— Ah! vi divertite, a quanto pare! — disse lo stregone, lanciando su di
loro un’occhiata obliqua.
— Non si può far a meno di ridere, signor Calderon, nel ritrovarvi
sotto quel costume, — disse il mastro. — Ma dite: quando siete caduto
col pallone?
— Jeri.
— Ma dove siete stato che non vi abbiamo veduto al campo, quando quei
pagani del malanno ci condussero colà legati come se fossimo salami?
— Nel bosco sacro.
— Per l’investitura dell’alta carica che occupate?
L’agente fece un cenno affermativo, e poi, alzandosi bruscamente, disse:
— Seguitemi.
— Dove?
— Al campo.
— Io preferirei alzare i talloni, — disse Cardozo.
— Seguitemi, — ripetè l’agente con stizza, — e non dimenticate che
siete i figli della luna.
— Buono! — esclamò il mastro, messo in allegria. — Almeno quei pagani
non oseranno tormentare gli uomini che hanno la invidiabile fortuna di
capitombolare dal cielo... In marcia!
Invece però di partire, il signor Calderon si fermò, come se fosse
stato colpito da un grave pensiero. Si volse bruscamente verso i due
marinai e chiese a bruciapelo:
— E i diamanti?
— Li abbiamo con noi, — risposero i marinai.
— Che nessuno li veda.
— Oh! potete esser certo che nessuno ce li prenderà, — disse Diego. —
Bisogna che mi facciano in centomila pezzetti per levarmeli di dosso.
— Basta così: seguitemi.
Si misero in cammino, dirigendosi verso i Patagoni, che si tenevano sui
loro cavalli, spiando attentamente le mosse dei tre figli della luna,
che veneravano sì, ma che non desideravano vederseli fuggire di mano.
Il capo Hauka, che si trovava in mezzo ai suoi guerrieri colla lancia
in resta, mosse incontro allo stregone, seguìto da una dozzina dei
suoi più prodi guerrieri, distinti da un maggior numero di tatuaggi, e
giunto a pochi passi di distanza, balzò agilmente a terra.
— Sono i tuoi fratelli? — chiese all’agente.
— Sì, — rispose l’interrogato.
— Siano adunque i benvenuti nel mio campo; nulla hanno da temere da
Hauka e dai suoi guerrieri.
— Ehi, marinajo, — esclamò Cardozo, — pare che le cose camminino a
meraviglia.
— Sì, mercè quel brutto costume da orco che ha indossato l’agente del
Governo.
— Non ci mancherebbe che ci rendessero i nostri fucili, per farci
pienamente contenti.
— Hum! da questo lato non ci sentono, figliuol mio.
— Cosa dicono? — chiese Hauka allo stregone, additando i due marinai.
— Che vorrebbero le loro armi.
Il capo fece una smorfia.
— I _gilwum_ mandano palle e fiamme, — disse. — I figli della luna non
ne hanno bisogno nel mio campo.
— Che il diavolo t’impicchi! — brontolò il mastro che lo aveva capito.
— Ma se posso rubarti i nostri _gilwum_, come tu li chiami nella tua
lingua barbara, ti farò vedere io come se ne serviranno i figli della
luna.
— Partiamo, — disse il capo.
La cavalcata si mise tosto in moto, seguita da tutte le donne e da
tutti i fanciulli, ch’erano accorsi per veder mangiare vivi i due
marinai, verso i quali ora professavano un profondo rispetto, che
non era però esente da un sentimento di misterioso terrore. I figli
della luna camminavano liberi in uno spazio sufficiente per non venire
urtati dai cavalli, ma completamente circondati, onde impedire a loro
qualunque tentativo di fuga: precauzione, del resto, affatto superflua,
poichè pel momento una fuga sarebbe stata affatto impossibile.
Giunti all’accampamento, i Patagoni formarono attorno ai prigionieri
un vasto cerchio e il capo si avanzò solo fino ai figli della luna,
i quali, non sapendo di che trattavasi, cominciavano a ridiventare
inquieti.
— Che i potenti figli del cielo si corichino, — disse, indirizzandosi a
Cardozo e al mastro.
— E perchè, o capo? — chiese il lupo di mare.
— Perchè non dovranno più mai lasciare il capo Hauka e le sue genti.
— Cosa vuole quel volpone? — chiese Cardozo.
— Ne so meno di te, ragazzo, — rispose Diego. — Pretenderebbe forse
che noi vivessimo sempre coricati? Vecchio mio, bisognerà adoperare la
forza.
— Mi hanno capito i figli della luna? — chiese il capo con una certa
impazienza.
— Obbediamo e stiamo a vedere, — disse Diego. — Vedo che il signor
Calderon è tranquillo: segno che non corriamo pericolo alcuno.
I due marinai si coricarono. Subito sei vigorosi guerrieri si fecero
innanzi e li afferrarono per le braccia e per le gambe, impedendo a
loro di fare qualsiasi movimento.
— Signor Calderon, — disse il mastro, — cosa vogliono fare questi
pagani?
L’agente del Governo, che si era tranquillamente seduto a breve
distanza, si accontentò di alzare le spalle e di fare un gesto di
dispetto.
— Sempre di cattivo umore quel diabolico uomo, — brontolò Cardozo. — Si
direbbe che le parole gli guastano i denti.
— Che un pescecane mi mangi in un sol boccone se io capisco qualche
cosa, — disse il mastro. — Che si tratti di qualche cerimonia?
— Pare che sia così, — rispose Cardozo. — To’! Un altro stregone?
Un patagone, che portava al collo dei monili di denti di belve
feroci e di vertebre di serpenti e sul capo un grande ciuffo di penne
variopinte, si avvicinava a loro, portando in mano un bizzarro arnese
che pareva un coltello smussato, ma più largo all’estremità che verso
l’impugnatura.
Ad un suo cenno i guerrieri strapparono ai due marinai gli stivali e
le calze, mettendo a nudo i piedi. Il mastro mandò un grido di furore
e con una potente ma inutile spinta tentò liberarsi dalle mani che
l’inchiodavano al suolo.
— Briganti! — esclamò.
— Cosa sta per succedere, Diego? — chiese Cardozo, che era diventato
pallido. — Ci tagliano forse i piedi?
— No, ma c’impediranno di fuggire, come se non li avessimo più. Ah!
doveva aspettarmi un simile tiro da questi pagani!
— Signor Calderon, — disse Cardozo con voce supplichevole, — accorrete
in nostro ajuto.
L’agente del Governo, invece di rispondere, accennò i propri piedi, poi
crollò le spalle, come per dire che nulla poteva fare.
Intanto il nuovo stregone arrotava il suo strano coltello su di un
pezzo di pietra arenaria, provando di quando in quando il filo, come se
volesse prima accertarsi se era tagliente al punto che lo desiderava.
— Va bene, — disse ad un certo momento. — Datemi il piede.
— Che ti colga un accidente! — gridò il mastro, e, non potendo
muoversi, sputò contro lo stregone.
Due guerrieri afferrarono la gamba destra di Cardozo e l’alzarono.
Il disgraziato, non sapendo ancora di che trattava, malgrado il suo
straordinario coraggio, impallidì orribilmente e gettò un grido.
— Chetati, figliuol mio, — disse il mastro, che nondimeno era vivamente
commosso. — Si tratta di una semplice incisione.
Lo stregone afferrò bruscamente il piede del ragazzo e praticò sotto
la pianta una leggera incisione, penetrante però nello strato muscolare
e che si estendeva dal dito pollice fino al tallone. Il dolore fu così
lieve che Cardozo non mandò neanche un sospiro.
— Ecco fatto, — disse il mastro, che seguiva ansiosamente quella strana
operazione. — Ti hanno fatto male, ragazzo mio?
— No, — rispose Cardozo. — Si direbbe che mi hanno fatto una
leggerissima bruciatura.
— A me adunque.
Sporse spontaneamente il piede, e lo stregone gli fece l’istessa
incisione. Subito i due prigionieri vennero lasciati liberi.
— Ma perchè ci hanno fatto questo segno? — chiese Cardozo, che si
guardava il piede.
— Per impedirci di fuggire, — rispose il mastro, che si era prontamente
rialzato.
— In qual modo? Vedo che io cammino abbastanza bene, marinajo.
— Sì, ma non potresti fare una marcia molto lunga, poichè il piede
ben presto si gonfierebbe e ti darebbe tali dolori da forzarti ad
arrestarti.
— Ma la ferita non si rimargina dunque?
— Sì; ma quel dannato stregone avrà cura di mantenerla sempre aperta.
Ogni mattina verrà a visitare il nostro piede e lo riaprirà con quel
coltello che tu hai veduto.
— E il signor Calderon? che non abbia subito l’operazione?
— Ho veduto poco fa che camminava zoppicando.
— Sicchè nessuno di noi tre potrà battersela.
— Bah! ce la batteremo, figliuol mio: te lo assicuro, e se non potremo
farlo a piedi, lo faremo a cavallo. Che diavolo! Ci sono tanti cavalli
qui! Lascia che si maturi il progetto che vado molinando e vedrai.
Un guerriero si avvicinò in quell’istante a loro e ordinò che lo
seguissero. Il marinajo e Cardozo lo accompagnarono zoppicando fino
dinanzi ad una tenda, che pareva fosse una delle più grandi e delle
migliori.
— Entrate, — disse il guerriero. — È il regalo del capo.
— Finalmente abbiamo una casa, — disse il mastro allegramente.
— Non ci mancherebbe che una buona zuppa, — disse Cardozo.
— Verrà, figliuol mio.
E non tardò infatti a venire. Non era precisamente una zuppa, ma
qualche cosa di migliore forse, poichè venne recato un enorme pezzo
di cavallo arrostito, che mandava un odore appetitoso, assieme ad una
certa quantità di gomma bolax e di midolla di ossa.
I due marinai, che morivano di fame, assaltarono bravamente quei cibi
sostanziosi, poi si avvolsero nelle coperte trovate sotto la tenda e
si addormentarono, senza più occuparsi nè del signor Calderon nè dei
Patagoni.