XV.

Angela aveva tremato e pianto tutto il resto della notte; e la mattina

era stata trovata bocconi sul letto, colla febbre. Il medico, chiamato

in gran fretta da Sassari, aveva dichiarato il male una febbre

reumatica che la ragazza si era buscata stando ad ascoltare il canto

dell’usignuolo, e dormendo poi colla finestra aperta.

Angela aveva lasciato dire e fare; aveva sudato, avea mandato giù la

magnesia e il chinino senza mormorare, contentandosi di aver lasciato

intendere a Silvio che essa nella notte aveva scoperto il segreto di

babbo Efisio, e che forse il proprio male poteva meritare un altro

nome, degno non della magnesia e del chinino soltanto, ma di rispetto.

Per tutto il tempo che durò la malattia, Angela fece col conte Cosimo

e con Beatrice la sua parte di ammalata di febbre reumatica; già essi

dovevano essere stati informati da Silvio, dunque da lei non saprebbero

nulla. Così si vendicava una figlia che non era stata creduta degna di

amare apertamente suo padre. Forse la sera, quando le bastava chiudere

gli occhi perchè cominciasse intorno al suo letto la processione

di ombre smorfiose o sorridenti e nel suo cervello il lavoro dei

ragionamenti vani, delle argomentazioni vuote, sonanti con ritmo e

cadenza, come se avessero senso, forse allora, vaneggiando, le erano

sfuggiti dei lamenti, in faccia a Cosimo ed a Beatrice. Ma ad occhi

aperti era stata sempre ferma nel proposito di far la donnina offesa,

la donnina maturata dalla sventura.

Intanto, anche colla febbre, era venuta pensando a suo padre.

Pover’uomo! egli era fuggito senza sapere che la sua creatura lo

avrebbe riconosciuto; senza avere mai avuto da lei una carezza di

figlia! Ma a quest’ora egli sapeva tutto. Lo zio Silvio gli aveva

scritto, a Tempio, in casa di prete Emanuele, dove Giorgio aveva

trovato un asilo; appena potesse reggere la penna fra le dita

indebolite dalla malattia, Angela gli scriverebbe anch’essa, una

lettera di quattro pagine, una bella lettera di cui le trottavano in

capo il principio e la fine, una lettera che fosse come le più belle

lettere d’amore che aveva visto nei romanzi.

E appena entrata in convalescenza, Angela si era stillata il cervello

a trovare delle _espressioni,_ ma era stata meno felice del solito; già

la febbre le aveva lasciato una gran debolezza mentale! — In principio

andava bene; della frase in cui diceva a suo padre che «egli le era

apparso come un’ombra cara invocata dal cielo» era contenta; non vi

era male nemmeno in fine, quando gli dichiarava che essa «era e voleva

essere la figlia sua, per la vita e per la morte» — ma il resto era

tirato giù alla carlona.

«Babbo mio, gli diceva, se io avessi potuto immaginare che quell’Efisio

Pacis che mi contava la storia del bandito, nello stazzo di Giannandrea

il _Lungo_, eri tu, quanto sarei stata più buona con te, cogli altri

e con tutti! Ora mi ricordo che non ti volli dare un bacio, che non

ti toccava, perchè non avevi colpito la corda; e adesso tu non mi sei

vicino per dartene cento in cambio di quello che ti ho negato. Tutti i

miei baci sono tuoi, babbo mio.»

E continuava ad accusarsi ingenuamente di tante altre colpe commesse

verso di lui, a chiedergli perdono ed a promettergli di esser sempre

buona, purchè egli tornasse con lei, o le permettesse di andarlo a

raggiungere in Tempio.

«Babbo mio, le diceva, io non potrò più vivere lontano da te; ora

lo sai che tua figlia ti vuol tanto bene, e le permetterai di starti

vicina. Io ti aiuterò a nasconderti; mi pare che io saprò trovare un

luogo, dove nessuno ci potrà vedere, fuorchè Dio e la mamma, che è in

paradiso....»

Angela chiudeva la sua lettera, pregando il padre di scriverle presto,

di scriverle lungamente, e di dirle quando doveva mettersi in viaggio

per raggiungerlo.

Questa lettera, di cui la fanciulla non fu molto contenta, partì

insieme con un biglietto di Silvio, diretta a prete Emanuele; poi

Angela guarì, e scrisse nel proprio diario le ultime sue giornate

con quell’altro stile che le piaceva tanto. E fu così soddisfatta

dell’opera sua, che, a costo di guastare la dignità di figlia offesa

nei sentimenti più sacri, fece la pace con Bice, tanto per introdurre

un profano nel santuario del proprio quaderno. Bice, che non s’era

accorta della guerra, accettò la pace proposta dalla sua piccola

amica, e lesse con molto interessamento il diario d’Angela, lodandone i

sentimenti, e ancora più le _espressioni_, appunto come voleva Angela.

Ma il babbo non scriveva — e la fanciulla, guarita appena, ricominciò

ad essere infelice peggio di prima.

Colla dolce rassegnazione di convalescente, Angela passeggiava sotto

il viale degli ulivi al braccio di Bice e si faceva tirare un tantino,

quando apparvero all’ingresso di _Speranza Nostra_ due carabinieri.

La vista di due signore molto giovani e molto belline indebolisce anche

la _forza_ pubblica; e i due carabinieri stettero dubbiosi; solamente

quando Angela gli ebbe veduti e si arrestò di botto a fulminarli con

un’occhiata, solamente allora il brigadiere fece un passo avanti e il

saluto militare.

Silvio e Pantaleo erano nel bosco, e Cosimo era andato a Sassari con

Ambrogio per alcune faccenduole; poteva giungere fra poco, ma intanto

le due donne si trovavano sole colla _forza_, salvo a invocare la

protezione di Giovanni o di Cecchino dalla cucina.

Ma Bice non ebbe paura, e tanto meno Angela.

Esse aspettarono che il brigadiere si fosse avvicinato, e quando egli,

senza arroganza, certamente perchè aveva paura della fanciulla, domandò

se nella casa abitasse od avesse abitato un certo Efisio Pacis, la

contessa rispose sorridendo che veramente un pastore, il quale portava

questo nome, aveva ricevuto alcuni giorni d’ospitalità nella casa, ma

che una notte se n’era andato, e non ne avevano saputo più nulla.

Il brigadiere s’inchinò, riconoscendo in silenzio che egli avrebbe

dovuto arrivare prima.

— La signora è la contessa Beatrice? domandò quel bravo giovinotto

ripigliando animo nella sicurezza di non dover fare il più difficile

della sua parte, e volendo mettere un po’ di grazia in tutto il

rimanente.

Beatrice accennò di sì.

— Sono indiscreto se le domando da quanti giorni Efisio Pacis ha

lasciato il podere?

— Niente affatto; aspetti.... otto.... dieci.... no.... Angela, tu te

lo ricordi?

Angela rispose severamente che non ricordava più nulla; essa non era

contenta finchè non avesse messo in fuga i due carabinieri.

— Per non sbagliare, metta quindici giorni.

— Se la signora contessa permette, noi dobbiamo compiere il nostro

dovere, di accertarci che Efisio Pacis non si nasconde ancora qui; io

sono sicuro che non ci è, ma la giustizia...

— Hanno un mandato d’arresto? domandò la contessa, sempre sorridendo.

— Il mandato è antico. Efisio Pacis che noi cerchiamo, dovrebbe essere

il signor Giorgio Boni, condannato in contumacia, e scomparso da

tredici anni — abbiamo ordine di visitare la casa.

L’atteggiamento e lo sguardo di Angela dicevano coraggiosamente:

— Io sono la figlia di Giorgio Boni; se la giustizia mi vuole, eccomi!

— Facciano, disse Beatrice, e il brigadiere si avviò marzialmente,

non volendo sfigurare agli occhi delle signore; il carabiniere, che lo

seguì, cercava invano di imitare il suo superiore.

Accompagnati da Cecchino Misirolli, quei due visitarono ogni cantuccio

della casa, interrogarono Giovanni, poi ripassarono sotto gli occhi

delle signore per andarsene com’erano venuti.

— Adesso, esclamò Angela, mio padre potrebbe tornare, e sarebbe più al

sicuro di prima.

Ma anche la giustizia è furba: e fece forse lo stesso pensiero di

Angela, perchè una notte il Brigadiere, con quattro carabinieri invece

d’uno, venne a piantarsi in osservazione dinanzi alla casa di _Speranza

Nostra_, dopo aver scavalcato il muricciuolo. Quando Ambrogio, che

era mattiniero, si affacciò alla finestra e li vide, subito scese per

invitarli ad entrare, se intanto volessero visitare le stanze terrene

— ma il brigadiere non ardì mettere il piede oltre la soglia prima

delle cinque, per non violare il domicilio; soltanto a quell’ora entrò

facendo notare ad Ambrogio che le cinque sonavano a tutti i campanili

di Sassari, ma spinse la cortesia fino ad aspettare che le signore

fossero levate — non volendo avere sulla coscienza nemmeno un minuto

del loro sonno riparatore.

Questa volta i carabinieri se ne andarono di malumore, perchè, se anche

alla scuola dei _connotati_, non avevano fatto molto cammino nello

studio delle umane sembianze, la corbellatura scritta sulla faccia

seria degli abitanti di _Speranza Nostra_ dovevano averla letta di

sicuro.

— Non torneranno più! esclamò Angela un’altra volta; ora mio padre

potrebbe venire!

Ma, ripensandoci, non era meglio forse che non venisse, e che andasse

lei a raggiungerlo? Anche questo non era prudente; i carabinieri

potevano seguirla e scoprire l’asilo di Giorgio.... È vero, ma perchè

suo padre non scriveva? Chi sa, se era sempre ospite di prete Emanuele,

o se era andato altrove? Chi sa, se si trovava al sicuro!

Non si voleva dire alla fanciulla che suo padre era molto ammalato,

e che stando alle lettere di prete Emanuele, rimaneva poca speranza

di salvarlo, ma un giorno la gran notizia venne, e non ci era modo di

nasconderla; finalmente Giorgio Boni stava per essere al sicuro da ogni

umana giustizia; Giorgio Boni era agli estremi e desiderava abbracciare

sua figlia. Silvio non ascoltò più se non il consiglio che gli dava il

cuore — si prese in groppa la fanciulla e partì di notte.

Angela fu sinceramente addolorata della triste notizia, sebbene quel

viaggio notturno, in groppa a un cavaliere armato di schioppo, col

pericolo d’esser veduti e seguiti dai carabinieri o dalle spie, fosse

finora il più bell’episodio del suo romanzo. Sapersi figlia di un uomo

condannato a morte, per aver ucciso lealmente il proprio nemico, non

era una piccola compiacenza per la ragazza, ma a patto che le avessero

assicurato la vita, la salute e la felicità del suo babbo. Non pareva

quasi vero a lei stessa, tanto Angela era schietta fuori del suo

quaderno, ma era proprio sicura di volere un gran bene a suo padre.

Il viaggio, incominciato nel buio, fra i muricciuoli biancheggianti

dei poderi sassaresi fu proseguito al lume di luna, nella magnifica

campagna, fino a Laerru, dove Silvio ed Angela trovarono la cena e il

letto per il rimanente della notte, in casa di Gian Tommaso Oggiano

sindaco del paese. Da Laerru partì un servo di Gian Tommaso per

avvisare prete Emanuele che gli _ospiti_ sarebbero arrivati nella notte

— così quando Silvio ed Angela giunsero alla piccola città di granito

trovarono il sagrestano che aiutò Angela a smontare, poi prese il

cavallo per la briglia e lo condusse ad una stalla fuori dell’abitato.

Angela si attaccò al braccio di Silvio, senza dir parola, ma tremando

tutta; e si lasciò trascinare sulla via sassosa fino alla porta della

casa del parroco.

Si arrestarono.

— Zio Silvio, mormorò Angela, ho paura!

— Paura di che?

— Paura di non essere abbastanza forte; Dio! come mi batte il cuore!

Un lumicino brillò un istante ad una delle finestre della casa; poi si

spense, e la gran voce dell’orologio si lamentò due volte.

Angela rabbrividì, e non disse il terrore misterioso che la invase;

entrarono.

Ritto come un fantasma, colla sottana rialzata da un lato, prete

Emanuele apparve sull’uscio, in cima alla scala. Reggeva una candela

con una mano, tenendola alta per far luce.

— Benvenuti siano! disse; e quando Silvio ed Angela gli furono accanto,

pigliò nella larga mano le palme di tutti e due, e le strinse insieme

alla muta.

Poi disse senza aspettare d’essere interrogato: — Soffre molto, non può

chiuder occhio, ed ha sonno; vi aspetta. Passi, _signoricca_.

Il dolore, l’affetto, la stessa cortesia, tutto in quel servo di Cristo

parlava con accento severo.

La fanciulla aveva creduto che le sarebbero mancate le forze, che

sarebbe morta di languore prima di giungere al capezzale di suo padre —

invece no: alla vista di prete Emanuele le venne il coraggio in cui non

aveva sperato.

— È là, disse il prete.

Bisognava attraversare una stanza buia per giungere alla camera del

dolore. Angela vi si avviava, ma prete Emanuele la trattenne, e passò

avanti.

Un momento dopo il prete riapparve affannato nel vano dell’uscio e fe’

cenno ai due che accorressero.

Angela, senza sapere che forza l’avesse spinta, si trovò in ginocchio,

ai piedi di un gran seggiolone di cuoio, colle labbra appiccicate ad

una mano fredda e gonfia, sensibile appena a quelle carezze.

— Ora no! disse Giorgio con voce soffocata, chinando il capo sul petto

per contemplare sua figlia — poi alzò gli occhi verso un Crocifisso

appeso alla parete, e parve implorare la grazia d’essere lasciato a

soffrire ancora.

— Ora no, ripetè un momento dopo, tirandosi sul petto la sua creatura —

non sono morto lasciandoti, e non morrò nel rivederti. Dio è clemente.

Angela teneva la testa china, ma non poteva piangere, e si stupiva e si

accusava di questa aridità di cuore.

Quanto mai doveva esser cattiva se non piangeva! Ma era inutile;

il suo pensiero indocile, invece di misurare la sciagura imminente,

ricostruiva l’immagine di Efisio Pacis come le era apparso nello stazzo

di Giannandrea _il Lungo_ e in _Speranza Nostra_, per confrontarla con

quella che le stava dinanzi. Ora le pareva impossibile, che, coprendo

tutte le parti del viso già nascoste dalla barba, suo padre dovesse

sparire un’altra volta così interamente da non sospettarne neppur

l’esistenza. Se il poveretto invece d’esser sì pallido ed enfiato,

fosse stato sano, fosse stato allegro, come avrebbe dovuto essere

ribaciando la sua creatura, Angela prima d’ogni altra cosa avrebbe

voluto coprirgli la faccia con cento carezze, per spiegarsi quel

mistero.

Ma ora tutto ciò era inutile, ora invece sarebbe bisognato piangere,

piangere molto, lasciar gocciolare le lagrime su quel seggiolone di

cuoio antico che, solamente nel bracciuolo, aveva diciotto borchie

d’ottone orlate di verderame.

L’ammalato non istaccava gli occhi grandi e lucenti dalla testina di

sua figlia.

— Guardami, disse poi, e Angela alzò il viso senza lagrime. Ho ricevuto

la tua lettera, proseguì Giorgio, mettendosi una mano al cuore, mi ha

fatto bene.

Poi girò gli occhi stanchi come a cercare qualcuno, e Silvio accorse.

— Giorgio! Giorgio!

Gli tremava la voce, e aveva ancora sulla guancia una grossa lagrima di

cui Angela fu gelosa.

— Ho bisogno di parlarti, disse l’infermo, alzando la mano per chiedere

scusa a sua figlia con una carezza.

Angela si rialzò, istupidita, e seguì prete Emanuele nella stanza

vicina; ma prima di attraversare la soglia udì suo padre che diceva:

«ho fatto un sogno!»

Essa si buttò sopra una cassapanca di legno nero e si coprì colle mani

gli occhi che non volevano piangere.

Attraverso le dita vide prete Emanuele, che, dopo essere stato a

guardarla un poco, quando la credette assorta nel dolore, tornò nella

stanza dell’infermo.

Angela si lasciò cadere le mani sulle ginocchia e pensò:

— Prete Emanuele sa il sogno di mio padre.

Giungeva fino a lei la voce rantolosa del povero sognatore, ma

indistinta; una sola volta le parve che venisse pronunziato il suo

nome; porse l’orecchio, e la voce ripetè: _Angela!_

Forse suo padre la chiamava — la fanciulla si rizzò e venne all’uscio.

Silvio reggeva il capo del fratello, e prete Emanuele li abbracciava

entrambi con uno sguardo profondo.

— La farai felice, mormorava Giorgio, promettimelo; e sarai felice tu

pure...

Angela si fece scrupolo d’aver udito troppo, e andò a buttarsi sopra

una seggiola.

Albeggiava appena, e la luce fioca, entrando dalla finestra socchiusa,

scoloriva già la fiamma della candela sul canterano. Angela aveva

voluto vegliare ai piedi di suo padre, ma si era addormentata sulle

sue ginocchia; e l’infermo la guardava, trattenendo gli spasimi del

petto oppresso, per non destarla. Prete Emanuele stava da un poco in

osservazione dinanzi alla finestra e porgeva orecchio ai primi rumori,

che risvegliavano la via deserta. Pareva turbato.

A un tratto strinse i pugni, e li alzò al cielo, senza minaccia nè

collera.

Silvio uscì dal cantuccio, dove aveva cercato invano un’ora di riposo,

e venne incontro al prete, che l’informò concisamente di quanto

accadeva.

— Il maresciallo! disse. — Null’altro.

Questa parola significava che Silvio ed Angela erano stati seguiti o

preceduti, e che il nascondiglio di Giorgio era scoperto.

L’intenzione del maresciallo era palese; non gl’importava d’essere

veduto; egli passeggiava su e giù dinanzi alla casa del prete, e ogni

tanto guardava alla finestra dove tutta la notte aveva brillato il

lumicino.

Prete Emanuele condusse Silvio in silenzio ad un’altra finestra e gli

fece vedere, sulla strada, quattro carabinieri addossati alle muraglie.

— Non è solo, disse; aspetta che la legge gli permetta di entrare,

senza violare il domicilio; sono le quattro e mezza; passeggerà ancora

una mezz’oretta.

Intanto Angela si era svegliata sulle ginocchia di suo padre, il quale

dimenticava i proprii dolori per sorriderle.

— Ti senti meglio? domandò la fanciulla.

— Un pochino, rispose Giorgio per contentarla, ma si vedeva bene che

non era vero; l’ansia del suo petto era cresciuta; aveva la faccia più

gonfia e color della cera; gli occhi stanchi ed appannati.

— Quanto sono contenta! disse Angela; sì, sì, tu stai meglio; non è

poi vero che tu sia tanto malato; sei ancora grasso; quando portavi

la barba non si vedeva che tu eri grasso: mi eri sembrato scarno. Tu

guarirai presto, babbino mio; guarirai per farmi piacere, poi... poi,

soggiunse abbassando la voce, fuggiremo insieme.

Giorgio sorrideva ancora, e cercava di rispondere alle carezze colla

mano enfiata e quasi inerte.

E quando Angela taceva, non sapendo quale dir prima fra le cento

cose che le si affollavano alla mente, egli le lisciava i capelli, ed

insisteva: «parla ancora, parla ancora.»

Approfittando di quel colloquio, prete Emanuele lasciò la camera e

scese in istrada.

— Signor maresciallo! chiamò dal portone.

E il maresciallo si avvicinò facendo il saluto militare.

— Signor maresciallo, buon giorno; lei fa la posta a qualcuno?

Il maresciallo temette dell’astuzia del prete, il quale, salva la

chierica, era più carabiniere di lui, e fece l’uomo cauto.

— Non dico nè si, nè no; sa bene... è il nostro dovere; ma anche lei è

mattiniero, don Emanuele.

— Sa bene... dico la prima messa.

Al prete non rimaneva alcuna speranza che Giorgio potesse passarla

liscia, ma non voleva esser lui a dargli l’ultimo colpo; chi sa? forse

i carabinieri erano stati informati male... Se il maresciallo volesse

parlare...

Ma non parlava che di cose indifferenti; il prete gli faceva paura.

Sonarono le cinque.

Il maresciallo sembrava impacciato, perchè per passare la soglia della

casa gli toccava chiedere licenza al prete. Egli aveva immaginato di

dover picchiare all’uscio, e dire alla prima persona che si affacciasse

le parole sacramentali: _in nome del Re_ — invece il portone era

spalancato, e sorgeva nel vano il parroco in persona.

Il prete stette un poco a godersi quell’impaccio, poi disse:

— Signor maresciallo, vuol entrare a prendere un sorso di caffè?

— Volevo appunto dirle.... osservò il maresciallo — ma prete Emanuele

non lo lasciò finire, e voltandogli le spalle con bel garbo, lo

precedette.

Quando furono nel salotto, il prete disse:

— Senta, qui ci è un uomo di cuore che parla ad un altro uomo di cuore;

qui nessuno vuol guastar lei col procuratore del re — mi dica che cosa

ha bisogno di fare in casa mia, e c’intenderemo.

La gravità del caso era tanta, che prete Emanuele non aveva esitato

a dire una bugia prima di dir messa; egli sapeva benissimo che il

maresciallo dei carabinieri non poteva chiamarsi un uomo di cuore,

senza dare a quest’espressione un senso molto più lato che non comporti

nell’uso volgare. La cosa stupì grandemente lo stesso uomo della legge,

il quale dentro di sè disse: «è qui.»

— Lei ha ragione, rispose forte, possiamo parlar chiaro; devo visitare

la casa.

— Chi cerca?

— Cerco Giorgio Boni, che si nasconde col nome di Efisio Pacis, se ora

non si fa chiamare altrimenti. Fino a quindici giorni fa era un uomo

magro, alto, colla barba nera... A quest’ora probabilmente non avrà

più la barba. Somiglierà un poco più a un suo ritratto di 14 anni fa,

che era rimasto nelle mani della giustizia; il giudice istruttore ne

aveva fatto fare delle copie... Non sono riuscite molto bene, perchè

a quel tempo si stava male a fotografi in Sardegna — e anche ora sa?

reverendo, non si sta benone — io mi sono fatto fotografare quattro

volte e nissun fotografo è ancora riuscito a _pigliarmi_ bene... Sono

difficile io... Ma questo importa poco... Volevo dire soltanto che uno

di quei ritratti l’hanno mandato a me.

Allora prete Emanuele rinunziò alla speranza e parlò al cuore del

maresciallo. Oh meraviglia! il maresciallo era mansueto — solamente

voleva vedere...

— Venga, si affacci dietro di me, senza far rumore, a quell’uscio, e

dica se riconosce in quell’uomo la persona che deve arrestare — ma mi

raccomando...

— Lasci fare.

Il maresciallo seguì il prete, e si affacciò alla camera melanconica.

Subito, cercando di passar oltre, cominciò con voce monotona:

— Giorgio Boni, in nome del re...

Ma il reverendo non lo lasciò finire; con uno spintone vero e proprio

lo ricacciò nell’altra stanza e gli si piantò davanti.

— In nome del re.... cominciò per la seconda volta il maresciallo.

— In nome di Dio, proruppe il prete con quella voce con cui tonava dal

pulpito, la prego di star zitto, perchè quell’uomo muore.

Giorgio intese tutto, e chinò il capo sul petto.

Angela si gettò sulle ginocchia di suo padre. — Era desolata, ma

contenta, perchè finalmente piangeva.

Il maresciallo per quel giorno si accontentò di mettere il brigadiere

in sentinella nella prima stanza e un carabiniere al portone

d’ingresso, perchè l’ammalato non uscisse di casa alla chetichella.

Ma Giorgio rese vane tutte quelle precauzioni — morì nella notte.

Furono risparmiate ad Angela le angosce di quelle ultime ore, in cui

Giorgio, dopo aver confidato nella morte, sentendola finalmente venire,

lottò contro di essa, sorretto da una forza nuova; e si rivolse a suo

fratello, a prete Emanuele, ed allo stesso brigadiere perchè dessero un

po’ d’aria al suo petto impotente.

Solo pochi minuti prima di morire, quando già prete Emanuele si era

curvato su Giorgio per fargli sulla fronte il segno del cristiano,

Silvio andò a svegliare la fanciulla, la quale giunse in tempo a

ricevere l’ultimo bacio di suo padre. E questa volta non pianse, ma

fissò a terra, istupiditi, gli occhi che avevano visto il dolore.

Amore ha cent'occhi · 第 40 / 59 题