore identificò

subito per un redattore politico di un giornale di Venezia, un antico

amico di entrambi. Ordinò che non avvertissero la signora Rosiers

del suo arrivo, se non quando quel visitatore fosse partito e salì

nelle sue camere, seguito dai facchini che portando il suo bagaglio

ostentavano una fatica più grave per aver poi una mercede più lauta.

Come ebbe ordinato i suoi abiti, deposti su la tavola i libri che

viaggiavano sempre con lui; e come ebbe deterso il suo corpo dalla

polvere del viaggio e mutato d'abito, attese Claudina, ch'egli imaginò

ansiosa ed agitata, impossibilitata evidentemente a congedare quella

visita importuna.

Dalla finestra del suo salotto contemplò ancòra la laguna scintillante

come un'immane squama argentea. Sotto quell'estasi di luce lunare,

Venezia pareva estatica, compresa da un sortilegio di amore. Rivide

ancòra scintillare la palla d'oro su la cupola monumentale presso Santa

Maria della Salute; ancòra il vento gli arrecò i suoni festanti di

un _valzer_ voluttuoso da un palazzo dove la danza ferveva; ancòra il

vento gli arrecò l'eco dei canti, dei suoni, dei rauchi e tristissimi

gridi di allarme — e come lamentevoli! — dei gondolieri, vaganti nelle

ombre dei rii prossimi al gran canale. Rimase lungamente, poggiato

alla finestra aperta, a guardare splendere Venezia. Il passato gli

riappariva. Tutte le sue memorie veneziane lo riallacciavano, in una

lieta scorribanda d'amore gli turbinavano intorno. Quanta sua vita

egli aveva passato in quella dolce città innamorata del cielo e del

mare! Il suo amore, il suo fidanzamento, le sue nozze gli tornavano in

mente — e con essi l'imagine dolce di Beatrice lontana; ma questa volta

l'imagine non aveva le apparenze di un rimprovero o di un rimorso;

bensì quelle di una dolce memoria appassita e Giuliano le sorrideva

come ad una morta, alla cui perdita si è rassegnati, pur cullandosi nel

pensiero carezzante di quello che fu. Egli sentiva invadersi l'anima da

una calma infinita, assaporava la pace e si compiaceva nella visione

voluttuosa e inebriante della prossima notte d'amore. Venezia aveva

sempre per lui questo effetto: tutti i suoi nervi si calmavano, tutte

le sue agitazioni febbrili e continue si attenuavano in rapidi e rari

sussulti ad un contatto o ad un ricordo. L'invadeva allora, e sempre,

in ogni ora del dì e della notte, una malinconìa profonda ma fine,

ininterrotta ma squisita, intensa ma soavissima. Le cose gli apparivano

sotto una luce grigio-rosea — non più risolutamente oscure; le sue

febbri si placavano ed egli riafferrava la signorìa su sè medesimo,

smarrita per lo innanzi, col dilettantismo della sua auto-analisi

e la maschera delle sue geniali apparenze fanfaronesche. Nell'onda

dei ricordi egli non trovava più gorghi infidi e canti di sirene, ma

una dolce acqua di Lete che lo cullava, senza poi richiamarlo troppo

bruscamente all'amara realtà.

Ma all'amara realtà lo richiamò Claudina che entrava, che gli gettava

le braccia al collo e lo baciava con passione ardente. D'un balzo, egli

si ritrovava fuori del mondo dei sogni. Egli identificava quella donna

che gli sorrideva nella penombra, la vedeva quale già l'aveva veduta

in qualche ora di squallore sentimentale e sopra tutto in quella notte

oscura durante il suo sonno a bordo dello _yacht_, come la causa del

suo dolore, come un'avversaria che celasse il suo intento malefico

sotto l'inganno delle dolci carezze e delle amorose parole. Claudina

gli aveva rivolto poche frasi indifferenti, poi si erano appoggiati

al davanzale, in silenzio, contemplando la notte. Quella vicinanza

femminile innanzi a quella luminosità lunare del cielo e del mare

gli ricordava altre sere in cui con una altra donna, tutta rivestita

e angelicata di sogni, aveva fissato in un silenzio supremamente ed

arcanamente loquace quell'acqua bruna e d'un diaspro oscuro su la quale

i raggi lunari sparpagliavano la vita palpitante di miliardi di lamine

argentee. Aggravandosi la sua pena, pregò Claudina di uscire. Salirono

in gondola, entrarono nel sogno sontuoso del Canal Grande. Claudina col

pretesto della sera ancóra un po' rigida aveva preteso dal gondoliere

il misterioso _felze_, senza del quale le sembrava tolto alla gondola

ogni fascino ed ogni mistero, riducendola ad una semplice barca snella

e rapida. Nell'ombra del _felze_ Giuliano aveva chiuso gli occhi e

pensava; a traverso i finestrini, Claudina ammirava intanto la doppia

fila di palazzi illuminati, che, appunto con la loro diversità, sembra

che abbiano voluto realizzare un orgoglioso, prodigioso e fastoso sogno

di strana bellezza.

— Ti ho tanto atteso, susurrava Claudina all'amante. Le ore della tua

lontananza mi sono sembrate così squallide, così lunghe.... Mi avevan

ripreso tutte le mie tristezze d'un tempo.... E tu? Hai concluso i tuoi

affari?.....

Un dubbioso cenno del capo di Giuliano rispose alla domanda della

donna. Quasi per un bisogno ardente di confessione, di sincerità,

di sfogo, egli avrebbe voluto dirle, come, appena giunto a Milano,

riafferrato dalla nostalgia della sua casa e dei suoi cari lontani,

avesse dovuto passare tutte le sue ore chiuso nella sua camera

d'albergo, dal letto a un divano e da un divano ad una poltrona, a

rodersi nella sua tristezza desolata, bramoso di non vedere nessuno

ed assolutamente incapace di trattare e di discutere per il minimo

affare. Avrebbe voluto dirle come quella stessa mattina egli si fosse

infine deciso a partire, dopo un inutile soggiorno, precisamente per

raggiungere lei, per ricorrere nella sua desolazione morale al veleno

dell'ebbrezza voluttuosa che i baci di Claudina sapevan sempre destare

in lui, come colui che soffre ricorre alla sottile malìa della morfina,

pur sapendo che, spento l'effimero sogno, la tortura della sofferenza

tornerà ad avventarsi su lui con più accanimento. Ma fu prudente e si

guardò bene dal dirle tutto questo. Anzi pensò opportuno di chinarsi a

porre un bacio su le labbra di Claudina, affinchè ogni possibile dubbio

venisse da quello scacciato o assopito nell'anima di lei.

Ma Claudina, del resto, non aveva più dubbî, nè sospetti. Il colloquio

vibrante di San Remo le sembrava essere stato poche sere prima

definitivo. Ella era convinta che l'amore di Giuliano le fosse tornato

in tutta la sua gagliardia. Da quei giorni di Venezia e dai futuri

giorni di vagabondaggio estivo ella si riprometteva infinite gioie

d'amore. Solo in qualche momento ella aveva dei sospetti su l'amore di

Giuliano: come un nembo, allora, passava su la sua anima una fiamma

di veemente rancore per la menzogna dell'amato, fiamma che subito si

dileguava o si mutava in nuovo ardor di passione. Ella credeva alla

ventura realtà del loro sogno. E l'Alloro le sembrava in fiore.

Una serenata che, al lume delle variopinte lanterne veneziane, rompeva

innanzi ad un palazzo la calma plenilunare del Canal Grande, ruppe con

quella anche il corso differente dei loro contradittorii pensieri.

Lo scrittore volle sottrarsi alla volgarità di quella suggestione a

pagamento ed ordinò al gondoliere di girare per un canale interno

e tornare alla laguna libera. Il canale s'inoltrava silenzioso e

deserto. Quell'acqua calma così nera e così luminosa ad un tempo faceva

palpitare i nervi febrili di Giuliano di ammirazione e di orrore. La

sua anima pareva sprofondarsi in quell'ombra fredda e cupa. Pareva che

il mistero incombesse su lei. Ai bagliori della luna gli alti e bruni

palazzi sembravano divenire più grandi, mano a mano mostruosamente

enormi, assumendo apparenze di spettri minacciosi che incedessero su

le acque. Giuliano non potè trattenere un brivido. L'amante si chinò

su lui e, nell'ombra, lo strinse tutto nel profumo delle sue braccia

e lo baciò voluttuosamente all'angolo della bocca. E nel piacere si

abbandonò su l'amato, esausta per un sol bacio.

Ma tutto il dramma della sua vita era riapparso per quel bacio

inopportuno allo scrittore. In un baleno, un'altra notte oramai lontana

gli riapparve, un'altra donna si appesantì su lui, altre braccia lo

strinsero ed un altro profumo lo inebriò, un altro bacio più casto,

bacio di vergine, venne a posarsi, fiore incoscientemente irrequieto

di voluttà, all'angolo delle sue labbra. L'assente riapparve con tutto

il lugubre manto della sua lontananza e del suo lutto e la donna così

ardentemente amata, ch'egli adesso serrava fra le braccia, ancóra una

volta gli sembrò un'estranea ed una fatale nemica.

Erano su la laguna libera, fuori dell'incubo del canale spettrale. Gli

amanti tacevano: Giuliano era di nuovo prostrato nella sofferenza. Non

più gli apparve la luna fra le nubi e le stelle come una perla immane

fra manti di neve e mirifici lampadari; gli sembrò invece una lampada

funeraria accesa fra drapperie luttuose avanti al manto nero e trapunto

d'oro di un colossale catafalco. Non più Venezia gli apparve come un

regno di fate tra i riflessi dei lumi del Canalazzo e lo splendore

delle luci tremolanti a San Marco e su la Riva degli Schiavoni; ma

quelle luci e quei riflessi e quei lontani edifici gli sembrarono una

processione interminabile di cerei funebri e di bare. I gruppi di lumi

alla Giudecca o a San Giorgio non gli apparvero più come prodigiosi

fiori di luce, come radiose ghirlande; ma gli sembrarono torcie di

lutto e di morte lacrimanti intorno a una tomba.

Con la voce tremante e soffocata egli ordinò al gondoliere di tornare a

terra.

Pochi minuti dopo gli amanti erano seduti al caffè Florian, sotto le

Procuratie, in una di quelle piccole ed eleganti salette tutte piene

di specchi e di figure allegoriche: essi vi cenavano senza appetito

e senza allegria. Lo scrittore aveva ordinato dello _champagne_ e ne

beveva numerose coppe per stordirsi, per inebriarsi artificialmente

e liberarsi dall'incubo orribile che poco prima sul mare gli aveva

ghiacciato il sangue nelle vene. Claudina lo lasciava fare e sorrideva,

ignara, di nulla sospettosa. Nei suoi occhi brillava il sogno

della prossima notte d'amore. Non ostante quella gaiezza forzata e

artificiale, il dissidio s'era aperto del tutto, pieno di minaccie.

Verso la notte d'amore che si preparava, ella guardava con impazienza

palpitante e con fremiti di delizia, mentre l'amante vi si preparava

come ad un supplizio inumano.

Il Miraggio: Romanzo · 第 27 / 44 题