_Il pregio, in cui ho sempre tenuto gli scritti di =Neera=, non ha
trovato, a dir vero, generale consenso nel nostro mondo letterario,
dove a questa scrittrice gentile, austera e nobilissima si assegna
di solito un posto assai inferiore al merito. Di ciò intendo bene la
ragione._
_C'è nello scrivere, e in generale nell'esprimere il proprio sentire,
un momento in cui lo spirito si pone come sopra del sentire stesso, e
lo ferma e chiude in linee sicure e sobrie, quelle che debbono essere
e non altre, godendo di questa sua potenza e facendo di essa godere il
lettore e contemplatore. È il momento proprio dell'arte e della divina
poesia, in cui si unifica l'individuo col tutto, il dramma particolare
e transeunte col dramma eterno del mondo._
_A questo momento non tutti gli scrittori, e quasi non mai le
scrittrici, giungono appieno, o, giunti, vi si tengono con saldezza;
e talvolta quasi si direbbe che ciò avvenga per effetto della stessa
gagliardia di altre loro forze interiori, onde, tutto intenti ad
enunciare il concetto e il sentimento che urge nel loro animo, e
guardando al centro e al motivo fondamentale di esso, trascorrono sui
particolari, si accontentano del press'a poco, accettano espressioni
generiche e disegnano figure convenzionali. "Mi si rimprovera (mi
diceva un giorno =Neera=) che non scrivo bene, che pel pensiero
trascuro la forma. Da che dipende? Da mancanza di studî giovanili?
Come dovrei fare per correggermi?". Ed io le rispondeva: "Non si
tratta di tecnica dello scrivere, di grammatica e di lessico; si
tratta di atteggiamenti dell'animo". Ed ora ella stessa, in queste
memorie autobiografiche (pp. 205-6), con la consueta intelligenza e
schiettezza, definisce quale fosse veramente la manchevolezza che
era in lei, e richiama un detto di suo padre, il quale, un giorno
che ella cantava da sola, la ammonì: "Tu non ti ascolti quando canti:
prova ad ascoltarti". "Mi veniva infatti (ella soggiunge) di cantare
nello stesso modo che scrivevo, badando al pensiero e non alla forma.
Le romanze più sentimentali i duetti più amorosi erano tutto ciò
che comprendevo in materia di musica, e quando avevo messo tutta la
mia passione nella frase: _Ah! forse è lui che l'anima solinga nei
tumulti_, mi pareva che neanche la Patti avrebbe potuto far meglio.
C'era poi quel _Lui_ anonimo che andava subito a posarsi sull'uno
o sull'altro dei miei zufoli di stagno, ed allora addio musica! Mi
colavano sul volto vere lacrime". Non si potrebbe più esattamente
qualificare l'arte che direi femminile, nella sua mollezza e nel suo
incanto.
Ma, in compenso, quanta abbondanza di pensieri e di affetti nei
libri di =Neera!= A lei bastava aprire le chiuse dell'anima perchè ne
prorompesse un'onda copiosa e calda, che non s'inaridiva mai, non mai
aveva bisogno di essere artificialmente eccitata, e, meno che mai,
simulata con espedienti e industrie letterarie. Sentiva e meditava come
respirava, e scriveva allo stesso modo, senza sforzo. Quando considero
le lambiccature che nel mondo letterario passano per cose squisite; le
lussurie di sensazioni e d'immagini che si credono prove di ricchezza
e sono invece d'interiore povertà, di povertà sostanziale; le lodate
raffinatezze e smancerie di ultrasensibilità, che sono rozzezze da
gente molto pettinata e profumata, ma priva di gentile costume e ignara
di meno superficiali eleganze; l'ironia di cattiva lega e la falsa
superiorità con le quali si tenta di fingere l'umanità che manca,
l'umanità che è l'unica superiorità dell'uomo; non so frenare un moto
di sdegno nel veder tenuto in poco conto, e spregiate come "borghesi",
la solidità della mente, la dirittura del giudizio, l'accorata e
grave osservazione sociale, il rispetto alle eterne leggi del reale,
la semplicità del vivere e del godere e del soffrire, la casta nudità
della parola. E mi piace di chiedere e di ottenere la parte mia in quel
dispregio che onora, e di sentirmi "borghese" nella buona compagnia
di molti e grandi scrittori borghesi, e in quella della mia vecchia e
venerata amica =Neera.=_
_Nella quale due tratti erano, che voglio notare fra gli altri, perchè
sono di quelli che più mi hanno legato a lei. Primo l'amore per la
vita, e non già pei diletti e le voluttà che essa talora largisce,
ma per la vita nella sua interezza, come vivere e morire, gioire
e soffrire, amare ed aborrire, sognare e risvegliarsi, per la vita
sublime ed umile, ampia e ristretta, per la piccola ed immensa vita
di ciascuno di noi che, così com'è, è fonte inesausta di palpiti,
di meditazioni, di ricordi, di tenerezze, di amarezze pur dolci, e
che l'uomo forte ed armonico accoglie e fa oggetto di culto come la
divinità, la vera e sola divinità, sempre presente. È questo il buono
e sano, sebbene inconscio e non teorizzato, "misticismo" di =Neera,=
che ella celebrava col bramoso profondarsi in se stessa, col trovarsi
sempre benissimo da sola, non essendosi (come dice) mai annoiata in
vita sua "se non in compagnia d'altre persone". L'altro tratto era
la costante tendenza ad abolire ogni dualismo di materia e spirito,
corpo ed anima, senso e ragione; e anche qui non già con l'abbassare
lo spirito, l'anima e la ragione a materia, corpo e senso, ma piuttosto
con l'elevare questi a quelli, e idealizzarli in quelli, e, in realtà,
con la coscienza, che era in lei vigorosa, dell'unità reale. Così piena
di sentimenti e di sogni, =Neera= non fu "sentimentale"; così alta nel
discernimento morale, non fu moralista rigida e disumana; così pura nei
suoi affetti, non fu asceta. Le sue difese di quel che altri vorrebbe
allontanare come sensualità, di ciò che si vorrebbe reprimere come
irruenza di passione e di volontà, di ciò che si considera come egoismo
dello scienziato e dell'artista, e simili, sono quanto coraggiose
altrettanto vere; e in esse, e in quella sua accettazione della vita
intera, la scrittrice femminile si dimostra pensatore virile._
_Del resto, anche quel che abbiamo di sopra concesso ai censori
letterati circa la forma del suo scrivere, s'intende concesso solo come
osservazione generica, e non come giudizio che valga per tutte le parti
dell'opera sua. Ella ci racconta in questa autobiografia, che tardi,
messa sull'avviso da critici ai quali protesta la sua gratitudine,
comprese "quanta forza l'aggiustatezza del periodo e la scelta della
parola aggiungano all'idea", e venne al punto di prendere un vero
diletto nel vagliare i vocaboli e di sentirsi "quasi felice nello
scoprirne uno nuovo", e nel cercare "la frase giusta, la frase unica".
Ma in tutti i suoi volumi, anche nei suoi più vecchi, e in quest'ultimo
scritto sul letto dei suoi tormenti, con la mano sinistra, avvinto
il braccio destro da atroce male, vi sono pagine sgorganti di vena,
fresche, limpide, musicali, nelle quali assai poco è dato desiderare.
Io non ne dirò altro e non ne recherò esempi, perchè i lettori ne
incontreranno subito, nel volgere le carte di questa prefazione e
imprendere la lettura del volume._
Napoli, 2 luglio 1919.
_BENEDETTO CROCE._