La campagna era velata da una nebbia leggiera, in cui erravano dei
grandi nuvoli di fumo, sollevati da mucchi accesi di gramigna. Il sole,
appena uscito, pareva che avesse una mezza idea di tornare in casa,
e andava tentando l'aria con dei raggi pallidi, che ritirava subito
indietro, come tentacoli scottati dal freddo. L'aria mordeva in fatti:
i pochi viaggiatori seduti nei carrozzoni del tranvai a vapore avevano
il becco rosso, e i miei due compagni non finivano più di fregarsi
le mani, come se partendo da Pinerolo avessero ricevuto un sacco di
buone notizie. Uno era un grosso proprietario, una specie di borghese
campagnuolo, appassionato per l'agricoltura, per quella pratica,
come diceva lui, non per quella dei professori: una faccia paciona di
cinquant'anni, atteggiata a un perpetuo sorriso canzonatorio; l'altro,
un ex professore ginnasiale, grande amatore di storia patria, e
parlatore compassato e forbito, che s'era offerto gentilmente di farmi
da guida storica. Eran gli ultimi giorni d'ottobre, quando la campagna
piemontese spiega in tutta la loro bellezza i colori pomposi e tristi
dell'autunno. Il treno correva in mezzo a vigneti color di porpora,
a macchie di pioppi e di roveri svariati di giallo e di vermiglio,
a boschi d'oro, a lunghe file di gelsi color di zolfo e di terra di
ocra, macchiate qua e là dalle chiome ancora verdi di qualche albero
ostinato a non invecchiare; e di là dagli alberi, fuggivano dalle due
parti della via i prati vaporosi e i campi lavorati, nei quali spuntava
il grano, come una barbetta rada e fine d'adolescente. La campagna era
solitaria; solo qualche villanella bionda, appoggiata al rastrello,
alzava gli occhi verso il treno con quell'espressione.... con nessuna
espressione. La gente faceva ancora il sonnellino di giunta della
mattina, aspettando a svegliarsi del tutto che il sole desse il buon
esempio, e i villaggi per cui passavamo, cominciavano appena a schiuder
gli occhi e a stirare le braccia. Vedemmo però in un vicolo d'una
borgata, passando, una comitiva nuziale di contadini, che aspettavan
davanti a una porta: una sposa rossa, con grandi nastri bianchi sulla
cuffia, le comari in pompa magna, gli uomini vestiti di nero, tutti
immobili impalati, ma con gli occhi accesi dal dolce pensiero della
scorpacciata e della sbornia. Siano felici senza moltiplicarsi! A tutte
le fermate salivan delle contadine con dei grandi cesti pieni d'ova
e di polli; in poco tempo ci fu tanta roba da sfamare una compagnia
di soldati alpini. Andavan tutti al mercato di Cavour, che è dei più
grossi del circondario; e si capiva dai visi immobili, e dal modo
come si fissavano gli uni con gli altri senza guardarsi, ch'eran tutti
occupati a sommare, a sottrarre e a dividere i quattrini che speravan
di guadagnare: alcuni ragionavan tra sè movendo le labbra, altri
facevano il conto con le dita, senza alzar la mano dal ginocchio, per
non farsi scorgere. Nessuno discorreva. Si sentiva un odore acuto di
cacio pecorino e di tartufi bianchi. Mi pareva di trovarmi in un treno
speciale di Francesco Cirio, mandato sotto la mia alta direzione a
portar le provviste del banchetto a una festa inaugurativa.
*
* *
Scendemmo all'entrata di Cavour, in pieno mercato d'animali neri, o
canarini da ghiande, come si chiamano con gentile metafora in dialetto
piemontese. La borgata, che conta circa ottomila abitanti, è tutta
fabbricata sul piano, ai piedi della rocca famosa, alla quale deve
la sua gloria e le sue sventure. Come tutti i piccini a cui manca
l'occasione di paragonarsi, quella rocca ha l'aria di credersi una
gran cosa; e in fatti, vista di là sotto, benchè non sia alta più
di due volte il campanile di Giotto, e se ne possa fare il giro in
mezz'ora, presenta l'apparenza d'una montagna, certe forme larghe e
maestose di gigantessa alpina; e pare anche più grande all'occhio per
effetto del mantello denso di vegetazione che le avvolge le spalle
e i fianchi rocciosi. A primo aspetto, fa colpo, non c'è che dire.
Chi capitasse là senza sapere, la crederebbe un monte artificiale,
innalzato dal capriccio mostruoso d'un tiranno antico; una specie di
colossale osservatorio guerresco, fabbricato per tener d'occhio tutti
i feudatarii della pianura, dalle rive del Po alle rive del Sangone.
Si capisce come sia stata sempre oggetto di meraviglia, cominciando da
Plinio, che scrisse di non aver mai visto _montem a montibus separatum
nisi montem Caburri,_ e venendo fino a Carlo Denina, il quale la
credette un masso precipitato dalle Alpi, e ad altri che la ritennero
uscita tutta sola fuor dalle viscere della terra, quasi all'improvviso,
come la testa d'un titano sepolto, curioso di vedere coi suoi occhi
come andassero le faccende di Casa Savoia. La sua origine, con tutto
questo, non ha nulla di meraviglioso: è l'estrema punta, o come
suol dirsi, l'ultimo sperone del contrafforte alpino il quale scende
dal monte Granero a dividere la valle del Po da quella del Pellice;
sperone il quale si innalza in modo notevole rispetto alla giogaia di
cui è termine (il che si vede di frequente), con questo di singolare
peraltro: che appare isolato perchè la catena di rocce che lo riunisce
al contrafforte delle Alpi è tutta coperta e perfettamente nascosta dai
materiali d'alluvione che vi si sono accumulati in tempi antichi. Non
è dunque un'avanguardia solitaria, una sentinella perduta dell'immenso
esercito alpino; ma la testa d'una colonna non interrotta che fa la
sua strada sotto terra. È un peccato. Sarebbe certamente più poetica
se fosse ruzzolata giù dal Monviso come il masso della similitudine
manzoniana, tanto più che i Cavorresi potrebbero vivere sicuri di non
vederla mai riportare in alto da una _virtude amica_. Ma pure senza
la origine meravigliosa, questo enorme blocco di gneiss (celebre fra
i naturalisti per i bellissimi cristalli di quarzo affumicato che si
ritrovarono nelle crepe delle sue rocce) è una fortuna per il paese:
è il suo monumento storico e la sua bellezza, gli fa ombra e fresco
d'estate, e lo ripara dai venti australi, e serve di rifugio agli
innamorati e di belvedere agli artisti, e frutta di tanto in tanto
il desinare d'un mineralista o d'un geologo al _Persico reale_ o alla
_Posta_. (Domandare il fritto di trote.)
*
* *
La borgata somiglia a tutte le altre borgate del Piemonte: pulita,
di colori allegri, nessun monumento, molte osterie. Percorrendo la
strada principale riuscimmo nella piazza del mercato. C'era pieno
zeppo di gente: delle file di contadine venute da tutti i dintorni, e
una doppia processione di uomini e di donne della campagna, pigiati
come all'uscita d'una chiesa: per tutto ceste d'ova e di polli,
panierone colme di burro, mazzi di capponi alla mano, gabbioni pieni
di galline, d'oche, di tacchini, di conigli: una profusione di roba
grassa, cicciuta, soda, fresca e sana, ch'era un gusto a vedere. La
prima cosa che mi diede nell'occhio furon le polpe colossali di certi
preti che passavan tra la folla: delle colonne, Dio li benedica, da
disgradarne il Biancone di piazza della Signoria. Poi i cappelli delle
contadine, curiosissimi: dei cappelli di paglia gialla, di tesa molto
larga, foderati di stoffa di sotto, fasciati di sopra di larghi nastri
di seta o di velluto ricascanti fin sulla schiena, coperti d'un velo
di tulle nero, frangiati di conterie, ornati di penne, di rose, di
mazzi di fiori finti, di catenelle d'ottone, di fermagli della forma
di chiavi o di spade: dei veri botteghini da merciaio, con le più
bizzarre stonature di colori che si possano immaginare. Molte avevan
delle collane dorate a varii giri, dei grossi orecchini da madonna,
e dei fazzoletti da collo gialli o scarlatti. C'eran dei bei pezzi
di donne e dei bei fusti di ragazze, con dei colori di mela appiola,
coi capelli d'un biondo di spiga, serrati sulle forti nuche come nodi
di corda; larghe di spalle e di fianchi, tutt'altro che piallate,
piantate diritte e salde in terra come pilastri, e così strette le une
alle altre, che per passare bisognava strofinarsi alle gonnelle e ai
grembiali e si sentivan da tutte le parti delle rotondità resistenti e
dei fiati caldi. Era davvero un mercato di contadini piemontesi. Fuor
che gli strilli dei merciaiuoli dei baracconi, non si udiva una voce
più alta dell'altra: nessun dialogo concitato, nessun gesto impetuoso,
nessun viso acceso; una placidità di aspetti straordinaria, le mani
quasi immobili, dei sorrisi quieti, un girar lento del capo e degli
occhi, un contrattare a parole riposate e sommesse. Mi pareva che
tutte quelle donne non fossero mai state agitate da una passione e che
dovessero dar l'amore come davan le ova. Eppure.... Ci trattenemmo
un poco ad ammirare le bellezze più vistose; ma i nostri sguardi
ammirativi, interpretati prosaicamente, non avevano altro effetto
che di far alzare le galline verso di noi, in atto d'offerta. Provai
però un vero piacere a girare, a sguazzare dentro a quell'abbondanza
di tutto, a sentir tutti quei soffi di salute, quell'odor di stoffe
da sedici soldi il metro, di capelli lisciati con l'acqua, di latte,
di paglia, di piccionaia, di conigliera: mi pareva di purificarmi per
un mese di tutti i profumi da parrucchiere, di tutti gli odori acri
e misti di cattive salse, di botteghe umide e di teatri sudici, e
di libri odiosi e di prove di stampa più odiose, che ero costretto a
respirare in città. E non fu così facile levarci di là dentro. Alla
uscita della piazza ci trovammo chiusi in mezzo a un gruppo di poderose
venditrici di cacio, e ci bisognò fare alle gomitate; poi la cesta di
una bella pollaiola mi separò dai compagni; infine non ebbi più che da
dividere due maschiotte marmoree che chiudevan la via, e mi ritrovai
all'aperto con gli altri, tutto fragrante di latticini e di galliname.
*
* *
Eravamo in un'altra piazza; entrammo un momento nella chiesa maggiore,
grande e vuota, dove la voce del prete che diceva la messa era coperta
da un cinguettìo sonoro d'uccelli che svolazzavano per le navate; e
poi ci avviammo per salire sulla rocca. In quella stessa piazza, dov'è
ora una bella fontana di pietra, si crede, da certe iscrizioni antiche
state scoperte nel paese, che ci fosse un bagno e una piscina, fatti
costrurre in un podere proprio, e poi donati ai suoi concittadini,
_municipiis suis,_ da una Seconda Asprilla, sacerdotessa d'un tempio
consacrato a Drusilla, sorella di Caio Caligola. — Non solo — mi diceva
forbitamente il professore; — ma è tra i cultori di studi archeologici
fondata opinione che l'antico bagno traesse alimento dalla sorgente
medesima, che fornisce l'acqua alla odierna fontana. — Ma qui fu un
vero divertimento, perchè il buon proprietario agricolo professava una
tale pietà per tutte quelle _bale_ di erudizione antica, e deplorava
così sinceramente che persone di buon senso ci sciupassero il loro
tempo invece di consacrarsi all'agricoltura “vero fondamento degli
Stati„ che gli pigliava mal di stomaco solamente a sentirne discorrere;
e guardava il mio professore con una faccia così provocante, fra la
finta maraviglia e la corbellatura, che quello ci s'inverdiva dalla
stizza, benchè mostrasse di non badarci. Già, mentre stavamo per
entrare in chiesa, a sentir dire che Annibale aveva accampato vicino a
Cavour l'ala sinistra del suo esercito (il qual fatto, oltre a potersi
dimostrare probabile con certi passi di Tito Livio, veniva provato
dai molti denti d'elefante che avevan ritrovati in quelle terre),
si era soffermato in mezzo alla piazza, guardando fisso l'amico,
come si guarda un matto da legare. Ma quando poi sentì aggiungere
quella del regalo del bagno, e d'Asprilla, e di Drusilla, non si
potè più contenere. — Non creda, sa, — mi disse; — son tutte cose che
combinano fra loro i dottoroni. Già Cavour non è mai stato paese di
forestieri. — Il professore fece un sorriso di infinito disprezzo, e
ripigliò il suo discorso. La cosa era fuor di dubbio. Cavour era stato
una colonia romana, e doveva aver avuto una fortezza e un presidio;
negli scavi fatti in vari tempi, s'eran trovati cippi, capitelli con
l'effigie di Romolo e di Remo, avanzi di acquedotti, statuette di
metallo, lumicini, lacrimatoi, monete, medaglie; fra le quali essendo
in maggior numero quelle del tempo di Nerone e degli Antonini, c'era
luogo di credere che fosse stato sotto questi imperatori il periodo di
maggior floridezza dell'antica Caburrum. In seguito le eran toccate
le avventure comuni a quasi tutte le città e alle borgate di quella
parte del Piemonte: distrutta dai barbari, ridistrutta dai Saraceni,
soggetta al contado di Torino al tempo dei Franchi, castellania sotto i
marchesi di Susa; poi posseduta dai Conti di Savoia, conquistata dagli
Astigiani, caduta in potere dei principi d'Acaja, ceduta ai signori
di Racconigi, tornata daccapo alla Casa di Savoia. E mentre ascoltavo
questa litania di trattati, di assedi, d'incendi e di miserie, salivamo
su per una viottola petrosa, in mezzo a un bosco di piccoli castagni,
di querciuole e di marruche, colorite di tutte le sfumature del giallo,
dal cadmio allo zafferano, e ancora verdi qua e là, e come brizzolate
da una polvere dorata, che un soffio di vento dovesse portar via. Non
c'eran case, non s'incontrava nessuno. Non si sentiva che il verso
d'una ghiandaia, su in alto.
*
* *
In mezz'ora arrivammo sulla cima. Sono tre punte, distanti un cento
di passi l'una dall'altra: quella di sinistra, chiamata la punta dei
cani; quella di destra, del castello; quella di mezzo, del torrione.
La prima non è notevole che per un precipizio spaventoso che le s'apre
sotto, una specie di Salto di Tiberio, il quale misura tutta l'altezza
della rocca, diritta, da quella parte, e terribile, come la muraglia
d'una fortezza ciclopéa che minacci gli sbocchi delle valli alpine.
Sulla punta di mezzo, non rimane più dell'antico torrione di Bramafame
che un pezzo di muro rotondo, alto quanto il parapetto d'un pozzo, con
due cannoniere, circondato di rose selvatiche e d'erbacce. La punta
che serba maggiori avanzi è quella del castello. Ed è anche la più
ardita e selvaggia: un gran masso, una specie di gobbo enorme della
rocca, inaccessibile da ogni parte, fuorchè per una scaletta informe,
cavata nella roccia viva, e tutta incisa di nomi e di date cubitali;
salendo per la quale si riesce con un giro sopra il piccolo spianato
dove sorgeva il castello. Qui, per una rete di piccoli sentieri che
salgono e scendono tra i pruni, le ortiche e le vitalbe, si gira in un
labirinto di rovine, in mezzo a buche di cisterne e di sotterranei, a
frammenti di muri forati da feritoie, a traccie malcerte di porte, di
scale e di segrete, da cui è quasi impossibile raccapezzare la forma
del castello; il quale doveva essere angusto, peraltro, e intricato,
e lugubre: uno spauracchio di castellaccio da streghe e da corvi, non
meno triste per chi ci stava dentro a difenderlo, che tremendo per chi
l'aveva da assalire. Eretto su quella cima, proteggeva mirabilmente la
borgata sottoposta, che era tutta chiusa in una cinta rettangolare di
muraglie turrite, le quali si prolungavano salendo su per la rocca,
fino a congiungersi col castello e col torrione; legati anche questi
fra loro da un parapetto, o da altra opera di difesa, intagliata nel
sasso, al di sopra dei passi più scoscesi. Tale era la fortezza di
Cavour sul finire del secolo decimosesto quando se la disputarono il
generale Lesdiguières e Carlo Emanuele I, i due sovrani giostratori di
quella guerra avventurosa e memorabile, con la quale il duca di Savoia
iniziò la grande politica dell'altalena fra la Spagna e la Francia:
ben combinati davvero, e fatti proprio a misurarsi, per temerità di
capitani, e per coraggio di soldati, e per prudenza, e per astuzia,
e per generosità usata a tempo, e per magniloquenza spiegata sempre.
Il castello, si capisce, non poteva esser preso che per blocco. Non
riuscì a conquistarlo per assalto il Lesdiguières, neppure dopo essersi
impadronito del torrione, e averci fatto tirar su a forza di braccia
e d'argani due pezzi d'artiglieria, coi quali fulminava le mura a
cento passi, e ogni colpo era uno sdrucio: i quattrocento difensori,
comandati dal conte Emanuele di Luserna, non si arresero che per fame.
E neanche lo potè pigliare di viva forza Carlo Emanuele, malgrado la
gran voglia che ne aveva, e il grosso esercito vittorioso che teneva in
pugno: dovette costruire nel piano cinque fortini, e aspettare che al
presidio non rimanesse più nè acqua nè pane. E l'una e l'altra volta i
difensori uscirono con l'onore delle armi. Poveri cadaveri ambulanti!
Doveva essere uno strazio d'inferno l'idea di morir digiuni lassù,
pigiati in quella tetra bicocca, frecciati a traverso alle feritoie da
quell'aria viva dei monti che mette nel corpo dell'uomo la voracità
della fiera, e sentirsi torcere le viscere dalla fame e dalla sete
vedendo giù nel piano fumar le cucine dei vivandieri, passare i carri
carichi di pane, e correre i rigagnoli argentini in mezzo ai campi!
Perchè dovevano veder tutto di lassù, come sulla palma della mano:
le corsie degli accampamenti, l'interno dei padiglioni, i giochi e le
risse dei bivacchi, e Carlo Emanuele che appuntava i cannoni come un
capitano d'artiglieria, e Antonio d'Olivares che discuteva con lui,
per distoglierlo, come fece, dal tentare l'assalto, tagliando l'aria
tutti e due con dei gesti vigorosi, corrispondenti a de' sonori frasoni
spagnuoli, intercalati di _Por Dios_ e di _Por vida mia_ e di _Mal rayo
me parta,_ che facevan rattenere il fiato allo Stato maggiore.
*
* *
Nel mezzo dello spianato del castello c'è una piccola cisterna
rotonda, quasi tutta piena di sassi e di calcinacci, fra cui son
mescolate molte ossa umane. Si dice, e non c'è ragione di non
crederlo, che siano ossa di cavorresi trucidati dalle soldatesche
del Catinat nel 1690. È piantata là vicino, in memoria di quei morti,
una grande croce di legno, che si vede anche dal basso. Quella fu la
più miseranda giornata della storia di Cavour, senza dubbio; degno
principio di quella orribile guerra della lega, in cui i ministri
davan degli ordini da assassini, ed era imposto ai generali l'ufficio
di incendiarli, e ai soldati quello di carnefici e di ladroni. La
tradizione di quel maledetto macello è ancora vivissima tra il popolo
della città e della campagna. Era l'agosto del 1690. Scoppiata appena
la guerra, il generale Catinat mosse l'esercito da Pinerolo verso
Cavour. Se il bravo marchese di Parella, che stava con quattromila
soldati, fra i quali molti valdesi, nelle vicinanze di Luserna,
fosse stato avvisato poche ore prima di quella mossa, avrebbe fatto
ancora in tempo a sopraggiungere; e allora si sarebbe visto un bel
ballo. Sventuratamente, ricevette la notizia troppo tardi. La città
era aperta, il castello diroccato da molti anni; il presidio non si
componeva che d'una compagnia del reggimento di Monferrato e di pochi
drappelli di milizie valdesi. Un'avanguardia comandata dal marchese
di Plessis Belloire venne accolta a fucilate da alcuni contadini, che
furon subito respinti nell'abitato. Il Catinat mandò a intimare la
resa. Il presidio rifiutò. Una colonna francese si slanciò all'assalto
con quattro pezzi d'artiglieria. La difesa fu valorosa, ma inutile. Le
trincee furono superate, tutto l'esercito irruppe. E allora i soldati,
irritati dalle lunghe marcie, infiammati dal sole, e inaspriti dalla
resistenza inattesa, saccheggiarono, incendiarono, uccisero ufficiali
e soldati, donne, vecchi, contadini, bambini, per le strade, nelle
case, nelle chiese, nelle cantine, a calciate di fucili e a colpi di
partigiana e di baionetta, sordi a ogni preghiera e ad ogni pianto,
senza discernimento, senza tregua, senza misericordia. Una parte degli
abitanti e del presidio s'era rifugiata in cima alla rocca: gl'invasori
vi s'arrampicarono come un branco di tigri affamate, e trafissero
e sgozzarono quanti c'erano. Solo ottanta persone, fra le quali il
governatore, alcuni ufficiali, e il resto donne e ragazzi, riuscirono
a salvar la vita rifugiandosi in una casa di Cavour, nella quale era
entrato il Catinat a prendere un rinfresco da uno speziale, di cui
s'è serbato il nome: Marentino. La città presentò per varii giorni
uno spettacolo da agghiacciare le vene e da far rizzare i capelli: le
piazze ingombre degli avanzi del sacco, quasi tutte le case bruciate,
mucchi di cadaveri a ogni passo, rigagnoli di sangue giù per le scale
e per le strade, i muri chiazzati di sangue, i cortili allagati di
sangue, e in quella orribile solitudine grida di moribondi e risate
di pazzi. Nelle memorie del Catinat si danno più di seicento persone
morte, tra uomini, donne e bambini; il marchese di Quincy parla
di ottocento soldati e di trecento cittadini macellati; un priore,
testimonio e narratore del fatto, afferma che di cinquemila abitanti,
quattromila furono uccisi. E questo si fece nel secolo di Luigi XIV,
sotto Luigi XIV, da soldati del tempo del Pascal, del Descartes e
del Corneille, nel paese dov'era passato da mezzo secolo il Galileo.
Eppure tutto è dimenticato e ignorato.... a quattro miglia di distanza
da Cavour. Solo le contadine dei dintorni salgono una volta all'anno,
il giorno dei morti, a fare il giro della cisterna, in lunga fila,
recitando il rosario per le “anime della rocca.„ E sarebbe un ufficio
pietoso e onorevole, se ci andassero soltanto per i morti. Ma ci vanno
anche per raccomandare “alle anime„ il seme dei bachi da seta.
*
* *
Mentre parlavamo di quella orrenda giornata, vedevamo sotto la piccola
città fresca e allegra, una distesa di tetti d'un bel grigio chiaro,
con qualche macchia rossa e verde di muri di case coperti da un tendone
di pannocchie di gran turco o da una cortina di pampini. Vedevamo la
piazza del mercato e la strada maestra nere di gente, e ci arrivavano
all'orecchio, con una sonorità straordinaria, al di sopra del mormorìo
sordo e continuo della folla, grida stentoree di venditori, muggiti di
bovi, canti di galline, rumori di carri, i rintocchi argentini d'una
campana accompagnati dai colpi d'un martello sopra un'incudine, dei
grugniti e dei latrati lontani, una voce acutissima che urlava: Le
mutande a una lira! a una lira! a una lira! — e un vocione di basso
che gridava: L'America! — ossia la cuccagna, la roba per niente; e
di tratto in tratto, a intervalli uguali, un altissimo e lunghissimo
raglio di somaro. Fuori della folla, la pace solita dei piccoli
paesi: delle stradicciuole solitarie con dei bimbi che giocavan
lungo i rigagnoli, un crocchio di signori davanti a una farmacia, dei
terrazzini interni di case dove delle donne stendevan la biancheria ad
asciugare, un prete in maniche di camicia dentro a un orto; si vedeva
ogni cosa da un capo all'altro dell'abitato, e intorno intorno, il
collegio, la piazza d'armi, il camposanto, il passeggio: tutto quello
che basta da per tutto a qualche migliaio di persone per ripararsi dal
freddo, fare gli affari propri, odiarsi e morire. Poveri accampamenti
umani, poveri mucchi di baracche! Che misera cosa son mai, visti
dall'alto, con quel piccolo campo chiuso da quattro muri, dove tutto va
a finire!
*
* *
Alzati gli occhi dalle case, si vede tutto il cerchio delle alpi
dal Monte Viso al Monte Rosa, e tutta la pianura piemontese, così
vasta ed aperta, che quando è un po' velata di nebbia, come quella
mattina, vien fatto di cercarvi all'orizzonte le vele dei bastimenti
e gli spennacchi di fumo dei piroscafi; e par di trovarsi sulla
cima d'un'isola rocciosa, dentro a una grande baia, che si stenda
da Saluzzo a Cumiana, dai colli dove Silvio Pellico scrisse i suoi
più dolci versi, ai campi dove Vittorio Alfieri domò i suoi più
focosi cavalli. Ma a me piaceva di più guardar lì sotto quella bella
campagna, così uniforme e così varia insieme, tagliata in quadrati
verdi e lisci, come panni tesi di scrivanie, in trapezi di terreno
lavorato, d'un colore delicatissimo di caffè e latte, rigati di file
grigie di salici; in losanghe d'un rosso chiaro, spallierate di siepi
nere, contornati di filari d'alberelle d'un giallo cromo; in triangoli
bianchi di calce, terminati a un vertice dal vermiglio acceso della
vite d'un capanno. E al veder tutta quella terra così accuratamente
misurata, spartita e difesa, pensavo di quante riflessioni e di quanti
conti era argomento ciascuna di quelle piccole figure geometriche,
quanta carta bollata avevano fatto imbrattare, quante chiacchiere
di avvocati e di procuratori avevan provocato quelle redole e quei
rigagnoli, e quanti viaggi tristi alla città, e aspettazioni eterne
nelle anticamere dei tribunali, e inimicizie di famiglia, e giuramenti
di vendetta, e crepacuori, e partenze disperate per paesi lontani. E
allora mi parve che tutti quei poligoni coloriti, così tranquilli e
sorridenti poco avanti, si premessero coi lati, e cercassero di ferirsi
con gli angoli acuti, e di spaccarsi a vicenda, e di sovrapporsi gli
uni agli altri, e di travolgersi, come grandi zattere variopinte di
due flotte nemiche e confuse. E pensai ch'era così infatti, e che la
battaglia durava da secoli, e che sarebbe forse finita un giorno con
qualche gran sottosopra, in mezzo agli urli d'innumerevoli naufraghi;
per ricominciar poi più accanita e durare più lungo tempo, appena si
fossero riformati gli equipaggi e riparate le flotte.
*
* *
Il buon agronomo, intanto, seduto in disparte sopra un rudero, con
le braccia incrociate, e gli occhi rivolti alla campagna, pareva
immerso in una profonda meditazione; e il professore ne approfittava
per svolgermi intorno una specie di panorama storico della pianura
di Pinerolo. Io non dovevo mica lasciarmi ingannare da tutti quei
villaggi che si vedevan di là, e che presentavano un aspetto così
gaio, in mezzo al loro bel verde. Avevan l'aria di buoni proprietari
di campagna e di pastori tranquilli; ma eran tutti vecchi soldati
travestiti, coperti di cicatrici e pieni di ricordi terribili. Quel
grosso paese che si vedeva là a poche miglia, con quel chiesone
rosso, che gli dava un'apparenza di beata pace, Vigone, aveva visto
scacciare l'esercito di Carlo Emanuele I dagli ugonotti multicolori
del generale Lesdiguières, e subìto uno dei più orrendi saccheggi del
secolo decimosesto. Ma chi poteva contare i sacchi e le fiammate di
quell'anima persa del Lesdiguières? Era stato l'Attila della pianura
pinerolese, quel cane di vecchio arciere e di ex leguleio. Non c'era
uno di quei poveri paeselli che non fosse stato bollato a fuoco da
lui. Così, rabbioso di non aver potuto strappar Carlo Emanuele da
Cavour, aveva messo a ruba e a sangue Buriasco, un bel villaggio che
io vedevo a destra di Pinerolo, come una piccola macchia rossiccia.
È vero che ci son pure molti tristi ricordi di famiglia da quelle
parti. Di qua da Buriasco, c'è Macello, dove passava il confine tra
Francia e Piemonte, quando Pinerolo era dei francesi: lì, per esempio,
intorno al castello antico, si ammazzarono fraternamente i soldati di
Giacomo d'Acaja e i soldati di Barnabò Visconti. Più in qua di Macello,
c'è Garzigliana, dove rimane un torrione del castello di Montebruno,
vicino al quale toccò una sconfitta dagli Astigiani quel disgraziato
Tommaso II di Savoia, che fu liberato di prigione dai suoi nemici per
esser cacciato in carcere dai propri sudditi. A poche miglia di là,
sulla destra di Vigone, si vedono i tetti di Pancalieri, un grosso
borgo, che Carlo II di Savoia abbandonò al furore delle sue milizie,
per punire Claudio di Racconigi, signor del luogo, dopo aver fatto
impiccare tutti i soldati del marchese di Saluzzo, che l'avevano
aiutato a invadere il Piemonte. Accanto a Pancalieri, Polonghera,
presa d'assalto e malmenata da Ludovico d'Acaja, per dare un ricordo
salutare al feudatario Riccardo Provana, che aveva amoreggiato col
marchese di Saluzzo e coi Visconti. Abbiamo fatto un bel lavoro anche
noi altri in casa nostra, come si vede. Lì appunto, vicinissimo alla
rocca di Cavour, biancheggiano le case di Villafranca, una delle
ventisette Villafranche dei due emisferi, che può dire d'averne visto
una grigia nei tempi andati: il comandante della cavalleria di Leone
X, Prospero Colonna, il quale, dopo essersi vantato d'acchiappare
_come uccelli in gabbia_ quanti francesi fossero calati dalle Alpi,
si lasciò sorprendere dagli uccelli, mentre era a tavola in cimberli,
e far prigioniero con tutti i suoi cacciatori. E pare che ci sia
stato un influsso maligno del bicchiere in questo tratto di paese.
Laggiù sulla via di Pinerolo si vede il campanile di Osasco: c'era di
presidio nel 1705 una compagnia del reggimento di Monferrato, comandata
da un capitano; avevan molto buon vino dei luoghi; presero una necca
madornale; una necca così fatta che, essendo sopraggiunti i francesi,
e avendo intimato la resa con minaccia di ferro e fuoco, nessuno si
trovò in grado nè di resistere nè di negoziare, e ne sarebbe seguìto
l'incendio e la strage, se non trattava coi nemici una governante
savoiarda dei conti di Cacherano, alla quale il paese dovè la sua
salvezza, e il presidio una capitolazione onorata. Insomma, non c'è
che miserie da ricordare da tutta quella parte. Per confortarsi un
poco, bisogna girare a sinistra di Pinerolo: a Bricherasio, dove c'è
l'assedio vittorioso di Carlo Emanuele I; a Bibiana, sulla cima del
colle di San Bernardo, dove Vittorio Amedeo fece il voto della basilica
di Superga, coronato un mese dopo con la splendida vittoria di Torino;
a Luserna, dove il marchese di Parella investì, ruppe, fugò, sterminò
i tremila soldati del Feuquières, nella guerra del 1690. Ma.... ohimè!
da Luserna in avanti, ricominciano le dolenti note. Bagnolo, preso,
ripreso e rovinato da francesi, da savoiardi e da spagnuoli. Barge,
dove il Denina insegnò la grammatichetta, tartassato pure a venti
riprese da imperiali e da francesi nelle guerre del decimosesto secolo.
E poi peggio, Revello, e poi anche peggio, Staffarda, e Moretta,
dove si raccolse tumultuosamente l'esercito di Vittorio Amedeo, dopo
quella tremenda disfatta, protetto ancora nella fuga dal coraggio
tranquillo del principe Eugenio. Ma non c'è dunque altre memorie che di
batoste e d'ingiurie straniere in questo disgraziato paese? Che roba è
questa, signor professore?... Un momento. Eravamo rimasti a Moretta. A
Moretta passa la Varaita. Non c'è legato qualche buon ricordo a questa
Varaita?... Ma sì, corpo d'un cannone da costa. Una grande giornata,
una sfolgorante vittoria, l'esercito di Luigi XIII, accorso in aiuto
del duca di Nevers, assalito, sfondato, sbaragliato, ricacciato come
una mandra atterrita al di là delle Alpi da Carlo Emanuele I, nell'anno
di grazia milleseicento e vent'otto. Dalla parte di Dio! Ecco quasi
accomodate le partite. Ero lì lì per buttarmi via, in parola d'onore.
— Che gliene pare? — mi disse forbendo le frasi il professore. — È
davvero una specola istorica la rocca di Cavour. Io ci vengo una volta
ogni anno, tutto solo, e mi assido su questi rottami a rimirar la
pianura, e a riandar meco stesso le mie letture predilette; e facendo
con la fantasia armeggiare gli eserciti e tuonare le bastite, rivivo,
per dir così, nel passato, _e in me stesso m'esalto_.... come dice il
divino Alighieri. —
*
* *
— Ebbene, cosa ne dice? — mi domandò il faccione dell'agronomo,
avvicinandosi. — Son buoni terreni, glielo assicuro io. Terreni da
frumento e da foraggi, da duemila a quattromila franchi l'ettaro.
L'inconveniente è che mancano i buoni concimi. Cosa vuole? Fabbriche
d'artificiali non ce n'è, lo stallatico non lo sanno conservare, e così
bisogna farlo venir quasi tutto di lontano, che costa un occhio, per
via dei trasporti. A Pancalieri, per dirle un caso, si fanno venire
il guano da Carmagnola. Guardi là.... Campiglione e Fenile. Terre
da vigna. Ci abbiamo delle uve eccellenti da queste parti: nebiolo,
avarengo, del negretto anche, del fresia. Se si dessero un po' dattorno
a perfezionare i metodi, che non la vogliono intendere, potrebbero
fare dei vini numero uno.... E stiamo bene anche a bestiami, sa lei.
Dia un'occhiata ai nostri mercati: ottime condizioni fisiche, il bue
da ingrasso da venti a venticinque marenghi, grande esportazione di
buoi da lavoro. E poi burri, ricotte, formaggi, da leccarsi le mani,
quantunque fabbricati all'anticaccia.... siamo sempre lì. _Tome_ da
cinque franchi il _miria_, la _bontà personificata_.... Quello che
dobbiamo confessare, piuttosto, che è una vergogna, è che si sta male,
ma molto male in quanto a stalle. Per questo, non s'è all'_altezza dei
tempi_, no proprio. Degli orrori. Basta; è meglio non discorrerne....
Dove guarda? Laggiù c'è Osasio. Da quelle parti si coltiva la canapa.
Ci abbiamo una bella varietà di coltivazione, nel circondario. Per
esempio, dalle parti di Virle e di Castagnole si coltiva il _ravizzone_
e il pistacchio da terra; in altri luoghi la barbabietola; e anche un
po' di riso, lungo il Po. Ciascuna parte ha la sua specialità. Vada
a Luserna, alla Maddalena: ci trova l'estrazione di fecola di patate.
Vada invece a Bibbiana: c'è l'estrazione dell'alcool dalle rasche. Poi
c'è un po' da per tutto l'olio di noce, coi torchi, che è un'industria
che ha la sua importanza. Senza parlare della pesca, chè tutti lo
sanno: bardi e anguille nel Chisone; tinche nel Pellice, e anche dei
ghiozzi; dei lucci, dei carponi _magnifici_ nelle diramazioni del
Po; e da ogni parte trote e trote, non molte grosse, ma.... lei ne
avrà mangiato. Ci son cinquecento pescatori soltanto a Villafranca!
E poi, e i boschi, e i castagneti? Ce n'è la bagatella di settecento
ettari solamente a Virle, Pancalieri e Lombriasco.... Curioso nome,
non è vero? Lombriasco, Piossasco, Frossasco, Osasco, Subiasco....
Buriasco.... Cervignasco.... Famolasco.... Cercenasco.... Ci abbiamo
anche dei buoni minerali, di rame, d'antimonio, che so io? dei marmi,
da fare una discreta figura a una esposizione. Non c'è che dire,
insomma; è uno dei meglio circondari del Piemonte. Soltanto, ecco il
gran guaio: manca l'istruzione agraria, mancano i capitali, che vanno
tutti in quelle maledette carte dello Stato;... mancano delle buone
stazioni di monta. E poi, il peggio di tutto, l'imposta spropositata,
che mangia le piccole proprietà, e obbliga il contadino a emigrare.
Eh sì, c'è molto, ma molto da fare ancora. Bisognerebbe mettercisi
proprio tutti con le mani e coi piedi. Bisognerebbe distribuir meglio
le acque d'irrigazione, prima di tutto, chè c'è chi n'ha da sprecare
e chi non n'ha abbastanza; regolare un poco la pesca, chè tutti fanno
alto e basso; provvedere alla sicurezza campestre, che va come Dio
vuole; migliorare le case coloniche, applicare le nuove macchine,
rimboschire.... e sopra tutto, prima di tutto, come le dico, diminuire
l'imposta, che è una disperazione. Quando tutto questo sia fatto,
il circondario di Pinerolo sarà un paradiso. Vede laggiù Osasco? C'è
un magnifico stabilimento di pollicoltura: un gallo e due galline di
Concincina, quarantadue franchi, compreso l'imballaggio, e cinquanta
centesimi l'uovo. Su queste cose dovrebbe scrivere.
*
* *
Poco lontano dallo spianato del castello c'è una cascina solitaria,
con poca terra coltivata, che appartiene alla famiglia Benso. Il borgo
venne dato in feudo da Carlo Emanuele III, col titolo di marchesato,
ai Benso di Chieri, signori di Santena, i quali presero d'allora in
poi il soprannome di Cavour. Quella cascina fu proprietà del conte
Camillo, che ci fece fare intorno degli scavi, da quanto dicono, per
cercare degli oggetti antichi; e fu trovato appunto in quegli scavi,
forse, la grossa palla da cannone, del peso di venti chilogrammi, che i
ragazzi della cascina fanno correre per l'aia: un coriandolo di Carlo
Emanuele I, probabilmente. Certo il grande ministro dev'esser salito
parecchie volte lassù, quand'era anche molto lontano dal prevedere che
avrebbe fatto discendere un giorno da quelle montagne duecentomila
soldati francesi, e sconvolta l'Italia, e agitato l'Europa. E forse
meditò sopra quella cima, con lo sguardo errante per la pianura,
qualcuna di quelle grandi imprese agricole, che occupavano allora tutto
l'animo suo. La casetta è fabbricata sopra un masso di roccia, che
sporge innanzi a modo di tettoia sopra un piccolo tratto di terreno
verde, leggermente inclinato verso il piano, e sparso di garofani di
campagna e di fiori di cicoria; sul quale vengono a far merenda delle
brigate allegre dei paesi vicini. Quando vi scendemmo noi, non c'era
nessuno. Si vedevano ancora sull'erba le traccie d'una ribotta, e un
pezzetto di giornale. Mi chinai a guardare: era un terzo di colonna del
_Figaro,_ con un frammento di resoconto d'una nuova rappresentazione
dell'_Ambigu;_ un vero areolite, un frammento d'un altro mondo, che
mi fece uno strano senso in quella solitudine, tra quelle ossa di
morti e quelle memorie tragiche, attraversate così, improvvisamente,
dall'immagine degli splendori e dei piaceri dei _boulevards_. Intorno
allo spianato precipita da ogni parte la roccia. Fino lassù, forse,
fino all'orlo roccioso di quella terrazza verde, s'erano spinti nella
notte del venti di novembre i più agili soldati del Lesdiguières,
mandati ad assalire il castello di sorpresa; e saranno caduti là,
spossati, col viso dentro quell'erba, trattenendo il respiro, e
schiacciandosi contro terra, ad aspettare quei che seguivano. E questi
si arrampicavano nelle tenebre, rimpiattandosi dentro alle crepe,
strascicandosi fra i cespugli spinosi, incoraggiandosi a voce bassa:
dei furiosi che bestemmiavano, dei timidi che raccomandavan l'anima a
Dio, dei giovani audaci e tristi, che salivano col presentimento della
morte, pensando confusamente alla loro casa lontana; una lunghissima
fila flessibile, come un mostruoso rettile nero, strisciante sotto
la minaccia d'un tallone gigantesco; e andava su, il mostro, lento
e orribile, ansando per cento bocche, e aggrappandosi alle rupi con
cento artigli, e sbarrando tutti i suoi occhi verso la cima; sulla
quale un altro mostro, nero e immobile, gravido di ferro e di fuoco,
lo aspettava in silenzio, per folgorarlo nel buon momento, e seminar
la rocca delle sue ossa rotte e delle sue viscere lacerate.... Ma non
c'è dunque un palmo di terra dove non non s'abbia da dire, ripensando
al passato: — Qui si scannò, si trucidò, si bruciò, si fece l'inferno!
— In verità, dopo quattro mesi di passeggiate storiche, a furia
di sentir ripetere da tutte le parti quello eterno ritornello del
sangue, si finisce col non veder più che rosso, e non si prova più
orrore, nè pietà; ma nausea e rabbia e odio; e si vorrebbe aver una
voce miracolosa da farsi sentire a tutti gli esseri umani presenti
e passati, per urlare: — Stupidi! Imbecilli! Bestie! Siete tanto
bestie che avete fatto bene, che fate bene, che farete sempre bene ad
ammazzarvi come le bestie! — Ma si avrebbe torto. A che cosa serve?
Un'ora dopo saremmo tutti disposti a piantare la sciabola nel ventre a
chi ci desse un urtone passando. Io dissi bene quelle parole in cima
alla rocca di Cavour, ma il piccolo omicida che porto dentro anch'io
come gli altri, mi rispose con una scrollata di spalle.
*
* *
Intanto il cielo s'era coperto, la nebbia montava; si discese. La
strada era deserta come alla salita. Non trovammo che una persona,
circa a mezza china, e me ne ricorderò per un pezzo. Era una vecchia
contadina, alta di statura, magrissima, e curva; un viso austero, di
quelle vecchie straordinarie, quasi spaurevoli, che disegnò il Doré
nella Spagna. Veniva su a stento, soffermandosi ogni tanto a riprendere
fiato, e pareva che soffrisse. Che diamine andava a far lassù, tutta
sola? Quando fu a tre passi da noi, glielo domandammo. Si fermò, e ci
guardò fisso l'un dopo l'altro con due occhi grigi chiarissimi. Poi
disse in tuono severo, lentamente: — Vado a pregare; — e ci ripiantò
gli occhi in viso, come sospettando una canzonatura. Era venuta da
Bibbiana, malata com'era, strascinandosi a gran pena, e faceva quella
salita, con quella nebbia, per andare a pregare ai piedi della croce
del castello; non era venuta a Cavour con altro fine. — Ma perchè
salir fin lassù, — le domandò il professore, — mentre potreste pregare
in chiesa? — Parve che quell'osservazione la ferisse. Si rizzò sulla
vita, alzando la testa bianca, e levando la mano per aria, e disse
con una voce solenne, che ci fece stupore: — Dio è dappertutto! Dio è
in chiesa, Dio è sulla rocca, Dio ci vede sempre, Dio ci vede tutti.
Bisogna pregare per la salute dell'anima. Pregare per noi, pregare per
gli altri, per i vivi e per i morti, per tutti quanti. Non si perde
mai niente a pregare. Possiamo morire oggi, possiamo morir domani, io,
loro, tutti, da un momento all'altro, possiamo morire. Preghino anche
loro. Nessuno sa quel che l'aspetta. Dio è in chiesa e sulla rocca!
Dio è da per tutto e ci vede tutti! — E rimase ancora un momento col
braccio in alto, in atteggiamento ispirato, guardandoci con due occhi
grandi e vitrei di moribonda, con una espressione tra minacciosa e
compassionevole, ma così fissa, intensa e strana, che restammo tutti e
tre senza trovar parola, guardandoci. Poi riabbassò la testa, e ripreso
il cammino lentamente, si perdette nella nebbia che s'addensava sul
castagneto.
*
* *
La vecchia non aveva ancora toccata la punta del castello, che i miei
due amici si scalmanavano in una grande discussione, seduti con me
a una tavola della _Posta_, in una di quelle stanze tipiche degli
alberghi di borgata, che il padrone suole accordare graziosamente
alle “buone pratiche„ perchè pranzino tranquillamente lontano dal
chiasso dei beoni e dalle tanfate di rifritto: un letto matrimoniale
da una parte, due salici piangenti di carta sopra il cammino, Vittorio
Emanuele e Garibaldi sulle pareti, e la bandiera nazionale ravvoltolata
in un angolo, che aspetta la festa dello Statuto. L'argomento della
discussione era gravissimo. Il professore sosteneva la primazia del
vino di Campiglione e l'agronomo, che aveva dei terreni a Bricherasio,
negava, voleva che si riconoscesse la superiorità del vino di
Bricherasio. La questione era trattata da una parte e dall'altra con
una serietà, con un calore, con uno sfoggio di argomenti e di termini
tecnici, che non se ne può fare neanche un'idea chi non è nato nel
paese del Grignolino e del Barolo. Chi avesse visto le faccie e i
gesti senza intender le parole, avrebbe creduto che discutessero uno
dei più alti problemi di filosofia. Tutti e due, ragionando, movevano
davanti a sè la mano destra, con le punte del pollice e dell'indice
riunite, e l'altre dita distese, a modo dei predicatori; e alzavano
di tratto in tratto gli occhi al cielo, allargando le braccia, in
atto di dire: — Santissimo Iddio, perdonategli questa bestemmia! —
Infine, — disse l'agronomo, — il nostro amico giudicherà; — e chiamò
l'albergatore, vinaio illustre e consigliere comunale, per domandargli
se era in grado di fornirci gli elementi del giudizio. L'albergatore
sorrise in atto di compatimento: ci aveva dell'uno e dell'altro, di
cinque o sei anni, dinnonplussutra, come dicon le ciane fiorentine.
Eran domande da fare a un par suo? Tutto il circondario conosceva
la sua cantina. Ci servì subito. Fui eletto arbitro. Mi misero una
bottiglia di Bricherasio a destra e una di Campiglione a sinistra, e
mi fecero un cenno tutti e due, che significava: “Giusto giudicio dal
tuo labbro caggia.„ Quella solennità mi fece ridere. Ma l'agronomo
non scherzava; si ebbe anzi quasi a male del mio ridere. — No, scusi,
— mi disse, col viso serio, — la quistione è abbastanza importante
perchè... lei scrive, e se dà un giudizio... non ponderato, mi perdoni,
potrebbe anche far del danno all'esportazione. Mi faccia il favore di
provare, rifletta, e poi dia un giudizio spassionato. — Allora mi feci
serio anch'io, e cominciai a bere alternatamente un bicchiere di qui
e un bicchiere di là, sotto gli sguardi fissi e interrogativi dei due
commensali. Ma come fare a dar un giudizio? Ero incerto davvero. Dentro
di me davo sempre la palma all'ultimo. Mi trovavo come un giudice
fra due litiganti egualmente arguti e facondi, che prova un gusto
matto a sentirli, e li fa ripigliar daccapo cento volte, fingendo di
non aver capito. Eran due vini superbi, qualche cosa che abbracciava
lo stomaco, e andava giù, come dice il portinaio dell'_Assommoir_,
fino alle caviglie, accomodando per via tutti gli affari dell'anima
e del corpo. Finalmente, a un certo punto, decisi... di decidere.
Ma era troppo tardi. Gli elementi del giudizio s'eran già confusi.
I due litiganti dicevano le loro ragioni dentro parlando tutti e due
insieme, in maniera che non raccapezzavo più nulla. — Ma insomma, —
domandò l'agronomo, incrociando le braccia sulla tavola; — che cosa
scriverà? — E non ci sarebbe stato più scampo, se, per fortuna, i miei
due commensali non avessero fatto anch'essi una serie interminabile
d'assaggi, con lo scopo di confermarsi sempre più nel loro parere; per
il che non mi fu difficile di stornare garbatamente il discorso. E lo
stornai così bene che cominciò a saltare di qua e di là a rompicollo,
dalle ultime elezioni comunali alla maschera di ferro, e dall'attore
Toselli a un nuovo sistema di cavatappi, fin che andò a cadere e a
rialzarsi in una appassionata discussione intorno ad un uomo celebre,
il cui nome si ricorda a ogni passo per quella pianura e su quei monti,
perchè vi raccolse la gloria e vi fu maledetto, e vi lasciò di sè un
concetto sempre disputato e ancora incerto: il maresciallo Catinat.
*
* *
— Un tristo condottiero, come gli altri! — gridava il professore,
infocandosi. Egli non capiva come avesse potuto acquistare “una
nominanza„ d'uomo generoso e mite, un generale che aveva permesso
l'eccidio di Cavour, che aveva lasciato perpetrar le stragi di Val San
Martino, dove teneva al suo seguito un giustiziere e due birri, che
aveva fatto ammazzare le donne valdesi “per aver molestato i soldati
coi sassi„ e che abusava della corda in maniera, da far dire persino ai
francesi che “impiccava troppo.„ _Il pend trop!_ E tutti a gonfiare il
buon Catinat, il generoso Catinat, “grande, buono, semplice e sublime,„
come diceva il suo bugiardo elogio funebre; “il saggio, il filosofo,„
_les talents du guerrier et les vertus du sage_, anche il Voltaire, col
suo impudente distico dell'_Henriade_. E il bello era che aveva finito
con crederlo anche lui, tanto da sperare che — l'umanità con cui aveva
trattato i valdesi gli avrebbe procacciato l'amor degli uomini — e da
dire che n'era più altero che delle vittorie della Marsaglia e della
Staffarda! Ci voleva della disinvoltura! _Sciagurato!_ — Come se le
più infauste pagine delle istorie subalpine non recassero vergato in
fronte il suo più infausto nome! Sentiamo, che cosa avrebbe ella da
allegare in contrario? — E ingollava una bicchierata di Campiglione
per premiarsi della sua eloquenza. Veramente, io avevo una gran voglia,
anzi un gran bisogno di ribattere le sue ragioni con lo stesso impeto
e con altrettanta voce; ma risposi invece con molta mansuetudine,
considerando che il sentimento patriottico, quando è rinvigorito da un
buon vino, anzi da due buoni vini, va particolarmente rispettato. No,
non la pensavo come lui, nient'affatto. Mi pareva che si potesse dire
come il Carutti: — Il bravo e buon Catinat. — Bisognava giudicarlo
in relazione col suo tempo, come tutti gli uomini. Le stragi che si
commisero in nome suo, sarebbe ingiustizia addebitarle a lui. Tutte
le volte che gli fu possibile, le impedì, come nelle Provincie di
Juliers e di Limburgo, malgrado gli ordini espressi del Luvois; più
volte, anzi, s'attirò addosso le collere dell'implacabile ministro, per
aver risparmiato la vita, come fece a Susa, ai presidii vinti delle
fortezze. Ma non _poteva_ impedire. Ecco il punto. Quando scese in
Italia la prima volta, meno che mai. Gli eserciti lo amavano, perchè
era affabile coi soldati, perchè soccorreva e consolava i malati e i
feriti, perchè si privava del necessario per loro, perchè era buono e
giusto, in fin dei conti. Ma nel furore degli assalti e delle vittorie,
non gli obbedivano più, gli sfuggivano affatto di mano, e nè lui nè
altri avrebbe avuto la forza e i mezzi di tenerli in freno. Soldati
usciti dalla peggior canaglia delle città grandi, imbarbariti dalle
guerre selvaggie d'oltralpi, indisciplinati per consuetudine, in
specie quelli che condusse in Piemonte, consapevoli degli ordini del
Louvois che voleva una guerra sterminatrice, corrotti, eccitati alla
indisciplina dagl'intrighi di Corte di cui erano testimoni nello stesso
campo del loro generale, — intrighi orditi a danno di lui e per maggior
disgrazia del paese che invadevano, — come gli avrebbero obbedito,
quando irrompevano vincitori in una città o in un villaggio nemico,
dopo un combattimento feroce? E chi teneva in freno gli eserciti di
quel secolo, gli imperiali a Mantova nel 1630, le truppe del duca
di Lorena in Francia durante la minorità di Luigi XIV, i soldati del
Wallenstein nei loro medesimi paesi? Ciò non di meno, egli dava spesso
degli esempi terribili; faceva impiccare i _maraudeurs,_ era “senza
pietà coi soldati senza pietà„; andava molte volte, travestito, a
interrogare i contadini, anche in paese nemico, per sapere se avessero
patito sevizie; e rendeva delle giustizie solenni. Ma quello che valeva
a tenere i soldati in soggezione nei campi, non valeva più una volta
ch'erano sguinzagliati al sangue e alla morte, e che non c'era più un
solo uffiziale che potesse tener nel pugno un solo soldato. No, tutta
la sua vita lo difendeva dall'accusa di barbarie: la modestia mostrata
in tutte le occasioni, l'affetto che ebbero per lui il Fénélon, il
Vauban, il La Rochefoucauld, gli uomini più illuminati e più gentili
del suo tempo; la solitudine austera in cui visse gli ultimi anni,
nella sua terra di Saint-Gratien, riverito e amato dai suoi contadini;
la sua coltura, il suo amore per la famiglia, il suo disinteresse, la
semplicità della sua vita, tutte le sentenze e i motti che rimangon di
lui, segnati dell'impronta di un'intelligenza alta e serena.... No, non
era un barbaro. Sarebbe una vera ingiustizia il mettergli il marchio
del sangue sopra la fronte. Scoraggiato, indignato, qualche volta egli
può non aver neppure tentato d'impedire gli eccessi del suo esercito,
per non uscire esautorato da un tentativo di repressione impotente;
ma egli ne sentì sempre orrore in cuor suo, e li deplorò sempre con
amarezza, o non si ha più diritto di giudicare la natura umana. Non
aveva scritto a Parigi, dopo la battaglia di Staffarda: “Bisogna pure
aver compassione di questi disgraziatissimi popoli: che cosa s'ha da
fare?„ E tutti sanno quello che gli risposero: “Bruciare, bruciare,
bruciare.„ No, che cosa volete! Mi è simpatico. Anche la sua figura,
quel parruccone arricciolato che gli casca fin sulla corazza, quella
fronte spaziosa, quegli occhi grandi e buoni, quella bocca filosofica,
quell'aria in cui si riconosce qualche cosa dell'ingenuità dell'antico
avvocato che abbandona l'avvocatura per aver perduto una causa che
riteneva giusta, mi piace. Ci siamo battuti con lui per vent'anni,
ce n'ha date, se n'è prese, è stato vittima dell'ingiustizia nella
vecchiezza, ha sopportato l'avversità con animo altero, pigliava fra
le braccia i soldati che morivano, morì disprezzando gli onori e la
gloria. Rispettiamolo. È così bello esser giusti con un nemico!
— Sta bene, — concluse il mio agronomo, scrollando il capo; — ma ha
fatto del gran danno alle campagne.
*
* *
Il Catinat ci fece far notte. Quando uscimmo, la rocca di Cavour non
era più che una macchiaccia nera che si staccava sul cielo di cattivo
umore “incombendo sinistramente„ come diceva il mio professore, alla
città già illuminata. Nella stazione del tranvai, dove il piccolo
treno aspettava, non c'era che una famiglia di contadini, una nidiata
di ragazze e di ragazzetti, carichi d'involti, che s'installarono in
un carrozzone di seconda classe, in silenzio. Una donna dai capelli
grigi, che pareva la madre, piangeva. Di lì a poco arrivò di corsa
un contadino, d'una cinquantina d'anni, secco, una faccia di uomo
logorato dal lavoro, ma d'espressione risoluta; salì sul treno, diede
un'occhiata alla famiglia, e poi venne ad appoggiarsi al parapetto
esterno in faccia a noi. Il nostro agronomo lo riconobbe: era un
contadino delle parti di Bagnolo, dove possedeva una piccola vigna e un
piccolo prato, una casetta, e un po' di bosco.
— Dove si va, compar Drea, con tutta la baracca? — gli domandò il mio
compagno.
— Eh! eh! — rispose quello, placidamente, accendendo la pipa; — vado
lontano. — Poi soggiunse con un gesto vago: — In America.
L'agronomo rise. — Voi scherzate, — gli disse — E la vigna?
— Venduta.
— Siete matto. Com'è possibile? Possedete della terra qui e la lasciate
per andare in America?
— Che cosa vuole? Son due o tre anni che mi accorgo di _far del brodo
consumato_. N'esce più di quello che entra. Bisogna bene che mi dia le
mani dattorno fin che sono ancora in tempo.
— Ma come mai, se le terre di quelle parti son così buone?
— Buone, va bene. Ma senta un po'. La mia vigna, a volerla far rendere,
bisogna rinnovar le viti. Io non ho quattrini. Non posso far la spesa
delle viti e dei pali. E poi c'è il mantenimento della famiglia: undici
bocche. Sicchè lei vede.
— Ma la vostra famiglia lavorerà, m'immagino.
— Ma che lavorare! Son quasi tutte femmine. Si sa bene il lavoro che
possono fare le femmine. Il primo maschio è entrato negli undici anni
alla Madonna d'agosto.
— Ma le ragazze, non avete pensato a mandarle a servire, le ragazze?
Sarebbero tante bocche di meno.
— Tante bocche di meno; lo so anch'io. Ci ho pensato sicuro. Ma veda
un po' come andò. La maggiore non sa fare che tre pietanze, e i signori
non s'accontentavano. La seconda, lasciando stare che non sa di cucina,
ha un umore un po'... duro, sa, la sua maniera di fare che è il motivo
che non potè mai reggere con nessuno più di tre o quattro giorni. La
terza, una settimana dopo partita, gli s'è attacata la _pecòndria_, e
me la son vista ricascar a casa come le altre.
— Oh insomma! mi pare impossibile che non ci sia una maniera di
cavarsela, senz'andare in America! Un uomo alla vostra età con tutta
quella famiglia.... È un affar serio, sapete. Pensateci bene. Sareste
ancora in tempo a cambiar idea.
— Cosa vuol cambiare idea, santo Iddio! Se avessi trovato quattromila
lire in prestito a un piccolo interesse, da poter far la spesa delle
viti e il resto, sarei rimasto qui, si capisce. Ma dove trovarlo quel
galantuomo?
Gli domandammo in quale America andava. Ci disse:
— Bonosaire.
Gli domandammo se sapeva almeno presso a poco in che parte del mondo si
ritrovasse quel paese.
— Cosa vuole ch'io sappia? — rispose. — So che c'è trenta giorni
d'acqua.
— Avete mai viaggiato per mare?
— Non l'ho mai visto.
— Avete delle lettere di raccomandazione?
— Che lettere vuol ch'io abbia?
— Conoscete qualcheduno laggiù?
— Nessuno.
— E che cosa farete appena sbarcato?
— Ma!
Ci guardammo. Era proprio il caso, come dicono i giornali, di omettere
i commenti.
Egli fumava tranquillamente la sua pipa, guardando l'orizzonte nero. La
sua famiglia se ne stava rincantucciata nella carrozza, con gl'involti
sulle ginocchia, tutti pensierosi. La madre aveva in braccio un bimbo
di pochi mesi, e un altro bimbo d'un paio d'anni che le dormiva col
capo sulle ginocchia.
Forse mentre scrivo queste parole essi son tutti in un mucchio, sfiniti
dal digiuno, con gli occhi fuor del capo, pallidi come cadaveri,
rotolanti da due o tre giorni l'un sull'altro nel sudiciume, e
agghiacciati dal terrore del naufragio, dentro a un camerone di terza
classe d'un bastimento italiano, sbatacchiato come un guscio di noce
dalle onde enormi dell'Atlantico, a duemila miglia di lontananza dai
due mondi.
Oh! arrivino salvi alla nuova terra, con quei due bimbi sani, povera
gente, e vi siano accolti con carità, e vi trovino il pane e la pace.