Il cavaliere della notte.
L’attacco improvviso e irresistibile di tutti quegli animali furiosi
aveva causato ai Patagoni perdite considerevolissime.
Più di mezzi i cavalli che non erano stati capaci di spezzare i legami,
giacevano a terra in una confusione inenarrabile, ridotti in uno
stato veramente deplorevole, coi petti squarciati, dai quali uscivano,
insieme cogl’intestini, veri torrenti di sangue; alcuni rantolavano,
dibattendosi disperatamente fra le strette dell’agonia, altri si
trascinavano attraverso le erbe, mandando nitriti dolorosi.
Sette od otto uomini, senza dubbio i primi che avevano affrontato la
valanga vivente, erano distesi fra le erbe, schiacciati, sventrati,
sanguinolenti, senza vita, e altrettanti gemevano qua e là, invocando
l’ajuto dei compagni.
Hauka, come il mastro aveva predetto, era furioso per lo scacco subìto.
Andava e veniva, bestemmiando contro lo sconosciuto cavaliere che lo
aveva assalito in quella strana guisa, rimproverava aspramente i suoi
uomini, che avevano abbandonato il campo, lasciando i cavalli senza
difesa, e si scagliava contro i figli della luna, che avevano seguìto
il cattivo esempio. Vedendo il mastro ed il mozzo, mosse loro incontro
coi pugni chiusi e gli occhi accesi, gridando:
— Anche voi adunque siete femminucce? Dov’è la vostra potenza? Bisogna
dunque che vi faccia divorar vivi dai _mondongueros_ del Colorado o dai
giaguari della prateria?
— Ehi, capo, non infiammarti tanto, — disse Cardozo, che non lo temeva
più, dacchè aveva il suo fucile. — Forse che tu non ti sei trincerato
dietro ai cavalli, mentre i buoi li massacravano?
— E poi, mio caro Hauka, anche a noi premeva la pelle, — aggiunse Diego.
— Basta! — tuonò il capo.
— Meglio per te, — rispose il mastro, che si sentiva non meno forte di
Cardozo, specialmente ora che sapeva di avere un buon compagno nella
prateria.
I Patagoni, che erano già tutti ritornati al campo, ajutarono i loro
compagni feriti e macellarono i cavalli inservibili, poscia ad un
ordine del capo insellarono gli animali rimasti incolumi, che non
sorpassavano la ventina.
Cardozo e il mastro, non senza stupore e inquietudine, li videro
partire quasi tutti verso l’est, dietro le traccie dei buoi e del
_gaucho_. Il capo, il signor Calderon e tutti gli altri rimasero però
nel campo, che venne subito riparato da una specie di palizzata formata
da grossi rami d’albero.
— Tuoni e lampi! — esclamò il mastro, seguendo cogli occhi i cavalieri
che si allontanavano di carriera. — Non vorrei che quei briganti
sorprendessero il nostro _gaucho_.
— Bah! è un uomo che sa il conto suo, — disse Cardozo. — Si immaginerà
di venire inseguito e si terrà in guardia.
— Purchè il suo cavallo tenga duro.
— Mi ricordo che il suo era un animale da corsa, rapido come il vento e
dal piede sicuro.
— Ah! se fossimo partiti anche noi cogl’inseguitori, che bel tiro avrei
voluto fare a loro, appena a portata di Ramon!
— Saresti fuggito?
— Senza dubbio.
— E non si potrebbe tentarlo ora, marinajo? Vi sono pochi uomini al
campo, e...
— E i cavalli?
— Abbiamo le nostre gambe.
— Gambe assai malandate, ragazzo mio, che si rifiuteranno di portarci
dopo qualche lega. Ritornati i cavalieri, verremo presi di nuovo e
chissà a quale orribile supplizio destinati poi.
— E dunque?
— Aspettiamo per ora.
— Allora propongo di riprendere il sonno, giacchè la notte è ancora
oscura.
— Dormiamo pure, Cardozo.
Andarono a cercare alcune coperte, si avvolsero accuratamente per
ripararsi dall’umidità, che in quelle vaste pianure è abbondante e
sovente causa di seri malanni, e senza occuparsi più dei Patagoni,
affaccendati a scorticare i cavalli, la cui carne, seccata al sole,
doveva più tardi convertirsi in _charquì_, attesero il ritorno dei
cavalieri lanciati sulle tracce del _gaucho_.
Passarono parecchie ore senza che si udisse il menomo rumore sulla
grande prateria, che le tenebre coprivano. Più volte si alzarono,
credendo d’aver udito in distanza il trombone del _gaucho_ tuonare
contro i Patagoni, o di udire il galoppo furioso di parecchi cavalli;
ma la notte trascorse senza alcun incidente e senza detonazioni che
indicassero qualche cosa di grave.
Verso l’alba apparvero finalmente i cavalieri partiti nella notte. Lo
sguardo acuto del mastro, si fissò subito sul gruppo, e non distinse
alcuno straniero fra di loro.
— Dio sia ringraziato! — esclamò, respirando a pieni polmoni. — Anche
questa volta i pagani sono rimasti delusi.
— Dove mai si sarà rifugiato il nostro bravo amico? — chiese Cardozo.
— Avrà frapposto delle buone leghe tra il suo cavallo e quelli
degl’inseguitori; ma sono certo che tornerà: lo sento.
La truppa rientrò nel campo, affranta per la lunga corsa. I cavalli
erano coperti di schiuma e sudavano come avessero percorso dieci leghe
sempre di galoppo.
Hauka, di assai cattivo umore per l’insuccesso dell’inseguimento, diede
ordine ai nuovi arrivati di accampare e di procedere al seppellimento
dei cadaveri, onde sottrarli ai denti dei giaguari e dei coguari.
Servendosi dei coltelli e delle lancie, i Patagoni scavarono diverse
buche le une vicine alle altre, e vi calarono dentro i cadaveri, colle
gambe incrociate in modo che le ginocchia toccassero la bocca e le
calcagna posassero sulla parte estrema delle coscie. Se il tempo non
fosse stato ristretto, quei selvaggi, che hanno un grande rispetto
pei loro morti, non avrebbero mancato di far seguire i funerali
con sacrifici, che consistono per lo più nell’uccisione dei cavalli
appartenenti ai defunti; ma questi animali erano troppo preziosi in
quei momenti per fare ciò.
— Fanno le cose assai spicce, — disse Diego, che aveva assistito alla
cerimonia insieme con Cardozo. — Si vede che il capo non vuol perdere
tempo.
— In tempo di pace cosa fanno? — chiese il ragazzo.
— Oh! le cose vanno per le lunghe. Al seppellimento intervengono
tutti i parenti, tinti di nero, i quali dapprima distruggono tutti
gli oggetti che appartennero ai defunti, non esclusa la tenda, e poi
scannano tutti i cavalli. L’animale favorito però non si ammazza che
sulla tomba del defunto, onde possa poi servirsene nell’altro mondo.
— E le vedove, cosa fanno? Portano forse il lutto?
— Senza dubbio, e che lutto! Per un anno intero sono costrette a
serbare la fedeltà conjugale, pena la morte; non possono nè lavarsi,
nè cambiare vesti, nè uscire dalla loro tenda, esclusi pochi minuti per
procurarsi il cibo necessario alla loro esistenza.
— E si tingono pure di nero?
— Senza dubbio.
— Le compiango sinceramente.
— Bah! sono selvagge come gli uomini!
A mezzodì, nel momento che veniva calato nella fossa l’ultimo cadavere,
una nuova banda, composta di una ventina di cavalieri, giungeva al
campo, preceduta da alcuni uomini dell’avanguardia, partiti fino dalla
notte. Il capo, che pareva avesse fretta, riorganizzò la sua truppa,
lasciò a guardia dei feriti gli uomini sprovvisti di cavalli e comandò
la partenza.
Girata la palude, che si estendeva per parecchie miglia dal nord al
sud, ingombra di piante palustri, in mezzo alle quali si vedevano
sbadigliare degli _jacarè_[19] dalle potenti mascelle, in attesa di
preda, e svolazzare gran numero di fenicotteri dal collo smisurato e
dalle forme barocche, e di specie di anitre, si diressero di galoppo
verso il Rio Colorado, che non doveva essere molto lontano, a giudicare
dagli innumerevoli torrenti che correvano verso settentrione.
La prateria aveva ripreso il suo impero al di là dei boschetti che
circondavano il lago, e si estendeva a perdita d’occhio, non già
piana come generalmente si crede siano le _pampas_, ma con piccole
ondulazioni, seminate da straordinarie quantità di fiorellini dai
vivaci colori, e da agglomeramenti di bellissimi cardi, in mezzo
ai quali si vedevano saltellare e fuggire numerose _viscaccias_,
animaletti che somigliano ai castori, forniti di un pelo pregiato, e
non poche _zorillas_, specie di martore, colla coda ricca di peli, la
quale si fende per lasciar sfuggire un puzzo infernale, che si espande
a più di una lega e che è sufficiente per arrestare i cacciatori e
anche i cani. Di quando in quando si scorgevano qua e là dei piccoli
laghetti, che ordinariamente contenevano acque salmastre e di gusto
cattivo, e dei torrentelli, che correvano invariabilmente verso il
nord.
Verso il tramonto la banda, che aveva galoppato quasi senza posa verso
il settentrione, giungeva sulla riva del Rio Colorado, detto pure Rio
Mendoza, bellissimo fiume, dalle acque però rossicce, che nasce nella
provincia di Mendoza, sul versante orientale delle Ande, e che corre
attraverso le _pampas_ per 1330 chilometri, scaricandosi nell’oceano
Atlantico di fronte all’isola Triste, dopo d’aver attraversato i laghi
Grande e Lagunilla e di aver ricevuto sulla sua destra il Tamija,
l’Aceguia e il Tungayan.
Hauka stava per spingere il proprio cavallo nel fiume onde cercare
un guado, quando la sua attenzione fu attirata da una sottile colonna
di fumo che si alzava sulla sponda opposta, radendo alcune macchie di
cactus. La sua fronte si corrugò e il suo sguardo si accese, mentre le
sue mani impugnavano la lancia e il _bola_.
— Pampas, o Argentini? — chiese egli agli uomini che lo seguivano.
Nessuno rispose alla domanda: poteva essere un accampamento d’Indiani,
e anche di Argentini fuggiti verso il sud in seguito alla guerra di
frontiera iniziata dai primi.
— Sento odor di polvere, — disse Cardozo, che aveva pure notato quel
fumo. — Che ne dici, marinajo?
— Io suppongo che sia un accampamento di Argentini, — rispose il
mastro. — I Pampas devono essere tutti al nord.
— Cosa farà il capo?
— Se sono Argentini, non esiterà ad attaccarli.
— E noi cosa faremo?
— Saremo costretti ad ajutare questi briganti per non pagar dopo il
conto, in caso di una vittoria. Del resto, ho una voglia matta di dare
addosso a quei nemici della nostra patria, che ci fecero tanto male.
— E se le cose volgono alla peggio pei nostri pagani?
— Passeremo al nemico, potendolo.
— Ben detto, marinajo.
Il capo, dopo un breve consiglio coi suoi più abili e più prodi
guerrieri, fece distaccare due uomini di provato coraggio,
coll’incarico di esplorare la riva opposta, ordinando agli altri di
accampare in mezzo ai cespugli per non venire scorti dai presunti
nemici.
I due esploratori, trovato un guado, attraversarono la corrente, ch’era
tranquillissima, e, legati i loro cavalli ad un albero, scomparvero fra
i cactus della opposta riva.
Trascorse mezz’ora, durante la quale il capo non abbandonò un solo
istante la riva; poi, al di là del fiume, si udirono i cavalli nitrire
e quindi immergersi. Al vago chiarore delle stelle furono scorti gli
esploratori che attraversavano rapidamente la corrente.
— Pampas, o Argentini? — chiese il capo appena furono a portata della
voce.
— Argentini, — risposero i due esploratori.
In un baleno tutti i guerrieri che si tenevano appiattati fra i cactus
furono in piedi colle armi in pugno, affollandosi sulla riva. Cardozo,
il mastro e perfino il flemmatico signor Calderon erano pure accorsi.
— Quanti? — chiese il capo, i cui occhi brillavano come quelli d’un
gatto, nella profonda oscurità che avvolgeva la _pampa_.
— Dodici, — risposero gli esploratori.
— Dove sono accampati?
— A cinquecento braccia dal fiume.
— Armati?
— Di fucili.
— Hanno carri?
— Quattro.
— Sta bene, — concluse il capo.
Diego, che non aveva perduto una sillaba, si fece innanzi.
— Capo, — disse, — cosa intendi di fare?
— Darò battaglia ai _cristianos_.
— E noi cosa dobbiamo fare?
— Verrete con noi e ci ajuterete: ma vi avverto che al menomo sospetto
vi faccio abbruciare vivi tutti e tre.
— Grazie dell’avviso, capo, — disse il marinajo.
Hauka, che pareva impaziente di dar addosso ai _cristianos_, certo
di guadagnare un bel bottino, fece montare in sella i suoi uomini,
raccomandò a tutti di avvolgere nelle coperte le teste dei cavalli onde
non nitrissero, poi entrò nel fiume.
Il passaggio si operò nel più profondo silenzio e nel massimo ordine,
grazie all’assenza dei caraibi, delle anguille elettriche e dei
caimani, i tre flagelli dei fiumi dell’America meridionale. Alle nove
la banda toccava la riva opposta, nascondendosi fra i cespugli.
— Non si attacca dunque? — chiese Cardozo, vedendo che i Patagoni
discendevano di sella.
— I briganti sono furbi come giaguari, — rispose Diego imitando i
Patagoni. — Non assaliranno gli Argentini che a notte inoltrata, onde
sorprenderli nel sonno.
— Dimmi, marinajo, che ci sia il nostro _gaucho_ fra quegli accampati?
— Corpo di un treponti disalberato! — esclamò il mastro, colpito da
quella riflessione. — Se ciò fosse!...
— Eccoci in un bell’imbarazzo!
— No, non può essere, — disse il mastro, dopo alcuni istanti di
riflessione. — Ramon non sarebbe stato solo, quando ci scagliò addosso
quella valanga di buoi.
— Se potessimo accertarci di ciò? Non mi perdonerei mai di aver
ajutato questi pagani contro degli uomini che lavoravano per la nostra
salvezza.
— E nemmeno io, Cardozo; ma... zitto!...
— Cosa odi?
— Non ti sembra di udire un galoppare precipitato sulla riva opposta?
Guarda, anche i Patagoni si sono accorti.
Cardozo tese gli orecchi, mentre i Patagoni si alzavano l’un dopo
l’altro, lanciando sguardi sospettosi verso il sud. In mezzo al
profondo silenzio, appena rotto dal mormorìo del Colorado, il giovane
marinajo udì distintamente un galoppo che si avvicinava rapidamente.
— È Ramon, — mormorò egli.
— Sì, dev’essere lui, — disse il mastro. — Segue la nostra banda e si
dirige verso il fiume.
— Che non sappia che noi ci troviamo qui?
— È troppo furbo per cadere stupidamente in mezzo a noi.
— E perchè viene qui adunque?
— Senza dubbio per assicurarsi se noi abbiamo passato il fiume o no.
— Che Hauka gli lanci dietro alcuni de’ suoi?
— Ha troppo bisogno di uomini in questo momento per pensare al _gaucho_.
— Zitto!... eccolo!
Infatti un cavaliere era uscito dalle macchie e si avanzava cautamente
verso il fiume. — Alla incerta luce delle stelle, i due marinai
videro brillare nelle mani di lui un’arma che sembrava un trombone.
Il cavaliere si spinse fin presso la riva e guardò attentamente
all’opposta parte, cercando senza dubbio di discernere i Patagoni, che
si tenevano celati fra le piante.
Ad un tratto un sibilo acuto si fece udire in aria, e una palla
lucente, un vero _bola_, attraversò il fiume, cadendo fra i cespugli
occupati dai guerrieri. S’intese una specie di grugnito, che pareva
emesso da Hauka, poi alcuni _bolas_ partirono.
Il cavallo del _gaucho_ fece un salto, come se fosse stato colpito,
poi ripartì di carriera, seguendo la riva destra del fiume, e scomparve
verso l’est.
— È Ramon, — disse il mastro.
— Sì, sì, l’ho riconosciuto, — confermò Cardozo. — Ah! e non poter
fargli alcun segno!
— Sa egualmente che noi siamo qui, ragazzo mio, poichè continua a
seguirci.
— Ritornerà?
— Passerà il fiume alcune miglia più in giù, e poi si rimetterà sulle
nostre tracce.
— Credi adunque che ignori la presenza degli Argentini che stiamo per
assalire?
— Sì, poichè non avrebbe mancato di dare l’allarme collo sparare il suo
trombone.
— Meglio così.
Cardozo stava per alzarsi, quando si sentì appoggiare una mano sulla
spalla. Si volse e si trovò faccia a faccia con Hauka, il quale
dardeggiava su di lui due occhi infiammati.
— Figlio della luna, — disse con accento duro, — conosci tu quel
cavaliere?
— E tu? — chiese a sua volta Cardozo prontamente.
— È un nemico.
— Lo suppongo anch’io.
— Tu e il tuo compagno lo dovete conoscere.
— T’inganni, capo, — disse il mastro.
— Hauka ha lo sguardo del serpente.
— E cosa vuoi concludere?
— Nulla per ora, ma dopo l’attacco ne riparleremo.
Ciò detto, il capo si allontanò, non senza fare colle mani un gesto di
minaccia, che non isfuggì ai due marinai.
— Qualcuno ci ha traditi, — mormorò Cardozo.
— Così penso anch’io, — disse il mastro.
— E sospetto su qualcuno.
— E anch’io.
Si guardarono in viso l’un l’altro, e lo stesso nome uscì dalle loro
labbra: — Calderon!
Nel medesimo istante si udì comandare l’attacco dell’accampamento
argentino.