Ecco perchè finisco il libro sul bastione Malicy. Il giardino della
villa Accusani copre per l'appunto il terrapieno dell'antico bastione
Malicy dov'era una delle più grandi fonderie della Francia, e il muro
alto che lo sostiene è ancora quello della fortezza di Luigi XIV. A
un'estremità di questo muro c'è una finta facciata di castello, dalla
quale sporge un terrazzino, che dà sull'aperta campagna. Di lì si
vede, a destra, l'imboccatura della valle del Lemina, di fronte, quella
della valle del Chisone, più in là a sinistra, quelle delle valli di
Luserna, del Po e della Varaita, e al di sopra di un mezzo cerchio
di colli e di monti floridi, le alpi Cozie, dominate dal Monviso, il
quale par piccolo, come sogliono i grandi a chi li avvicina. Sotto al
terrazzo, alle falde del colle di San Maurizio, ci son due poderi di
due sorelle, la morte e la guerra: da una parte il cimitero, dall'altra
la piazza d'armi, e in mezzo, fiancheggiata dalle ultime case sparse di
Pinerolo, passa la strada diritta che conduce a Penosa e a Fenestrelle,
attraversando il bel villaggio dell'Abbadia. Più lontano si vede San
Secondo, al piede d'un monte, e nel piano, la rocca di Cavour. Un
paesaggio vasto, vario, fresco, che sale, trasformandosi gradatamente,
dal sorriso verde dei campi e dei giardini, alla maestà bianca e
celeste delle più alte montagne d'Italia. Fu quella bellezza che mi
fece scrivere. Non si direbbe; ma è della bella natura come delle belle
donne, che fanno commettere delle corbellerie. Composi quasi tutto
il mio libro sul bastione Malicy: per questo ce lo finisco. Non ci ho
quasi colpa; ci fui forzato. Vadano a picchiar dei pugni nel bastione,
i critici.
*
* *
Ci passai tante belle ore, solo e tranquillo, a meditare dei
capolavori che non farò mai e a fabbricarmi delle ville che non
avranno mai fondamenta! È vero che anche là, qualche volta, m'arrivano
delle amarezze e delle noie, in busta e sotto fascia, suggellate e
raccomandate, con francobolli di tutte le forme e di tutti i colori. Ma
che volete? Non attaccano. Il vento se le porta via, insieme a tutte
quelle piccole teste multicolori di re, di imperatori e di presidenti
di repubbliche, che dopo avere un po' volteggiato per aria, si vanno
a posar sui pampini del vigneto di sotto. E poi, ho delle cose ben
più importanti da pensare, la mattina per tempo, quando m'avvio al
terrazzo con la posta sotto il braccio. Ci sarà o non ci sarà il
Monviso stamani? Sarà tutto ammantato, o solamente incoronato, o avrà
le spalle coperte e il capo nudo? Con che grillo si sarà levata sua
maestà? A che ora potrò riverire il Cornour, il Frioland, il Servin, e
le altre eccellenze canute? Che spettacolo avremo a Corte quest'oggi?
Il terrazzo è chiuso da una porta. Alle volte, apro la porta del
paradiso: è uno splendore immenso di verde, di azzurro, di neve, di
sole, e come l'effetto d'un prodigio, che abbia spinto le Alpi innanzi
di dieci miglia. Altre volte, è un malumore universale, una musoneria
così chiusa e cocciuta, che lascio subito ogni speranza: non mi attento
neanche a domandare il più piccolo favore. Certe altre mattine, invece,
è una mutabilità di umore, un via vai di nuvoloni, un errare incerto di
fiocchi bianchi e di grandi veli grigi lacerati, un lavorìo, un fare e
disfare inquieto e faticoso, col quale mi sembra che la natura risponda
alla mia domanda: — Non so.... vedremo.... sto cercando.... vede bene
che non sto con le mani in mano.... Ripassi fra un'ora. — Ma io resto
là, appunto per veder le prove, coi gomiti sulla ringhiera del mio
palchetto, fino all'ultima scena del quint'atto, in cui tutto viene in
chiaro e s'aggiusta.
*
* *
Sotto il terrazzo passa una stradetta, fiancheggiata da un muricciolo,
la quale forcheggia in quel punto: un ramo va giù verso il cimitero,
l'altro discende, nascondendosi quasi subito, per il fianco del colle
di San Maurizio, fino a Pinerolo. Il bivio forma come una terrazza,
da cui si vede la pianura e le montagne. Per questo passan di lì,
salendo e scendendo, quasi tutti i pinerolesi peripatetici, che fanno
il giro del colle verso sera. Anche ai tempi della fortezza, ci doveva
correre una strada, o un sentiero, un po' più lontano, prediletto
dagli amanti dell'aria libera, che facevan delle passeggiate _extra
muros_. Ecco, per esempio, è un gran divertimento, per me, nelle lunghe
ore che passo là, veder venire innanzi i giovani fratelli Bochiardi,
Paolo e Antonino, stretti a braccetto, tutti e due grandi e belli, che
concertano a bassa voce il viaggio da Pinerolo al Corno d'oro, dove
difenderanno eroicamente la porta d'Adrianopoli contro l'esercito del
secondo Maometto; e poi scendere lentamente, tenendosi su la tonaca di
domenicano, e fantasticando forse qualche nuova birberia da affibbiare
a Zanni di Bergamo, quel capo ameno di Matteo Bandello; e dietro di
lui, un'amazzone snella e ardita, la contessa Ortensia di Piossasco,
ancora tutta trionfante d'aver salvato la città dalla scalata notturna
dei soldati del Lesdiguières; e poco dopo, una cavalcata pomposa
dello stato maggiore del cardinale Richelieu, e una frotta d'ufficiali
cappelluti del Direttorio, e una folla d'italiani d'ogni provincia,
i nostri bei volontari di cavalleria del cinquantanove, che passano
declamando i versi del Berchet e di Gabriele Rossetti.... L'ultimo
è sempre il generale Brignone, grigio e curvo, con quell'aria di
sant'uomo; che passa solo solo, a passi brevi e stanchi, meditando
sulle sue battaglie e sulle sue sventure.
*
* *
La mattina, peraltro, c'è quasi sempre vita nel piano. Nella piazza
d'armi galoppano rumorosamente, lampeggiando, dei drappelli di
lancieri, comandati dagli ufficiali della Scuola; ci son non so
dove (vicino al camposanto, mi pare) i trombettieri del distretto
che s'esercitano a straziare gli orecchi e le anime; e dal cortile
d'una caserma, in cui vedo dentro, vengon su sonore e distinte le
voci dei soldati che rispondono all'appello su cento tuoni, come
una tastiera di cembalo picchiata a caso da un bimbo. Intanto vien
giù per la strada di Fenestrelle un gran tintinnìo di sonagli, un
armento dietro l'altro, dei torrenti enormi di lana, che traboccano
nei fossi, e par che minaccin d'allagare la campagna; scendon file
di carri carichi di lastre del Malanaggio; sull'aie vicine si batte
il grano coi correggiati; arriva il tranvai di Perosa, sbuffando;
il Lemina brontola, e qua e là in mezzo ai campi fumano, come tede
gigantesche, gli altissimi camini rossi delle officine. Qualche volta,
in quell'ora, passa là sotto fra gli alberi, per la strada bassa del
cimitero, un feretro, seguito da molta gente con le candele accese; e
allora fa un contrasto stranamente drammatico quel mormorìo lamentevole
di preghiere, che vuol dire: — Tutto è finito, — con quei nitriti
violenti, con quelle grida giovanili d'ufficiali, per cui la vita
incomincia: — Aaaaavanti! Caaaaricate! — grida alle quali tien dietro
la pesta precipitosa di cento cavalli sfrenati.
*
* *
Poi seguon dell'ore di silenzio e di solitudine, e allora il mio
spettacolo preferito è una casetta rustica, lì accanto, abitata da
una piccola famiglia: una vecchia vedova, che fa la lattaia; un suo
figliuolo, che lavora da muratore; la moglie del figliuolo, che fa la
balia, e una ragazzetta, figliola della vecchia. Tutto il loro avere
è un pezzetto di prato e un par di vacche. Campan di nulla, e paion
contenti. La sposa è una trovatella, presa bambina dalla lattaia, e
allevata da lei. Il figliuolo se ne innamorò e la volle. L'adorano
tutti. È allegra, canta dalla mattina alla sera, col suo bacherozzolo
in braccio. Io tengo dietro a tutte le loro faccende e conosco tutte
le loro abitudini. Quando ritorna dal lavoro, il figliuolo conduce le
vacche nel prato, e così, per spasso, gira il braccio intorno al collo
ora all'una ora all'altra, mentre è chinata che pascola, le arrovescia
la testa in su, e la bacia nel muso amorosamente. Sull'imbrunire,
mangiano una minestra, seduti davanti all'uscio. Dopo cena, gli sposi
fanno una passeggiata di trenta passi, fino al bivio, dove rimangon un
po' di tempo appoggiati al muro, a guardare i monti. Rincasano; brilla
un lume a una finestrina per un quarto d'ora; poi si spegne, e tutto è
finito. E così tutti i giorni, e tutto l'anno. E io provo un piacere,
una commozione di fanciullo, a raffigurarmi cento volte un vecchio
milionario malato, che va a bussare una sera a quella porta con una
carta della Maternità fra le mani, ed entra in quella casa; e sento
un grido: — mio padre! — e uno scoppio di pianto, e il rumore d'una
caduta, e voci confuse di meraviglia e di gioia, e il frullo dell'ali
della pace che vola via da quel nido per sempre....
*
* *
Quel gran silenzio della mattina, qualche volta, è rotto da molte
voci insolite, dai discorsi di un gruppo d'amici, venuti di lontano,
che discutono concitatamente per dimenticare una colezione infelice;
e quelle mattine si spandono dal terrazzo per la campagna, come
uccellacci esotici portati là in una gabbia, le più bizzarre frasi
del mondo, delle parole d'una lingua misteriosa e sinistra, che
fanno correre un fremito per le fibre dei gelsi vicini.... — ....
ma quell'animazione antropomorfa che s'infiltra per tutti i meati
del mondo zolesco.... — .... no, tu confondi coi piccoli omotteri
della famiglia dei coccidi che si trovan negl'internodii delle
piante monoiche.... — dice che l'anima dell'individuo, entrando per
opera dell'amor platonico negli ordini operativi, partecipa alla
vita universale della psiche cosmica e si congiunge col Logo.... —
.... sai che interessa interiormente l'estremità posteriore delle
tre circonvoluzioni temporo-sferoidali e una parte della porzione
posteriore della circonvoluzione parietale inferiore.... — Ed è un
ridere allora a vedere lo stupore profondo delle due vacche della
lattaia, e l'aria triste d'incredulità con cui scrollan la testa, come
per dire col Manzoni: — Neghiamo tutto e non proponiamo nulla....
*
* *
Appena c'è un po' d'ombra, s'ammucchia lì sotto tutta la spazzatura
di bimbi del vicinato. È un altro spettacolo che non darei per molte
commedie in cinque atti. Oramai li conosco quasi tutti, quei tometti.
C'è dei bei ragazzi, cresciuti all'aria forte di San Maurizio,
che arrivano a gran passi, _abbambinando_ fra le gambe larghe i
fratellini d'un anno; delle cecine alte tanto da terra, che portano
in collo dei bofficioni, con delle faccie come melanzane; e poi dei
mangiapagnotte di tutte le misure, delle pance tonde, delle vere palle
di cavolfiore, dei minuzzoli che si reggono appena, dei cosi lunghi che
si poppano il dito grosso, col cappello a sghimbescio, una bretella
sola, la giacchetta tutt'occhi, i calzoncini a bracaloni, le calze
a giambardella, le scarpe a ciabatta, e la camicina che sboccia di
dietro. Povere mamme! che canaglia! Bisogna vederli, come si svoltolano
nella polvere e strascicano il sedere sui sassi e struscian la pancia
sul muricciolo, tutti in riga, col capo spenzolato in fuori e la coda
di tela per aria, giocando a chi sputa più lontano. E stan lì delle
mezz'ore, a contrattare il baratto d'un bottone, d'un chiodo, d'un osso
di pesca, d'un cencino rosso, facendo un chiocchiolìo interminabile per
ogni uccello e per ogni cane che passa, finchè delle voci minacciose li
chiaman per nome di lontano; e allora si sparpaglian tutti ciabattando,
ranchettando e ballonzolando, fuorchè uno o due, le anime perse della
compagnia, ribelli a ogni legge umana e divina; i quali rimangono
appoggiati al muro in atteggiamento affettato di noncuranza, succhiando
i mozziconi dei miei virginia.
*
* *
Più tardi passano delle coppie d'amanti rustici; delle ragazze
tozzotte, con due tendoni di capelli lustri appiccicati alle tempie,
e con un nastrino di velluto nero intorno al collo; dei giovani col
cappello a cencio e coi calzoni alla francese. Quando arrivan lì,
credon sempre di esser soli. Guardano bene intorno, molte volte; ma,
poveri giovani! al solito non si ricordan mai di guardare in alto.
E poi che si può vedere, con quegli occhi in solluchero? Le teste
si chinano sulle spalle, le braccia girano intorno alle vite.... e
il fotografo, dal terrazzo, conta i minuti secondi. Qualche volta
c'è degl'indiscreti, e allora le ragazze piegano indietro il busto
tutto d'un pezzo, come popattole spezzate alla cintura, e ributtano
i nasi temerarii con dei colpi di ventaglio da cavare il sangue;
e i battuti si vendicano azzeccando dei pizzicotti da intaccar la
pelle ai rinoceronti. Poi s'acquetano, e s'appoggiano al muricciolo;
discorrono lungamente; la ragazza con gli occhi bassi, facendo scorrere
tra le dita l'orlo del grembiale nero; lui, coi gomiti appuntati, in
atto d'adorazione; e s'indovina dalle risa dell'uno e dall'occhiate
di rimprovero e dai rossori dell'altra, le scioccherie grasse e i
complimentacci impertinenti.... coi quali ricomincian gli assalti e le
ventagliate.... fin che la ragazza alza gli occhi al terrazzo; e allora
restan là, due statue di sale, in un atteggiamento così miserevole, che
mi sento preso da paterna pietà, e rientro rapidamente nel mio casotto,
come un grosso automa d'orologio.
*
* *
Passano anche delle coppie coniugali, borghesi, belline; per metà,
s'intende; e scordan quasi tutte, anche queste, di guardarsi dal
bastione di Malicy. Una signora fa quattro passi di polka; un'altra si
stacca dal braccio del marito per contraffare l'andatura d'un'amica
grassa. Sento dei frammenti di diverbio, delle botte e risposte
secche, di quelle che fan fare i lucciconi alla signora, e mangiare
il sigaro all'altro. — Hai torto, hai torto, hai torto. — Oppure: —
Questa non la spunti, sai, Giorgetta! Tientelo a mente. — Delle coppie
vanno per un tratto divise, l'uno a destra e l'altro a sinistra della
strada, sbadigliando, e guardando da due parti opposte, con tutta
l'aria d'esser mortalmente seccati del settimo sacramento; e poi,
all'improvviso, sentendo dei passi davanti o di dietro, si avvicinano
in fretta, e si parlano, sorridendo da buoni amici, per salvare il
decoro del cuore. Delle signore si fermano qualche volta per richiudere
un orecchino che scappa, o stringere una cintura che si scioglie, o
levare una pietruzza dalla scarpetta scollata. E sarebbe mandata da Dio
quella pietra. Ma è un caso tristo: c'è sempre il marito davanti....
e son così opachi! Ma non importa, mi ci diverto; con qualche danno,
peraltro; come la malaugurata sera di quel barbone, che riannodando il
velo del cappello alla moglie, per di dietro, le stampò nella nuca un
maledetto bacio, di cui sentii fra capo e collo il contraccolpo, come
un pugno ben assestato di _boxeur_ inglese.
*
* *
Passano dei solitarii, e non son quelli che mi diverton meno. Li
so già tutti a memoria, quasi. So che a quell'ora precisa vedrò
spuntare il tale e il tale altro: degli ufficiali pensionati, degli
impiegati in riposo, dei convalescenti che fan la salita tutti i
giorni, per ordine del medico; dei “benestanti„ larghi e lenti,
che vengon su con lo stecco in bocca, con le mani strette dietro la
schiena, guardando qua e là con un sorriso vago, e andando a cercare
i ciottoli per buttarli da parte col piede: desiderabili segni di
quelle chilificazioni soavissime, che si fanno soltanto nelle città
piccole, dopo una giornata di lavoro tranquillo. C'è un vecchio prete
mingherlino che passa ogni sera alle sette e tre quarti, tira a destra
per la strada del camposanto, ripassa sotto il terrazzo alle otto e
mezzo, col breviario aperto fra le mani, senza mai alzar gli occhi,
senza mai cambiare il passo, senza soffermarsi mai un secondo; e fa
quella passeggiatina in quel modo da più di trent'anni. Un vecchio
signore panciuto passa costantemente con la canna ritta contro il
braccio destro, e il panama infilato nella canna. Un altro piglia
infallibilmente la sua presa di tabacco nel momento che passa accanto
a un tiglio che ombreggia la strada. E io mi diverto a indovinare le
altre abitudini di quei buoni signori, i pasti regolati appuntino,
quelle ore di sonno sacramentali, l'aborrimento profondo di certe
salse, certe fissazioni strane invincibili in fatto d'igiene, la
fascia di lana intorno alla vita, la piccola cantina scelta pei casi di
malattie, e la piccola farmacia di casa, rifornita a tempo con grande
cura. E sporgendo il capo indolenzito e stanco dallo scribacchiamento
di tutto il giorno, li seguito tutti fin che spariscono, con un sospiro
d'invidia.
*
* *
Verso sera, passan pure dei soldati, che vanno a spasso per la
campagna, quasi sempre a due a due. Sento degli accenti napoletani,
siciliani, toscani, lombardi. Alcuni cantano. C'è un toscano che
solfeggia _dove vai, dove vai, ricciolina_, deliziosamente, e
molto bene accompagnato da un tappetto di fantaccino che dimena le
spalle alla becera. Discorrono delle loro faccende: la consegna, la
riparazione alle scarpe, il nuovo orario, _la arne attiva, u capurale,
quel bagolon d'un furée_.... — Qualche volta esprimono dei sentimenti
d'ammirazione per delle signore incontrate poco prima. — _Chilla è
bona!_ — _Ah! che bonbonin!_ — Ce ne passan degli scompagnati, che
si fermano a piluccare le more delle siepi con una ghiottoneria di
bambini. Corron dietro alle lucertole, si chinano a frucar coi fuscelli
nei formicai. Son capaci di perdere un'ora a cercare un uccello di
cui sentono il verso dentro a un cespuglio o tra i rami d'un albero,
grondando di sudore a forza di girare, di accoccolarsi, di torcersi
come le biscie. Scendon giù verso i campi, tornano indietro con dei
mazzi di fiori selvatici infilati nella tunica, felici di poter far
quattro passi fuor delle scatole, col cinturino sulla spalla e con le
mani nelle tasche, aspirando gli odori dei prati e dell'aie, dove son
nati e cresciuti. E qualcheduno si volta a guardare in su, con una
espressione di curiosità amichevole, che mi compensa di un mese di
rompimenti.
*
* *
A una cert'ora, ci ho un altro spettacolo: vedo risalire per la strada
di val di Lemina dei gruppi di vecchi e di vecchie del vicino Ricovero,
vestiti di rigatino grigio, che ritornan dalla passeggiata. Poveri
vecchi! Passando sotto il terrazzo, quelli che possono, alzano il viso;
e allora posso dire anch'io che “quaranta secoli mi contemplano.„ Par
che tornino da una battaglia. Vengono prima gli uomini, delle facce
d'arancie seccate sopra le caminiere, dei corpi segaligni, nodosi come
le calocchie, dei nani sbilenchi che paiono usciti di sotto un torchio,
delle anime lunghe che spenzolano da tutte le parti, delle figure
bizzarre, in cui non si raccapezza più la fisonomia, e rammentano i
famosi struldbruggs di Laputa, condannati alla decrepitudine eterna,
nel libro del Gulliver; delle andature che presentano insieme tutti i
ciondolii e tutti i tentennamenti d'un mazzo di marionette tenuto dalla
mano d'un paralitico. Quanto trista e maligna è la natura a imporci
insieme a quel modo l'ilarità e la compassione! Poi vengon le povere
donne, dei cubi, delle piramidi equilatere, delle esse, degli otto,
dei visi pelosi e infunghiti; fra i quali pure si riconoscono degli
occhi pieni di benevolenza e di dolcezza, che esprimono ancora un amore
lieto della vita, e promettono ancora delle buone azioni, dei piccoli
sacrifizi utili a qualcheduno. Ma chi mi dà a pensare più di tutti è
uno sbilungone tutto rotto, vecchio come il primo topo, con una barba
che pare un granatino sudicio, una faccia buffa, che dev'essere il
bell'umore della compagnia, che racconta sempre qualche cosa, con una
voce di trombone affiochito, degli aneddoti lepidi, da quanto sembra,
perchè provoca intorno delle risate faticose, degli scotimenti di
gobbe, degli accessi di tosse, dei milioni di rughe, uno scombussolìo
da mandare per il medico. Che cosa diavolo dice? È una curiosità che mi
tormenta. Deve ancora raccontare degli aneddoti lubrici, quel mummione,
delle avventure del 1820, chi sa che birbonate.... e che finezze!
Qualche parola m'arriva; ma il senso mi scappa, e mi ci danno.
*
* *
Passano alle volte delle squadre di collegiali coi berretti rigati
d'oro, in due file, accompagnati dall'assistente; i primi, piccoli,
d'otto o dieci anni, gli ultimi sulla quindicina, beati di essere
all'aperto, e di aspirare quell'aria a sorsate come un vino generoso;
passano allargando e allungando le file, voltandosi da tutte le
parti, parlando tutti insieme, con una gradazione ascendente di forza
vocale, dalle note femminee della prima ginnasiale ai vocioni velati
del liceo, disputando a tre a tre, a quattro a quattro, e spandendo
per la strada delle regole di grammatica latina, degli enunciati di
teoremi, delle risate, dei nomi storici, dei trilli, dei calcoli di
ventesimi, confusamente, con quella mimica sbracciata e angolosa degli
scolari, che somiglia un po' alla gesticolazione delle marionette.
Ah! quanto è lontano quel tempo.... che è tanto vicino!... Ci ritrovo
delle teste ricciute di antichi miei compagni di scuola in quelle
file, ci riconosco delle voci di venticinque anni fa, dei gesti che mi
ricordano mille cose. Ma non c'è mica da fidarsi a star sul terrazzo
mentre passano, perchè si può dare il caso, come una sera, che i primi
discutano del miglior modo d'acchiappare le mosche, e quei di mezzo
tacciano, e gli ultimi ragionino ad alta voce, e _senz'alcun sospetto,_
di colui che pende, non visto, sul loro capo; e, certo, può accadere di
sentirsi dire delle cose gradevoli, ma si corre anche il rischio....
*
* *
Altre volte, dopo una mezz'ora di silenzio, sento un bisbiglio di
voci armoniose, e vedo a traverso ai rami degli alberi una confusione
variopinta di penne, di fiori, d'ombrellini, di veli; tre o quattro
famiglie affollate; delle ragazze di dieci anni, delle signorine di
venti, delle signore di trenta, la scala vivente del paradiso, che vien
su. E fanno un bel quadro, per alcuni minuti, tutti quei visi rosei sul
fondo verde delle viti e delle acacie, e le calzine bianche fra l'erba;
e un po' più in qua, i cappellini vermigli e rosati che spiccano
sull'azzurro delle montagne; e anche più vicino gli occhi celesti che
scintillano sotto le ciglia nere. E a proposito, com'è il sangue di
Pinerolo? Non saprei che dire. Tra il sangue di Torino e quello di
Pinerolo non c'è che un'ora di strada ferrata. Arrotondate un po' più
le spalle e colorite un po' più le guancie.... Intanto le signore son
lì sotto; la fatica della salita fa ondulare i seni, l'aria dei monti
agita i capelli sulle tempie, e le braccia che si alzano a ravviarli
mostrano i contorni graziosi e la pelle bianca.... Ma è la visione d'un
momento. Il mormorìo armonioso s'allontana, i veli e le ombrelline
si rinascondon fra gli alberi, e non resta più che un po' di profumo
nell'aria e qualche orma di piedino sulla via.
*
* *
Poi passano delle coppie d'amici, a molta distanza l'una dall'altra,
lentamente, parlando forte, in modo ch'io sento le parole prima di
vedere i visi, e raccolgo dei brani di discorsi curiosi, tagliati poi
d'un colpo, o continuati con un abbassamento improvviso di voce, quando
la coppia arriva in vista dell'osservatorio. — .... Capisce! — dice
una voce rimbombante che s'avvicina, — mi _siringa_ trecento quaranta
lire di ricchezza mobile! E io li schiaffo lì per lì tanto di ricorso,
dimostrando come e qualmente.... — Scompariscono: non sento più nulla.
Dopo cinque minuti, una voce lenta e placida che espone una biografia:
— .... in seconde nozze la signorina Gloriocci, figlia di primo letto
del commendator Gloriocci, ch'era capo divisione agl'interni nel 1860;
_dimodochè_ egli venne ad essere cognato della contessa Vespretti,
precisamente l'anno dopo che s'era separata dal marito per il famoso
scandalo col capitano.... — Passano, succede un lungo silenzio, e
poi una voce stridula e concitata: — .... a parlar di calunnie e
d'intrighi, birbone che non è altro! Con che diritto? Con quali prove?
Come ha tanta faccia di accusare gli altri dopo quella birbonata del
settantasette? Come non capisce che un giorno o l'altro.... — Poi
daccapo una voce grassa e pacata: — .... in un involto di carta, oppure
dentro a un pezzo di tela, e lo mette in pentola: ma senz'acqua, badi!
e deve cuocere in quattro o cinque ore, a sola bragia, per effetto dei
vapori che si svolgono, e che restan lì chiusi: lei mangierà il miglior
lesso che sia mai stato assaggiato al mondo dacchè si parla di mangiare
e di bere....
*
* *
E tutti si fermano un minuto al muricciolo ad ammirare il tramonto.
Quando tutta la pianura è già nell'ombra turchina della sera, scendono
ancora per la valle del Chisone, per la valle di Luserna e per la
valle del Po, come per tre immense finestre, dei fasci di luce calda,
che rischiarano tre lunghissime striscie di campagna, indorando case,
boschi e torrenti. I monti bassi son già quasi neri; i monti alti d'un
azzurro cupo; le montagne altissime ancora chiare, d'un azzurrino
limpido, unito e dolce come l'acqua della grotta di Capri; e tutte
ornate a ponente di tante mantelline di seta rosea tempestate di
gemme e di stelle d'oro. Poi tutte queste mantelline s'accorciano,
si stringono, si riducono a una collana, non son più che un diamante,
svaniscono. Ultimo resta ancora il Monviso sotto la larga carezza del
sole. E il sole lo accarezza, — lo tocca, — lo lambe, — lo abbandona. E
allora tutta l'enorme catena bruna si intaglia violentemente nel cielo,
e lo squarcia e lo morde coi suoi mille archi acuti e con le sue mille
piramidi, disegnando nel fuoco una delle più belle e più formidabili
immagini di grandezza che sian mai balenate alla mente umana.
*
* *
A quell'ora i contadini tornan dal lavoro e i ragazzi e le vaccaie
dai pascoli. Da tutte le parti mi arrivan dei canti all'orecchio; quei
canti dei contadini piemontesi, così strani e tristi, cantati a voce
altissima, e strascicati con un lungo sforzo, come per farsi sentire
a grandissime distanze, e rotti da certi trilli gutturali, fiorettati
di certi vezzi, direi quasi, violenti, che fan soffermare per la
viottola il cittadino che passa, offeso nell'orecchio, e pure curioso
di risentirli. Alcune voci mi suonano vicine, delle voci femminili,
piene e poderose, che mi fanno immaginare delle grandi ragazze con la
bocca squarciata e col seno ansante; altre più vicine, di cui distinguo
le parole, una voce tremula, una canzone patetica, che comincia
_l'America è grande l'Italia è piccolina,_ e dice d'un mazzetto di
fiori che sarà portato a traverso all'Oceano; altre, lontanissime,
delle voci lunghe e dolenti, simili alle cantilene dei marinai e
alle grida degli spazzacamini, le quali s'avvicinano, si allontanano,
muoiono, e poi tornano a suonar più lontano; e pare che tutte quelle
voci si chiamino e si rispondano di qua e di là dal Lemina, e dalla
pianura alle colline; grida d'amore tradito, sospiri di miserie senza
speranze, addii a soldati lontani, e implorazioni di soccorso: cento
voci, la grande voce diffusa e stanca della campagna che si lamenta
delle fatiche mal compensate, dei balzelli, della leva, delle guerre,
e invoca il sonno consolatore.
*
* *
Tutt'a un tratto, un vento impetuoso che vien dall'Alpi disperde tutte
quelle voci. E allora, davanti a me, comincia la grande sommossa della
folla verde, agitata da mille idee e da mille passioni contrarie. È
un rimescolìo di tempesta: delle dispute appassionate di tigli che
s'insultano; delle denegazioni rabbiose di gelsi offesi che gridano;
no — no — mai, mai in eterno; — degli atti disperati e convulsi di
acacie atterrite; degl'impeti di furore di pioppi che si curvano
per far violenza ad alberelle sottili, le quali si arrovesciano e si
divincolano; e delle piccole mischie feroci d'alberelli che s'odiano,
e più in là un tentennìo lento di grandi alberi saggi che disapprovano
tutto quel sottosopra. A poco a poco, tutto si queta. Poi, da capo,
come al soppraggiungere improvviso d'una mala notizia, un nuovo scoppio
d'ira e di dolore, uno scatenamento di proteste e d'imprecazioni,
una disperazione, un dimenìo, un non volersi dar pace, un tumulto di
moltitudine minacciante, la quale pure, a grado a grado, si rabbonisce,
abbassa le braccia e la voce, si lascia quasi persuadere, s'acqueta a
certe condizioni, facendo ancora dei segni di dubbio, con un mormorìo
leggero di malcontento, per non parer troppo facile a contentarsi.
Quand'ecco, giunge un telegramma che smentisce tutto.... e allora
scoppia formidabilmente, per non più placarsi nè interrompersi, la
rivoluzione sociale.
*
* *
Allora, solo sul terrazzo, nell'oscurità che sale, flagellato dal
vento, come sul cassero d'un naviglio, mi godo tutto quel fragore
d'uragano, pieno di grida, di sibili, di gemiti, di parole dolorose,
che mi suonano all'orecchio come susurrate da spettri invisibili che
mi passino accanto di volo. Il fragore viene a ondate: sono urrà di
Eugenio di Savoia che si slancia all'assalto di Santa Brigida, urli dei
prigionieri del Saint-Mars flagellati, pianti dei fanciulli astigiani
sepolti nella torre degli Acaja, rantoli di cavorresi sgozzati sulla
rocca; e poi, dopo un breve mormorio sordo e come compresso, ecco, la
marchesa di Spigno scoppia in singhiozzi, i Valdesi cantano i salmi
della vittoria sulle vette d'Angrogna, i cannoni della Varaita tuonano,
gli emigranti mandano l'ultimo addio alla patria, trentamila grida
di gioia salutano il vincitore di San Quintino; tutto il passato si
ridesta e mi parla; tutti quei benedetti dolori, tutte quelle sante
gioie, tutta quella grande storia di sangue, di fuoco e di pianto, alla
quale io debbo la mia soddisfazione di quel momento: la soddisfazione
d'un italiano libero, che contempla i confini della sua patria libera,
sul finire d'una giornata operosa, nella quale scrivendo, ricevendo
saluti d'amici lontani, e scorrendo giornali e libri d'ogni provincia,
è vissuto un poco in tutte col pensiero e col cuore, e ha come sentito
sulla fronte il grande alito caldo della Madre comune.
*
* *
Intanto, s'è fatto notte; le finestre delle officine e delle caserme,
giù nel piano, son tutte accese, e qua e là, per i campi e sulle
colline, brillano pochi lumi, come occhi infiammati, che battan le
palpebre, sul punto di chiudersi al sonno. Allora, in quella oscurità
fitta, in cui le falde dei monti scompaiono, par che tutta la campagna
vastissima salga, e sia già falda delle Alpi; e le Alpi nere appaiono
immense sul cielo grigio, come le onde d'un mare prodigioso che si sia
levato per sommergere il mondo, e rimanga immobile lassù, minacciando.
Quelli sono i momenti in cui mi sento più incatenato ad ammirarle,
poichè non c'è più nulla sulla terra che distolga da loro gli occhi
o il pensiero. E le guardo, le adoro, le chiamo madri di soldati di
ferro e sorgenti eterne di poesia e di salute, terribili, bellissime
e buone, nostra alterezza, nostro amore, e nostra forza. E starei chi
sa quanto a parlar con loro, se a un certo momento non mi sentissi
quattro piccole mani sulle spalle e due voci leggiere negli orecchi,
che mi domandano: — Ebbene, che cosa fai qui? A che cosa pensi? — A
che cosa penso! Come ve lo posso dire? Penso a queste montagne che han
visto tante cose, a questo angolo d'Italia dove si è tanto sofferto
e combattuto, e ch'io vorrei far conoscere e amare da tutti, e che un
giorno potreste esser chiamati a difendere, anche voi due, miei cari
figliuoli. Voi non capite ancora queste cose; ma io scriverò un libro
nel quale ci sarà tutto, perchè lo leggiate poi fra molti anni, in
faccia alle Alpi; e lo intitolerò _Alle porte d'Italia_. — E provo un
grande piacere allora a udir gridare quelle quattro parole da quelle
due voci infantili, con un accento in cui si sente quasi un primo
fremito inconsapevole del più grande degli affetti; e m'immagino tutta
la loro generazione che le ripeta insieme a una voce, in un giorno di
pericolo, dei milioni di voci confuse in un grido amoroso e tremendo,
il quale passi sopra la patria come il soffio precursore della
vittoria.