Il capodolio.
A quell’annuncio, che per tutti e tre aveva una grandissima importanza
nelle condizioni in cui si trovavano, così lontani da terra e su quel
pallone, che poteva fra breve scendere in mare per non più rialzarsi,
il mastro e Cardozo balzarono in piedi, precipitandosi verso il
parapetto della navicella.
L’agente del Governo non si era ingannato. Verso il sud, sulla nitida e
azzurra superficie dell’oceano appariva distintamente un grosso punto
nero, che pareva si dirigesse verso l’est, cioè sulla via che allora
seguiva l’aerostato. Sopra di lui non si scorgeva alcun pennacchio di
fumo, nè alcuna cosa biancheggiante che indicasse delle vele; ma la
sua forma allungata somigliava a quella di una nave e, cosa importante,
malgrado la lontananza, quella strana nave si vedeva camminare con non
comune velocità.
— Cosa sarà mai? — si chiese il mastro, che aguzzava gli occhi. — Nè
fumo, nè vele, nè alberi! È un nuovo genere di vascello?
— Che sia un rottame? — domandò Cardozo.
— Non camminerebbe, e invece fila con notevole velocità.
— Che sia qualche corazzata? Tu sai che talune portano solamente un
alberetto pei segnali.
— Potrebbe essere una corazzata. Ah! se avessi un cannocchiale!
— Quanto stimi lontana quella nave?
— Otto o dieci miglia.
— Se facessimo dei segnali?
— L’idea è buona, Cardozo; dammi le carabine che le scarichi.
Il ragazzo prese le armi, le caricò con cura e le passò al mastro, il
quale le scaricò in aria.
Le detonazioni si propagarono a grande distanza, ma non ebbero
alcuna risposta. Anzi ai due marinai parve che quella misteriosa nave
affrettasse la sua marcia.
— Quei galantuomini non sono troppo educati, — disse Cardozo,
sorridendo. — Quando si saluta, si usa rispondere.
— A me sembra strano che non ci abbiano scorti. Per bacco! Se ci
fossero delle nubi o delle montagne attorno noi, lo comprenderei; ma
navighiamo in mezzo ad un’atmosfera purissima. Che ne pensate voi,
signor Calderon?
— Nulla, — rispose l’agente.
— Mi sembra che a voi la presenza di quella nave non faccia alcun
effetto. Eppure, signore, si tratta della nostra pelle.
L’agente non s’incomodò a rispondere.
— Come vi piace, signore, — disse il mastro un po’ piccato. — Non siete
un amabile compagno, ve lo assicuro.
— E dunque cosa decidi di fare, marinajo? — chiese Cardozo. — Bisogna
cercare tutti i modi possibili per avvicinare quella dannata nave.
— Lo so, ma non trovo nessun modo, — rispose il mastro, che si grattava
furiosamente il capo, come se in quel modo volesse far scaturire una
qualche idea.
— L’ho trovato! — esclamò ad un tratto il ragazzo. — Se ci abbassassimo
di qualche po’?
— Ben detto, figlio mio!
— A poche centinaja di piedi dall’oceano quei naviganti ci vedranno di
certo, tanto più che il vento ci spinge sempre sulla loro via.
— Hai ragione.
— Abbassiamoci adunque.
— È presto fatto, Cardozo.
Il mastro, senza calcolare quali disastrose conseguenze poteva portare
quella discesa nel caso che non venissero raccolti, afferrò senza
esitare la funicella della valvola e diede uno strappo. Tosto in aria,
verso la sommità dell’aerostato, si udì un leggero fischio, seguìto
tosto da una serie di piccole detonazioni. Il gas, che non cercava che
una uscita per lasciare l’involucro di seta, sfuggiva rapidamente.
Il pallone cominciò subito a discendere lentamente con un largo
dondolamento, pur continuando ad avanzarsi verso l’est, ossia verso il
preteso vascello, che continuava la rapida marcia.
Cardozo, cogli occhi fissi sul barometro, che continuava a salire,
contava:
— Duemilacinquecento metri..... duemila..... millecinquecento.....
mille.... cinquecento..... quattrocento..... trecento.....
— Basta! — disse Diego, lasciando andare la funicella.
Tutti e due si precipitarono sul bordo della navicella. Sotto di
loro, ad una distanza brevissima, muggiva l’oceano, percorso da larghe
ondate spumeggianti che s’innalzavano verso il pallone, quasi fossero
desiderose di afferrarlo e di inghiottirlo.
A sei o sette chilometri il vascello continuava a camminare; ma, cosa
strana, ora pareva quasi completamente sommerso, e, cosa ancora più
strana, su di lui non si vedeva nè la bianca superficie della tolda, nè
un albero qualunque, nè una ciminiera[4], nè una manovra qualsiasi.
Il mastro e Cardozo si guardarono in viso, interrogandosi
reciprocamente cogli occhi.
— Ci capisci tu qualche cosa? — chiese infine il ragazzo.
— Temo di aver commesso una grande bestialità, figlio mio, — rispose il
mastro.
— Perchè, mio buon Diego?
— Perchè quello là non deve essere un vascello.
— E cosa vuoi che sia?
Il mastro non rispose. Curvo sul bordo della navicella, colle mani
dinanzi agli occhi per ripararsi dai raggi del sole, guardava fisso
fisso, colla fronte aggrottata, la supposta nave. Ad un tratto un grido
di rabbia gli sfuggì.
— Maledizione!...
— Cosa è accaduto? — chiese Cardozo con inquietudine.
— Guarda!
Il ragazzo guardò nella direzione indicata e fece un gesto di
stupore. La pretesa nave, che pochi momenti prima ancora navigava, era
scomparsa!...
— Inabissata? — chiese egli.
— Lo vedi.
— Era un rottame adunque?
— No, una balena, un capodolio, un mostro marino insomma.
— È impossibile!...
— Ho veduto io con questi occhi, che sono ancora molto buoni, la sua
coda alzarsi e poi abbassarsi.
— E abbiamo salassato il nostro pallone per una balena!...
— E che salasso, Cardozo! Non siamo più che a centocinquanta metri
dalla superficie del mare!
— Ma abbiamo della zavorra, Diego.
— Lo so, ma la nostra situazione è peggiorata e il vento soffia
ostinatamente dall’ovest!
— E le nubi si alzano, — disse l’agente del Governo, uscendo dal suo
mutismo.
Infatti verso l’ovest, là dove l’oceano si confondeva col cielo,
una massa, che diventava rapidamente nerastra, era allora comparsa e
saliva con una certa velocità, ingrandendo a vista d’occhio. Poteva
portare solamente un buon acquazzone, ma poteva anche scatenare uno di
quegli uragani che godono una sì trista fama sulle coste dell’America
meridionale e specialmente della Patagonia.
— Tutto è contro di noi, — disse il mastro, crollando a più riprese il
capo. — Sarei curioso di sapere come finirà questo viaggio del malanno.
— Ci occuperemo più tardi di ciò, marinajo, — disse Cardozo, che non
pareva troppo spaventato. — Per ora occupiamoci della nostra colazione,
così brutalmente interrotta dalla comparsa di quella dannata balena. A
tavola, signor Calderon, se vi sentite un po’ di appetito.
Il bravo e coraggioso ragazzo si assise sui sacchi di zavorra e si
mise a sgretolare alcuni biscotti, mentre il mastro, ritornato di buon
umore, apriva una scatola di carne conservata e faceva saltare il collo
ad una bottiglia di vecchio vino di Spagna, rinvenuta in fondo ad una
cassa dove teneva compagnia ad un rispettabile barilotto di _wiscky_
della capacità di una ventina di litri, e che doveva essere di non poca
utilità nei brutti momenti.
Finito il pasto non troppo succolento, ma assai sostanzioso
e abbondante, i due marinai accesero le pipe e si rimisero in
osservazione. L’agente del Governo, che era ritornato muto e
impassibile, si sdrajò invece sui sacchi, immergendosi in profondi
pensieri.
Il pallone, malgrado il «salasso» subìto, come diceva Cardozo
scherzando, si comportava sempre bene, filando rapidamente sopra le
onde dell’oceano a centocinquanta o centosessanta metri d’altezza.
Nondimeno, sia in causa della perdita del gas o per qualche difetto di
costruzione, talvolta faceva delle brusche discese fino a pochi metri
dalla superficie liquida, per poi riprendere però l’altezza di prima.
Il vento disgraziatamente non accennava a cambiare, allontanandolo
sempre più dalla costa americana, che ora doveva essere lontana
parecchie centinaja di miglia, e per di più la nube segnalata non
cessava di alzarsi, prendendo delle tinte minacciose.
Verso il mezzodì, quando maggiore era il calore, un fenomeno strano
venne a rompere la monotonìa del viaggio. Mentre i due marinai
aguzzavano gli occhi verso il nord nella speranza di scoprire qualche
veliero o qualche piroscafo che li raccogliesse, scorsero, con una
sorpresa che si può bene immaginare, un pallone un po’ più piccolo
del loro, ma esattamente simile in quanto alle forme, e che portava
anch’esso nella sua navicella due uomini, che parevano intenti a
guardare nell’istessa direzione.
— To’! — esclamò il mastro, stentando a credere ai suoi occhi. — Un
altro pallone!... Sogno io forse, o il vino di Spagna mi ha ubriacato?
— No, non sogni, poichè lo vedo anch’io, — disse Cardozo con viva
emozione.
— Ma cosa fa qui quel pallone? Da dove è venuto, che prima non lo
abbiamo veduto?... Chi sono gli uomini che lo montano?... Signor
Calderon!... signor Calderon!...
L’agente del Governo si alzò lentamente, guardò per alcuni istanti il
pallone che filava nell’istessa direzione di quello da lui montato.
— To’! — esclamò il mastro, che cadeva di sorpresa in sorpresa. — Gli
uomini sono diventati tre!
— E diventerebbero quattro, se il nostro ne avesse tanti, — disse
l’agente del Governo.
— E perchè, signore? — chiese Cardozo.
— Perchè quello là è il nostro pallone.
— Ecco una cosa che stenterò a crederla, — disse il mastro. — Vi dico
che quello là è un altro pallone, e non vorrei che quegli uomini
fossero Argentini o Brasiliani lanciati sulle nostre tracce per
carpirci il tesoro del Presidente.
— Alzate le vostre braccia.
Il mastro ubbidì, e vide uno di quei tre uomini fare esattamente lo
stesso. Poco persuaso però, rinnovò i movimenti, agitò il cappello,
fece sventolare il proprio fazzoletto, poi spiegò una piccola bandiera
coi colori paraguayani, e vide fare altrettanto con scrupolosa
precisione.
— È un fenomeno molto strano, — disse.
— Ma abbastanza comune, rispose il signor Calderon, che diventava, cosa
davvero insolita, loquace.
— E come si chiama?
— Il miraggio.
— E come avviene?
— Basta che gli strati d’aria abbiano delle densità disuguali. Allora
i raggi solari, rifrangendosi, dànno una seconda immagine dell’oggetto
in vista, come se si rifrangessero in uno specchio, o in una superficie
d’acqua.
Nel nostro caso gli strati d’aria disuguali sono vicini al mare; ma
avviene talvolta che lo sieno invece quelli superiori, e allora gli
oggetti si rappresentano capovolti.
— Ho udito parlare ancora di questo fenomeno, signor Calderon. Un mio
amico francese, che fece parte della spedizione di Egitto col grande
Napoleone, mi narrò più volte delle grandi disillusioni provate in
quelle sabbie in causa del miraggio.
— Nelle pianure sabbiose il fenomeno è comunissimo in causa del grande
calore.
Ad un tratto il pallone scomparve.
— Buon viaggio, — disse Cardozo.
— Il fenomeno è finito, — disse l’agente. — Gli strati d’aria hanno
ripreso il loro equilibrio. — Poi abbandonò il posto, tornò a sdrajarsi
sui sacchi e non parlò più.
Il mastro ed il ragazzo continuarono a rimanere in osservazione
scrutando sempre l’orizzonte, che si manteneva ostinatamente deserto,
e seguendo con qualche ansietà il nero nuvolone che non cessava di
alzarsi, minacciando d’invadere tutto il cielo.
Verso le 3 pomeridiane il vento, che fino allora si era mantenuto
debole, quasi improvvisamente accrebbe. Una raffica uscì dal seno
della nuvola e spazzò l’oceano, alzandolo in larghe ondate e facendo
trabalzare vivamente il pallone, il quale raddoppiò la marcia, ora
alzandosi e ora abbassandosi.
A poco a poco l’acqua prese una tinta più oscura, cominciò a ribollire
come se fosse mossa da forze sottomarine, indi si formarono delle
alte ondate che si misero a correre dall’ovest all’est, urtandosi e
sfasciandosi con lunghi muggiti. Alcuni spruzzi giunsero fino alla
navicella, che talvolta scendeva di parecchi metri, come se al pallone
di quando in quando venissero a mancare le forze.
— Siamo ammalati, — disse Cardozo, che esaminava attentamente
l’aerostato. — Il poveretto a poco a poco perde il suo sangue.
— Purtroppo, figliuol mio, — rispose il mastro, che era diventato
pensieroso. — Il gas sfugge attraverso i fori del tessuto, nè vedo
alcun mezzo per arrestarlo.
— E la tempesta ci è alle spalle!
— Non inquietarti, Cardozo. Finchè abbiamo della zavorra da gettare non
corriamo alcun pericolo.
— Ma l’uragano può portarci assai lontani, marinajo, e chissà poi se
riusciremo a raggiungere le coste americane.
— Conto sull’incontro di qualche nave.
— Ma siamo in una regione che è poco battuta dai navigli.
— Lo so, ma possiamo incontrare qualche baleniere in rotta per le
ragioni antartiche. Ah!
— Cos’hai?
— Guarda laggiù!.... Ancora quel dannato mostro che ci ha fatto
salassare il pallone.
Infatti a quattro o cinque miglia verso l’est si vedeva emergere
sulle onde una enorme massa nerastra, la quale gettava in aria delle
nuvolette, emettendo contemporaneamente delle potenti note metalliche
che parevano prodotte da una impetuosa colonna d’aria cacciata dentro
un tubo di bronzo.
— È una balena senza dubbio, — disse Cardozo.
— No, deve essere invece un capodolio, poichè vedo una sola colonna di
vapore. Un brutto mostro, figliuol mio, specialmente quando è irritato.
— Si avvicina molto rapidamente a noi.
— Fra pochi minuti sarà qui, poichè si dice che balene e capodolii
percorrano la bagatella di 660 metri al minuto.
— Impiegano poco tempo allora a fare il giro del mondo.
— Un capitano baleniere, sotto i cui comandi feci una campagna, mi
disse che basterebbero 47 giorni, seguendo l’equatore, supponendo che
dodici ore al giorno siano sufficienti pel riposo e sole 24 ore per
andare da un polo all’altro.
— Hai pescato delle balene adunque?
— Ne ho ramponata una presso il capo Horn, che aveva ventidue metri di
lunghezza.
— Mi viene un’idea, marinajo.
— Di’ su, ragazzo mio.
— Se ci facessimo rimorchiare da quel mostro che vedo diretto verso la
costa americana? Abbiamo un’àncora qui che ci può servire per...
— Là, là, tu sei pazzo. _Carrai!_ Non mi sento in vena di far una
passeggiata in fondo al mare.
— Hai ragione, marinajo. Non avevo pensato che siffatti giganti possono
tuffarsi a loro piacimento. Eccolo!... Per bacco, come è brutto!
Il capodolio, che s’avanzava con straordinaria velocità, non era allora
che a poche centinaja di passi dall’aerostato, il quale aveva senza
dubbio attirato la sua attenzione.
Era enorme e, solo a vederlo, anche dall’alto del pallone, cioè fuori
d’ogni pericolo, metteva addosso un certo brivido. Misurava non meno di
sedici metri, con un diametro di tre e mezzo e forse quattro, e la sua
testa era così grande da eguagliare il terzo della lunghezza.
La sua bocca smisurata, capace di contenere parecchie botti e di
assorbire un pesce-cane dei più grossi, mostrava certi denti conici che
non dovevano pesare meno di quattro chilogrammi ognuno.
Giunto presso il pallone, che si trovava cinquanta o sessanta
metri dalla superficie del mare, il mostro si fermò come colpito da
meraviglia, guatandolo coi suoi brutti occhietti a riflessi giallastri,
poi cominciò a dar segni di violenta collera, emettendo lunghe note e
facendo spruzzare alta l’acqua colla sua potente coda bilobata.
Malgrado la sua mole, cominciò a muoversi con una vivacità
straordinaria, seguendo il pallone, poi, sprofondandosi più che
mezzo, con un vigoroso colpo di coda si slanciò d’un buon terzo fuori
dell’acqua coll’enorme bocca aperta, tentando senza dubbio di arrivare
fino alla navicella.
— Ah, mio caro, non siamo gente da lasciarci inghiottire come
pesciolini, — disse il mastro. — Aspetta un po’ che ti darò io qualche
cosa da masticare e che ci metterà al sicuro dai tuoi assalti.
Afferrò un sacchetto di zavorra e lo lanciò nelle fauci del gigante,
che subito le chiuse con un colpo secco. Il pallone, così alleggerito,
fece bruscamente un salto in aria, elevandosi di seicento metri,
tanta è la sensibilità di siffatti veicoli aerei, ai quali basta la
sottrazione di pochi grammi per innalzarsi.
Il capodolio, punto soddisfatto di quel cibo insolito e forse
spaventato da quell’improvvisa elevazione del pallone, si rovesciò
bruscamente su di un fianco, battendo con furore l’acqua, poi
s’immerse, formando un largo vortice.
— Buona digestione! — gridò Cardozo.
In quell’istante, il sole sparve sotto l’orizzonte e la nera massa di
vapori, che aveva già invaso quasi tutto il cielo, s’illuminò sotto la
livida luce del primo lampo.