Un supplizio spaventevole.
Otto ore dopo la partenza del capo, del signor Calderon e dei
guerrieri, una truppa di cavalieri che aveva passato a nuoto il Rio
Negro, entrava nel campo schiamazzando, salutata dai nitriti dei
cavalli attaccati ai piuoli delle tende.
Le donne, i vecchi ed i fanciulli, svegliati bruscamente da tutto quel
chiasso, che assumeva proporzioni tali da rompere i timpani anche agli
orecchi meglio conformati, credendo di essere stati sorpresi da una
banda di Pampas, che non li vedono troppo di buon occhio scorrazzare
le immense praterie del Sud, si precipitarono confusamente fuori dalle
_toldos_, armati di lancie e di _bolas_, pronti a difendere il loro
campo, malgrado l’assenza dei guerrieri.
La loro apprensione fu di breve durata. Quantunque la notte fosse assai
oscura, nei cavalieri che invadevano il campo riconobbero tosto i loro
compatrioti che si erano slanciati dietro le tracce della luna e che
ritornavano dopo una corsa furiosa di dieci ore, coi cavalli coperti di
schiuma e mezzi rattrappiti.
— Largo! largo! — tuonò il capo della truppa, che cavalcava in testa a
tutti.
— Dov’è la luna? — chiesero le donne ed i vecchi, che non riuscivano a
scorgere l’astro.
— È tornata in cielo, — rispose il capo.
— Disgrazia! disgrazia! — si misero ad urlare le donne.
— Ma portiamo con noi qualche cosa d’altro, — disse il capo.
— Un altro figlio della luna?
— No: due maledetti _cristianos_ che hanno ucciso alcuni dei nostri più
coraggiosi compagni.
Una esplosione di furore si manifestò fra i Patagoni del campo.
— A morte i _cristianos_! — vociarono tutti, alzando le lancie e
facendo volteggiare i _bolas_.
— Sì, a morte, — dissero i cavalieri.
— Subito! subito!
— All’alba, — disse il capo. — Largo ai _cristianos_!
Due cavalli vennero spinti in mezzo all’accampamento. In groppa,
solidamente legati e semi-coricati, portavano un uomo ed un ragazzo,
che pareva non dessero più segno di vita. Alcuni guerrieri li
sbarazzarono dei legami e li gettarono bruscamente a terra, senza
badare se quei disgraziati prigionieri in quella ruvida caduta si
rompevano le membra.
Il più anziano, che era il nostro mastro Diego, il quale, dopo il
potente pugno ricevuto dal patagone che lo aveva fatto prigioniero,
non era più tornato in sè, sentendosi buttare a terra, aprì gli occhi,
esclamando:
— Per Bacco! un po’ più di grazia, miei cari selvaggi! Volete rompermi
anche le gambe, per soprammercato? Corpo d’un treponti sventrato! Ho
dormito, o mi avevano mezzo accoppato?
Facendo uno sforzo si alzò sulle ginocchia, girando attorno uno sguardo
sospettoso.
— Hein! — mormorò. — Mi pare d’essere in brutta compagnia. To! anche
delle donne, dei bambini... Corpo di un cannone smontato! Come finirà
questa brutta avventura? E il mio povero Cardozo?
— È qui, — rispose il ragazzo, che a poco a poco si alzava.
— Ah! ragazzo mio! — esclamò il mastro, abbracciandolo e stringendolo
amorosamente al petto. — Ti svegli in un gran brutto momento!
— Dove siamo noi, marinajo?
— Lo vedi: nelle mani dei giganti della Patagonia.
— Ma come è successo ciò? E i _gauchos_, perchè non sono con noi?
— Brutte cose sono accadute mentre tu dormivi, mio povero ragazzo. I
Patagoni ci hanno dato la caccia, i _gauchos_ si sono fatti inseguire
nella speranza di salvarci, e non so più dove siano, se pure sono
ancora vivi, e noi siamo stati presi e condotti al di qua del Rio
Negro.
— Ma cosa vogliono fare di noi questi giganti del malanno?
Il mastro lo guardò con gli occhi umidi, ma non rispose.
— Marinajo, — disse il coraggioso ragazzo, — sai bene che io non ho mai
avuto paura. Apri il becco e butta fuori tutto quello che sai.
— Mio povero Cardozo, temo che la finisca male per noi. Questi pagani
sono furibondi contro di me perchè ho ucciso o storpiato tre o quattro
loro compagni, e sono certo che ce la faranno pagare cara. Guarda che
brutte occhiate ci lanciano e come impugnano fieramente le lancie e i
_bolas_.
— È un po’ duro, marinajo, il dover morire per mano di questi selvaggi.
Ah! se potessimo contare su qualche ajuto!
— E su chi mai, figlio mio? I _gauchos_ sono forse stati uccisi, e se
pur fossero ancora vivi, non si arrischierebbero a venire fin qui pei
nostri begli occhi.
— E il signor Calderon?
— Chissà dove sarà andato a finire quell’antipatico agente del Governo.
Ma to’! Se i Patagoni inseguivano il pallone... Dove mai sarà caduto
colui? Hum! se fosse qui quel dannato uomo! Eppure...
Non finì. I Patagoni che li circondavano e che parevano aspettassero un
ordine, si erano gettati bruscamente sui due disgraziati marinai, che
in pochi istanti si trovarono solidamente legati.
— Ah! birbanti! — esclamò il mastro, allungando un potente calcio al
selvaggio più vicino. — Ci prendete per dei salami, per legarci in tal
guisa? Brutti pagani, se avessi ancora la mia carabina, vi insegnerei
io a trattare un po’ meglio le persone che vanno pei loro affari.
— Marinajo, ti sfiati inutilmente, — disse Cardozo.
— Lascia che mi sfiati finchè mi lasciano la lingua, ragazzo mio...
To’! cosa succede ancora? Anche quelle maledette streghe se la prendono
con noi? Ih!.... che baccano!
Una quarantina di donne, alte come granatieri, si avvicinavano ai
disgraziati prigionieri, urlando con quanta voce avevano in gola:
— Morte ai _cristianos_!
— Siamo noi questi _cristianos_? — chiese Cardozo, che non sembrava
troppo commosso, malgrado la situazione fosse tutt’altro che bella.
— Precisamente, Cardozo. Questi pagani appellano con tal nome tutti gli
Spagnuoli, o, per meglio dire, tutti gli uomini di razza bianca.
— Ma cosa vogliono quelle donnacce?
— Divertirsi alle nostre spalle: ne sono certo.
E il mastro non s’ingannava. Quelle furie, fattesi largo fra i
guerrieri ch’erano stati posti di guardia, si misero a danzare
disordinatamente attorno ai prigionieri, che giacevano a terra
solidamente legati, assordandoli con grida acute, sputandovi sopra e
facendo sberleffi di ogni specie.
Diego, meno paziente di Cardozo, sfogava la sua rabbia con epiteti
d’ogni specie e, non potendo adoperar le mani, tirava calci in tutte le
direzioni, e non sempre andavano perduti.
La rabbia impotente del bravo marinajo parve che mettesse in buon umore
quelle granatiere. Fattesi più ardite, si strinsero tutte attorno a
lui, calpestando il povero ragazzo, e si misero a tirargli i capelli e
la barba fra grandi scoppi di risa.
— Ah! dannate streghe! — urlava il mastro, dibattendosi come un
ossesso. — Se avessi una mano libera, vi farei strillare io come vi
meritate. Ehi! Cardozo, figliuol mio, tira calci a queste furie. Ahi!
ahi! i miei capelli se ne vanno!
Ma le donne, invece d’aver compassione delle sue grida, continuavano
tirando capelli e barba con maggior forza e sempre ridendo. Il tormento
non era però ancora finito, anzi aveva da cominciare ancora, poichè
alcune di quelle donne ben presto arrivarono portando con loro dei
tizzoni accesi.
— Ah! briganti di pagani! — esclamò il mastro. — Ci lascieranno
arrostire vivi da queste furie senza cuore?
Un grido acuto gli fece gelare il sangue: lo aveva mandato Cardozo.
— Figlio mio! — gridò il mastro, facendo uno sforzo poderoso per
liberarsi dai legami.
— Ehi! marinajo, — rispose il ragazzo, — mi pare che ci arrostiscano.
— Coraggio, Cardozo.
— Mi hanno fatto assaggiare un tizzone ben ardente. Queste streghe sono
più feroci degli uomini. Che ci accoppino subito adunque!
Fortunatamente i guerrieri, che fino allora avevano lasciato fare,
vedendo che i prigionieri facevano sforzi disperati per liberarsi
dalle corde, respinsero brutalmente le donne che si apparecchiavano ad
abbrustolire la pelle del mastro.
— Grazie, pagani, — disse il lupo di mare. — Almeno voi avete più buon
cuore di quelle donne.
— Lo vedremo domani, — disse Cardozo. — Temo che abbiano paura che ci
guastino troppo, invece.
— Chissà! speriamo, ragazzo mio.
Ad un tratto rabbrividì e la sua pelle, quantunque cotta e ricotta dal
sole e dai venti del mare, divenne livida.
Una donna nell’allontanarsi gli aveva gridato contro:
— Ti vedremo domani alle prese coi _mondongueros_!
— Gran Dio! — mormorò il mastro mentre un freddo sudore gli inondava la
fronte. — Siamo perduti!
— Cosa mormori, vecchio lupo? — chiese Cardozo che si era trascinato
vicino a lui.
— Nulla, figlio mio.
— Tu mi nascondi qualche cosa.
— È vero.
— Butta fuori, per Bacco! Ti pare che io debba ignorare certe cose,
mentre stiamo forse per andarcene al mondo di là?
— Cardozo, hai del coraggio, — disse il mastro, guardandolo con
ammirazione. — Tu scherzi con la morte, come se si trattasse di
scherzare con una bottiglia di _aguardiente_.
— Meglio così, vecchio lupo, — disse il ragazzo sorridendo. — E poi
chissà che la cosa non sia tanto brutta quanto sembra.
— T’inganni, se speri. Domani avremo da fare coi _mondongueros_.
— Cosa sono questi signori _mondongueros_?
— I mangiatori d’interiora.
— Ne so meno di prima.
— Dei pesci; ma che pesci, ragazzo mio! Non ci lascieranno indosso un
pezzetto di carne grosso come una palla di carabina.
— Mi fai rabbrividire, vecchio mio. Che razza di supplizio è mai questo?
— Te lo dirò in poche parole. In parecchi fiumi dell’America del Sud,
non escluso il nostro Rio della Plata, solamente in alcuni luoghi
però, si trovano dei pesciolini lunghi tutt’al più dieci centimetri,
dalla pelle azzurrognola nella parte superiore, marmorizzata di
macchie rossicce nella parte inferiore, e armati di denti triangolari,
attaccati a certe mascelle di tal potenza da stritolare persino un
pezzo di ferro.
«Questi pesciolini sono dotati di una voracità spaventevole. Basta
che un cavallo entri nel fiume da loro popolato perchè si slancino
tutti sul disgraziato animale, gli forino i fianchi e gli divorino
le interiora con una rapidità spaventevole; di qui il nome di
_mondongueros_, che significa «mangiatori d’interiora».
— E si limitano a mangiare le budelle?
— Ma che! divorano anche la carne e con tal furore che in dieci minuti
ti riducono un uomo allo stato di scheletro pulito a tal punto da non
lasciare neanche un pezzetto di pelle, nemmeno il più piccolo tendine.
— Sicchè noi verremo mangiati vivi, — disse Cardozo, diventando pallido.
— A meno che qualcuno venga in nostro soccorso.
— Conti su qualcuno?
— Non conto che su un miracolo.
— Hum! i miracoli sono rari al giorno d’oggi, marinajo.
— Lo so! Dannati Patagoni! c’è da diventare matti a pensare a quale
orribile supplizio ci hanno destinati questi feroci selvaggi. Mangiato
dai pesci! Fossero almeno pesci di mare, ma no: da pesci di fiume!
Poi, come se avesse esalata tutta la sua collera in quelle parole,
il degno mastro si lasciò cadere a terra e non parlò più. Cardozo,
quantunque non meno atterrito del compagno, si mise invece a guardare
attentamente l’accampamento e i sei guerrieri che erano stati posti
a guardia. Il bravo ragazzo ruminava nel suo cervello un ardito
tentativo di fuga. Ben presto, fingendo di aver sonno, si rovesciò
sul dorso, mettendosi però le mani di dietro, e si mise lentamente, ma
tenacemente, a tirare le corregge che lo legavano, allungandosi più che
poteva per diventare più esile.
È vero che anche libero aveva da lottare contro i sei guerrieri; ma
egli calcolava assai sulle proprie gambe e sopratutto sui cavalli che
pascolavano a pochi passi di distanza, già insellati, pronti per la
partenza.
A forza di unghie e sempre tenendo gli occhi sui guerrieri, a poco a
poco riuscì a sciogliere un nodo, poi un secondo e quindi un terzo,
liberando così una gamba. Stava per avvertire il mastro della buona
riuscita, quando vide i guerrieri del campo uscire dalle tende in pieno
assetto di guerra.
Ad oriente una luce biancastra cominciava a spuntare, facendo
impallidire la luce degli astri: il sole stava per comparire.
Cardozo lanciò una sorda imprecazione. Il mastro, svegliato da quella
specie di torpore che lo aveva invaso, si alzò per metà e chiese:
— Che hai, figlio mio, da mormorare?
— Spunta l’alba, — disse Cardozo coi denti stretti.
— Tutto è adunque finito per noi?
— Pare di sì, Diego.
— Ma...
Non ebbe tempo di proseguire. I sei guerrieri lo afferrarono
bruscamente, e lo alzarono fino alla sella di un cavallo, legandolo con
altre corregge.
— Miserabili! — urlò il marinaio, tentando, ma invano, di dibattersi
fra quelle poderose braccia.
Altri guerrieri afferrarono poscia Cardozo e lo caricarono su di un
altro cavallo.
— Avanti! — si udì gridare dall’uomo che il giorno innanzi aveva
diretto la caccia al pallone.
— E il capo? — chiese una voce.
— Ci raggiungerà al fiume collo stregone bianco, — rispose il guerriero.
Quelle parole erano state udite dal mastro, che conosceva a fondo
la lingua dei Tehulls; nell’udire parlare d’uno stregone bianco, un
subitaneo sospetto gli balenò nel cervello, facendogli nascere una
lontana speranza.
— Cardozo, — disse con viva emozione, — comincio a sperare che i
_mondongueros_ non ci mangieranno.
— Su chi conti? — chiese il ragazzo, alzando vivamente la testa.
— Ho udito parlare di uno _stregone bianco_.
— E così?
— Se fosse...
— Chi mai?
— Se il signor Calderon fosse caduto qui? Un uomo che cade dal cielo
deve essere una cosa straordinaria per questi pagani.
— Hai ragione, marinajo.
— Ah! i _mondongueros_ non ci mangieranno più.
La conversazione fu coperta da un clamore assordante.
Tutto il campo si era messo in movimento dietro agli sfortunati
prigionieri: guerrieri, donne e ragazzi, chi a cavallo, chi a piedi,
correvano tutti verso il Rio, mandando grida feroci.
Il sole si alzava fiammeggiante sulle sterminate pianure del levante,
quando i Patagoni giunsero sulla riva del Rio Negro, in un luogo dove
descriveva una grande curva.
Cardozo e il mastro, che, malgrado si fosse maggiormente radicata
in loro la speranza di venire salvati, cominciavano a diventare
terribilmente inquieti, furono sbarazzati dai legami e buttati
ruvidamente al suolo.
— Hai coraggio, figliuol mio? — chiese il mastro, che impallidiva a
poco a poco.
— Lo credo, — rispose il ragazzo con voce abbastanza ferma.
— Non mostriamo a questi dannati pagani di aver paura: d’altronde la
morte sarà rapida, se è destinato che dobbiamo morire.
— Guarda!
Il mastro si alzò sulle ginocchia e guardò. Alcuni Patagoni si erano
avvicinati ad una roccia tagliata a picco sul fiume e stavano gettando
in acqua dei pezzi di carne sanguinolenta.
— Cosa fanno? — chiese Cardozo.
— Aizzano i _mondongueros_. I piccoli mostri accorreranno ben presto
a migliaja a disputarsi quei pezzetti di carne, e quando, inferociti,
comincieranno a mangiarsi fra di essi, com’è loro abitudine, i Patagoni
ci lancieranno in acqua.
— Scellerati! Ah, se avessi la mia carabina!
— Sterili rimpianti, ragazzo mio! Orsù, mostriamoci uomini!
Alcuni guerrieri si erano avvicinati ai due disgraziati, che si
sentirono sollevare e portare proprio sulla roccia. Due lunghi _lazos_
furono passati sotto le loro ascelle, onde impedire a loro di salvarsi
a nuoto sulla sponda opposta, nel caso che riuscissero a liberarsi dai
legami o che venissero sciolti dagli acuti denti dei _mondongueros_.
Cardozo e il mastro, pallidi non ostante il loro coraggio, cogli occhi
stravolti, i capelli ritti, la fronte bagnata di freddo sudore, furono
curvati sulla roccia in maniera che potessero vedere ciò che avveniva
nel fiume, prima che venissero divorati dai loro terribili carnefici.
Proprio sotto la rupe si erano radunati a migliaja i feroci pesci.
Quei _mondongueros_, chiamati anche _caraibi_, messi in appetito dai
pezzi di carne dapprima gettati dai Patagoni, parevano in preda ad un
tremendo furore, ad una fame diabolica. S’inseguivano in tutti i versi,
mostrando le loro piccole bocche armate dei potenti denti triangolari,
azzannandosi l’un l’altro, combattendosi con un accanimento senza pari,
lacerandosi, mangiandosi a vicenda. Interi battaglioni scomparivano in
pochi istanti, divorati dalle potenti mascelle dei più forti e dei più
svelti.
Cardozo e il mastro chiusero gli occhi per non vedere. Un istante dopo
si udì il capo dare il comando di calarli nel fiume.
— Cardozo! — gridò il mastro con accento disperato.
— Marinajo! — rispose il ragazzo con suprema energia. — Non ho paura!
La corda scorreva nelle mani dei Patagoni, ma lentamente. Pareva che
quelle esecrabili creature provassero un gusto diabolico nel prolungare
l’agonia degli sventurati superstiti del valoroso _Pilcomayo_.
Ad un tratto i due prigionieri toccarono l’acqua e si immersero
lentamente. Cardozo mandò subito un grido orribile. Una torma di
_caraibi_ si era slanciata sopra di lui, stracciandogli con furore le
vesti e intaccandogli ferocemente le carni.
— Diego! — urlò l’infelice, facendo sforzi disperati per sbarazzarsi
dei legami.
Il mastro rispose con un vero ruggito, con un ruggito di dolore. Anche
lui era stato assalito e anche per lui cominciava l’orribile supplizio
di sentirsi mangiare vivo, pezzetto per pezzetto. D’improvviso si udì
una voce a tuonare: — Fermate! Sono i figli della luna! Sia maledetto
chi li tocca!
Un istante dopo i due prigionieri, imbrattati di sangue, colle vesti in
più parti bucate, venivano lestamente issati e sdrajati sulla rupe.