I selvaggi delle «Pampas».

L’ultima ora non era ancora suonata per gli arditi aeronauti. L’oceano,

che parea ansioso di inghiottirli, doveva rimanere deluso.

A cinque o sei miglia di distanza, una striscia nerastra, che

smarrivasi verso il nord e verso il sud, era improvvisamente comparsa.

Era una semplice isola o il continente americano? Ecco quello che

almeno pel momento si ignorava; ma gli aeronauti non si davano pensiero

di ciò; a loro bastava di trovare un punto solido su cui posare il

piede, e niente di più; pel resto avrebbero provveduto dopo.

Il pallone scendeva sempre, ma vi erano ancora degli oggetti nella

navicella, e che tutti insieme costituivano un peso non indifferente.

Per di più il vento continuava a soffiare da oriente e lo spingeva

verso quella terra benedetta.

— Cardozo, — disse il mastro, che sembrava ringiovanito di dieci anni,

— non ci anneghiamo più. Fra un’ora porremo piede su quella costa.

— L’abbiamo scappata bella, marinajo, — rispose il bravo ragazzo. —

Ormai io non davo una piastra della mia pelle.

— Ed io meno ancora, figliuol mio. Che il diavolo si porti tutti i

palloni dell’universo!..... _Carramba!_..... in queste poche ore ho

provato più emozioni che non in trentasei anni di navigazione sui

cinque oceani del globo.

— Ma dove scenderemo noi?

— Chi può dirlo? Io suppongo che quella terra sia la costa americana,

poichè dal mezzodì di jeri camminiamo costantemente verso occidente.

— Ti sembra che siamo scesi verso il sud?

— Sì, e di non poco.

— Allora è la costa della Patagonia.

— Te lo saprò dire quando il sole sarà spuntato.

— Conosci forse la costa patagone?

— Vi ho naufragato una volta, e ho vissuto sei mesi fra i giganti che

l’abitano. Se un viaggiatore inglese non mi avesse strappato dalle mani

di quei pagani, scommetterei che ci sarei ancora.

— E se invece fosse la costa argentina?

— Tanto meglio.

— E il tesoro?...

— Bah!... Chi potrebbe sospettare in noi dei marinai del _Pilcomayo_,

incrociatore della repubblica paraguayana?... Potremo inventare una

storia qualunque: per esempio, che veniamo dall’Europa.

— Hum!...

— Ti garantisco un successo enorme, Cardozo. Perbacco!... Che

accoglienza si farà ad aeronauti che vengono d’oltre oceano!

— Si pubblicheranno le nostre peripezie sui giornali, e metteranno in

vendita le nostre fotografie.

— Sì, burlone!

— Le onde, — disse in quell’istante l’agente del Governo.

— Ah! diavolo! — esclamò Diego. — Mi era scordato che il nostro

ammalato perde continuamente le forze. Getta qualche cosa, Cardozo.

Il ragazzo prese la rimanente provvista di biscotto e la gettò

ai pesci. Il pallone risalì per milletrecento metri, e incontrata

una corrente d’aria più rapida filò verso la costa, che ormai si

distingueva nettamente.

Cominciava ad albeggiare. Il mare perdeva la sua tinta cupa, gli astri

rapidamente impallidivano, le tenebre si dileguavano, e per l’aria

si vedevano volare e si udivano squittire degli uccelli costieri

annuncianti lo spuntare del sole.

Alle quattro il pallone sì trovava a sole poche centinaja di braccia

dalla costa. Diego, Cardozo e l’agente del Governo spinsero i loro

sguardi su quella terra, che pareva si prolungasse.

Poco dopo il pallone abbandonava definitivamente il mare, e filava

sopra quella costa sconosciuta che si estendeva a perdita d’occhio

verso il nord, il sud e l’ovest, abbassandosi lentamente in forma di

conca, coperta qua e là da un’erba assai alta, d’un verde brillante,

da grandi mazze di canne dal fusto esile terminante in un largo ciuffo

setoloso in forma di scopa, e da grandi mazzi di carciofi selvaggi.

In lontananza apparivano, qua e là disseminati, degli alberi

giganteschi in forma di ombrelli smisurati, ma non una abitazione, non

un accampamento, non un essere vivente di qualunque specie. Pareva che

quel paese fosse assolutamente disabitato.

Il mastro, che da qualche istante dava segni di una certa inquietudine,

osservava minutamente quelle erbe e quegli alberi, come se cercasse

nella sua memoria di rammentarsi il loro nome. Ad un tratto si volse

bruscamente verso Cardozo.

— Io conosco questo paese, — disse. — Sono scorsi molti anni, ma mi

ricordo di aver calpestato questo brillante tappeto che si estende

dinanzi a noi e che ci accompagnerà per centinaja e centinaja di

miglia.

— Dove siamo? — chiese il ragazzo.

— Vedi là quell’erba corta, robusta, lucente? Si chiama _cortadera_.

Vedi quelle masse arruffate? Sono le _paja_. Conosco anche quelle

ortiche, quei carciofi selvaggi, quegli _jaccas_, quei cactus, e

anche quegli alberi che somigliano allo quercie: sono gli _ombù_ della

_pampa_.

— Siamo sulle coste della Patagonia, adunque? — chiese Cardozo.

— L’hai detto.

— Non mi dispiace, marinajo. Ma in qual punto ci troviamo noi?

— Non è cosa facile a saperlo. So che due fiumi di una non piccola

lunghezza e molto larghi attraversano queste terre, il Colorado al nord

e il Rio Negro al sud; ma dove sono essi? Se ne vedessi uno ti saprei

dire dove noi ci troviamo.

— Incontreremo qualche essere vivente, che ci dirà qualche cosa.

— Guardiamoci bene dagli abitanti di questa regione, Cardozo. Chi più,

chi meno, sono tutti feroci e odiano mortalmente gli stranieri, in

ispecial modo gli Spagnuoli e i loro discendenti.

— Troveremo qualche bianco.

— Sì, se non siamo molto lontani dal territorio della Repubblica

Argentina.

— To’! cosa si vede laggiù?

— Un accampamento?

— No, si direbbe un recinto sfondato.

— È un _corral_, figliuol mio.

— Cioè?

— Un recinto dove i _gauchos_ radunano il bestiame, per metterlo al

sicuro dagli assalti delle bestie feroci.

— Troveremo qualcuno?

— Te lo saprò dire più tardi. Il vento spinge il pallone a quella volta.

Infatti l’aerostato, che si manteneva ad un’altezza di

duecentocinquanta metri, tendendo però sempre a cadere, filava in

direzione del _corral_, che diventava di minuto in minuto più visibile.

Il mastro, Cardozo e lo stesso agente del Governo si erano aggrappati

ai cordami per veder meglio, issandosi sui bordi della navicella.

Ben presto il pallone, che procedeva con una velocità di nove o dieci

chilometri all’ora, fu a breve distanza dal recinto, fatto di semplici

pali. Non senza stupore gli aeronauti notarono che quel _corral_ in più

luoghi era stato sfondato come se avesse subìto un violento assalto, e

scorsero nel suo interno parecchi cadaveri di cavalli e di buoi, sopra

i quali volteggiavano parecchi falchi.

— Brutto segno, — disse il mastro, scuotendo il capo. — Qui deve essere

successo qualche combattimento.

— Fra chi? — chiese Cardozo.

— Forse fra gli Indiani e i proprietari del _corral_. Ah!... un

morto!...

— Dove?...

— Laggiù in mezzo a quel gruppo di _cactus_.

Cardozo guardò nella direzione indicata e scorse in mezzo alle piante

un cadavere completamente denudato e in parte scarnato dagli uccelli di

rapina. Giaceva su di un fianco e la sua testa pareva che fosse stata

schiacciata da una poderosa clava, non presentando che una informe

massa di sangue, di brani di cervello e di capelli.

— È un bianco, — disse Cardozo.

— Forse un _gaucho_, — rispose il mastro, che erasi fatto pensieroso.

— Assassinato da chi?

— Dagli Indiani, e sono certo di non ingannarmi.

— Come lo sai?

— La sua testa è stata spaccata da una _bola perdida_, e quest’arma non

la possiede che l’Indiano.

— Com’è questa _bola perdida_? Ne ho udito parlare vagamente altre

volte e con un certo terrore.

— È un pezzo di pietra terminante il più delle volte in una punta,

avvolta in un lembo di pelle e che l’Indiano lancia a guisa di fionda,

servendosi di una corda di tendini di struzzo e di guanaco intrecciati,

lunga un metro. Talvolta invece di essere di pietra è di metallo

bianco, che viene tenuto sempre molto lucido per poterlo trovare più

facilmente fra le erbe. Sia di pietra o di metallo, è sempre un’arma

terribile nelle mani dei guerrieri rossi, i quali con essa, a cinquanta

o sessanta metri di distanza, fanno scoppiare la testa del nemico come

una semplice zucca.

— L’adoperano anche per la caccia?

— No: per la caccia degli struzzi hanno il _chumè_, che è formato di

due palle più piccole, e per quella del guanaco il _yachicho_, che ne

ha tre. Per prendere invece i cavalli selvaggi hanno il _lazo_, che

adoperano con un’abilità prodigiosa.

— Un _rancho_, — disse in quel momento l’agente del Governo, che era in

osservazione, seduto sull’orlo della navicella.

Cardozo e il mastro spinsero i loro sguardi sulla _pampa_ e scorsero, a

circa un chilometro di distanza, una specie di capanna, ma che pareva

mezzo distrutta. Guardando più attentamente, videro un gran numero di

uccelli svolazzare intorno a quella misera costruzione, alzandosi e

abbassandosi.

— Vi sono laggiù degli altri cadaveri, — disse Diego, scuotendo il

capo. — La finirà male.

Non s’ingannava. Il _rancho_, come il _corral_ poco prima incontrato,

portava le traccie di un assalto. Le pareti di mattoni seccati al sole

erano in parte rovesciate, il tetto era sfondato, la porta non esisteva

più, e a breve distanza, quasi nascoste tra la folta erba, si vedevano

delle masse rossastre che parevano cadaveri di buoi e di cavalli.

Tutto all’intorno l’erba era calpestata come se fosse passata per di

là una numerosa truppa di cavalieri, e il mastro, che osservava con

profonda attenzione, scorse a terra una lunga lancia dalla punta di

ferro assai acuminata e adorna di penne di _rhea_.

— È una lancia indiana, — diss’egli — una vera _waichè_. Amici miei,

stiamo in guardia e procuriamo di mantenerci alti, poichè temo che

gl’indiani non siano lontani.

— Non abbiamo quasi più nulla da gettare, — rispose Cardozo, girando un

malinconico sguardo nella navicella. — Vuoi forse gettare le armi?

— No, poichè ora ci sono necessarie per tenere lontani i ladroni della

_pampa_.

— Ma che si tratti di una vera insurrezione d’Indiani o di una semplice

scorreria?

— Non te lo posso dire, figliuol mio; ma temo che si tratti di una

insurrezione. Senza dubbio gli Indiani hanno avuto sentore della guerra

che si combatte al di là del Rio della Plata, e ne approfittano per

violare le frontiere della Repubblica Argentina e mettere tutto a ferro

e a fuoco.

— Io vorrei che giungessero fino a Buenos-Aires.

L’agente del Governo, a quella sortita del ragazzo, si mise a

sorridere, ma d’un certo riso che pareva un sogghigno.

— Vi spiacerebbe, signore? — chiese Cardozo, sorpreso di non trovarlo

d’accordo, trattandosi di nemici della sua patria.

Il signor Calderon non rispose e volse il capo altrove.

Cardozo e il mastro si scambiarono uno sguardo di meraviglia.

— Si direbbe che non odia abbastanza gli Argentini, che tanto

male cagionarono a noi, — mormorò il mastro. — Chi mai comprenderà

quest’uomo? Ehi! Cardozo, scendiamo; getta qualche cosa.

— Non abbiamo che l’àncora, pochi biscotti, e pochi litri d’acqua.

— Getta l’àncora: sarà un’imprudenza che forse rimpiangeremo; ma

bisogna assolutamente innalzarci.

Cardozo ubbidì. Il pallone, che si trovava allora a soli sessanta metri

dalla prateria, si alzò bruscamente di seicento e filò verso il sud,

avendo incontrato a quell’altezza una nuova corrente d’aria.

Ma anche in quella nuova direzione si scorgevano dovunque le tracce

della guerra che doveva infierire nella sterminata distesa d’erba.

Ora si vedevano dei _ranchos_ distrutti dal fuoco, ora dei _corrals_

sfondati o colle palizzate rovesciate e schiantate; ora delle _tambos_,

piccole capanne, ove si raccolgono le mucche per mungerle, scoperchiate

e coi muri crollati; poi dei _chacras_, — orticelli lavorati, —

devastati, colle siepi di agave rovesciate, e infine qua e là dei

cadaveri di buoi e di cavalli semi-divorati e sui quali volteggiavano

in gran numero, disputandosi le carni corrotte, i _chimangos_, i

_gallinajas_ e i _carrauchos_, specie di avoltoi che si cibano di

carogne. Talora, traverso alla splendida distesa di _verbene melindres_

dai fiori scarlatti, alle macchie delle purpuree _flor morada_, delle

gialle _romerille_ e delle azzurre _nemofila_, che si estendevano

per grandi tratti fra le erbe, si scorgevano come delle larghe

striscie oscure dove i fiori apparivano come strappati dal passaggio

di una impetuosa tromba, ma che invece additavano il passaggio dei

saccheggiatori e dei loro indomiti destrieri.

A mezzodì, quando il pallone cominciava a scendere, il mastro, che

guardava con profonda attenzione dinanzi a sè, scorse delle forme

non ancora ben distinte, che correvano disordinatamente attraverso la

prateria, semi-tuffate fra le alte erbe.

— _Carrai!_ — esclamò, aggrottando la fronte. — Sono cavalli selvaggi

che galoppano, o sono gl’Indiani? Cardozo, ragazzo mio, stiamo per

passare un brutto quarto d’ora.

— Sono Indiani? — chiese il ragazzo, senza dimostrare alcuna

apprensione.

— Lo temo, — rispose il mastro, che continuava a guardare con viva

attenzione.

— Che accoglienza ci faranno? Scommetterei che scambiano il nostro

pallone per la luna.

— Ho i miei dubbi, figliuol mio. Lo vedrai, ci daranno la caccia e ci

tempesteranno di palle di fucile e di _bolas_.

— Bah! io me ne infischio dei loro terribili _bolas_. Siamo ancora

alti, marinajo.

— Ma ci abbassiamo rapidamente.

— Disgraziatamente ciò è vero; ma abbiamo ancora qualche cosa da

gettare.

— E cosa mai? La navicella è affatto vuota.

— Te lo dirò quando sarà il momento d’alleggerirsi. Corpo di un

treponti sventrato! Sono uomini quelli là!

— Indiani, Cardozo! Sono pronte le armi?

— Sono cariche, Diego, e con buoni confetti.

— Signor Calderon, prendete le pistole, — disse il mastro. — Noi faremo

parlare le carabine.

L’agente del Governo, che non aveva perduto una linea della sua calma

abituale, prese le armi, si assicurò che erano cariche e se le passò

alla cintola, senza aggiungere sillaba.

Il pallone, che un vento discreto spingeva verso il sud, mantenendosi

ad un’altezza di cento o centoventi metri, in breve tempo fu a poca

distanza dagli Indiani, che galoppavano disordinatamente attraverso

alla prateria, volgendo le spalle agli aeronauti.

Erano cinquanta o sessanta, montati su quei rapidi cavalli di prateria

che chiamansi _mustangs_, animali alti, robusti, dai garretti solidi,

capaci di percorrere trenta leghe al giorno, accontentandosi di

poca erba e di un sorso di acqua. Al mastro bastò una sola occhiata

per riconoscere quegli uomini: — I Pampas! — esclamò, — Dio ci

protegga!....

Nell’istesso istante urla di furore si alzarono fra i cavalieri, i

quali tosto si arrestarono cogli occhi fissi sull’aerostato, che filava

sopra le loro teste. Parvero stupiti; ma il loro stupore fu di breve

durata, poichè si slanciarono innanzi, spronando vigorosamente le loro

cavalcature e agitando freneticamente le loro armi.

La caccia ai disgraziati aeronauti incominciava!

Il tesoro del Presidente del Paraguay · 第 12 / 44 题