XII.

Un giorno, in Milano, nell’anno delle nozze, col cuore pieno di quel

sentimento d’ammirazione che le aveva sempre ispirato il contegno

severo di suo marito, la contessa Beatrice aveva visto per la prima

volta la scrittura di Cesira. La maldicenza delle amiche non le aveva

detto nulla, suo marito neppure, perchè la dignità del conte Cosimo

comandava il silenzio — il caso solo si era fatto delatore, il caso che

nulla rispetta. Se Beatrice avesse potuto immaginare che si trattava

d’una funambola amoreggiata durante il celibato e piantata molto tempo

prima delle nozze, non si sarebbe neppur curata di studiare a fondo la

cosa; già il suo _mondo_ le aveva insegnato indulgenza; ma, al buio

com’era di tutto, la prima volta che vide un bagliore sospetto negli

occhi di suo marito, un bagliore di collera forse, essa volle saper

tutto, ed aiutata dall’astuzia del sesso andò a mettere le mani sopra

una lettera misteriosa. L’aprì giurando a sè stessa di non leggere che

il nome con cui era sottoscritta; ma come resistere? questo nome era

Cesira, anzi era — «la povera Cesira.» — Che avrebbe fatto un’altra?

Beatrice lesse tutta la lettera. E così apprese che «la povera Cesira»

era stata ai suoi tempi una famosa funambola, che una caduta l’aveva

storpiata e costretta a rinunziare all’_arte_, dopo aver messo al

mondo una bambina. Da quella lettera non era possibile saper altro —

ma il resto s’indovinava. Non si può dire che questa scoperta non la

inquietasse affatto. Beatrice era ancora inesperta del mondo. Di certe

massime che le amiche e le conoscenti le avevano messo nel cestello

di nozze, essa non contava di doversi servire tanto presto. In ogni

carriera, si sa, non si comincia dalla perfezione, e anche la carriera

di moglie ha le sue parti difficili. Dunque Beatrice, che pure aveva

il temperamento d’una cingallegra e l’irrequietezza d’un rondinino,

gemette e non si mosse per un’oretta; ma poi pensò meglio ai casi suoi,

disse a sè stessa che in sostanza essa non aveva voluto sposare un san

Luigi, che se suo marito aveva fatto le sue quando era scapolo, essa

non ci aveva nulla da vedere; che in fin dei conti quella Cesira era

stata famosa, ed ora era storpia. La marchesina Eulalia le insegnava

che sposando un Don-Giovanni penitente si può essere la più invidiata

delle marchese; tutte le amiche sue, giovani e passatelle, erano

pronte a cantarle in coro che perchè un uomo faccia buona riuscita

nel matrimonio, deve aver visto e toccato. Se Cosimo, anche lui come

gli altri, aveva visto e toccato, tanto meglio: non andrebbe soggetto,

fuori di casa, ai capogiri che può dare la bellezza. Anche lui _come

gli altri_! Questo solo non voleva entrare nella testina di Bice; suo

marito le sembrava così diverso dagli altri, aveva nelle parole una

gravità così dolce, un’eleganza così delicata di modi... Perfino il

suo volto, men bello di tanti, sembrava più bello di tutti nella sua

cornice intera di barba. Beatrice, che ne ammirava senza restrizioni,

il passo, il gesto, il sorriso; essa che molte volte, nelle serate di

casa A. B. C., stentava a trattenersi dal dire ad un’amica: «guarda,

quanto è elegante, quanto è bello mio marito» — Beatrice non riusciva a

comprendere una cosa; «vorrei sapere, diceva, come ha fatto a lasciare

arrivare sino a sè una ragazza del circo, vorrei sapere che parole le

ha detto la prima volta, che parole le ha detto l’ultima volta; vorrei

sapere come le sorrideva.» Non le pareva possibile che con tutta quella

dignità...

Siccome queste cose non le poteva andare a domandare a Cosimo, ed era

difficile che suo marito gliele venisse a dire, Beatrice crollò la

testina perchè ne uscissero tutte le curiosità inutili. Non ne uscirono

tutte; ne rimase una: sapere che cosa risponderebbe suo marito alla

povera Cesira. Egli le poteva ben rispondere qualche cosa, tanto tanto

era storpia. Quanto a sperare che egli s’inducesse a venire dinanzi a

sua moglie per confessarsi, come sognò quella notte, Beatrice, appena

sveglia, vide subito che era una cosa inverisimile. Lui, così alto,

così dignitoso, così grave, in atto di penitente dinanzi a lei, così

piccina, e così allegra! Eppure nel sogno egli aveva saputo fare tanto

bene! Anche sveglio, se volesse, potrebbe far benino. Tutto quello

che egli faceva riusciva elegante, e la confessione di una scappatella

giovanile in bocca sua sembrerebbe dignitosa. Quanto a lei, era quasi

sicura che non lo lascerebbe andare alla fine senza chiedergli scusa.

Nel sogno non aveva fatto così, ma sveglia, vedeva bene che non

saprebbe far altro.

Sogni, sogni! Cosimo non venne a dir nulla alla piccola compagna della

sua vita; forse non credeva necessaria o credeva inutile questa sorta

di confidenze; forse temeva che sua moglie avesse a dare a un episodio,

più importanza di quella che veramente aveva avuto nel suo romanzo di

giovinotto, in mezzo agli altri, perchè chi sa quante Cesire aveano

fatto a rubarselo, tutte belle ancora, e non tutte storpie!

Basta, il difficile intanto era sapere che cosa aveva risposto Cosimo

alla funambola storpia. In faccia non gli si poteva leggere nulla;

egli aveva sempre il suo dolce sorriso, quando si presentava alla

piccola Bice, aveva quegli accenti e quei modi lusinghevoli nella

compostezza medesima, anzi per la compostezza medesima che tutte le

signore ammiravano, ma che nessuna ammirava quanto lei. Che dubbio

serbare? Cosimo aveva certamente risposto in forma di gentiluomo e

di uomo di cuore. Bice si provava a ragionare a quel modo per tenere

a freno la propria curiosità, ma non vi riusciva; molte volte le era

venuta un’idea tentatrice, mandare in casa della storpia, in via del

Vivaio, col pretesto di farle avere un sussidio, e intanto vedere,

sentire. Ma a nome di chi? Oh! a nome di _qualcuno_!... Di qualcuno

che voleva rimanere celato. Non era ingenua Beatrice; essa capiva

benissimo che una ragazza del Circo aveva dovuto conoscere molta gente.

Ma chi mandare? Appena entrata in casa del marito, Bice si era fatta

un grande amico, il vecchio Ambrogio. Affiderebbe a lui l’incarico

di mandare qualcuno in casa della storpia, qualcuno che andasse alla

cieca, senza saper nemmanco lui per conto di chi. Ma appena Ambrogio

udì la singolare preposta, si fece rosso e balbettò che egli non

poteva pigliarsi questo incarico... perchè... era dolentissimo, si

sarebbe messo in croce per la contessa Beatrice, come sapeva bene...

ma in via del Vivaio, in casa di quella donna, non ci poteva andare,

perchè... — Ma non si trattava d’andarci lui... — Era tutt’uno, non

poteva. — Ho capito, gli disse Beatrice, lei è già andato in via del

Vivaio per conto di mio marito! — Quella penetrazione mozzò il fiato

al buon vecchio. Signora sì, vi era andato; ma dunque la contessa

sapeva?... Tutto! Ebbene, allora non lo poteva nascondere, era andato

a portare a quella donna cinquecento lire, ed a dirle che non istesse

più a scrivere, perchè tanto era inutile: il signor conte non aprirebbe

nemmanco le lettere.

E come era quella donna? Era zoppa. — E poi? — Si vedeva che non era

stata brutta. — E poi? — Poco di buono... — Ah! poco di buono!... —

Sissignora, così era sembrato ad Ambrogio.

La contessa non aveva bisogno d’altro. Era contenta che suo marito non

si fosse degnato di rispondere in iscritto a quella donna; era contenta

che le avesse fatto l’elemosina, era contenta che le avesse mandato

a dire di non scrivergli altre lettere; quasi quasi era contenta

che quella Cesira fosse sembrata poco di buono ad Ambrogio, — non

poteva essere più contenta di così — ma pianse di nascosto, come una

fanciulla, come una pazza.

Passava il tempo, e Beatrice, che aveva intrapreso l’opera difficile

di conquistare suo marito, di rapirlo agli amici ed al circolo, era già

molto innanzi ed avanzava sempre. Una cosa sola non le riusciva, ed era

di ottenere la confidenza. Perchè suo marito si trovasse bene con lei,

e non si annoiasse troppo in casa, essa metteva a profitto tutte le

lezioni della savia contessa Veronica: rideva per ogni nonnulla, rideva

molto, rideva quasi troppo; ma era necessario, perchè agli uomini in

genere, diceva sua suocera, piace vedersi intorno delle faccie allegre;

e gli uomini gravi ne hanno più piacere degli altri. Invece di mettere

da parte il pianoforte, come uno strumento che avesse dato tutto

quello che poteva dare ad una ragazza, aiutandola a trovar marito,

essa leggeva e rileggeva musica nuova e musica vecchia. Aveva poi una

malizia istintiva, la contessa Beatrice; non aspettava l’ora delle

visite a farsi bella, ma si faceva bella ogni mattina, appena levata;

si pettinava con semplicità, mettendo sempre qualche fiore in testa;

si era fatta fare una veste da camera azzurra, una veste da camera

color di rosa, un’altra bianca, un’altra bigia, un arcobaleno di vesti

da camera; di notte, al buio, prima di addormentarsi, raccomandava a

due diavolini di carta i capelli che le crescevano sulla nuca; insomma

faceva tutti i giorni come se Cosimo la dovesse sposare il domani e

ci fosse pericolo d’un pentimento nella notte. Le qualità serie del

suo ingegno e del suo cuore le lasciava saviamente nell’ombra, per

non cadere in colpa di pedanteria o di ostentazione. Con questo metodo

che veniva correggendo e migliorando ogni giorno sotto gli occhi della

contessa Veronica, Beatrice riuscì a poter dire a sè stessa, come le

dicevano sua suocera e suo marito: «rallegrati, tu sei la più adorata

delle spose, la più amata delle nuore.» Ebbene, l’indiscreta non ne

aveva abbastanza; era arrivata al cuore di suo marito, voleva arrivare

anche alla testa; voleva esser chiamata ad assistere al lavorio segreto

delle sue idee, voleva aiutarlo a pensare, tanto più che non aveva

tardato ad accorgersi che il suo Cosimo faceva qualche fatica ingrata

col cervello. Perchè egli imparasse una buona volta ad avere confidenza

in lei, aveva provato a star seria, ma Cosimo l’aveva minacciata di

chiamare il medico; aveva provato a dirgli in faccia: — Tu hai qualche

cosa; che cos’hai? dimmelo; — ma egli si era messo a ridere. Intanto

veniva studiando suo marito, e poteva veramente dire, e glielo diceva

qualche volta, di saperlo a memoria. — Tu sei un poco timido, gli

diceva; una parola inaspettata ti conturba; ma la tua timidezza non

è quella dei deboli, è quella dei buoni. — Davvero? — Sissignore; tu

sei buono, tu sei generoso; quando hai paura di offendere la gente

senza volere, balbetti, e perchè non ti piace balbettare, hai preso

l’abitudine di tacere. — Ci è altro? — Ci è di peggio; tu, per istinto

saresti aperto, ingenuo, perfino un poco ciarliero; ma ti sei accorto

che quando caschi a mostrarti come sei, non ci guadagni nulla; e tu fai

l’uomo abbottonato e taciturno. — Dunque io sono finto? — Siamo tutti

finti, tu ti sei buttato addosso il gran manto della dignità, con cui

nascondi le tue virtù e le tue debolezze, ma rallegrati (già, l’hai

anche tu la tua vanità, sebbene ti piaccia sembrare insensibile alla

lode), rallegrati, nessuno ha mai portato questo manto meglio di te.

Cosimo allora buttava il manto un momentino per ridere meglio, e

Beatrice rideva più forte di lui, per non abusare della vittoria. Ma

le confidenze non venivano, e una parte di suo marito continuava a

rimanere nel buio.

Dopo la prima lettera di Cesira, ne giunsero probabilmente altre che

Cosimo non ebbe la forza di respingere come aveva promesso; e la cosa

durò a questo modo fino all’ultimo anno, quando la rovina della casa

Rodriguez era imminente. Allora, ossia che il conte Cosimo credesse

di aver dato abbastanza, ossia che venisse crescendo l’indiscrezione

di Cesira, non diede più un soldo. Erano i giorni neri, nei quali la

paralisi inchiodava in letto la contessa Veronica, e Cosimo ricorreva

alla borsa divoratrice di Cilecca, quando giunse alla povera moglie una

lettera anonima nella quale le si faceva sapere che «in una stanzetta

della via del Vivaio, abitava una ragazza, madre d’una bambina di

sette anni, la quale forse aveva del sangue de’ Rodriguez nelle vene.

La bambina si chiamava Nenna, e faceva la rana nel Circo; la madre era

zoppa e non poteva più lavorare.» Una infamia.

— Ah! la cattiva donna! esclamò Beatrice.

Non disse altro; fece in un momento tre propositi diversi — venire

dinanzi a suo marito, e dirgli semplicemente, come nei drammi: «leggi;»

oppure andare in persona in via del Vivaio, come nei romanzi; o infine

non degnare di risposta il mostruoso ricatto. Poi pianse lungamente,

perchè si sentiva ferita nella propria dignità di donna e di moglie, da

quell’infamia di una madre. Al suo Cosimo non faceva colpa; la notte,

durante l’affannosa veglia al capezzale dell’inferma, essa finse di

chiudere gli occhi al sonno per veder lui non vista, e non gli lesse

in faccia altro che il dolore e il sacrifizio. Già aveva compreso la

lotta crudele che egli veniva facendo per celare a sua madre morente,

ed a lei stessa forse, la rovina della famiglia; si sentiva umiliata di

non essere chiamata ancora a pigliar la sua parte di quel gran dolore,

ma ammirava l’uomo che voleva soffrir solo, e diceva: ora non è la sua

dignità che gli consiglia di tacere, è il suo cuore.

E in presenza di quell’angoscia muta essa gustava una compiacenza

di bimba consapevole che bisognerebbe pur concederle il pericoloso

trastullo del dolore. Pensava: Finalmente non potrà più tacere, dovrà

pur dirmi di soffrire insieme! No! essa non doveva accrescere lo

spasimo delle sue ferite; poichè quella donna si era rivolta a lei,

a lei sola toccava difendere la pace di suo marito. Le bisognava un

alleato, e fu Silvio.

Il professore, dopo aver giurato il segreto nello mani della bella

amica, andò in via del Vivaio, vide Cesira, la zoppa, non vide Nenna,

perchè a quell’ora _lavorava_ in una baracca di legno, in piazza

Castello, e non istentò ad ottenere dall’antica funambola la promessa

che avrebbe lasciato in pace il conte Cosimo, in cambio d’un piccolo

sussidio mensile.

Era sembrato alla povera Bice di difendere così la pace di suo marito,

già combattuta da tanti affanni.

Poi era morta la contessa Veronica, avevano lasciato Milano, erano

venuti a Sassari; ogni mese Beatrice aveva mandato una piccola somma

ad un’amica di Milano, perchè la facesse pervenire per posta alla

funambola, in via del Vivaio.

Ed ecco, la perfida donna, non contenta ancora, aveva scoperto il luogo

in cui il conte Cosimo si era riparato dalla rovina della sua casa, e

gli scriveva violando la promessa fatta alla moglie ingenua, forse non

immaginando che colei che aveva la bonarietà di soccorrere l’antica

ganza di suo marito, potesse riconoscere la scrittura.

Sì; perchè dubbio per lei non ve ne poteva essere; i caratteri di

quella donna non le erano più usciti dal capo; era come se li portasse

scritti nella volta del cranio. Che risolvere? Nulla. Per risolvere

qualche cosa sarebbe bisognato avere dinanzi agli occhi il contenuto di

quella busta vuota che lo stava sulle ginocchia. Poc’anzi per poco non

aveva chiesto consiglio a Silvio; si era trattenuta e se ne compiaceva;

una verecondia nuova le vietava ora di chiamare il professore, in

qualità di giudice o di consigliere, fra il suo Cosimo e lei; si

pentiva quasi di averlo fatto una volta... Dunque che risolvere, che

fare?

Un atto audace; — aspettare il ritorno di suo marito, e strappargli la

confidenza; un atto audace, ma necessario.

Ecco il passo del conte... ecco il conte!

Beatrice cacciò in tasca un’altra volta la busta, e non sentendosi

ancora la forza di sorridere, si affacciò alla finestra.

— Bice! mormorò la voce di Cosimo alle sue spalle — Bice!

— Sei tu? disse Beatrice voltandosi, che cos’hai?... Dio mio! che

cos’hai? dimmelo subito.

— Non ho nulla, rispose dolcemente Cosimo; ma ho bisogno del tuo

amore.....

Ah! come cominciò a battere forte il cuore della povera moglie!

— Mi vuoi molto bene oggi? domandò Cosimo sorridendole con melanconia.

— Sì.... molto.... perchè?.... ah! come mi batte il cuore!...

— Bice, insistè il conte, accarezzandole il viso con una mano, ho

bisogno che oggi tu mi voglia bene più che ieri, più che in tutto il

nostro tempo passato. Ti esenti capace di volermi bene così?

La povera donna non ebbe la forza di rispondere; suo marito, allungando

la mano che non le aveva fatto le carezze, disse semplicemente: «leggi

questa lettera!.....»

Beatrice aprì quel foglio con mani tremanti per la commozione e per

l’impazienza; non lesse nulla, non vide nulla, altro che un nome

in fondo alla pagina — _Nenna_ — e si buttò al collo del marito,

mormorando fra le lagrime: «grazie! grazie! ora sono felice!»

La lettera di _Nenna_, scritta in grossi caratteri, fra due linee, come

i componimenti di scuola, diceva:

_«Caro signor Conte,_

«Mia mamma dice che io le devo scrivere, perchè lei è il nostro

protettore, e noi le vogliamo molto bene. Dice che a lei faranno

piacere le nostre notizie, che sono buone. Mia mamma è stata un

po’ malata, e ora sta bene; io ho otto anni compiti e lavoro già

nel circo; faccio la rana, e mi battono le mani; ho anche imparato

a leggere ed a scrivere, e vado sempre a scuola, ma mi piace più

andare a cavallo. Babbo Niccola m’insegna la ginnastica; l’hanno

chiamato in Sardegna, in un paese che si chiama Oristano, e mi vuol

condurre con sè. La mamma mi lascia andare; dunque presto mi potrà

veder lavorare nel Circo. La mamma dice che lei ne avrà piacere. La

mamma la saluta tanto tanto, ed io le do un bacio e sono la sua

Amore ha cent'occhi · 第 34 / 59 题