Un giorno, in Milano, nell’anno delle nozze, col cuore pieno di quel
sentimento d’ammirazione che le aveva sempre ispirato il contegno
severo di suo marito, la contessa Beatrice aveva visto per la prima
volta la scrittura di Cesira. La maldicenza delle amiche non le aveva
detto nulla, suo marito neppure, perchè la dignità del conte Cosimo
comandava il silenzio — il caso solo si era fatto delatore, il caso che
nulla rispetta. Se Beatrice avesse potuto immaginare che si trattava
d’una funambola amoreggiata durante il celibato e piantata molto tempo
prima delle nozze, non si sarebbe neppur curata di studiare a fondo la
cosa; già il suo _mondo_ le aveva insegnato indulgenza; ma, al buio
com’era di tutto, la prima volta che vide un bagliore sospetto negli
occhi di suo marito, un bagliore di collera forse, essa volle saper
tutto, ed aiutata dall’astuzia del sesso andò a mettere le mani sopra
una lettera misteriosa. L’aprì giurando a sè stessa di non leggere che
il nome con cui era sottoscritta; ma come resistere? questo nome era
Cesira, anzi era — «la povera Cesira.» — Che avrebbe fatto un’altra?
Beatrice lesse tutta la lettera. E così apprese che «la povera Cesira»
era stata ai suoi tempi una famosa funambola, che una caduta l’aveva
storpiata e costretta a rinunziare all’_arte_, dopo aver messo al
mondo una bambina. Da quella lettera non era possibile saper altro —
ma il resto s’indovinava. Non si può dire che questa scoperta non la
inquietasse affatto. Beatrice era ancora inesperta del mondo. Di certe
massime che le amiche e le conoscenti le avevano messo nel cestello
di nozze, essa non contava di doversi servire tanto presto. In ogni
carriera, si sa, non si comincia dalla perfezione, e anche la carriera
di moglie ha le sue parti difficili. Dunque Beatrice, che pure aveva
il temperamento d’una cingallegra e l’irrequietezza d’un rondinino,
gemette e non si mosse per un’oretta; ma poi pensò meglio ai casi suoi,
disse a sè stessa che in sostanza essa non aveva voluto sposare un san
Luigi, che se suo marito aveva fatto le sue quando era scapolo, essa
non ci aveva nulla da vedere; che in fin dei conti quella Cesira era
stata famosa, ed ora era storpia. La marchesina Eulalia le insegnava
che sposando un Don-Giovanni penitente si può essere la più invidiata
delle marchese; tutte le amiche sue, giovani e passatelle, erano
pronte a cantarle in coro che perchè un uomo faccia buona riuscita
nel matrimonio, deve aver visto e toccato. Se Cosimo, anche lui come
gli altri, aveva visto e toccato, tanto meglio: non andrebbe soggetto,
fuori di casa, ai capogiri che può dare la bellezza. Anche lui _come
gli altri_! Questo solo non voleva entrare nella testina di Bice; suo
marito le sembrava così diverso dagli altri, aveva nelle parole una
gravità così dolce, un’eleganza così delicata di modi... Perfino il
suo volto, men bello di tanti, sembrava più bello di tutti nella sua
cornice intera di barba. Beatrice, che ne ammirava senza restrizioni,
il passo, il gesto, il sorriso; essa che molte volte, nelle serate di
casa A. B. C., stentava a trattenersi dal dire ad un’amica: «guarda,
quanto è elegante, quanto è bello mio marito» — Beatrice non riusciva a
comprendere una cosa; «vorrei sapere, diceva, come ha fatto a lasciare
arrivare sino a sè una ragazza del circo, vorrei sapere che parole le
ha detto la prima volta, che parole le ha detto l’ultima volta; vorrei
sapere come le sorrideva.» Non le pareva possibile che con tutta quella
dignità...
Siccome queste cose non le poteva andare a domandare a Cosimo, ed era
difficile che suo marito gliele venisse a dire, Beatrice crollò la
testina perchè ne uscissero tutte le curiosità inutili. Non ne uscirono
tutte; ne rimase una: sapere che cosa risponderebbe suo marito alla
povera Cesira. Egli le poteva ben rispondere qualche cosa, tanto tanto
era storpia. Quanto a sperare che egli s’inducesse a venire dinanzi a
sua moglie per confessarsi, come sognò quella notte, Beatrice, appena
sveglia, vide subito che era una cosa inverisimile. Lui, così alto,
così dignitoso, così grave, in atto di penitente dinanzi a lei, così
piccina, e così allegra! Eppure nel sogno egli aveva saputo fare tanto
bene! Anche sveglio, se volesse, potrebbe far benino. Tutto quello
che egli faceva riusciva elegante, e la confessione di una scappatella
giovanile in bocca sua sembrerebbe dignitosa. Quanto a lei, era quasi
sicura che non lo lascerebbe andare alla fine senza chiedergli scusa.
Nel sogno non aveva fatto così, ma sveglia, vedeva bene che non
saprebbe far altro.
Sogni, sogni! Cosimo non venne a dir nulla alla piccola compagna della
sua vita; forse non credeva necessaria o credeva inutile questa sorta
di confidenze; forse temeva che sua moglie avesse a dare a un episodio,
più importanza di quella che veramente aveva avuto nel suo romanzo di
giovinotto, in mezzo agli altri, perchè chi sa quante Cesire aveano
fatto a rubarselo, tutte belle ancora, e non tutte storpie!
Basta, il difficile intanto era sapere che cosa aveva risposto Cosimo
alla funambola storpia. In faccia non gli si poteva leggere nulla;
egli aveva sempre il suo dolce sorriso, quando si presentava alla
piccola Bice, aveva quegli accenti e quei modi lusinghevoli nella
compostezza medesima, anzi per la compostezza medesima che tutte le
signore ammiravano, ma che nessuna ammirava quanto lei. Che dubbio
serbare? Cosimo aveva certamente risposto in forma di gentiluomo e
di uomo di cuore. Bice si provava a ragionare a quel modo per tenere
a freno la propria curiosità, ma non vi riusciva; molte volte le era
venuta un’idea tentatrice, mandare in casa della storpia, in via del
Vivaio, col pretesto di farle avere un sussidio, e intanto vedere,
sentire. Ma a nome di chi? Oh! a nome di _qualcuno_!... Di qualcuno
che voleva rimanere celato. Non era ingenua Beatrice; essa capiva
benissimo che una ragazza del Circo aveva dovuto conoscere molta gente.
Ma chi mandare? Appena entrata in casa del marito, Bice si era fatta
un grande amico, il vecchio Ambrogio. Affiderebbe a lui l’incarico
di mandare qualcuno in casa della storpia, qualcuno che andasse alla
cieca, senza saper nemmanco lui per conto di chi. Ma appena Ambrogio
udì la singolare preposta, si fece rosso e balbettò che egli non
poteva pigliarsi questo incarico... perchè... era dolentissimo, si
sarebbe messo in croce per la contessa Beatrice, come sapeva bene...
ma in via del Vivaio, in casa di quella donna, non ci poteva andare,
perchè... — Ma non si trattava d’andarci lui... — Era tutt’uno, non
poteva. — Ho capito, gli disse Beatrice, lei è già andato in via del
Vivaio per conto di mio marito! — Quella penetrazione mozzò il fiato
al buon vecchio. Signora sì, vi era andato; ma dunque la contessa
sapeva?... Tutto! Ebbene, allora non lo poteva nascondere, era andato
a portare a quella donna cinquecento lire, ed a dirle che non istesse
più a scrivere, perchè tanto era inutile: il signor conte non aprirebbe
nemmanco le lettere.
E come era quella donna? Era zoppa. — E poi? — Si vedeva che non era
stata brutta. — E poi? — Poco di buono... — Ah! poco di buono!... —
Sissignora, così era sembrato ad Ambrogio.
La contessa non aveva bisogno d’altro. Era contenta che suo marito non
si fosse degnato di rispondere in iscritto a quella donna; era contenta
che le avesse fatto l’elemosina, era contenta che le avesse mandato
a dire di non scrivergli altre lettere; quasi quasi era contenta
che quella Cesira fosse sembrata poco di buono ad Ambrogio, — non
poteva essere più contenta di così — ma pianse di nascosto, come una
fanciulla, come una pazza.
Passava il tempo, e Beatrice, che aveva intrapreso l’opera difficile
di conquistare suo marito, di rapirlo agli amici ed al circolo, era già
molto innanzi ed avanzava sempre. Una cosa sola non le riusciva, ed era
di ottenere la confidenza. Perchè suo marito si trovasse bene con lei,
e non si annoiasse troppo in casa, essa metteva a profitto tutte le
lezioni della savia contessa Veronica: rideva per ogni nonnulla, rideva
molto, rideva quasi troppo; ma era necessario, perchè agli uomini in
genere, diceva sua suocera, piace vedersi intorno delle faccie allegre;
e gli uomini gravi ne hanno più piacere degli altri. Invece di mettere
da parte il pianoforte, come uno strumento che avesse dato tutto
quello che poteva dare ad una ragazza, aiutandola a trovar marito,
essa leggeva e rileggeva musica nuova e musica vecchia. Aveva poi una
malizia istintiva, la contessa Beatrice; non aspettava l’ora delle
visite a farsi bella, ma si faceva bella ogni mattina, appena levata;
si pettinava con semplicità, mettendo sempre qualche fiore in testa;
si era fatta fare una veste da camera azzurra, una veste da camera
color di rosa, un’altra bianca, un’altra bigia, un arcobaleno di vesti
da camera; di notte, al buio, prima di addormentarsi, raccomandava a
due diavolini di carta i capelli che le crescevano sulla nuca; insomma
faceva tutti i giorni come se Cosimo la dovesse sposare il domani e
ci fosse pericolo d’un pentimento nella notte. Le qualità serie del
suo ingegno e del suo cuore le lasciava saviamente nell’ombra, per
non cadere in colpa di pedanteria o di ostentazione. Con questo metodo
che veniva correggendo e migliorando ogni giorno sotto gli occhi della
contessa Veronica, Beatrice riuscì a poter dire a sè stessa, come le
dicevano sua suocera e suo marito: «rallegrati, tu sei la più adorata
delle spose, la più amata delle nuore.» Ebbene, l’indiscreta non ne
aveva abbastanza; era arrivata al cuore di suo marito, voleva arrivare
anche alla testa; voleva esser chiamata ad assistere al lavorio segreto
delle sue idee, voleva aiutarlo a pensare, tanto più che non aveva
tardato ad accorgersi che il suo Cosimo faceva qualche fatica ingrata
col cervello. Perchè egli imparasse una buona volta ad avere confidenza
in lei, aveva provato a star seria, ma Cosimo l’aveva minacciata di
chiamare il medico; aveva provato a dirgli in faccia: — Tu hai qualche
cosa; che cos’hai? dimmelo; — ma egli si era messo a ridere. Intanto
veniva studiando suo marito, e poteva veramente dire, e glielo diceva
qualche volta, di saperlo a memoria. — Tu sei un poco timido, gli
diceva; una parola inaspettata ti conturba; ma la tua timidezza non
è quella dei deboli, è quella dei buoni. — Davvero? — Sissignore; tu
sei buono, tu sei generoso; quando hai paura di offendere la gente
senza volere, balbetti, e perchè non ti piace balbettare, hai preso
l’abitudine di tacere. — Ci è altro? — Ci è di peggio; tu, per istinto
saresti aperto, ingenuo, perfino un poco ciarliero; ma ti sei accorto
che quando caschi a mostrarti come sei, non ci guadagni nulla; e tu fai
l’uomo abbottonato e taciturno. — Dunque io sono finto? — Siamo tutti
finti, tu ti sei buttato addosso il gran manto della dignità, con cui
nascondi le tue virtù e le tue debolezze, ma rallegrati (già, l’hai
anche tu la tua vanità, sebbene ti piaccia sembrare insensibile alla
lode), rallegrati, nessuno ha mai portato questo manto meglio di te.
Cosimo allora buttava il manto un momentino per ridere meglio, e
Beatrice rideva più forte di lui, per non abusare della vittoria. Ma
le confidenze non venivano, e una parte di suo marito continuava a
rimanere nel buio.
Dopo la prima lettera di Cesira, ne giunsero probabilmente altre che
Cosimo non ebbe la forza di respingere come aveva promesso; e la cosa
durò a questo modo fino all’ultimo anno, quando la rovina della casa
Rodriguez era imminente. Allora, ossia che il conte Cosimo credesse
di aver dato abbastanza, ossia che venisse crescendo l’indiscrezione
di Cesira, non diede più un soldo. Erano i giorni neri, nei quali la
paralisi inchiodava in letto la contessa Veronica, e Cosimo ricorreva
alla borsa divoratrice di Cilecca, quando giunse alla povera moglie una
lettera anonima nella quale le si faceva sapere che «in una stanzetta
della via del Vivaio, abitava una ragazza, madre d’una bambina di
sette anni, la quale forse aveva del sangue de’ Rodriguez nelle vene.
La bambina si chiamava Nenna, e faceva la rana nel Circo; la madre era
zoppa e non poteva più lavorare.» Una infamia.
— Ah! la cattiva donna! esclamò Beatrice.
Non disse altro; fece in un momento tre propositi diversi — venire
dinanzi a suo marito, e dirgli semplicemente, come nei drammi: «leggi;»
oppure andare in persona in via del Vivaio, come nei romanzi; o infine
non degnare di risposta il mostruoso ricatto. Poi pianse lungamente,
perchè si sentiva ferita nella propria dignità di donna e di moglie, da
quell’infamia di una madre. Al suo Cosimo non faceva colpa; la notte,
durante l’affannosa veglia al capezzale dell’inferma, essa finse di
chiudere gli occhi al sonno per veder lui non vista, e non gli lesse
in faccia altro che il dolore e il sacrifizio. Già aveva compreso la
lotta crudele che egli veniva facendo per celare a sua madre morente,
ed a lei stessa forse, la rovina della famiglia; si sentiva umiliata di
non essere chiamata ancora a pigliar la sua parte di quel gran dolore,
ma ammirava l’uomo che voleva soffrir solo, e diceva: ora non è la sua
dignità che gli consiglia di tacere, è il suo cuore.
E in presenza di quell’angoscia muta essa gustava una compiacenza
di bimba consapevole che bisognerebbe pur concederle il pericoloso
trastullo del dolore. Pensava: Finalmente non potrà più tacere, dovrà
pur dirmi di soffrire insieme! No! essa non doveva accrescere lo
spasimo delle sue ferite; poichè quella donna si era rivolta a lei,
a lei sola toccava difendere la pace di suo marito. Le bisognava un
alleato, e fu Silvio.
Il professore, dopo aver giurato il segreto nello mani della bella
amica, andò in via del Vivaio, vide Cesira, la zoppa, non vide Nenna,
perchè a quell’ora _lavorava_ in una baracca di legno, in piazza
Castello, e non istentò ad ottenere dall’antica funambola la promessa
che avrebbe lasciato in pace il conte Cosimo, in cambio d’un piccolo
sussidio mensile.
Era sembrato alla povera Bice di difendere così la pace di suo marito,
già combattuta da tanti affanni.
Poi era morta la contessa Veronica, avevano lasciato Milano, erano
venuti a Sassari; ogni mese Beatrice aveva mandato una piccola somma
ad un’amica di Milano, perchè la facesse pervenire per posta alla
funambola, in via del Vivaio.
Ed ecco, la perfida donna, non contenta ancora, aveva scoperto il luogo
in cui il conte Cosimo si era riparato dalla rovina della sua casa, e
gli scriveva violando la promessa fatta alla moglie ingenua, forse non
immaginando che colei che aveva la bonarietà di soccorrere l’antica
ganza di suo marito, potesse riconoscere la scrittura.
Sì; perchè dubbio per lei non ve ne poteva essere; i caratteri di
quella donna non le erano più usciti dal capo; era come se li portasse
scritti nella volta del cranio. Che risolvere? Nulla. Per risolvere
qualche cosa sarebbe bisognato avere dinanzi agli occhi il contenuto di
quella busta vuota che lo stava sulle ginocchia. Poc’anzi per poco non
aveva chiesto consiglio a Silvio; si era trattenuta e se ne compiaceva;
una verecondia nuova le vietava ora di chiamare il professore, in
qualità di giudice o di consigliere, fra il suo Cosimo e lei; si
pentiva quasi di averlo fatto una volta... Dunque che risolvere, che
fare?
Un atto audace; — aspettare il ritorno di suo marito, e strappargli la
confidenza; un atto audace, ma necessario.
Ecco il passo del conte... ecco il conte!
Beatrice cacciò in tasca un’altra volta la busta, e non sentendosi
ancora la forza di sorridere, si affacciò alla finestra.
— Bice! mormorò la voce di Cosimo alle sue spalle — Bice!
— Sei tu? disse Beatrice voltandosi, che cos’hai?... Dio mio! che
cos’hai? dimmelo subito.
— Non ho nulla, rispose dolcemente Cosimo; ma ho bisogno del tuo
amore.....
Ah! come cominciò a battere forte il cuore della povera moglie!
— Mi vuoi molto bene oggi? domandò Cosimo sorridendole con melanconia.
— Sì.... molto.... perchè?.... ah! come mi batte il cuore!...
— Bice, insistè il conte, accarezzandole il viso con una mano, ho
bisogno che oggi tu mi voglia bene più che ieri, più che in tutto il
nostro tempo passato. Ti esenti capace di volermi bene così?
La povera donna non ebbe la forza di rispondere; suo marito, allungando
la mano che non le aveva fatto le carezze, disse semplicemente: «leggi
questa lettera!.....»
Beatrice aprì quel foglio con mani tremanti per la commozione e per
l’impazienza; non lesse nulla, non vide nulla, altro che un nome
in fondo alla pagina — _Nenna_ — e si buttò al collo del marito,
mormorando fra le lagrime: «grazie! grazie! ora sono felice!»
La lettera di _Nenna_, scritta in grossi caratteri, fra due linee, come
i componimenti di scuola, diceva:
_«Caro signor Conte,_
«Mia mamma dice che io le devo scrivere, perchè lei è il nostro
protettore, e noi le vogliamo molto bene. Dice che a lei faranno
piacere le nostre notizie, che sono buone. Mia mamma è stata un
po’ malata, e ora sta bene; io ho otto anni compiti e lavoro già
nel circo; faccio la rana, e mi battono le mani; ho anche imparato
a leggere ed a scrivere, e vado sempre a scuola, ma mi piace più
andare a cavallo. Babbo Niccola m’insegna la ginnastica; l’hanno
chiamato in Sardegna, in un paese che si chiama Oristano, e mi vuol
condurre con sè. La mamma mi lascia andare; dunque presto mi potrà
veder lavorare nel Circo. La mamma dice che lei ne avrà piacere. La
mamma la saluta tanto tanto, ed io le do un bacio e sono la sua