III.

Il professor Silvio, ritto nel mezzo del salotto, col cappello stretto

fra le due mani e lo sguardo fisso a terra, non udì il passo leggiero

della contessina Beatrice, la quale gli fu sopra alla sprovveduta, gli

afferrò il cappello con ambe le mani, e piantandosigli in faccia in una

maniera dispotica, disse:

— Di che umore è oggi il signor orso? e soggiunse senza dargli tempo:

— Il signor orso è d’umor nero, si vede subito.

Silvio a queste parole si scosse e si provò a sorridere. Aveva un

sorriso dolce il signor orso; alla luce di quel sorriso, la sua faccia

scura pigliava un aspetto piacevole, quasi bello. Tuttavia egli non

rispose nulla e non allentava nemmeno la stretta con cui teneva il

cappello, sebbene la vezzosa interlocutrice facesse un po’ di violenza

per istrapparglielo di mano. Non vi riuscendo, ordinò: «lasci andare,»

e Silvio obbedì chiedendo scusa.

La contessina lo minacciò col dito ed andò a deporre il cappello sopra

una sedia.

— Dunque? disse poi tornando incontro all’amico con una certa gravità.

Dunque ce lo vuol dire che cosa ha quest’oggi? Ci vuol dire come sta

Angela?

Beatrice si era buttata a sedere sopra un divano, ed invitava l’amico

a venirle al fianco, ma l’invisibile laccio d’un pensiero tratteneva

Silvio in mezzo alla stanza.

— Cosimo non viene? domandò, e avvedendosi dal suono della propria

domanda che egli era in debito di una risposta, fece due passi avanti e

si affrettò a dire:

— Angela sta benone; però in collegio non ci vuol rimanere più, si

annoia.

— Alla sua età si annoia? osservò Beatrice, comincia presto: bisognerà

comperarle una bambola che dica _mamma_.

— Bambole! rispose Silvio; sentisse come ne parla! le disprezza

tutte. Le piace leggere, sonare il pianoforte e sopratutto recitare

la commedia. Ma in collegio non ha che libri noiosi, le fanno sonare

troppi esercizi, e non si recita che un paio di volte l’anno, in

carnevale. Compiangiamola.

— Povera bimba! disse Beatrice.

Entrò Cosimo.

Si accese la medesima luce nel volto abbronzato di Silvio e nella

faccia pallida del conte; si strinsero la mano, si buttarono un braccio

sull’omero e vennero così allacciati dinanzi alla contessina, che li

guardava crollando il capo.

— Eccoli lì! disse, si vogliono bene come due innamorati.... Se pure ce

n’è ancora degli innamorati che si vogliano bene così. Sapete voi altri

che ce ne sia ancora?

— Io credo di sì, rispose Silvio.

— Io ne sono sicuro, rispose Cosimo.

— Una volta ci erano anche dei mariti che volevano bene così alle loro

mogli! sospirò la contessa.

— Gelosa! disse il marito con tenerezza; ed aggiunse un gesto discreto,

che, a saperlo intendere, era una carezza. Beatrice l’intese, ma

nondimeno insistè:

— I mariti d’oggi sono affaccendati; hanno delle gravi cure, e

se le tengono tutte per risparmiare le mogli. Devono essere molto

riconoscenti le mogli.

Parve a Cosimo che tremasse una corda melanconica in queste parole, ma

la gioconda natura riprese i suoi diritti, quando il marito stava per

iscusarsi.

— Grazie, soggiunse Beatrice; meglio così, io già non saprei essere

diversa da quella che sono; se è proprio necessario guardare una cosa

con occhiate severe, o profonde, o cupe, non me la fate vedere.

Silvio interrogò Cosimo alla muta, ma Cosimo interrogava Beatrice, la

quale rispose così:

— Che mi vuoi dire con quell’occhiata? Non mi sono spiegata

chiaramente? Mi spiegherò meglio, per non farmi dare della

pazzerella... stiano zitti; lei, signor marito, non me lo dice, ma lo

pensa; e lei signor professore...

— Io?...

— Lei forse mi giudica con più indulgenza, diremo così. Dunque,

dico io, non si potrebbe guardare il mondo e tutte le cose che vi si

rappresentano con un po’ di buonumore? Io le guardo così, e rido. Ma

forse non ci vedo abbastanza.

— Hai ragione, disse Cosimo, pensoso.

— Non ci vedo abbastanza? chiese Beatrice, rovesciandosi sul divano per

ridere con abbandono.

— No, corresse il marito, forse le cose della vita dovrebbero essere

guardate così... come tu le guardi; ma...

Quel _ma_ fece paura alla contessina... Annunziava esso un’immagine

filosofica? Cielo! e allora chi potrebbe resistere? Rabbrividì

eccessivamente, poi rise ancora, poi si rifece seria.

— Parliamo d’Angela, disse: lo sai, Cosimo, la cara bimba non vuol

più stare in collegio, si annoia! e il signor filosofo, suo zio, fa

profonde meditazioni sopra questo caso difficile.... È perfino venuto

a chiedere consiglio a me, non è vero, professore? Ecco a che cosa

conduce la filosofia!

— Sì, disse tranquillamente Silvio, sono venuto a chiedere consiglio.

— A me? interruppe Beatrice, dica di sì per farmi piacere.

— A lei ed a te, ed anche alla contessa Veronica, se la sua malattia mi

concede un breve armistizio. Come sta oggi tua madre?

— Pare che stia meglio; ha la lingua più sciolta del solito...

— Allora avrà detto male di me, osservò Silvio con accento scherzoso.

— Tu esageri, si provò a dire il conte, non è vero che mia madre non ti

possa soffrire, come ti sei messo in capo... Ci è una mala intelligenza

di mezzo.

— I nostri fluidi non si combinano, disse Silvio leggermente.

— Peccato! sospirò Beatrice. La mamma è tanto buona, ed è sempre tanto

allegra, tanto forte, anche quando soffre!...

— Ah! sì, è allegra, è forte, confermò il professore, ed è anche

buona....

Cosimo interruppe:

— Il consiglio che ti bisogna riguarda Angela?...

— Angela ed un altro....

— Un altro?

— Lui!

Silvio aveva abbassato la voce istintivamente nel pronunziare questa

parola, che fu subito intesa.

— Ha scritto? domandò Cosimo, mentre l’amico mostrava l’estremità d’una

carta nel pugno chiusa.

Beatrice non rideva più: s’era fatta un po’ pallida ed aveva il respiro

breve, nell’ansia d’una curiosità intensa e punto frivola.

— Sediamo! disse con un filo di voce, ma i due amici continuarono a

stare ritti innanzi a lei; ed allora essa si alzò, e pose la testina

vivace presso al foglio che Silvio aveva spiegato in silenzio.

Il professore lesse con voce pacata, ma sorda:

«Perdonami se disobbedisco; ma non posso più resistere. Sono

oramai vecchio e si avvicina l’ora in cui avrò finito di sognare

la felicità che mi è negata. Meglio così; il sogno vano non mi

contenta e il desiderio mi uccide. Non farò pazzie, fratello mio,

ma tu non mi negare l’ultima carità che ti domando: fammi vedere

mia figlia. Scrivo a bordo d’una barcaccia di contrabbandieri che

porta un bel nome: _Speranza nostra_. Albeggia. Ho dinanzi agli

occhi la spiaggia di Castelsardo. Fra un’ora sarò là, colle mie

memorie più crudeli, solo. Consegnerò alla posta questa lettera

e mi avvierò alla rupe di Muros. Tu sai dove trovarmi e come

avvertirmi del tuo arrivo. Di me, non temere; sarò prudente;

ma pensa, fratello, che sono lunghe le giornate di chi aspetta

il bacio di sua figlia ed è costretto a nascondersi. Affretta,

affretta, affretta.»

Sotto queste parole si leggeva un nome — _Giorgio_ — ma Silvio non lo

pronunziò, e lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi, chiese con

voce soffocata: — Che cosa faccio ora?

— Piglia teco Angela, e parti, rispose il conte Cosimo.

— E la contessa Veronica che cosa dirà?

— Sei nel tuo diritto.

— Le potremo far credere, suggerì la contessina, facendosi rossa rossa,

che Angela era un po’ ammalata e che le fu consigliato di mutar clima o

di fare un viaggio di mare....

— Bugie innocenti, mormorò il conte Cosimo, bugie generose! Qualche

volta ci è del merito a saperle dire con disinvoltura.

— Forse, entrò a dire Silvio, la contessa Veronica non si ricorderà

nemmeno di Angela....

— Al contrario, disse Beatrice, ne parla spesso; è da lei che ho saputo

tutta la storia dolorosa; voi altri non me ne avreste detto nulla —

però mi ha fatto giurare solennemente di non rivelare il segreto. Io

non l’ho rivelato a nessuno, perchè lo sanno tutti.

— Fuorchè Angela! sospirò Silvio.

— È vero; ecco l’impiccio; Angela non sa nulla! Proprio nulla?

— Sa che suo padre è lontano, e che non può venire; sa che potrebbe

anche esser morto — oramai si è avvezzata a questa idea, e non ne

soffre più. E dovremo risvegliare nel suo cuore un sentimento che le è

quasi ignoto unicamente per farla poi penare?

Al quesito dolente non vi era risposta.

Non poteva entrare nell’animo di nessuno dei tre neppur l’idea di

ribellarsi a quel desiderio d’un padre. La necessità, come aveva già

parlato per bocca del conte Cosimo, così parlava ancora nel silenzio;

bisognava prendere Angela e partire il più presto possibile.

— Quando? disse Silvio, come interrogando sè stesso.

Allora l’amico gli prese la lettera dalle mani, e la rilesse in

silenzio. Beatrice con una specie di curiosità infantile, gli si mise

al fianco, e tirando a sè il braccio del marito, e rizzandosi in punta

di piedi, cercò anch’essa su quel foglio la risposta.

— Subito, disse Cosimo.

— Forse no, entrò a dire timidamente Beatrice; se il professore ha modo

di avvisarlo, si può aspettare qualche giorno ancora. Qui è scritto (e

toccava col mignolo le parole della lettera): «Tu sai dove trovarmi

e come avvertirmi del tuo arrivo.» Lo avverta che arriverà fra un

mese....

Silvio prese in mano la lettera, e vi buttò gli occhi appena, poi disse

senza leggere: «pensa, fratello, che sono lunghe le giornate di chi

aspetta il bacio di sua figlia ed è costretto a nascondersi....» Qui

sta scritto così; lo so a memoria.

— E allora fra quindici giorni, fra una settimana.... Non si può già

partire all’improvviso, non sarebbe neppure prudente, consigliò Cosimo.

Bisogna avvertire la mamma, preparare la ragazza, trovare qualche bugia

innocente per l’una e per l’altra. Non vorrai già dire tutto il vero ad

Angela? Ti aiuterò anch’io a cercare l’inganno; l’immaginazione non mi

manca.

Dicendo queste parole, il conte Cosimo aveva un accento strano, una

leggerezza beffarda.

Il professore stette in pensiero, col capo basso, poi si scosse e

disse: «Scriverò.»

— Scriva, suggerì Beatrice, e preso l’amico per la manica dell’abito,

lo condusse dinanzi ad uno stipetto, che col calare d’una ribalta si

adattava a scrivania.

Aveva sotto gli occhi un piccolo calamaio galante, da cui un amorino

malizioso scoccava una freccia di argento in petto a chiunque

scrivesse; una penna d’avorio in forma appunto di dardo; della carta da

lettere minuscola, con certe iniziali enormi che scendevano fino a piè

di pagina.

Silvio sorrise pigliando la penna in mano, sorrise nell’intingerla in

quel calamaio che scostò un tantino da sè, tanto per isviare il colpo

del piccolo tiratore e ringraziare almeno la contessina con una celia

muta, poi scrisse:

«Fratello!

»Fra quindici giorni ti condurrò la tua creatura. Prima sarebbe

impossibile, senza destar sospetti. Angela non sa nulla e non

saprà nulla, se tu non vuoi. Proverò a dirle che i medici le hanno

ordinato di fare un viaggio di mare, ma non mi crederà, perchè è

furba e sta benone. Vedrai come s’è fatta bella!

»Io tremo per te; prudenza, fratello mio; se lo puoi fare senza

pericolo, scrivimi ancora. Addio per ora. Mi batte il cuore al

pensiero di rivederti, dopo tanti anni, e dopo tanto dolore!»

Quand’ebbe finito, si volse e sorprese la contessa Beatrice, che,

stando dinanzi al marito, si era rizzata in punta di piedi e gli aveva

afferrato la testa colle mani, due manine piccolissime e bianche. Essa

voltava le spalle alla scrivania, egli aveva la faccia melanconica

abbassata amorosamente verso di lei.

Silvio si arrestò a contemplare quel quadro; le maniche dell’abito

della contessa, che usavano corte, erano accorciate ancora dalla

positura, e lasciavano vedere quasi interamente due braccia candide

e tonde; la contessina aveva il corpicino snello, ma non scarno,

tutt’altro; sotto il grosso mazzocchio di capelli biondi, attraverso

la peluria ribelle al pettine, si vedeva un grosso neo, messo lì dalla

tentazione....

Il signor orso notò tutto questo e cominciò a sorridere, proponendosi

di star lì ad aspettare i comodi dell’amico per ridergli poi in faccia,

allegramente. Tutto ciò nel primo istante; un momento dopo egli cessava

di guardare e si rimetteva al suo scritto. Si affacciarono forse

all’anima di quell’uomo invecchiato dai pensieri e dagli studi le larve

d’un mondo ignorato, perchè egli ripiegò sbadatamente la lettera, la

suggellò, prese la penna per fare la soprascritta e rimase lì senza

scriver nulla.

— Ha finito? chiese la voce della contessa Beatrice.

— Ha finito? ribattè Silvio con accento giocondo, senza voltarsi.

Allora il professore scrisse, curvandosi molto sulla carta:

«Al Signor Efisio Pacis — ferma in posta — Sassari.»

La contessina ripeteva sottovoce al marito: «ci ha visti!» e rideva.

Amore ha cent'occhi · 第 10 / 59 题