Venezia già splendeva tutta sotto la luna, quando Farnese prese
posto nella gondola che doveva portarlo all'_hôtel Danieli_ e, come i
gondolieri accennavano ad abbreviare la via percorrendo i rii, ordinò
che percorressero il Canal grande e lentamente.
Egli non pensava già più che Claudina lo attendeva. Lo scrittore si
lasciava avvincere dalla suggestione che Venezia aveva sempre su lui,
fin da quando il treno passava fra la laguna, sul ponte di Mestre.
Il cielo in quella sera di primavera veneziana era tutto trapunto di
stelle, a gruppi, come lampadarii su una immensa seta azzurra oscura.
Ma l'aria era quasi rigida, poichè in tutto il giorno doveva aver
piovuto. Giuliano aveva trascorsa mezza giornata a Padova, per visitare
la monumentale e vecchia città, fiancheggiata di bastioni, dove egli,
l'oscuro professore, aveva vissuto i suoi anni di tirocinio letterario
e dove non era tornato da quando all'epoca del suo primo successo
aveva emigrato a Roma. Era giunto nelle ultime ore del mattino e, la
città come morta e troppo spaziosa per la sua popolazione, con le sue
strade ornate di basse arcate, sotto un cupo cielo fulliginoso, grave
di pioggia, gli era apparsa anche più triste ed opprimente che tanti
anni prima. Aveva cercato la casa dove aveva dimorato durante quel
malinconico periodo, fiero però di orgoglio e di onestà e di studio,
dolce di illusioni e di speranze. Lungamente aveva passeggiato in su ed
in giù per quella via, sotto quelle sue antiche finestre, riandando la
vita di un tempo, confrontandola così semplice ed onesta com'era stata
a quella di ora, così miserabile nelle sue ingannevoli apparenze di
felicità, così corrotta, così monotona sotto il suo colore di varietà.
Ed egli aveva sofferto di quei confronti, perchè nel ricordo è dolore,
è spasimo, è rimpianto. Altri luoghi, un tempo famigliari ed ora quasi
dimenticati, egli ricercò con curiosità. Tornato all'albergo, dove per
quelle poche ore aveva depositato il suo bagaglio, si era informato
su i suoi amici d'un tempo: quali erano morti, quali scomparsi, quali
lontani, quali mutati! Egli non volle vedere nessuno. Dopo la colazione
andò a visitare i luoghi d'arte che, anni addietro, gli avevano dato
le sue prime sensazioni estetiche. Era andato a piedi a quella chiesa
di Santa Maria dell'Arena, dove Giotto racconta nella cappella con
molti affreschi gli episodii più salienti e significativi della vita
della Vergine e di quella di Cristo. Era entrato nel giardino in
fondo del quale è la chiesa, quando già qualche gocciolone di pioggia
cominciava a rimbalzare schioccando su le foglie larghe e glabre degli
alberi rifiorenti a primavera; aveva suonato alla porta e gli aveva
aperto un esile vecchio ricurvo, il cui viso aveva un'espressione di
satiro agli angoli della bocca disfiorita, un carattere di perversità
selvaggia negli occhi rapaci. Lo scrittore aveva nuovamente provato
un profondo compiacimento innanzi a quelli affreschi del più venerato
dei Primitivi, innanzi a quei Santi giotteschi che si commuovono
per leggende verso le quali la cieca fiducia è imposta. Egli era
rimasto a lungo innanzi a quella reliquia preziosissima della prima
arte italica; ma poi, come il vecchio guardiano insisteva nelle sue
fastidiose spiegazioni e nei suoi inutili commentarii, — sufficienti
per quei dottori germanici e quelle arcigne _misses_ inglesi che
corrono l'Italia vertiginosamente, tutto guardando senza nulla vedere
— Giuliano uscì infastidito e stanco, serrandosi dietro l'uscio
della chiesa così sacra per le sue reliquie d'arte. La pioggia aveva
aumentato in violenza e scossa e rotta dal vento formava nel silenzioso
giardino claustrale come una nebbia densa. Lo scrittore aveva riparato
dall'intemperie sotto le volte ampie di Santo Antonio, la chiesa
dalle sette cupole; si era soffermato innanzi ai bassorilievi in
bronzo di Donatello su l'altare ed era passato quasi senza guardarlo
innanzi al mausoleo del Guattamelata. Poi, continuando l'imperversare
del temporale, egli si era estasiato per la Santa Giustina di Paolo
Veronese, nella chiesa bizantina eretta ad onor della martire; in
una sosta della pioggia si era spinto fino sotto agli Eremitani, dove
aveva preso delle note sul Mantegna e su la sua cappella e sul _San
Giorgio al deserto_ di Guido Reni; ma, annoiato dalla pioggia, reso
nervoso dalla solitudine e dall'elettricità ch'era nell'aria, non aveva
affatto curato un monumento funerario del Canova, in memoria di un
principe di Orange. Infine, stanco, quando il cielo si rasserenava per
un tramonto fiammante, lo scrittore era rientrato nell'albergo; aveva
pranzato lungamente, da solo, leggendo, poi aveva oziato, attendendo
l'ora del treno. Durante tutta la giornata, quelle emozioni d'arte ed
i ricordi del tempo passato avevan tenuto lungi da lui il pensiero dei
cari lontani, dai quali egli era triste esule, e l'imagine di Claudina
che già dalla sera precedente doveva attenderlo a Venezia, per amare,
per viver d'arte e lavorare all'unisono, verso la conquista del dolce
alloro fraterno. E pure, con una grande tristezza, a sera alta, mentre
la pioggia ricominciava a cadere, era partito per Venezia dove la
povera amica lo sospirava.
La gondola filava via sveltamente al lento battere ritmico dei remi
nell'acqua verde. Qualche altra rara gondola passava in quella notte
di plenilunio quasi estivo. D'innanzi al Fondaco dei Turchi altre
barche erano ferme ed i rematori in riposo cantavano lugubremente con
la loro lentezza monotona e la loro malinconia uniforme, a coro, e su
ognuna di quelle loro gondole luceva una misera lanterna fumosa. Altre
ancóra eran ferme sotto il ponte di Rialto, senza lumi e senza canti.
Altre ancóra, più avanti, eran legate ai pali, innanzi al Palazzo
Contarini degli Scrigni e le finestre del palazzo erano illuminate
e ne giungevano ai passanti canti e risa e suoni; e su i rettangoli
luminosi si disegnavano le bianche figure delle dame e sfilavano le
schiere brune degli uomini. Ancóra altre finestre sul Gran Canale erano
illuminate, da altre case scendevano musica e giocondità, in quella
mite oasi plenilunare, dopo una grave giornata di turbine d'acqua e
di vento. Giuliano Farnese da prima aveva guardato, sporgendosi ora a
dritta ed ora a sinistra, a traverso gli stretti finestrini del lugubre
felze. Poi, oppresso da quell'apparenza mortuaria, era uscito fuori
presso il gondoliere di poppa, che a tratti rompeva il silenzio col
monotono grido d'allarme dei rematori della laguna. In fondo in fondo,
tutto il Canal Grande si stendeva sino alla Chiesa della Salute, e
sotto la luce lunare, in alcuni punti, dava idea di una immane squama
d'argento; l'oro della palla su la cupola monumentale della dogana
presso Santa Maria della Salute riscintillava ai riflessi. Più in là,
si apriva la laguna a perdita di vista; e là il mare era oscuro ed
il cielo del plenilunio, così pallido e trasparente, quasi sembrava
un'acqua pallidamente azzurrina. L'isola di San Giorgio Maggiore
dormiva, senz'altro splendore che quello del faro colossale; dalla
Giudecca, lungo la spiaggia del Redentore, giungevano altri echi di
vita e di festività ed era un vivo agitarsi di lumi ed un fluttuare
continuo di ombre brune su quei chiarori.
Così, abbandonato al fascino della città meravigliosa, egli non
pensava più all'amante, quando la gondola si arrestò innanzi alla
scaletta dell'_Hôtel Danieli_; saltò giù in fretta sul marciapiede ed
entrò nell'albergo. Adocchiò su la tabella dei viaggiatori il nome di
Claudina Rosiers, si fece dare una camera ed un salotto contigui alla
camera di lei. Dimandò dell'amica e gli risposero ch'era nella sala
di lettura con una visita. Giuliano spiò tra i cristalli e riconobbe
Claudina in conversazione con un vecchio, che lo scrittore identificò
subito per un redattore politico di un giornale di Venezia, un antico
amico di entrambi. Ordinò che non avvertissero la signora Rosiers
del suo arrivo, se non quando quel visitatore fosse partito e salì
nelle sue camere, seguito dai facchini che portando il suo bagaglio
ostentavano una fatica più grave per aver poi una mercede più lauta.
Come ebbe ordinato i suoi abiti, deposti su la tavola i libri che
viaggiavano sempre con lui; e come ebbe deterso il suo corpo dalla
polvere del viaggio e mutato d'abito, attese Claudina, ch'egli imaginò
ansiosa ed agitata, impossibilitata evidentemente a congedare quella
visita importuna.
Dalla finestra del suo salotto contemplò ancòra la laguna scintillante
come un'immane squama argentea. Sotto quell'estasi di luce lunare,
Venezia pareva estatica, compresa da un sortilegio di amore. Rivide
ancòra scintillare la palla d'oro su la cupola monumentale presso Santa
Maria della Salute; ancòra il vento gli arrecò i suoni festanti di
un _valzer_ voluttuoso da un palazzo dove la danza ferveva; ancòra il
vento gli arrecò l'eco dei canti, dei suoni, dei rauchi e tristissimi
gridi di allarme — e come lamentevoli! — dei gondolieri, vaganti nelle
ombre dei rii prossimi al gran canale. Rimase lungamente, poggiato
alla finestra aperta, a guardare splendere Venezia. Il passato gli
riappariva. Tutte le sue memorie veneziane lo riallacciavano, in una
lieta scorribanda d'amore gli turbinavano intorno. Quanta sua vita
egli aveva passato in quella dolce città innamorata del cielo e del
mare! Il suo amore, il suo fidanzamento, le sue nozze gli tornavano in
mente — e con essi l'imagine dolce di Beatrice lontana; ma questa volta
l'imagine non aveva le apparenze di un rimprovero o di un rimorso;
bensì quelle di una dolce memoria appassita e Giuliano le sorrideva
come ad una morta, alla cui perdita si è rassegnati, pur cullandosi nel
pensiero carezzante di quello che fu. Egli sentiva invadersi l'anima da
una calma infinita, assaporava la pace e si compiaceva nella visione
voluttuosa e inebriante della prossima notte d'amore. Venezia aveva
sempre per lui questo effetto: tutti i suoi nervi si calmavano, tutte
le sue agitazioni febbrili e continue si attenuavano in rapidi e rari
sussulti ad un contatto o ad un ricordo. L'invadeva allora, e sempre,
in ogni ora del dì e della notte, una malinconìa profonda ma fine,
ininterrotta ma squisita, intensa ma soavissima. Le cose gli apparivano
sotto una luce grigio-rosea — non più risolutamente oscure; le sue
febbri si placavano ed egli riafferrava la signorìa su sè medesimo,
smarrita per lo innanzi, col dilettantismo della sua auto-analisi
e la maschera delle sue geniali apparenze fanfaronesche. Nell'onda
dei ricordi egli non trovava più gorghi infidi e canti di sirene, ma
una dolce acqua di Lete che lo cullava, senza poi richiamarlo troppo
bruscamente all'amara realtà.
Ma all'amara realtà lo richiamò Claudina che entrava, che gli gettava
le braccia al collo e lo baciava con passione ardente. D'un balzo, egli
si ritrovava fuori del mondo dei sogni. Egli identificava quella donna
che gli sorrideva nella penombra, la vedeva quale già l'aveva veduta
in qualche ora di squallore sentimentale e sopra tutto in quella notte
oscura durante il suo sonno a bordo dello _yacht_, come la causa del
suo dolore, come un'avversaria che celasse il suo intento malefico
sotto l'inganno delle dolci carezze e delle amorose parole. Claudina
gli aveva rivolto poche frasi indifferenti, poi si erano appoggiati
al davanzale, in silenzio, contemplando la notte. Quella vicinanza
femminile innanzi a quella luminosità lunare del cielo e del mare
gli ricordava altre sere in cui con una altra donna, tutta rivestita
e angelicata di sogni, aveva fissato in un silenzio supremamente ed
arcanamente loquace quell'acqua bruna e d'un diaspro oscuro su la quale
i raggi lunari sparpagliavano la vita palpitante di miliardi di lamine
argentee. Aggravandosi la sua pena, pregò Claudina di uscire. Salirono
in gondola, entrarono nel sogno sontuoso del Canal Grande. Claudina col
pretesto della sera ancóra un po' rigida aveva preteso dal gondoliere
il misterioso _felze_, senza del quale le sembrava tolto alla gondola
ogni fascino ed ogni mistero, riducendola ad una semplice barca snella
e rapida. Nell'ombra del _felze_ Giuliano aveva chiuso gli occhi e
pensava; a traverso i finestrini, Claudina ammirava intanto la doppia
fila di palazzi illuminati, che, appunto con la loro diversità, sembra
che abbiano voluto realizzare un orgoglioso, prodigioso e fastoso sogno
di strana bellezza.
— Ti ho tanto atteso, susurrava Claudina all'amante. Le ore della tua
lontananza mi sono sembrate così squallide, così lunghe.... Mi avevan
ripreso tutte le mie tristezze d'un tempo.... E tu? Hai concluso i tuoi
affari?.....
Un dubbioso cenno del capo di Giuliano rispose alla domanda della
donna. Quasi per un bisogno ardente di confessione, di sincerità,
di sfogo, egli avrebbe voluto dirle, come, appena giunto a Milano,
riafferrato dalla nostalgia della sua casa e dei suoi cari lontani,
avesse dovuto passare tutte le sue ore chiuso nella sua camera
d'albergo, dal letto a un divano e da un divano ad una poltrona, a
rodersi nella sua tristezza desolata, bramoso di non vedere nessuno
ed assolutamente incapace di trattare e di discutere per il minimo
affare. Avrebbe voluto dirle come quella stessa mattina egli si fosse
infine deciso a partire, dopo un inutile soggiorno, precisamente per
raggiungere lei, per ricorrere nella sua desolazione morale al veleno
dell'ebbrezza voluttuosa che i baci di Claudina sapevan sempre destare
in lui, come colui che soffre ricorre alla sottile malìa della morfina,
pur sapendo che, spento l'effimero sogno, la tortura della sofferenza
tornerà ad avventarsi su lui con più accanimento. Ma fu prudente e si
guardò bene dal dirle tutto questo. Anzi pensò opportuno di chinarsi a
porre un bacio su le labbra di Claudina, affinchè ogni possibile dubbio
venisse da quello scacciato o assopito nell'anima di lei.
Ma Claudina, del resto, non aveva più dubbî, nè sospetti. Il colloquio
vibrante di San Remo le sembrava essere stato poche sere prima
definitivo. Ella era convinta che l'amore di Giuliano le fosse tornato
in tutta la sua gagliardia. Da quei giorni di Venezia e dai futuri
giorni di vagabondaggio estivo ella si riprometteva infinite gioie
d'amore. Solo in qualche momento ella aveva dei sospetti su l'amore di
Giuliano: come un nembo, allora, passava su la sua anima una fiamma
di veemente rancore per la menzogna dell'amato, fiamma che subito si
dileguava o si mutava in nuovo ardor di passione. Ella credeva alla
ventura realtà del loro sogno. E l'Alloro le sembrava in fiore.
Una serenata che, al lume delle variopinte lanterne veneziane, rompeva
innanzi ad un palazzo la calma plenilunare del Canal Grande, ruppe con
quella anche il corso differente dei loro contradittorii pensieri.
Lo scrittore volle sottrarsi alla volgarità di quella suggestione a
pagamento ed ordinò al gondoliere di girare per un canale interno
e tornare alla laguna libera. Il canale s'inoltrava silenzioso e
deserto. Quell'acqua calma così nera e così luminosa ad un tempo faceva
palpitare i nervi febrili di Giuliano di ammirazione e di orrore. La
sua anima pareva sprofondarsi in quell'ombra fredda e cupa. Pareva che
il mistero incombesse su lei. Ai bagliori della luna gli alti e bruni
palazzi sembravano divenire più grandi, mano a mano mostruosamente
enormi, assumendo apparenze di spettri minacciosi che incedessero su
le acque. Giuliano non potè trattenere un brivido. L'amante si chinò
su lui e, nell'ombra, lo strinse tutto nel profumo delle sue braccia
e lo baciò voluttuosamente all'angolo della bocca. E nel piacere si
abbandonò su l'amato, esausta per un sol bacio.
Ma tutto il dramma della sua vita era riapparso per quel bacio
inopportuno allo scrittore. In un baleno, un'altra notte oramai lontana
gli riapparve, un'altra donna si appesantì su lui, altre braccia lo
strinsero ed un altro profumo lo inebriò, un altro bacio più casto,
bacio di vergine, venne a posarsi, fiore incoscientemente irrequieto
di voluttà, all'angolo delle sue labbra. L'assente riapparve con tutto
il lugubre manto della sua lontananza e del suo lutto e la donna così
ardentemente amata, ch'egli adesso serrava fra le braccia, ancóra una
volta gli sembrò un'estranea ed una fatale nemica.
Erano su la laguna libera, fuori dell'incubo del canale spettrale. Gli
amanti tacevano: Giuliano era di nuovo prostrato nella sofferenza. Non
più gli apparve la luna fra le nubi e le stelle come una perla immane
fra manti di neve e mirifici lampadari; gli sembrò invece una lampada
funeraria accesa fra drapperie luttuose avanti al manto nero e trapunto
d'oro di un colossale catafalco. Non più Venezia gli apparve come un
regno di fate tra i riflessi dei lumi del Canalazzo e lo splendore
delle luci tremolanti a San Marco e su la Riva degli Schiavoni; ma
quelle luci e quei riflessi e quei lontani edifici gli sembrarono una
processione interminabile di cerei funebri e di bare. I gruppi di lumi
alla Giudecca o a San Giorgio non gli apparvero più come prodigiosi
fiori di luce, come radiose ghirlande; ma gli sembrarono torcie di
lutto e di morte lacrimanti intorno a una tomba.
Con la voce tremante e soffocata egli ordinò al gondoliere di tornare a
terra.
Pochi minuti dopo gli amanti erano seduti al caffè Florian, sotto le
Procuratie, in una di quelle piccole ed eleganti salette tutte piene
di specchi e di figure allegoriche: essi vi cenavano senza appetito
e senza allegria. Lo scrittore aveva ordinato dello _champagne_ e ne
beveva numerose coppe per stordirsi, per inebriarsi artificialmente
e liberarsi dall'incubo orribile che poco prima sul mare gli aveva
ghiacciato il sangue nelle vene. Claudina lo lasciava fare e sorrideva,
ignara, di nulla sospettosa. Nei suoi occhi brillava il sogno
della prossima notte d'amore. Non ostante quella gaiezza forzata e
artificiale, il dissidio s'era aperto del tutto, pieno di minaccie.
Verso la notte d'amore che si preparava, ella guardava con impazienza
palpitante e con fremiti di delizia, mentre l'amante vi si preparava
come ad un supplizio inumano.