XIV.

Accaddero molte cose in due anni.

_Speranza Nostra_ non tardò a richiamare il suo Silvio; poco dopo tutti

gli ospiti della miniera partirono, e la casina bianca riebbe i suoi

inquilini.

Sotto le brune arcate degli ulivi, le voci delle raccattatrici

echeggiarono un’altra volta, ma Angela non cantò in coro come l’anno

antecedente, e se al tempo delle vendemmie la bella fanciulla apparve

ancora fra i vitigni, al braccio di Beatrice, non vi portò più il

suo riso infantile, nè i suoi sospiri di donnina romantica, e ciò,

sebbene lo zio Silvio facesse di tutto per non metterla in soggezione,

lasciandosi vedere il meno possibile, e non le parlando mai di cose che

potessero richiamare da lontano il loro tempo passato.

L’ingegnere Marini era venuto tre volte, che in un lungo anno d’amore

non sono troppe, a rivedere la propria innamorata. L’ultima sua

visita ebbe uno scopo, rinnovare la domanda di matrimonio. Quando il

professore fu informato solennemente da Baingio Marini che Angela aveva

compiuto i quindici anni da una settimana, e che nondimeno lo amava

ancora e lo voleva sposare, se ne dichiarò lietissimo, ma volle che la

nipotina venisse a dirgli essa stessa che Baingio Marini non si vantava

troppo.

Angela venne e non morì di vergogna come aveva creduto; parve invece a

Silvio che la fanciulla gli leggesse nell’anima qualche cosa che essa

era stata chiamata appunto per non vedere, e che colla sua fatuità

d’innocentina dicesse fra sè e sè: «Egli mi ama ancora!»

Non era vero; Silvio non l’amava più; solamente egli si accusava

di aver desiderato fino all’ultimo che Baingio Marini non fosse più

fortunato di lui. Poichè si amavano ancora, tanto meglio; Silvio li

manderebbe volentieri a farsi benedire.

— E il più presto sarà il meglio, disse, perchè non si sa mai...

Angela si fece rossa a questo sospetto; ma suo zio si affrettò a

chiederle scusa, soggiungendo con accento di celia che questa volta si

vedeva bene che essa faceva sul serio...

Anche Silvio, insomma, recitò la sua parte senza bisogno di

suggeritore, e quando comare Beatrice e Cosimo gli vennero a dire per

la ventesima volta che egli era stato troppo pronto a rinunziare ad

Angela, che prima di cedere avrebbe dovuto provarsi a riconquistare il

cuore della sua fidanzata, egli per la ventesima volta ripetè ridendo

che le fanciulle non isposano mai il primo uomo di cui si innamorano,

che per lo più sposano il terzo; che se Angela sposava il secondo, era

perchè l’ingegnere Marini non le dava tempo.

— Quanto a riconquistare il cuore d’una fanciulla di quattordici

anni, soggiungeva Silvio, comare mia, dovete rallegrarvi meco che io

non abbia pensato neppure un momento a mettermi in quella impresa.

Pensate invece se ciò che è avvenuto prima, fosse seguito dopo! E

poi, che credete? Ho fatto un buon negozio, ho perduto la sposa, ma ho

acquistato un nipote su cui posso fare assegnamento.

Era verissimo. L’ingegnere Marini, dopo avere rubato la fidanzata al

professore, ad ogni costo voleva dargli qualche cosa in cambio, e non

sapeva che cosa, poichè già gli aveva dato la sua amicizia.

— Disponga di me, zio Silvio, gli disse il giorno degli sponsali; io

sono piccino e debole, ma un amico, che voglia davvero, può sempre fare

qualche cosuccia, ancora che sia debole e piccino.

Con queste savie parole egli onorava l’amicizia, ma forse faceva torto

a sè stesso. Non doveva essere poi tanto piccino nè tanto debole, se

arrivava ad intingere la penna nel calamaio d’un ministro, per nominare

Silvio cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Il professore non seppe mai che la prima mossa di quel giochetto era

stata fatta in casa sua, e leggendo nel decreto come qualmente il Re lo

avesse nominato cavaliere «_dietro_ proposta del ministro d’agricoltura

e commercio» si compiacque di vedere che i ministri del regno d’Italia

avevano la vista lunga.

Ma l’ingegnere Baingio non si contentava di così poco; approssimandosi

il giorno delle nozze, egli sentiva il bisogno di pagare un’altra

porzione del suo grosso debito e meditava il tiro di mandare Silvio

al Parlamento. Incoraggiato da Angela, forte delle parentele estese e

delle amicizie vecchie e nuove, lavorando sotto lo stimolo del rimorso,

colla parola e colla penna, egli riuscì ad avviare la faccenda per

modo da non temere più se non una cosa, cioè che Silvio non avesse

ambizioni. Silvio però ne aveva una, di essere apprezzato quanto

valeva dai suoi concittadini — e accanto a quell’una ci potevano

stare comodamente tutte le altre. Cosicchè quando alcuni elettori

zelanti vollero dare ad intendere al professore che erano stati i

primi a pensare a lui come all’uomo nato e cresciuto per essere il

loro deputato, invece di «quell’altro», Silvio, che non era ingenuo,

non credette un’acca, ma non sospettò neppure che la deputazione gli

venisse offerta, come gli era stata data la croce, per merito dell’uomo

che gli aveva rubato la sposa.

Al solito gli fu chiesto di mettere fuori il programma, e questa volta

ancora gli giovò la frase che lo aveva mandato al palazzo comunale.

«Il mio programma, egli disse, eccolo: essere onesto, amare il mio

paese; non ho mai desiderato di andare al Parlamento, ma se mi mandate,

vi andrò a portare una forza: la coscienza.» Belle parole, modeste e

sincere, che lo avrebbero fatto stare a casa, se passando per le bocche

dell’ingegnere e dei suoi non si fossero ingrossate per modo da non

escludere tutto ciò che prometteva «quell’altro», cioè i ponti e i

porti, le strade ferrate e l’incanalamento dei fiumi, le bonificazioni

dei terreni e l’asciugamento delle paludi, le colonie agricole e

l’esenzione dalle imposte.

Intanto che si combatteva la battagliuola segreta dei due deputati, si

facevano le pubblicazioni di matrimonio. E un giorno Baingio Marini e

Angela Boni, legati dal sindaco, benedetti dal parroco, si imbarcarono

per il viaggio di nozze in Terraferma.

Il loro viaggio fu breve. Essi tornarono più innamorati di prima, in

tempo per assistere alla inaugurazione della strada ferrata tra Sassari

e Portotorres.

Quello fu un gran giorno. I Sassaresi se lo ricordano ancora sebbene

di poi abbiano visto una commissione d’inchiesta, un ministro e altre

rarità più pompose d’una locomotiva attraversare i loro campi e le loro

vallate.

I pastori venuti allora dai lontani stazzi della Gallura e della Nurra,

descrivono con linguaggio poetico ai loro figliuoli il gran mostro, che

ha le viscere di bragia ardente, la voce del tuono e una gran lingua di

fumo nero.

Quello fu un gran giorno. A Portotorres erano accorsi a cavallo, colle

loro donne in groppa, quei dell’Asinara e della Maddalena; — quei

d’Alghero, di Castelsardo e di Sorso erano tutti a Sassari, diventata

un grande albergo. Quivi il pittoresco, ma semplice costume delle donne

di Sennori gareggiava col fasto delle belle ragazze di Osilo; e non

mancavano le donne di Nuoro e di Bono, ad affacciare nel chiasso dei

colori le loro teste fasciate di bianco e i loro busti audaci, con una

civetteria mista, di monache e di balie. Nella porta Sant’Antonio, a

Sassari, e dinanzi al mare superbo in Portotorres, furono ballati quel

giorno i più larghi e chiassosi balli tondi, e fu vista saltellare in

quella danza anche la berretta severa di più d’un bandito d’Agius.

Per tutta la via quanto è lunga, attraverso lo sterpeto di San Gavino,

per gli oliveti e le vigne di Sassari, era disseminata una gente varia;

brigatelle plaudenti d’uomini, donne e fanciulli si affacciavano ai

muricciuoli dei poderi; e per salutare il treno, ogni pezzuola divenne

una bandiera.

Fra i pochi banditi audaci, che nella confusione di quel gran giorno

si erano frammisti alla folla, nessuno aveva veduto _Su Mazzone_,

perchè la molta celebrità rendeva a lui molto pericolosa la folla; ma

non perciò egli era mancato alla festa — e quando la locomotiva ebbe

passato fischiando l’ultima linea che separa l’oliveto dalla landa, e

poi che la gente sparsa sui muricciuoli si fu avviata per lo stradone

o per le viottole a Sassari, o raccolta a banchettare nelle case di

campagna, un vecchio, piccolo ma superbo, apparve fra i macigni d’un

_nuraghe_ diroccato, e stette lungamente, collo schioppo in pugno,

colla fronte pensosa, a guardare con diffidenza la via per cui era

entrata nella sua isola la nuova civiltà.

Quel bandito canuto, ritto su quella rovina misteriosa d’un _nuraghe_,

come a rappresentare l’ultima barbarie, scese dal suo vecchio

piedistallo, coll’anima piena d’ammirazione; un entusiasmo gentile era

entrato nel suo cuore superbo; e volle penetrare in Sassari egli pure

e chiedere il nome di quel suo fratello ignoto e lontano che aveva

inventato le strade ferrate, per poterlo ripetere ai pastori della

Gallura e agli echi del monte Limbara. Fu visto e riconosciuto, e gli

toccò fuggire.

Da quel tempo non si ebbero più novelle del bandito; una volta corse

voce che la giustizia l’avesse arrestato dopo un combattimento

accanito; molti Sassaresi si adunarono sullo stradone per veder

arrivare _Su Mazzone_, legato sopra un cavallo, in mezzo ai

carabinieri; e fra questi curiosi era uno a cui batteva il cuore,

Silvio; ma la giustizia giunse anche questa volta a mani vuote.

E accaddero altre cose in due anni lunghi.

Accadde che Annetta si pigliò Giovanni, e che rimasero entrambi a

_Speranza Nostra_, dove tutto il talento comico della servetta fu messo

a larga prova nelle scene di gelosia suscitate dalla barba di Pantaleo.

E accadde che Cecchino Misirolli estrasse un numero basso alla leva

e andò soldato, e scelse di fare il carabiniere per non abbandonare

l’isola.

E accadde che Ambrogio si ammalò e che credendosi giunto alla sua

ultima ora sentì il bisogno di annullare le ultime sue disposizioni

testamentarie con un nuovo testamento, il quale fu scritto alla

presenza del notaio Pirisi, di Giovanni, di Andrea, di Cecchino,

carabiniere appuntato, e di Silvio. Ambrogio con quell’atto solenne

d’ultima volontà nominò suo erede universale il conte Cosimo.

Ma quell’eredità non doveva giovare a quel povero conte, non solo

perchè Ambrogio si affrettò a guarire, ma anche perchè, continuando

a frugare nelle viscere del monte, sopra Iglesias, Cosimo non tardò a

vedere che la ricchezza gli veniva incontro un’altra volta.

Già prima che al piccolo rampollo di casa Rodriguez fosse spuntato

il dente del latte, suo padre aveva comperato i terreni di Ploaghe,

tanto per contentare gli antenati di casa De Nardi, i quali, nelle loro

cornici scrostate, sembravano i soli che avessero preso in mala parte

la rovina della loro vecchia grandezza.

E accadde che Angela e Baingio se ne partirono per andare a farsi il

nido nella miniera; e molte altre cose accaddero che qui è inutile

ricordare. Ma il più importante avvenimento di quei due anni lunghi, se

si bada al rumore che fece, fu certamente la lotta per l’elezione del

nuovo deputato.

La vittoria, non ostante gli sforzi del partito contrario, veniva

assicurata al professore purchè egli andasse in giro per le frazioni

del collegio, a promettere qualche spaccio di tabacco e molte croci

di cavaliere; Silvio si ribellava a ciò con tutte le forze umane, ma

intervenne l’ingegnere Marini, prima con lettera, poi in persona,

accompagnato, s’intende, da Angela, la quale non si sarebbe potuta

staccare nemmeno un giorno dal marito. Quando vide che l’ingegnere

Marini era accorso da lontano per preparargli un trionfo nel collegio,

e che Angela non aveva esitato a mettersi in viaggio anche lei, non

potè resistere e si dichiarò pronto a fare tutto quello che l’ingegnere

volesse, per il bene dell’isola. E l’ingegnere giudicò che la prima

cosa da fare per il bene dell’isola fosse un viaggio a Castelsardo,

dove in un desinare che gli verrebbe offerto dagli amici, ma a cui

interverrebbero le autorità, il futuro deputato potrebbe esporre alla

buona le proprie idee.

Per preparare a Silvio un’accoglienza festosa nel suo paese natale,

l’ingegnere Marini aveva sfruttato ad una ad una tutte le nuove

parentele acquistate sposando Angela; e perchè il desinare degli

elettori di Castelsardo riescisse degno della solennità, egli aveva

strappato al suo talamo il cuoco Giovanni; e perchè la notizia di quel

banchetto politico potesse correre veloce e andar lontano, l’ingegnere

aveva fatto invitare il corrispondente del giornale di Sassari, e si

preparava egli stesso a scrivere in veste di _assiduo_ o di _associato_

al giornale di Cagliari. Non mancava proprio nulla. E veramente il

desinare riuscì anche meglio di quanto si poteva aspettare, primo,

perchè Giovanni fece miracoli di scienza, poi perchè la politica non vi

entrò che a metà, essendo state invitate al banchetto anche le signore.

V’intervennero infatti oltre la signora Beatrice e la giovane signora

Marini, anche la moglie del sindaco e quella del conciliatore. A tavola

Silvio ebbe il posto d’onore, all’estremità della mensa; aveva alla

diritta la sindachessa, a mancina la conciliatrice. Dirimpetto a lui

stava il sindaco, stretto fra Beatrice ed Angela. Cosimo gli si era

messo vicino, proprio accanto alla sindachessa, ma l’ingegnere Marini,

dopo essersi fatto in quattro per lui, lo aveva abbandonato all’ultimo

per stare al fianco della sua giovane sposa.

Tutto quel giorno il povero professore aveva assaporato la lode

espressa nelle forme più schiette ed ingenue; quelle parole

lusinghevoli, dette alla buona, messe innanzi talvolta bruscamente

quasi come un rimbrotto paterno, talvolta come una sentenza brutale,

contro cui fosse vano ogni appello, avevano per lui un sapore agreste.

E già prima che la malvasia di Sorso cominciasse ad andare in giro,

Silvio si sentiva mezzo brillo. Riconosceva ora che un’altra forza si

celava nell’anima propria, e che poteva essere quella stessa che egli

a mente riposata aveva chiamato la propria debolezza, la vanità; gli

piaceva la violenza che veniva fatta da ogni parte alla sua modestia,

perchè si desse vinta; senza avvedersene, pigliava gusto agli assalti

continui e inaspettati, coi quali lo costringevano a riconoscere

che egli era un uomo di gran merito, un agronomo di prima forza, un

economista pieno di senno, un amministratore capace di cose grandi.

L’ingegnere Marini l’aveva avvertito che alle frutta il sindaco gli

avrebbe fatto un discorsetto per dargli il _ben tornato_ in patria, che

dopo il sindaco avrebbe parlato il notaio Piredda, e poi il segretario

comunale, e che un giovane caro alle Muse avrebbe improvvisato qualche

strofetta prima di levar le mense. Il professore era rassegnato a

tutto.

— Lei, zio Silvio, risponda poche parole di ringraziamento; poi

accenni, senza determinare nulla, alle prosperità che l’isola è in

diritto di avere dal Governo e dalla sorte — più dalla sorte che dal

Governo, perchè io credo che alla vigilia di divenir deputato non

convenga mettere il Governo colle spalle al muro; la sorte invece ci si

può mettere.

Così era venuto dicendo, in forma di celia, l’ingegnere Marini;

e Silvio gli aveva dato un sacco di ragioni, aggiungendo che, per

non trovarsi alla mercè della parola e della malvasia, gli sarebbe

convenuto preparare il discorsetto da improvvisare alle frutta. Ma

come fare ora?... Lo sgomento di Silvio fu breve, fin troppo, da non

parer sincero all’ingegnere Marini. E veramente, già degno dei lauri

parlamentari, nella notte il professore aveva scritto e mandato a mente

una magnifica risposta ai temuti brindisi e discorsi.

«Amici — (la sua risposta incominciava così) — permettete che io vi

chiami con questo nome, il solo che mi suggerisca la commozione che io

sento in questo istante — amici, io vi ringrazio con tutto il cuore,

non solo perchè mi avete data una gran prova d’affetto, ma perchè qui

ho inteso generose parole non a me dette, chè io sono poca cosa, ma

all’isola nostra, grande anche nella sua miseria.»

Silvio era sicuro che qualche parola generosa verrebbe pronunciata dal

sindaco o dal maestro di scuola, o che almeno ciascuno degli oratori si

darebbe ad intendere di averne detta più di una — e non ebbe timore che

gli toccasse poi variare l’esordio; piuttosto, ogni tanto, nel portare

il bicchiere alle labbra, quando il desinare era più innocente, egli

veniva colto ad un tratto da uno sgomento tremendo; gli pareva che già

toccasse a lui, e che tutti gli occhi fossero fissi sulla sua bocca

per vederne uscire un fiume di oratoria, e che il discorso della notte

si fosse cancellato interamente dal suo cervello. Titubava un poco,

sorridendo alla sindachessa o alla conciliatrice, ed afferrato il filo,

si provava a ripetere mentalmente: «amici, permettete che io vi chiami

con questo nome, il solo che mi conceda la commozione che io sento...»

Era da compatire; egli non aveva mai parlato in pubblico, il vino

nero di Sorso era tonico come un cordiale, e in faccia a lui Angela,

più bella che mai, continuava a tenere una mano sotto la tovaglia,

voltandosi a sorridere a suo marito, quando egli probabilmente glie la

stringeva più forte.

Approssimandosi il momento dei brindisi, anche il sindaco pareva

inquieto e da un poco stava zitto, e accanto a lui, a diritta, la

leggiadra e buona contessa Beatrice girava i begli occhi confortatori

dal suo Cosimo a compare Silvio. Il segretario comunale picchiò tre

colpi sul bicchiere, e subito fu fatto rumorosamente un gran silenzio.

Il sindaco era già in piedi e parlava.

Egli rivolgeva la parola direttamente a Silvio, dandogli del tu come

nei bei tempi della Sardegna provincia romana. Silvio, cogli occhi

fissi nell’oratore, era commosso dal suono delle parole senza cercar

d’intendere ciò che gli si veniva dicendo. Poi il sindaco sedette, e

scattò in piedi il notaio Piredda. Silvio pensava, guardando Angela, la

quale non aveva occhi se non per suo marito:

«Essa è pur sempre bella! Un giorno volle esser mia; perchè,

interrogando il suo cuore, ne ebbe in risposta che l’amore di zio

Silvio era la sua sola felicità. Io sono stato per lei il più bello,

il più amabile, il più degno degli uomini — essa così ha scritto nel

suo quaderno — ed ora non mi guarda neppure; tutto quel tempo si è

cancellato dall’animo suo.»

Il notaio Piredda si avviava allora a dire dei principali bisogni

dell’isola. Bisognava accelerare l’opera incominciata; la strada

ferrata per ricongiungere Sassari a Cagliari, la città agricola alla

città marittima, si doveva compiere prontamente. (Applausi.)

E Silvio pensava al quaderno in cui avevano letto tante cose insieme,

Angela e lui; si chiedeva che fine avesse fatto quel sacro deposito dei

primi sentimenti della fanciulla, e cercava d’indovinare che faccia

farebbe il marito, quell’ingegnere Marini tanto amabile, che ora

aveva dei diritti sacrosanti sopra Angela, se un giorno gli cadessero

sott’occhio le pagine di quel diario... Senza dubbio Angela aveva dato

al fuoco quel quaderno prezioso, e con esso le lettere di amore di

zio Silvio; se non l’aveva fatto prima di andare a nozze, certo si era

affrettata a farlo dopo, comprendendo che un marito può essere geloso

anche del passato.

— L’avvenire è nostro, disse il notaio Piredda con accento baldanzoso.

«Essa è tutta dell’ingegnere, pensò Silvio; nulla è di lei che non gli

appartenga; essa è tutta sua, anima e corpo, è sua fino all’ultima ora

della vita, è sua fin dal giorno che è venuta al mondo piangendo...»

Il notaio Piredda fece allora un lieto pronostico; egli vide

Castelsardo, diventata una delle grandi fortezze dell’isola, il porto

di Torres ingrandito e scavato, le navi accorrere al granaio di Roma...

«Siamo poveri, ripetè, ma ci rimane l’avvenire.»

«È tardi, pensò Silvio; ho trentasei anni compiti, l’età dell’amore è

passata. Che altro balocco ha la vita? Eccolo: l’ambizione.»

Egli guardò allora comare Beatrice, che sembrava leggergli nel cuore i

suoi sentimenti e fu pronta a sorridergli con dolcezza.

Il notaio Piredda tacque, e tutti gli occhi si rivolsero a Silvio;

toccava a lui parlare, poichè il segretario comunale rinunziava alla

parola.

Silvio balzò in piedi e cominciò storditamente:

— Amici!

Ma si avvide in tempo, tacque un istante come per raccogliersi, si

accertò con un’ultima occhiata che comare Beatrice non istaccava gli

occhi da lui, che perfino la bella traditrice lo guardava tenendo

sempre la mano sinistra sotto la tovaglia, e ripigliò nel gran

silenzio:

— Amici! — permettete che io vi chiami con questo nome, il solo che mi

suggerisca la commozione che io sento in questo istante — amici, io vi

ringrazio con tutto il cuore...

Amore ha cent'occhi · 第 56 / 59 题