Angela aveva tremato e pianto tutto il resto della notte; e la mattina
era stata trovata bocconi sul letto, colla febbre. Il medico, chiamato
in gran fretta da Sassari, aveva dichiarato il male una febbre
reumatica che la ragazza si era buscata stando ad ascoltare il canto
dell’usignuolo, e dormendo poi colla finestra aperta.
Angela aveva lasciato dire e fare; aveva sudato, avea mandato giù la
magnesia e il chinino senza mormorare, contentandosi di aver lasciato
intendere a Silvio che essa nella notte aveva scoperto il segreto di
babbo Efisio, e che forse il proprio male poteva meritare un altro
nome, degno non della magnesia e del chinino soltanto, ma di rispetto.
Per tutto il tempo che durò la malattia, Angela fece col conte Cosimo
e con Beatrice la sua parte di ammalata di febbre reumatica; già essi
dovevano essere stati informati da Silvio, dunque da lei non saprebbero
nulla. Così si vendicava una figlia che non era stata creduta degna di
amare apertamente suo padre. Forse la sera, quando le bastava chiudere
gli occhi perchè cominciasse intorno al suo letto la processione
di ombre smorfiose o sorridenti e nel suo cervello il lavoro dei
ragionamenti vani, delle argomentazioni vuote, sonanti con ritmo e
cadenza, come se avessero senso, forse allora, vaneggiando, le erano
sfuggiti dei lamenti, in faccia a Cosimo ed a Beatrice. Ma ad occhi
aperti era stata sempre ferma nel proposito di far la donnina offesa,
la donnina maturata dalla sventura.
Intanto, anche colla febbre, era venuta pensando a suo padre.
Pover’uomo! egli era fuggito senza sapere che la sua creatura lo
avrebbe riconosciuto; senza avere mai avuto da lei una carezza di
figlia! Ma a quest’ora egli sapeva tutto. Lo zio Silvio gli aveva
scritto, a Tempio, in casa di prete Emanuele, dove Giorgio aveva
trovato un asilo; appena potesse reggere la penna fra le dita
indebolite dalla malattia, Angela gli scriverebbe anch’essa, una
lettera di quattro pagine, una bella lettera di cui le trottavano in
capo il principio e la fine, una lettera che fosse come le più belle
lettere d’amore che aveva visto nei romanzi.
E appena entrata in convalescenza, Angela si era stillata il cervello
a trovare delle _espressioni,_ ma era stata meno felice del solito; già
la febbre le aveva lasciato una gran debolezza mentale! — In principio
andava bene; della frase in cui diceva a suo padre che «egli le era
apparso come un’ombra cara invocata dal cielo» era contenta; non vi
era male nemmeno in fine, quando gli dichiarava che essa «era e voleva
essere la figlia sua, per la vita e per la morte» — ma il resto era
tirato giù alla carlona.
«Babbo mio, gli diceva, se io avessi potuto immaginare che quell’Efisio
Pacis che mi contava la storia del bandito, nello stazzo di Giannandrea
il _Lungo_, eri tu, quanto sarei stata più buona con te, cogli altri
e con tutti! Ora mi ricordo che non ti volli dare un bacio, che non
ti toccava, perchè non avevi colpito la corda; e adesso tu non mi sei
vicino per dartene cento in cambio di quello che ti ho negato. Tutti i
miei baci sono tuoi, babbo mio.»
E continuava ad accusarsi ingenuamente di tante altre colpe commesse
verso di lui, a chiedergli perdono ed a promettergli di esser sempre
buona, purchè egli tornasse con lei, o le permettesse di andarlo a
raggiungere in Tempio.
«Babbo mio, le diceva, io non potrò più vivere lontano da te; ora
lo sai che tua figlia ti vuol tanto bene, e le permetterai di starti
vicina. Io ti aiuterò a nasconderti; mi pare che io saprò trovare un
luogo, dove nessuno ci potrà vedere, fuorchè Dio e la mamma, che è in
paradiso....»
Angela chiudeva la sua lettera, pregando il padre di scriverle presto,
di scriverle lungamente, e di dirle quando doveva mettersi in viaggio
per raggiungerlo.
Questa lettera, di cui la fanciulla non fu molto contenta, partì
insieme con un biglietto di Silvio, diretta a prete Emanuele; poi
Angela guarì, e scrisse nel proprio diario le ultime sue giornate
con quell’altro stile che le piaceva tanto. E fu così soddisfatta
dell’opera sua, che, a costo di guastare la dignità di figlia offesa
nei sentimenti più sacri, fece la pace con Bice, tanto per introdurre
un profano nel santuario del proprio quaderno. Bice, che non s’era
accorta della guerra, accettò la pace proposta dalla sua piccola
amica, e lesse con molto interessamento il diario d’Angela, lodandone i
sentimenti, e ancora più le _espressioni_, appunto come voleva Angela.
Ma il babbo non scriveva — e la fanciulla, guarita appena, ricominciò
ad essere infelice peggio di prima.
Colla dolce rassegnazione di convalescente, Angela passeggiava sotto
il viale degli ulivi al braccio di Bice e si faceva tirare un tantino,
quando apparvero all’ingresso di _Speranza Nostra_ due carabinieri.
La vista di due signore molto giovani e molto belline indebolisce anche
la _forza_ pubblica; e i due carabinieri stettero dubbiosi; solamente
quando Angela gli ebbe veduti e si arrestò di botto a fulminarli con
un’occhiata, solamente allora il brigadiere fece un passo avanti e il
saluto militare.
Silvio e Pantaleo erano nel bosco, e Cosimo era andato a Sassari con
Ambrogio per alcune faccenduole; poteva giungere fra poco, ma intanto
le due donne si trovavano sole colla _forza_, salvo a invocare la
protezione di Giovanni o di Cecchino dalla cucina.
Ma Bice non ebbe paura, e tanto meno Angela.
Esse aspettarono che il brigadiere si fosse avvicinato, e quando egli,
senza arroganza, certamente perchè aveva paura della fanciulla, domandò
se nella casa abitasse od avesse abitato un certo Efisio Pacis, la
contessa rispose sorridendo che veramente un pastore, il quale portava
questo nome, aveva ricevuto alcuni giorni d’ospitalità nella casa, ma
che una notte se n’era andato, e non ne avevano saputo più nulla.
Il brigadiere s’inchinò, riconoscendo in silenzio che egli avrebbe
dovuto arrivare prima.
— La signora è la contessa Beatrice? domandò quel bravo giovinotto
ripigliando animo nella sicurezza di non dover fare il più difficile
della sua parte, e volendo mettere un po’ di grazia in tutto il
rimanente.
Beatrice accennò di sì.
— Sono indiscreto se le domando da quanti giorni Efisio Pacis ha
lasciato il podere?
— Niente affatto; aspetti.... otto.... dieci.... no.... Angela, tu te
lo ricordi?
Angela rispose severamente che non ricordava più nulla; essa non era
contenta finchè non avesse messo in fuga i due carabinieri.
— Per non sbagliare, metta quindici giorni.
— Se la signora contessa permette, noi dobbiamo compiere il nostro
dovere, di accertarci che Efisio Pacis non si nasconde ancora qui; io
sono sicuro che non ci è, ma la giustizia...
— Hanno un mandato d’arresto? domandò la contessa, sempre sorridendo.
— Il mandato è antico. Efisio Pacis che noi cerchiamo, dovrebbe essere
il signor Giorgio Boni, condannato in contumacia, e scomparso da
tredici anni — abbiamo ordine di visitare la casa.
L’atteggiamento e lo sguardo di Angela dicevano coraggiosamente:
— Io sono la figlia di Giorgio Boni; se la giustizia mi vuole, eccomi!
— Facciano, disse Beatrice, e il brigadiere si avviò marzialmente,
non volendo sfigurare agli occhi delle signore; il carabiniere, che lo
seguì, cercava invano di imitare il suo superiore.
Accompagnati da Cecchino Misirolli, quei due visitarono ogni cantuccio
della casa, interrogarono Giovanni, poi ripassarono sotto gli occhi
delle signore per andarsene com’erano venuti.
— Adesso, esclamò Angela, mio padre potrebbe tornare, e sarebbe più al
sicuro di prima.
Ma anche la giustizia è furba: e fece forse lo stesso pensiero di
Angela, perchè una notte il Brigadiere, con quattro carabinieri invece
d’uno, venne a piantarsi in osservazione dinanzi alla casa di _Speranza
Nostra_, dopo aver scavalcato il muricciuolo. Quando Ambrogio, che
era mattiniero, si affacciò alla finestra e li vide, subito scese per
invitarli ad entrare, se intanto volessero visitare le stanze terrene
— ma il brigadiere non ardì mettere il piede oltre la soglia prima
delle cinque, per non violare il domicilio; soltanto a quell’ora entrò
facendo notare ad Ambrogio che le cinque sonavano a tutti i campanili
di Sassari, ma spinse la cortesia fino ad aspettare che le signore
fossero levate — non volendo avere sulla coscienza nemmeno un minuto
del loro sonno riparatore.
Questa volta i carabinieri se ne andarono di malumore, perchè, se anche
alla scuola dei _connotati_, non avevano fatto molto cammino nello
studio delle umane sembianze, la corbellatura scritta sulla faccia
seria degli abitanti di _Speranza Nostra_ dovevano averla letta di
sicuro.
— Non torneranno più! esclamò Angela un’altra volta; ora mio padre
potrebbe venire!
Ma, ripensandoci, non era meglio forse che non venisse, e che andasse
lei a raggiungerlo? Anche questo non era prudente; i carabinieri
potevano seguirla e scoprire l’asilo di Giorgio.... È vero, ma perchè
suo padre non scriveva? Chi sa, se era sempre ospite di prete Emanuele,
o se era andato altrove? Chi sa, se si trovava al sicuro!
Non si voleva dire alla fanciulla che suo padre era molto ammalato,
e che stando alle lettere di prete Emanuele, rimaneva poca speranza
di salvarlo, ma un giorno la gran notizia venne, e non ci era modo di
nasconderla; finalmente Giorgio Boni stava per essere al sicuro da ogni
umana giustizia; Giorgio Boni era agli estremi e desiderava abbracciare
sua figlia. Silvio non ascoltò più se non il consiglio che gli dava il
cuore — si prese in groppa la fanciulla e partì di notte.
Angela fu sinceramente addolorata della triste notizia, sebbene quel
viaggio notturno, in groppa a un cavaliere armato di schioppo, col
pericolo d’esser veduti e seguiti dai carabinieri o dalle spie, fosse
finora il più bell’episodio del suo romanzo. Sapersi figlia di un uomo
condannato a morte, per aver ucciso lealmente il proprio nemico, non
era una piccola compiacenza per la ragazza, ma a patto che le avessero
assicurato la vita, la salute e la felicità del suo babbo. Non pareva
quasi vero a lei stessa, tanto Angela era schietta fuori del suo
quaderno, ma era proprio sicura di volere un gran bene a suo padre.
Il viaggio, incominciato nel buio, fra i muricciuoli biancheggianti
dei poderi sassaresi fu proseguito al lume di luna, nella magnifica
campagna, fino a Laerru, dove Silvio ed Angela trovarono la cena e il
letto per il rimanente della notte, in casa di Gian Tommaso Oggiano
sindaco del paese. Da Laerru partì un servo di Gian Tommaso per
avvisare prete Emanuele che gli _ospiti_ sarebbero arrivati nella notte
— così quando Silvio ed Angela giunsero alla piccola città di granito
trovarono il sagrestano che aiutò Angela a smontare, poi prese il
cavallo per la briglia e lo condusse ad una stalla fuori dell’abitato.
Angela si attaccò al braccio di Silvio, senza dir parola, ma tremando
tutta; e si lasciò trascinare sulla via sassosa fino alla porta della
casa del parroco.
Si arrestarono.
— Zio Silvio, mormorò Angela, ho paura!
— Paura di che?
— Paura di non essere abbastanza forte; Dio! come mi batte il cuore!
Un lumicino brillò un istante ad una delle finestre della casa; poi si
spense, e la gran voce dell’orologio si lamentò due volte.
Angela rabbrividì, e non disse il terrore misterioso che la invase;
entrarono.
Ritto come un fantasma, colla sottana rialzata da un lato, prete
Emanuele apparve sull’uscio, in cima alla scala. Reggeva una candela
con una mano, tenendola alta per far luce.
— Benvenuti siano! disse; e quando Silvio ed Angela gli furono accanto,
pigliò nella larga mano le palme di tutti e due, e le strinse insieme
alla muta.
Poi disse senza aspettare d’essere interrogato: — Soffre molto, non può
chiuder occhio, ed ha sonno; vi aspetta. Passi, _signoricca_.
Il dolore, l’affetto, la stessa cortesia, tutto in quel servo di Cristo
parlava con accento severo.
La fanciulla aveva creduto che le sarebbero mancate le forze, che
sarebbe morta di languore prima di giungere al capezzale di suo padre —
invece no: alla vista di prete Emanuele le venne il coraggio in cui non
aveva sperato.
— È là, disse il prete.
Bisognava attraversare una stanza buia per giungere alla camera del
dolore. Angela vi si avviava, ma prete Emanuele la trattenne, e passò
avanti.
Un momento dopo il prete riapparve affannato nel vano dell’uscio e fe’
cenno ai due che accorressero.
Angela, senza sapere che forza l’avesse spinta, si trovò in ginocchio,
ai piedi di un gran seggiolone di cuoio, colle labbra appiccicate ad
una mano fredda e gonfia, sensibile appena a quelle carezze.
— Ora no! disse Giorgio con voce soffocata, chinando il capo sul petto
per contemplare sua figlia — poi alzò gli occhi verso un Crocifisso
appeso alla parete, e parve implorare la grazia d’essere lasciato a
soffrire ancora.
— Ora no, ripetè un momento dopo, tirandosi sul petto la sua creatura —
non sono morto lasciandoti, e non morrò nel rivederti. Dio è clemente.
Angela teneva la testa china, ma non poteva piangere, e si stupiva e si
accusava di questa aridità di cuore.
Quanto mai doveva esser cattiva se non piangeva! Ma era inutile;
il suo pensiero indocile, invece di misurare la sciagura imminente,
ricostruiva l’immagine di Efisio Pacis come le era apparso nello stazzo
di Giannandrea _il Lungo_ e in _Speranza Nostra_, per confrontarla con
quella che le stava dinanzi. Ora le pareva impossibile, che, coprendo
tutte le parti del viso già nascoste dalla barba, suo padre dovesse
sparire un’altra volta così interamente da non sospettarne neppur
l’esistenza. Se il poveretto invece d’esser sì pallido ed enfiato,
fosse stato sano, fosse stato allegro, come avrebbe dovuto essere
ribaciando la sua creatura, Angela prima d’ogni altra cosa avrebbe
voluto coprirgli la faccia con cento carezze, per spiegarsi quel
mistero.
Ma ora tutto ciò era inutile, ora invece sarebbe bisognato piangere,
piangere molto, lasciar gocciolare le lagrime su quel seggiolone di
cuoio antico che, solamente nel bracciuolo, aveva diciotto borchie
d’ottone orlate di verderame.
L’ammalato non istaccava gli occhi grandi e lucenti dalla testina di
sua figlia.
— Guardami, disse poi, e Angela alzò il viso senza lagrime. Ho ricevuto
la tua lettera, proseguì Giorgio, mettendosi una mano al cuore, mi ha
fatto bene.
Poi girò gli occhi stanchi come a cercare qualcuno, e Silvio accorse.
— Giorgio! Giorgio!
Gli tremava la voce, e aveva ancora sulla guancia una grossa lagrima di
cui Angela fu gelosa.
— Ho bisogno di parlarti, disse l’infermo, alzando la mano per chiedere
scusa a sua figlia con una carezza.
Angela si rialzò, istupidita, e seguì prete Emanuele nella stanza
vicina; ma prima di attraversare la soglia udì suo padre che diceva:
«ho fatto un sogno!»
Essa si buttò sopra una cassapanca di legno nero e si coprì colle mani
gli occhi che non volevano piangere.
Attraverso le dita vide prete Emanuele, che, dopo essere stato a
guardarla un poco, quando la credette assorta nel dolore, tornò nella
stanza dell’infermo.
Angela si lasciò cadere le mani sulle ginocchia e pensò:
— Prete Emanuele sa il sogno di mio padre.
Giungeva fino a lei la voce rantolosa del povero sognatore, ma
indistinta; una sola volta le parve che venisse pronunziato il suo
nome; porse l’orecchio, e la voce ripetè: _Angela!_
Forse suo padre la chiamava — la fanciulla si rizzò e venne all’uscio.
Silvio reggeva il capo del fratello, e prete Emanuele li abbracciava
entrambi con uno sguardo profondo.
— La farai felice, mormorava Giorgio, promettimelo; e sarai felice tu
pure...
Angela si fece scrupolo d’aver udito troppo, e andò a buttarsi sopra
una seggiola.
Albeggiava appena, e la luce fioca, entrando dalla finestra socchiusa,
scoloriva già la fiamma della candela sul canterano. Angela aveva
voluto vegliare ai piedi di suo padre, ma si era addormentata sulle
sue ginocchia; e l’infermo la guardava, trattenendo gli spasimi del
petto oppresso, per non destarla. Prete Emanuele stava da un poco in
osservazione dinanzi alla finestra e porgeva orecchio ai primi rumori,
che risvegliavano la via deserta. Pareva turbato.
A un tratto strinse i pugni, e li alzò al cielo, senza minaccia nè
collera.
Silvio uscì dal cantuccio, dove aveva cercato invano un’ora di riposo,
e venne incontro al prete, che l’informò concisamente di quanto
accadeva.
— Il maresciallo! disse. — Null’altro.
Questa parola significava che Silvio ed Angela erano stati seguiti o
preceduti, e che il nascondiglio di Giorgio era scoperto.
L’intenzione del maresciallo era palese; non gl’importava d’essere
veduto; egli passeggiava su e giù dinanzi alla casa del prete, e ogni
tanto guardava alla finestra dove tutta la notte aveva brillato il
lumicino.
Prete Emanuele condusse Silvio in silenzio ad un’altra finestra e gli
fece vedere, sulla strada, quattro carabinieri addossati alle muraglie.
— Non è solo, disse; aspetta che la legge gli permetta di entrare,
senza violare il domicilio; sono le quattro e mezza; passeggerà ancora
una mezz’oretta.
Intanto Angela si era svegliata sulle ginocchia di suo padre, il quale
dimenticava i proprii dolori per sorriderle.
— Ti senti meglio? domandò la fanciulla.
— Un pochino, rispose Giorgio per contentarla, ma si vedeva bene che
non era vero; l’ansia del suo petto era cresciuta; aveva la faccia più
gonfia e color della cera; gli occhi stanchi ed appannati.
— Quanto sono contenta! disse Angela; sì, sì, tu stai meglio; non è
poi vero che tu sia tanto malato; sei ancora grasso; quando portavi
la barba non si vedeva che tu eri grasso: mi eri sembrato scarno. Tu
guarirai presto, babbino mio; guarirai per farmi piacere, poi... poi,
soggiunse abbassando la voce, fuggiremo insieme.
Giorgio sorrideva ancora, e cercava di rispondere alle carezze colla
mano enfiata e quasi inerte.
E quando Angela taceva, non sapendo quale dir prima fra le cento
cose che le si affollavano alla mente, egli le lisciava i capelli, ed
insisteva: «parla ancora, parla ancora.»
Approfittando di quel colloquio, prete Emanuele lasciò la camera e
scese in istrada.
— Signor maresciallo! chiamò dal portone.
E il maresciallo si avvicinò facendo il saluto militare.
— Signor maresciallo, buon giorno; lei fa la posta a qualcuno?
Il maresciallo temette dell’astuzia del prete, il quale, salva la
chierica, era più carabiniere di lui, e fece l’uomo cauto.
— Non dico nè si, nè no; sa bene... è il nostro dovere; ma anche lei è
mattiniero, don Emanuele.
— Sa bene... dico la prima messa.
Al prete non rimaneva alcuna speranza che Giorgio potesse passarla
liscia, ma non voleva esser lui a dargli l’ultimo colpo; chi sa? forse
i carabinieri erano stati informati male... Se il maresciallo volesse
parlare...
Ma non parlava che di cose indifferenti; il prete gli faceva paura.
Sonarono le cinque.
Il maresciallo sembrava impacciato, perchè per passare la soglia della
casa gli toccava chiedere licenza al prete. Egli aveva immaginato di
dover picchiare all’uscio, e dire alla prima persona che si affacciasse
le parole sacramentali: _in nome del Re_ — invece il portone era
spalancato, e sorgeva nel vano il parroco in persona.
Il prete stette un poco a godersi quell’impaccio, poi disse:
— Signor maresciallo, vuol entrare a prendere un sorso di caffè?
— Volevo appunto dirle.... osservò il maresciallo — ma prete Emanuele
non lo lasciò finire, e voltandogli le spalle con bel garbo, lo
precedette.
Quando furono nel salotto, il prete disse:
— Senta, qui ci è un uomo di cuore che parla ad un altro uomo di cuore;
qui nessuno vuol guastar lei col procuratore del re — mi dica che cosa
ha bisogno di fare in casa mia, e c’intenderemo.
La gravità del caso era tanta, che prete Emanuele non aveva esitato
a dire una bugia prima di dir messa; egli sapeva benissimo che il
maresciallo dei carabinieri non poteva chiamarsi un uomo di cuore,
senza dare a quest’espressione un senso molto più lato che non comporti
nell’uso volgare. La cosa stupì grandemente lo stesso uomo della legge,
il quale dentro di sè disse: «è qui.»
— Lei ha ragione, rispose forte, possiamo parlar chiaro; devo visitare
la casa.
— Chi cerca?
— Cerco Giorgio Boni, che si nasconde col nome di Efisio Pacis, se ora
non si fa chiamare altrimenti. Fino a quindici giorni fa era un uomo
magro, alto, colla barba nera... A quest’ora probabilmente non avrà
più la barba. Somiglierà un poco più a un suo ritratto di 14 anni fa,
che era rimasto nelle mani della giustizia; il giudice istruttore ne
aveva fatto fare delle copie... Non sono riuscite molto bene, perchè
a quel tempo si stava male a fotografi in Sardegna — e anche ora sa?
reverendo, non si sta benone — io mi sono fatto fotografare quattro
volte e nissun fotografo è ancora riuscito a _pigliarmi_ bene... Sono
difficile io... Ma questo importa poco... Volevo dire soltanto che uno
di quei ritratti l’hanno mandato a me.
Allora prete Emanuele rinunziò alla speranza e parlò al cuore del
maresciallo. Oh meraviglia! il maresciallo era mansueto — solamente
voleva vedere...
— Venga, si affacci dietro di me, senza far rumore, a quell’uscio, e
dica se riconosce in quell’uomo la persona che deve arrestare — ma mi
raccomando...
— Lasci fare.
Il maresciallo seguì il prete, e si affacciò alla camera melanconica.
Subito, cercando di passar oltre, cominciò con voce monotona:
— Giorgio Boni, in nome del re...
Ma il reverendo non lo lasciò finire; con uno spintone vero e proprio
lo ricacciò nell’altra stanza e gli si piantò davanti.
— In nome del re.... cominciò per la seconda volta il maresciallo.
— In nome di Dio, proruppe il prete con quella voce con cui tonava dal
pulpito, la prego di star zitto, perchè quell’uomo muore.
Giorgio intese tutto, e chinò il capo sul petto.
Angela si gettò sulle ginocchia di suo padre. — Era desolata, ma
contenta, perchè finalmente piangeva.
Il maresciallo per quel giorno si accontentò di mettere il brigadiere
in sentinella nella prima stanza e un carabiniere al portone
d’ingresso, perchè l’ammalato non uscisse di casa alla chetichella.
Ma Giorgio rese vane tutte quelle precauzioni — morì nella notte.
Furono risparmiate ad Angela le angosce di quelle ultime ore, in cui
Giorgio, dopo aver confidato nella morte, sentendola finalmente venire,
lottò contro di essa, sorretto da una forza nuova; e si rivolse a suo
fratello, a prete Emanuele, ed allo stesso brigadiere perchè dessero un
po’ d’aria al suo petto impotente.
Solo pochi minuti prima di morire, quando già prete Emanuele si era
curvato su Giorgio per fargli sulla fronte il segno del cristiano,
Silvio andò a svegliare la fanciulla, la quale giunse in tempo a
ricevere l’ultimo bacio di suo padre. E questa volta non pianse, ma
fissò a terra, istupiditi, gli occhi che avevano visto il dolore.