Il tradimento.
Nuova Concezione, chiamata anche la Mocha e nella lingua del paese
anche Penco, quantunque non contasse in quell’epoca più di 15,000
abitanti, era, e lo è anche oggidì, una delle più importanti città del
Chilì.
Fondata nel 1550 da Pietro Valdivia, il celebre luogotenente di
Pizzarro, che aveva conquistato il Chilì, era dapprima situata in fondo
alla baja di Concezione. Mercè la sua posizione fortunatissima, il suo
commercio e la fertilità delle terre che la circondavano, era fin da
quei tempi salita a grande rinomanza, sopratutto per la vicinanza delle
celebri miniere di Quilacoya, dalle quali gli Spagnuoli trassero per
lungo tempo gran copia d’oro.
Ma fino dai primi tempi era stata disgraziata per una lunga serie di
circostanze. Abbandonata nel 1554, dopo la sconfitta degli Spagnuoli
a Monte Adalicano, era stata subito incendiata dagli Araucani.
Riedificata nel novembre dello stesso anno, il capo araucano Sautarù
la riprendeva, trucidando gran parte della popolazione, e tornava
a rovinarla completamente. Ricostruita da don Garzia di Mendoza nel
1558, veniva incendiata nel 1603 dal capo araucano Paillamachù-Toqui, e
quindi nuovamente riedificata, per venire nuovamente rovinata nel 1730
da uno spaventevole terremoto.
Non per questo gli abitanti abbandonarono quella città, che pareva
perseguitata da un crudele destino. Nel 1731 tornavano a rialzarla; ma
venti anni più tardi un altro terremoto la sfasciava da capo a fondo.
Solamente allora decisero di farla risorgere in altro luogo, ossia a
tre leghe dal mare, in una vasta pianura detta La Mocha, sulla riva
settentrionale del Rio Bobio.
Non tardò a diventare ancora una delle principali città del Chilì e a
riguadagnare il perduto commercio, che ogni giorno va crescendo, grazie
la sua vicinanza al mare e le innumerevoli produzioni del suolo.
Oggi Nuova Concezione occupa una grande superficie, essendo le sue case
tutte di un solo piano, affinchè meglio resistano al terremoto, che si
fa di quando in quando sentire con estrema violenza; ha una bellissima
cattedrale, un ospedale, un collegio, caserme, spaziosi conventi
e diversi consolati, fra i quali quello del Paraguay e di altre
repubbliche dell’America del Sud.
La berlina che trasportava l’agente del Governo e i due marinai, dopo
di aver attraversato quasi tutta la città con un baccano infernale,
senza lasciare quasi tempo a quelli che la montavano di vedere dove
andava, si era bruscamente arrestata dinanzi ad una casa di bella
apparenza, che sorgeva sulla riva destra dell’Andalien, corso d’acqua
che bagna la parte meridionale di Concezione.
L’agente del Governo, che durante il tragitto non aveva pronunciato una
sola parola, aprì la portiera e balzò agilmente a terra, dicendo ai due
marinai: — Siamo giunti.
Due uomini stavano fermi dinanzi all’abitazione, avvolti nei loro
_ponchos_, che nascondevano quasi del tutto i loro volti. Vedendo
l’agente del Governo, lo salutarono con un: _Buena noche, caballero_, e
si ritrassero da una parte per lasciargli libero il passo.
— È questo il Consolato? — chiese il mastro.
— Sì; affrettiamoci, — rispose il signor Calderon.
— Cosa fanno quegli uomini?
— Sono stati posti qui per maggior sicurezza.
— Hum! — mormorò il marinajo, scuotendo il capo. — Chi può mai sapere
che noi siamo giunti? I Brasiliani, o gli Argentini forse?
Seguì l’agente del Governo, che saliva frettolosamente una scaletta.
Cardozo tenne loro dietro.
Giunti sul pianerottolo, trovarono un altro uomo, ma armato, il quale
li introdusse in un salotto che era illuminato da una sola candela, la
cui luce impediva di osservare di primo tratto tutto ciò che conteneva
e particolarmente le finestre, che erano state coperte da grandi tende.
— Accomodatevi e attendetemi, — disse l’agente del Governo, indicando
ai due marinai due poltrone.
— Dove andate? — chiese Diego.
— Vado ad avvertire il console del vostro arrivo. Intanto potete
vuotare qualcuna di quelle bottiglie che occupano quel tavolo.
— Non mancheremo di farlo.
L’agente uscì, seguìto dall’uomo che li aveva introdotti.
— Corpo di una cannoniera sventrata! — esclamò il mastro quando fu solo
con Cardozo. — Quante precauzioni! Si direbbe che noi ci troviamo in un
paese nemico, anzichè neutrale.
— Il console forse avrà le sue buone ragioni per agire così, — rispose
Cardozo. — Chi sa cosa può essere accaduto nel tempo in cui noi siamo
stati nelle mani dei Patagoni.
— Che gli Argentini e i Brasiliani si siano alleati coi Chileni?
— Potrebbe essere successo anche questo, marinajo.
In quell’istante udirono un rapido stridore, che pareva provenisse
dalla porta.
— Avanti, — disse il mastro, credendo che avessero bussato.
Nessuno rispose e nessuno si vide entrare. Il mastro, ritenendo che non
lo avessero udito, si avanzò fin presso la porta; ma tosto retrocedette
pallido come un morto e coi capelli irti.
— Che hai, marinajo? — chiese Cardozo sorpreso.
— Ho... ho... che la porta è stata chiusa! — esclamò il mastro con voce
rotta.
— Si fa riaprire.
Il mastro, che pareva in preda ad una terribile agitazione, si scagliò
contro la porta, percuotendola con tal fracasso da far tremare l’intera
casa. La porta non si scosse nemmeno, tant’era grossa e ben chiusa; ma
dal di fuori si udì una voce a gridare:
— Fermi, o faccio fuoco!
— Mille milioni di fulmini! Aprite! — tuonò il mastro.
— Aprite, o saltiamo dalle finestre! — aggiunse Cardozo.
Uno scroscio di risa fu la risposta che ottennero. Il mastro, fuori di
sè, cogli occhi schizzanti dalle orbite, corse alle finestre; ma tosto
retrocesse mandando un vero ruggito: erano tutte e due difese da grosse
sbarre di ferro e chiuse esternamente da solide imposte.
— Siamo stati traditi! — esclamò il marinajo con voce strozzata.
Poi, come se avesse esaurito in quelle parole tutta la sua
straordinaria energia, cadde, come fosse stato fulminato, su di una
poltrona.
Cardozo, ancora istupidito da quell’inatteso avvenimento, non si mosse.
In mezzo alla stanza, colla destra raggrinzata sull’impugnatura della
sua _navaja_, egli si domandava se era impazzito, o se si trovava in
preda ad uno spaventevole sogno.
— Traditi! traditi! — esclamò finalmente, scuotendosi; — Ah! Calderon!
ti strapperò il cuore!
Stava per avvicinarsi al mastro, che pareva non dovesse più rimettersi
da quel tremendo colpo, quando udì scorrere i catenacci e la porta
gemere, come stesse per venire aperta.
— A me, marinajo! — esclamò. — I traditori vengono!
Il mastro nell’udire quelle parole si era rapidamente alzato, gettando
un urlo di gioja selvaggia. Nella destra stringeva la _navaja_, arma
formidabile nelle mani di quel vecchio marinajo.
La porta si era aperta, e tre uomini erano entrati. Due erano armati
di fucile e alla cintura portavano, per maggior precauzione, delle
rivoltelle di grosso calibro; il terzo era disarmato e pareva una
persona autorevole, forse il console.
— Miserabili! — tuonò il mastro, lanciandosi contro di loro col
coltello alzato. — Dove siamo noi? Parlate, o vi uccido tutti e tre.
— In casa mia, — rispose l’uomo inerme, mentre gli altri due puntavano
i fucili verso i due marinai.
— E a chi appartiene questa casa?
— Al Consolato Argentino, — rispose quell’uomo, sorridendo
tranquillamente.
— Al Consolato Argentino! — esclamarono Diego e Cardozo.
— Sì, o signori.
— Ma non sapete che noi siamo sudditi del Paraguay? — chiese il mastro,
tendendo i pugni.
— Lo so, o signori, ed è perciò che io in nome del mio Governo vi
dichiaro prigionieri di guerra!
— Miserabile! — tuonò il mastro, facendo atto di slanciarsi contro
quell’uomo.
— Vi prevengo che se fate un passo vi faccio fucilare, — rispose
l’agente argentino.
— Ma cosa si esige da noi? — chiese Cardozo.
— Il versamento dei milioni destinati al vostro Presidente.
— Ma è un furto, indegno di una nazione che si chiama la Repubblica
Argentina.
L’agente alzò le spalle.
— Tutto è buono in guerra, — disse.
— Ma noi siamo qui al Chilì, in territorio neutrale, — gridò il mastro.
— Reclamate presso il Governo chileno, se lo potete.
— Siete un miserabile!
— Delle vostre invettive non mi preoccupo.
— Dov’è il signor Calderon? — chiese Cardozo.
— Credo che sia occupato a pranzare.
— È lui adunque che ci ha traditi?
— Ci voleva poco ad indovinarlo.
— Ma chi è adunque colui?
— Un abile agente del Governo argentino, che era riuscito a guadagnarsi
la fiducia del vostro Presidente.
— Ah! — esclamò il mastro, — i miei sospetti erano veri! Ed io, stolto,
che lo salvai, invece di abbruciarlo nella prateria; ma giuro a Dio che
non morrò finchè non gli avrò immerso nel cuore la mia _navaja_!
— E lo giuro anch’io, Diego, — disse Cardozo.
— Se lo ritroverete, — disse l’agente argentino con un sorriso ironico.
— Orsù, signori, bisogna arrendersi e sborsare i milioni che portate
indosso.
— Per poi assassinarci? È così, signore? — chiese il mastro.
— No, e ve ne do la mia parola d’onore.
— I briganti pari vostri non hanno onore.
— Come vi piace. Se depositate i milioni, voi uscirete da qui sani e
salvi, e vi faremo imbarcare su di una nave argentina che giungerà in
porto domani, onde impedirvi di reclamare verso il Governo chileno, che
tutto deve ignorare. Vi si trasporterà in qualche città della nostra
repubblica, e al termine della guerra sarete restituiti assieme a tutti
gli altri prigionieri.
— E se rifiutiamo?
— Rimarrete qui finchè vi arrenderete.
— Ebbene, in tal caso dovrete aspettare un bel pezzo, poichè nè io, nè
Cardozo ci arrenderemo.
— Io credo il contrario.
— Perchè?
— Perchè la fame vi costringerà a capitolare.
Il mastro si slanciò innanzi col coltello in pugno; ma l’agente
argentino e i suoi uomini, che si aspettavano senza dubbio
quell’assalto, con una mossa rapida si erano gettati fuori della
stanza, chiudendo violentemente la porta.
— Vi strapperò il cuore! — urlò il mastro al colmo del furore.
— Come vi aggrada, — rispose l’agente dal di fuori.
— Ah! briganti! — esclamò Cardozo.
— Li puniremo tutti, figliuol mio, — disse il mastro.
— Ma in qual modo, che siamo rinchiusi?
— Fuggiremo.
— Per dove?
— Non lo so; ma fuggiremo, te l’assicuro.
— Bisogna fuggire, sì, bisogna uscire a qualunque costo di qui prima
che la fame ci tolga le forze.
— All’opera, ragazzo mio. Siamo ancora forti e non del tutto inermi.
— Cosa dobbiamo fare?
— Prima di tutto barrichiamo la porta, — disse il mastro. — Non
dobbiamo farci sorprendere nel più bello delle nostre operazioni.
Nella stanza si trovavano per buona fortuna diversi pesanti mobili: una
specie di libreria, due grandi tavoli, un pesante cassettone e diverse
poltrone e sedie. I due marinai, radunando le loro forze, accumularono
tutta quella mobilia contro la porta, formando una barricata tale da
sfidare l’urto più potente e da opporre una lunga resistenza alle palle
di fucile e di revolver.
— Ora, — disse il mastro quand’ebbero terminato, — esaminiamo la nostra
prigione.
— Ah! marinajo! — esclamò Cardozo.
— Cosa c’è ancora? — chiese il mastro.
— Stiamo per essere liberi.
— Sei impazzito, figliuol mio?
— Guarda là.
— Un caminetto!
— Forse possiamo uscire di là.
— Ventre di balena!
— Guardiamo, marinajo.
Presero una candela e si avvicinarono al caminetto, che occupava la
parete situata di fronte alla porta d’ingresso. Cardozo esaminò la
canna e la trovò tanto larga da permettere la salita ad un uomo di
grossezza media.
— Siamo salvi, — disse.
— Dio sia ringraziato! — esclamò il mastro. — È assai alta la canna?
— Tre metri appena.
— Non perdiamo tempo allora.
— Ma il tetto sarà alto?
— La casa mi parve piuttosto bassa e poi fiancheggia un corso d’acqua.
— È vero, e in caso disperato salteremo nel fiumicello, che mi parve
abbastanza profondo.
— Vuoi salire?
— Alzami, e salirò.
Il marinajo prese Cardozo per i piedi e lo spinse in alto. Il bravo
ragazzo si aggrappò a due sporgenze, che dovevano aver servito agli
spazzacamini, e, puntando le ginocchia contro i muri della gola, si
mise ad arrampicarsi colla sveltezza di un vero scojattolo. Giunto
presso l’uscita, si arrestò, trovandosi imprigionato in una specie di
pinacolo fornito di alcune aperture assai strette.
— Ebbene? — chiese il mastro con ansietà.
— Bisogna atterrare il pinacolo, — rispose il ragazzo.
— Hai forza bastante?
— Lo spero.
Cacciò le mani in una apertura e scosse furiosamente i mattoni. Il
pinacolo, che era di costruzione leggera, gli cadde addosso.
— Auff! — esclamò Cardozo, respirando a pieni polmoni l’aria fresca
della notte. — Siamo salvi.
Si issò sul tetto e lanciò un rapido sguardo all’ingiro. Presso la
grondaja scorse un albero i cui rami si allungavano sopra le tegole,
favorendo in tal guisa la discesa.
— Sali, marinajo, — disse, curvandosi verso la gola del camino. — Fra
cinque minuti noi saremo salvi.
— Vengo, — rispose il mastro.
Adoperando i piedi e le mani, s’arrampicò su per la canna e dopo pochi
istanti raggiungeva Cardozo, che si era già aggrappato ad un ramo,
pronto a discendere nella sottostante via.
— Vedi nessuno? — chiese il vecchio lupo di mare.
— La via è deserta, — rispose il ragazzo.
— Vi sono degli uomini presso la porta?
— Non vedo alcuno.
— Discendiamo, e sopratutto non facciamo rumore.
Si aggrapparono ai rami, guadagnarono silenziosamente il tronco
dell’albero e si lasciarono scivolare fino a terra. Appena il mastro
si trovò libero, si raddrizzò con uno scatto da belva, esclamando con
intraducibile accento d’odio:
— Ora a noi due, signor Calderon!
— Fuggiamo, marinajo, — disse Cardozo. — Qui possono sorprenderci e
assassinarci.
— Andiamo, figliuol mio.
Voltarono in fretta l’angolo della casa e si slanciarono di corsa
nella prima strada che si videro dinanzi. Avevano percorso appena
cento metri, quando si arrestarono entrambi alla vista di un uomo che
si avanzava a lenti passi, rasentando i muri delle case. Quantunque la
notte fosse assai oscura, i due marinai l’avevano conosciuto.
— Calderon! — esclamò Cardozo.
— È Dio che ce lo manda, — mormorò il mastro con voce lugubre. — Il
destino ci doveva questa rivincita!
— Attento che non ci fugga, marinajo.
— Il traditore morrà.
— Bada che non sia armato.
— Lo ucciderò, ti ripeto.
Spinse Cardozo dietro l’angolo di una casa, e gli si mise dinanzi colla
terribile _navaja_ in pugno, raccolto su se stesso, come una tigre che
sta per avventarsi sulla preda.
L’agente del Governo, poichè era proprio lui, diretto senza dubbio
alla casa del console argentino, si avanzava senza sospetto, colla
sua solita calma e immerso, a quanto pareva, in profondi pensieri. Non
aveva nemmeno fatto caso a quei due uomini, che forse non aveva neanche
scorti.
— Eccolo! — mormorò il marinajo quando se lo vide vicino.
Fece un salto innanzi e piombò con slancio irresistibile addosso
all’agente, afferrandolo strettamente per la gola.
— Mi conosci, traditore? — gli ruggì agli orecchi il marinajo, mentre
Cardozo gli si poneva di dietro col coltello in pugno.
L’agente del Governo, nel vedersi dinanzi i suoi antichi compagni,
che aveva così vilmente traditi e che credeva di ritrovare ancora
prigionieri nella casa del console argentino, divenne pallido come un
cadavere e tentò, con uno sforzo disperato, di sottrarsi alla stretta
che lo strozzava.
— Mi riconosci, traditore? — ripetè il mastro con accento terribile.
— Grazia, — balbettò l’agente.
— Eccola!...
L’acuta _navaja_ del mastro si sprofondò fino all’impugnatura nel cuore
del signor Calderon, il quale stramazzò al suolo fulminato.
— Così periscano tutti i traditori! — disse il mastro.
— Fuggiamo, Diego, — consigliò Cardozo.
— Sì, fuggiamo, e cerchiamo d’imbarcarci questa notte istessa su
qualche nave.
Ripresero la corsa verso l’ovest e, usciti dalla città, si diressero
verso la baja, nella quale si vedevano ancorati numerosi bastimenti.
Stavano per dirigersi verso la Sanità onde informarsi se vi era in
porto qualche nave con bandiera del Paraguay, quando scorsero un uomo a
cavallo, che trottava verso la città.
Un grido sfuggì a tutti e due: — Ramon!
Il cavaliere, che li aveva già oltrepassati di alcuni passi, volse il
cavallo e in brevi istanti li raggiunse.
— Diego! Cardozo! — esclamò, balzando a terra. — Ah! finalmente vi
ritrovo!
— Amico mio, siete arrivato in buon punto, — disse il mastro,
stringendo energicamente la mano al bravo _gaucho_.
— Siete arrivato oggi?
— Due ore fa, dopo cinque giorni di galoppo indiavolato, e andavo in
cerca del Consolato.
— È inutile cercarlo.
— Perchè?
— Perchè fuggiamo.
— Per qual motivo?
— Ve lo spiegheremo più tardi.
— Ma non vedo con voi il signor Calderon.
— L’abbiamo ucciso poco fa.
— Ah!...
— Era un traditore.
— Lo avevo sospettato.
— Venite.
— Vi seguo.
Il porto era vicino. Diego corse alla Sanità, e colà seppe che si
trovava nella baja un bastimento con bandiera del Paraguay, che doveva
partire all’alba.
Senza perdere tempo noleggiarono un’imbarcazione, e due ore dopo si
trovavano nella cabina del capitano, al quale raccontavano le loro
straordinarie peripezie.
Alle quattro del mattino, all’alta marea, il bastimento scioglieva
le vele, recando con sè i portatori del tesoro e Ramon, che non aveva
voluto abbandonare i suoi vecchi e valorosi amici.
Conclusione.
Sette giorni dopo i nostri amici, sfuggiti miracolosamente a tante
strane avventure ed ai tradimenti dell’infame Calderon, sbarcavano sani
e salvi sulle coste della Bolivia, stato neutrale, che favoriva anzi
l’espansione e l’influenza del Paraguay.
Dopo alcuni giorni di riposo, i nostri eroi si rimettevano in marcia,
onde raggiungere l’esercito del Paraguay che si diceva concentrato
nei dintorni di Cerra-Leon. La traversata della Bolivia, le cui
comunicazioni sono tutt’altro che agevoli, richiese due buone
settimane; ma finalmente raggiungevano il generale Solano Lopez, che
si era trincerato in Piribebuy, della quale avea fatto una capitale
provvisoria, in attesa di riconquistare Assuncion, che si trovava
ancora nelle mani degli alleati.
I milioni furono versati scrupolosamente nelle mani dell’eroico
generale, che omai si trovava colle casse vuote e che aveva perduto
ogni speranza di poterli avere dopo appresa la notizia della perdita
del _Pilcomayo_, fatto saltare in aria dal suo valoroso capitano.
Cardozo, Diego e anche Ramon, che aveva validamente, quantunque
senza saperlo, cooperato alla salvezza del tesoro, furono largamente
ricompensati dal presidente, che amava i coraggiosi, e nominati suoi
ajutanti di campo. La loro fortuna fu però di breve durata, poichè due
anni più tardi, caduto sul campo di Cerra-Gordo l’eroico presidente,
ucciso assieme a suo figlio quattordicenne nel colmo della mischia,
l’esercito veniva sciolto dal nuovo presidente, e i due marinai
venivano rimandati a bordo della squadra fluviatile, mentre Ramon
emigrava in Bolivia.