Pinerolo, agosto 83.
Ho ricevuto una gran visita graditissima, giorni sono, qui sul colle
di San Maurizio, nella villa Accusani. Mi portan su una lettera e un
biglietto di visita, dicendomi: — C'è un signore forestiere. — Guardo
il biglietto. C'era scritto: _Commandant Emile de Beaulieu, 20me
régiment d'artillerie_. — De Beaulieu! dissi tra me. Questo nome non
mi è nuovo. Mi pareva d'averlo inteso o letto pochi giorni avanti; ma
non ricordavo nè dove nè a qual proposito. Sapendo che i parroci delle
chiese antiche di Pinerolo ricevono qualche volta delle lettere di
francesi sconosciuti, i quali li pregano di far ricerche intorno alle
loro famiglie nei registri parrocchiali del tempo della dominazione di
Francia, pensai che quel maggiore de Beaulieu fosse venuto a Pinerolo
con uno scopo simile, e che si presentasse a me con la raccomandazione
d'un amico perchè io lo presentassi al parroco di San Maurizio. E non
la sbagliavo di molto. Ma ero ben lontano dall'immaginare la buona
fortuna che m'annunziava la lettera, d'un mio amico di Parigi. Il
maggiore De Beaulieu era discendente in diretta linea di quel valoroso
De Beaulieu che aveva governato e difeso il forte di Santa Brigida
durante l'assedio famoso di Pinerolo del 1693. Io n'avevo letto e
ammirato le gesta la settimana prima. — Il maggiore, diceva la lettera,
passando di Torino per tornare in Francia, si reca a Pinerolo a
visitare i luoghi dove combattè il suo antenato. —
Figuratevi! ruzzolai le scale. E mi trovai davanti un bell'uomo
sui trentacinque anni, biondissimo, d'una corporatura asciutta di
cavallerizzo, vestito da viaggiatore, con eleganza. La voce me lo
rese immediatamente simpatico. Aveva combattuto a Sédan, luogotenente
d'artiglieria, nel corpo del generale Wimpffen; era stato due anni in
Africa; non parlava, ma capiva l'italiano.
— _Mais, c'est très beau ici!_ — disse dopo le prime parole, accennando
i monti. — Intendo assai bene ora come il conte di Tessé si sia difeso
accanitamente. Doveva rincrescer molto a lui e a tutti i Francesi di
sloggiare di qua. — Aveva già fatto un giro per Pinerolo, col piano
della città forte fra le mani, ed era contento d'aver ritrovato fin dai
primi passi l'edifizio dell'antico arsenale.
— Dunque io vi debbo fare da cicerone? — gli dissi. — Badate che non
sono in grado d'insegnarvi altro che la strada.
Non gli occorreva altro. Aveva letto le relazioni militari del tempo,
specialmente la storia del marchese di Quincy, brigadiere di Luigi XIV;
nessun particolare dell'assedio gli era sconosciuto.
— Ci aiuteremo a vicenda — mi disse; e poco dopo pigliammo la via del
monte di Santa Brigida.
*
* *
Ma prima d'arrivar sul terreno dell'assedio, credetti opportuno di
fargli un'osservazione conciliativa. Bisognava regolare i conti del
nostro orgoglio nazionale. E la cosa, per un caso assai raro, era
mirabilmente facile. Avevamo l'uno e l'altro una parte eguale di
soddisfazione nei ricordi dell'assedio di Pinerolo, perchè è vero
che gli italiani e i loro alleati avevano espugnato il forte di
Santa Brigida; ma non eran riusciti a impadronirsi della città: la
gloria dei conquistatori del forte lasciava intera e netta quella dei
difensori della cittadella. Gli alleati, d'altra parte, non avevan
levato l'assedio per disperazione di vincere, ma perchè minacciati alle
spalle dal Catinat. Le partite eran pari, dunque. Potevamo visitare
il campo col cuore in pace. — _Tapez!_ — egli rispose con un sorriso,
stendendomi la mano.
*
* *
Arrivati ai piedi del colle, dove sorgeva la cittadella, ci soffermammo
a guardar la pianura sottoposta. — Che stupendo scacchiere! — esclamò
il maggiore; — degno veramente della partita che vi giocarono! — Ah
sì! La partita era terribile. Si trattava di strappar di mano al gran
Re la libertà dell'Europa. Ci formicolavano cinque eserciti, su queste
belle colline; piemontesi, inglesi, olandesi, tedeschi dell'impero e
degli elettorati, valdesi e protestanti di Francia, Vittorio Amedeo II
ed Eugenio di Savoia, uno stuolo di generali d'ogni paese, il fiore
della nobiltà francese e savoiarda, trentamila soldati che avevan
visto il fuoco di venti battaglie. E con che animo c'eran venuti!
I francesi, incrudeliti nelle persecuzioni degli ugonotti e nelle
atrocità del Palatinato; i piemontesi, furiosi di vendicare il macello
di Cavour e gli orrori d'una guerra devastatrice fatta ad un tempo
con la spada e con la forca; gli anglo-olandesi infiammati dall'ira
di Guglielmo III; quasi tutti i principi morsi nel cuore dal ricordo
di un'offesa personale del re Luigi; e gli uni eccitati dal pensiero
che qui era il lato vulnerabile della Francia, il solo punto in cui
si potesse assalirla con vantaggio per irrompere nel Delfinato e
nella Provenza; gli altri inanimiti dagli eccitamenti del loro Re,
che teneva a Pinerolo come al proprio sangue, e che giocava sulle sue
mura l'onnipotenza e la gloria della monarchia.... Che meraviglia di
spettacolo, per San Giorgio! degno proprio d'aver a spettatrici le
montagne da cui scese la vendetta di Annibale e irruppe la furia di
Carlomagno.
*
* *
Un po' più innanzi, uscendo di fra i muri di cinta delle ville, il
maggiore si fermò ad ammirare quel monte di Santa Brigida, che protende
con una curva così graziosa il suo largo fianco nella pianura. I
giardini, le pergole, le siepi, i gruppi d'alberi sono così fitti
dalla cima alle falde, e la vegetazione così rigogliosa, che le
case vi paion tuffate dentro come in un bosco; e son sparpagliate
così pittorescamente per tutta la china, fattorie bianche, cascine
rosse, casette svizzere, torri, nidi nascosti da innamorati, villette
raccolte insieme come un crocchio d'amiche, palazzine pensierose nella
solitudine, file di case poste l'una sotto l'altra a scalinata, e
villini variopinti buttati via a caso per il verde come una grembialata
di camelie e di rose, che lo sguardo v'è attirato in mille punti ad un
tempo, e la fantasia assalita da mille capricci di poeta, e il cuore
punto da mille invidie di comunista.
*
* *
Oltrepassata la villa Vagnone, il De Beaulieu cominciò a cercare
il sito dei ridotti in terra, che il conte di Tessé, comandante di
Pinerolo, aveva fatti costruire per legar la cittadella al forte di
Santa Brigida: tre ridotti, scaglionati lungo la china del monte,
a difesa dei quali eran stati posti cinque battaglioni di fanteria
discesi da Roccia Coltello, dove stava a campo il Catinat con gli
avanzi dell'esercito.
— Qui doveva passar la strada sotterranea, mi disse. — Voleva dire la
strada sotterranea, lunga almeno un miglio di Piemonte, che metteva in
comunicazione il forte con la cittadella. — È probabile che seguitasse
i serpeggiamenti della strada scoperta, — soggiunse. Ci doveva parer
l'inferno là sotto, durante i combattimenti, quando vi s'incrociavano
e vi si urtavano, al chiarore delle lanterne, i feriti portati giù
dalla cima del monte, le compagnie di rinforzo che salivano di corsa,
gli aiutanti di campo che recavan gli ordini del governatore, i
cannoni trascinati a salvamento, i difensori dei ridotti soverchiati,
che precipitavan dentro per le buche travolgendo i prigionieri
esterrefatti, mentre le vôlte del sotterraneo tremavano sotto la pesta
degli assalitori e il fischio rabbioso delle granate. D'una cosa non
sapeva rendersi ragione il maggiore, del perchè i francesi non avessero
pensato molto tempo prima a costruire un forte sulla cima di quel monte
che dominava così terribilmente Pinerolo; perchè è certo che del forte
di Santa Brigida non c'era ancora segno nell'aprile del 1692, e che i
lavori non eran nemmeno terminati al cominciar dell'assedio. — Ecco
San Pietro! — esclamò tutt'a un tratto, accennando giù nella valle
del Lemina il bel villaggio mezzo nascosto nella verzura. — Là seguì
il primo combattimento, il 24 di luglio. C'era il capitano Affs, del
reggimento d'Auvergne, quando il duca Amedeo gli piombò addosso dai
colli con due colonne convergenti, dopo aver spazzato gli altri posti
francesi. Se non accorrevano a liberarlo i granatieri della cittadella,
era spacciato. Deve aver passato un brutto quarto d'ora. — E seguitando
a parlar così, con quella familiarità di linguaggio e con quei
particolari e vocaboli tecnici che ravvicinano tanto gli avvenimenti
lontani, mi dava la gradita illusione di visitare quei luoghi pochi
mesi dopo la pace del 30 maggio del 96, in compagnia d'un aiutante di
campo del generale di Tessé.
*
* *
Continuammo a salire in mezzo alle cascine, alle fattorie, alle ville.
Tutte quelle case, durante l'investimento del forte, erano convertite
in altrettanti ridotti, continuamente presi e perduti dagli assedianti
e dagli assediati, rovinati dagli uni, riattati in furia dagli altri.
Di lì bisognava ad ogni costo che gli alleati snidassero i francesi
se volevan tagliare le comunicazioni del forte con la piazza. Colonne
enormi di tedeschi, di spagnuoli, di savoiardi si precipitavano su quei
fortilizi improvvisati, di giorno e di notte, e attaccavano mischie
orrende tra le siepi, sulle aie, nelle stanze, dove combattevan con le
pistole, con le sciabole, con le baionette, coi calci dei moschetti,
urlando come anime dannate in sei lingue diverse, non rendendosi
prigionieri se non crivellati di ferite, e lasciando il terreno sparso
di tronconi d'armi, di brani di giustacuori, di ciocche di capelli,
di chiazze di sangue. I nobili piemontesi, il conte di Massel, i
marchesi di Parella, di Caraglio, di Bernezzo, facevano sfolgorare
le loro lunghe spade tra i primi. Ogni più breve tratto di trincea
che si aprisse, costava decine di vite di guastatori e di soldati.
Ogni più piccolo avanzamento di batteria scatenava una tempesta di
ferro e di fuoco dai bastioni. Le sortite disperate del presidio
portavan tutt'intorno la rovina e l'incendio come le eruzioni d'un
vulcano. Sterratori, ingegneri, giovani volontari ugonotti, brillanti
capitani cresciuti nelle Corti, veterani canuti di dieci guerre,
vecchi gentiluomini luccicanti d'oro e di seta, stramazzavano a capo
riverso nei fossi delle parallele, sfracellati il petto e la fronte.
Tremila uomini si dice che perdessero gli assedianti soltanto nei
primi quindici giorni. E non si stava molto meglio dentro al forte.
Le bombe vi grandinavano da tre parti, qualche volta trecento in una
notte. Il presidio, formato da principio di quattrocento cinquanta
soldati, scelti tra i migliori nei dodici battaglioni di Pinerolo,
con venti sergenti e venti ufficiali eletti, comandati dal colonnello
Sestribe e dal governatore De Beaulieu, doveva essere rinfrescato senza
posa. I bastioni costrutti di recente, e guasti dalle grandi piogge,
oltre che danneggiati dalle stesse artiglierie della cittadella che
li proteggevano, richiedevano un lavoro continuo e precipitoso di
riparazione. E con tutto questo, il forte tenne duro contro quattro
eserciti per quasi un mese.
*
* *
Ma via via che si saliva, e che il terreno s'andava facendo più ripido
e più rotto, il maggiore pareva sempre più disposto ad ammirare gli
assedianti. — Caspita! diceva, soffermandosi per guardare intorno,
— era una dura impresa (_une rude affaire_). Bombardati dal forte,
bersagliati dalla cittadella, tempestati dai ridotti, fulminati dalle
batterie mobili del Tessé.... ci volevan dei petti di bronzo e dei
fegati d'acciaio per tener le trincee. Eppure, chi sa! avrebbero
piantato ogni cosa, forse, se non era la presenza dei due principi
savoiardi. Quelli eran due campioni, sacro dio!
Feci un sorriso modesto in nome dei due principi. Con uno straniero,
vien qualche volta naturale anche all'ultimo dei cittadini, di imitare
quel vecchio sergente francese il quale diceva: — _L'empereur et
moi, ça ne fait qu'un._ — E poichè m'aveva detto una cosa gradita, io
gli dissi alla mia volta, per rendergli la gentilezza, che ammiravo
cordialmente, come un bell'esempio del come si possa accordare
l'orgoglio del soldato col rispetto dovuto a un nemico glorioso, la
nobile risposta che il governator De Beaulieu aveva dato al principe
Eugenio quando questi era venuto in persona a intimargli la resa,
affermandogli che le comunicazioni tra il forte e la cittadella eran
rotte. Invece di scimmiottare il _Roi soleil_ con una risposta spavalda
da eroe di teatro, egli s'era contentato di accennare al Principe
la strada sotterranea ancor libera, il fosso sgombro e la breccia
richiusa, rispondendo rispettosamente: — Vostra Altezza vede. Un
soldato d'onore non può ancora render la spada.
— Non poteva ispirare che una risposta nobile la parola del Principe
Eugenio, — rispose il maggiore. Ah! l'_Abatino_! Egli l'ammirava con
entusiasmo quella simpatica e strana figura, quell'eroe gobbetto,
che non aveva mai lasciato vedere il suo scrigno ai nemici, piccolo,
gracile, terribile, con quegli occhi da Napoleone del Meissonnier,
chiari come due diamanti, con quel nasino voltato in su, con quella
bocca sempre aperta come per esser più pronta a gettare il grido
dell'assalto. Ci doveva mettere il diavolo in corpo ai suoi reggimenti
quando passava di galoppo con la bella coccarda azzurra sulla corazza,
e apostrofava i soldati in quattro lingue, dissimulando con un sorriso
il tormento della sua vecchia ferita di Belgrado. Era una mirabile
natura, audace, tenace, impetuosa, gioviale. Nulla lo definiva meglio
della scommessa di cento doppie che aveva fatta la sera del primo
sabato d'agosto con Vittorio Amedeo: di fargli sentir la messa nel
forte di Santa Brigida all'alba del giorno dopo.
*
* *
Arrivati sulla cima del monte, il maggiore De Beaulieu riconobbe il
terreno con un'occhiata. — Qua eran piantate le batterie dei tedeschi,
comandati dal maggior generale Scheveim; là ci doveva esser la trincea
dei mille e settecento inglesi, comandati dallo Schomberg; laggiù gli
spagnuoli col generale de Las Torres. Dov'è il Pilone della Morta? mi
domandò. — Gli indicai il piccolo gruppo di case dove rimangon gli
avanzi d'un pilone sul quale era anticamente raffigurata una donna,
morta là una notte per terrore degli spiriti. — Fino a quelle case,
disse il maggiore, si spinsero il 27 luglio, incalzando i francesi
cacciati da Frossasco, cinquemila soldati del duca di Savoia. Il forte
era formato da quattro bastioni e sfolgorava tutto quello spazio
d'attorno palmo per palmo. Ma doveva essere terribilmente tragica
la condizione del forte negli ultimi giorni, quando già erano stati
costretti a levar via la più parte dei cannoni, e i fossi erano colmi
di ruderi, i bastioni squarciati, la via sotterranea in pericolo,
la palizzata minata per far saltare la controscarpa del fosso; e gli
assediati si vedevan dintorno, a pochi passi, le gole nere di tutti
quei mostri di bronzo venuti su come strisciando col favor delle
tenebre, e tutti quei visi arsi di soldati d'ogni paese, inferociti
da cento assalti e smaniosi dell'ultima strage, che li divoravan con
gli occhi iniettati di sangue, mostrando le baionette. A quel punto,
ogni resistenza era inutile. All'alba del quattordici, in fatti,
gli alleati, cannoneggiando furiosamente i bastioni già cadenti,
si avanzano per tentare l'ultimo assalto. Uno scoppio tremendo li
arresta per un momento: le porte e il ponte del forte erano andati per
aria. Credono d'aver appiccato il fuoco al magazzino delle polveri,
ricominciano a fulminare con la frenesia della vittoria. Ma che è? Dai
bastioni non si risponde. Si avvicinano titubanti, irrompono dentro
come un torrente.... Non c'è più anima viva. Il forte è un mucchio
di rovine. Non ci trovano che pochi cenci sanguinosi e un cannone
con l'arma di Savoia, inchiodato. Fin dallo spuntare dell'alba, il
governatore De Beaulieu, per ordine del comandante di Pinerolo, dopo
aver fatto minare le cortine della porta principale e delle porte
di soccorso, era sparito col presidio per la via sotterranea, non
lasciando che pochi soldati coll'incarico di dar fuoco alle mine
all'ultimo momento. Che formidabile moccolo deve aver attaccato
Vittorio Amedeo!
Avvicinandosi alla villa solitaria del signor Todros, che copre lo
spazio già occupato dal forte, il maggiore si fermò ad osservare due
piccole piramidi di bombe che s'alzano sui due pilastri della porta
del giardino: bombe che furon trovate nella terra, con qualche pezzo
d'armatura e poche monete ossidate, scavando là presso. Chi sa che non
fosse proprio una di quelle, la bomba che aveva fracassato le gambe al
povero Montour, maggiore del presidio. — Due bei piatti di patate di
Savoia, — soggiunse il De Beaulieu, fissandole con gli occhi sorridenti
d'un buongustaio.
Lassù v'è uno spianato ampio, come non s'immagina guardando la cima del
monte da San Maurizio: bei vigneti; tratti di terreno coperti d'erba
altissima, ombreggiati da gruppi di quercioli, di eriche, di pini
selvatici, e tutti tempestati di rosolacci, d'ombrellifere bianche,
di ranuncoli, di giunchiglie, di fiori di smirnio, di pervinche,
folti come i fiori di una aiuola, e frammisti a una quantità di
pianticelle odorose che, toccate passando, spandono aromi acuti lungo
i sentieri. Sedemmo per pochi minuti in mezzo agli alberi, e riposando
là in quell'ombra quieta, in mezzo a quei profumi, refrigerati da
un bicchiere d'acqua ghiaccia bevuta al pozzo d'una fattoria vicina,
accarezzati da un'aria fresca e morbida che ci entrava tra i panni e ci
girava intorno alla vita e alle braccia, pensammo tutti e due a quei
poveri soldati che in quei medesimi giorni di agosto, a quella stessa
ora, cento ottantasei anni addietro, attraversavano correndo quello
stesso spazio di terreno, allora nudo come un deserto, arroventati
dal sole, trafelati, sfiniti, stravolti, inciampando nei cadaveri
sbudellati dei loro compagni, sotto una grandine di palle francesi,
mezzi morti di fame e di sete; là, a centinaia e centinaia di miglia
dai proprii paesi e dalle proprie famiglie, di cui non avevan notizia
da molti mesi, e che non avrebbero saputo nulla della loro morte;
poveri strumenti ciechi di grandi ambizioni che non capivano, povera
carne da mortai, sospinta a marce forzate da un capo all'altro
d'Europa, frustata, macellata e dimenticata! Povere creature umane!
— Ma perchè non avete messo un ricordo quassù? — mi domandò il bravo
maggiore: — una pietra con quattro parole almeno?
*
* *
Grazie alla cortesia del signor Todros, potemmo entrare nel giardino,
e salire sulla torre della villa. Lassù il De Beaulieu mise fuori una
di quelle voci lente e prolungate di stupore con le quali si suole
accompagnare il volo circolare dello sguardo lungo gli orizzonti d'un
panorama meraviglioso. Subito lo colpì quella bella conca ridente
di Cumiana, che vien fuori inaspettata dalla parte sinistra, col suo
semicerchio di monti boscosi, coi suoi poggi coronati di chiesuole,
colle sue borgate che fan capolino fra le macchie. — Dove sono i
boschi della Volvera? — mi domandò. — Ah, so quel che cerchi! —
pensai. Ma non ebbi il tempo di fargli l'indicazione. Egli conosceva
meglio di me tutto quel vastissimo teatro del grande attore Catinat.
— _Voilà Piossasco, je crois_, — esclamò, accennando giusto. Là era
la chiave della battaglia di Marsaglia, il monte San Giorgio, a cui
aveva appoggiata l'ala destra il generale francese, facendo fronte al
principe di Commercy, che fu poi il primo sbaragliato. Eugenio era nel
centro, Vittorio Amedeo nei boschi di Volvera; tutti furono sfondati
e travolti. Una miseranda giornata, mondo ladro. Il maggiore non disse
parola; ma vidi che, richiamato senza dubbio dall'analogia dei ricordi,
cercava dall'altra parte la città di Saluzzo, e quindi la pianura di
Staffarda. — Cercate il campo delle vostre vittorie, — gli dissi. E
lui, pronto, da vero gentiluomo francese: — Osservate però che non ho
ancora osato guardare dalla parte di Superga. — Era un'allusione alla
difesa vittoriosa di Torino, una risposta gentile alla botta scherzosa.
— Touché, — gli dovetti rispondere, facendo il saluto da schermitore.
*
* *
Per un pezzo non lo potei levare di lassù. Egli non si stancava
mai di contemplare quello sterminato tappeto verde, picchiettato di
vermiglio dai villaggi, rigato di bianco dalle strade, strisciato
d'argento dai corsi d'acqua, orlato d'azzurro all'orizzonte, e tutto
ricamato a rilievo e come trapunto dalla vegetazione, da mettere la
voglia di passarci sopra la mano; e reso più bello anche da un cielo
limpidissimo, striato di lunghissime nuvole sottili ed accese, simili
a immense pennellate color di rosa, che tingevano del loro riflesso
delicato le acque immobili del giardino della villa. — No, — diceva,
dondolando il capo, e guardando giù per il fianco del monte, come
se parlasse per sè solo; — dopo la presa di Santa Brigida, se non
sopravveniva il Catinat, Pinerolo non poteva più reggere. Col rinforzo
di seimila spagnuoli e coi dodici nuovi cannoni di grosso calibro che
aveva ricevuti, il Duca di Savoia era sicuro del fatto suo. La piazza
non era approvvigionata che per tre mesi. Egli aveva alla mano più di
cento pezzi d'artiglieria. Con la batteria di mortai che piantò qua
sotto, e con l'altre due che aveva fatto drizzare dalla parte opposta,
sulla pianura, avrebbe ben presto avuto ragione del Tessé, nonostante
il fuoco d'inferno della cittadella. La torre maestra, bersagliata
notte e giorno da ventiquattro bocche di bronzo, era ridotta in pessimo
stato, al primo d'ottobre.... Ma sapete che era originale, e dura
molto, la condizione di quei poveri abitanti di Pinerolo, bombardati
per dieci giorni di seguito dal loro Duca, e costretti a desiderare
con tutto il cuore che tirasse avanti! No, davvero, dopo due mesi e
mezzo di quella dannata vita, e dopo sessantatrè anni di dominazione
straniera, essi avrebbero meritato la soddisfazione di veder l'entrata
trionfale di Vittorio Amedeo. Non era giusto che la dovessero sospirare
altri tre anni. Il conte di Tessé non sperava certamente di cavarsela
così a buon mercato.
*
* *
Parve molto curioso al De Beaulieu un particolare che gli richiamai
alla mente riguardo al Duca di Savoia. Uno degli edifizi di Pinerolo,
visibile di lassù, che era stato malconcio più degli altri dal
bombardamento, era il monastero della Visitazione. Che cosa avrebbe
detto Vittorio Amedeo II, se mentre tirava a palle infocate sul
monastero, gli avessero profetato che sotto a quel tetto, fra quelle
mura fulminate, sarebbe morta settantasei anni dopo, quasi nonagenaria,
la più cara delle sue amanti, quella marchesa di Spigno e di San
Sebastiano che fu poi sua sposa, che si raccolse con lui a Chambéry
dopo l'abdicazione, e che lo spinse, si dice, a metter sottosopra lo
Stato per ritogliere il trono al figliuolo? — _Une femme charmante_,
non è vero? — disse il maggiore. Quel diavolo di francese la conosceva
personalmente. Andando la mattina a comprare la _Guida delle Alpi
Cozie_ nella libreria del caro Mascarelli, ci aveva visto la fotografia
della marchesa, presa da un ritratto a olio che si conserva ancora nel
monastero; e quella testina ravvolta in un ampio velo come dentro a
una nuvola bianca, quei begli occhi languidi, quella bocca voluttuosa
e maligna, l'avevano stregato, lui pure.
— Bel tipo anche quell'Amedeo! — soggiunse, con una certa espressione
d'invidia. _On n'en fait plus_. Inchiodato sul cavallo da un'alba
all'altra, con quella enorme parrucca bionda che gli cascava di sotto
al piccolo cappello a tre punte fin sopra le spalle, con quegli occhi
azzurri mobilissimi, con quel naso forcuto, butterato dal vaiolo preso
nella campagna del Delfinato, vestito alla diavola, spoglio fin anche
del collare dell'Annunziata, che aveva fatto a pezzi l'anno innanzi
per darlo ai poveri di Carmagnola, celione coi soldati e burbero
coi pezzi grossi, e libero di lingua come un caporale, che stupendo
soggetto per la “fotografia aneddotica„ d'un corrispondente di giornale
che avesse potuto seguirlo da vicino! E a me pareva di vederlo, là su
quella vetta, accompagnare ogni colpo di cannone con un pugno sulla
sella, sagrando a mezza voce coi denti stretti: — Ah, io sono la
bestia nera di Louvois! Ah, io sono il paggio del re di Francia! Ah,
non mi è permesso di fare un viaggio a Venezia! Ah, _maniga d'baloss_!
Pigliatevi queste, per ora.
*
* *
— Con tutto questo, riprese il maggiore, quasi seguitando il filo del
mio pensiero, — quando non s'ammazzavano, si usavano mille cortesie
delicatissime. Che ne dite del duca di Savoia che lascia libera ai
francesi la corrispondenza postale fra la città assediata e Casale,
e che manda il suo fido conte di Groppello, travestito da bifolco, a
consigliare al Tessé di far scendere il Catinat dalle montagne, per
dare a lui, Amedeo, un pretesto onorevole di non bombardare Pinerolo?
— La più bella, per altro, la più grandiosa, la più buffa io non
la sapevo: una lettera del Tessé al San Tommaso, prima che Amedeo
arrivasse al campo: Sento che Sua Altezza reale deve giungere. Vorrei
far qualche cosa per il suo ricevimento. Suggeritemi voi. Vi offro
intanto tutto quello che posso. Sua Altezza vorrà passeggiare, passare
in rivista il suo esercito. Ditemi da che parte andrà: abbiamo molti
cannoni appostati; ordinerò che non tirino da quella parte, nè cannoni,
nè archibugi, perchè l'Altezza Sua non abbia la minima noia. Sta bene?
Si può essere più amabili? — Che maravigliosi burloni! — conchiuse
ridendo il maggiore, e si sarebbero squartati coi denti.
*
* *
Infine, si dovette scendere. Ma che indimenticabile spettacolo aveva
goduto di là il signor De Beaulieu! pensavamo tutti e due, uscendo
dalla villa. Nelle brevi ore di tregua, affacciandosi al parapetto
dei bastioni, egli vedeva il rimescolìo dei soldati dentro ai fortini
giù per la china del monte, le mezzelune di Pinerolo brulicanti di
moschetti, le torri della cittadella coronate d'ufficiali alla vedetta;
e da ogni parte, per i vigneti rasi, fra le case diroccate, per gli
orti sconvolti dagli scavi delle trincee e pesti dai cavalli e dalle
ruote, sui campi sparsi di gabbioni rotti, di travi fumanti, di sacchi
di lana sventrati, tutt'intorno alla città, migliaia di tende e di
padiglioni d'ogni colore, villaggi di baracche preparate per il blocco
invernale, e più lontano vasti parchi di carriaggi e armenti enormi
addensati, e masse ondeggianti di cavalleria che foraggiavano per la
campagna dalle parti di San Secondo e del Belvedere; e nelle ore di
battaglia, quando rombavano insieme le artiglierie del forte, della
cittadella, della piazza, dei ridotti, delle batterie di pianura,
facendo una corona densa di fumo e di fuoco in giro a Pinerolo,
quelle larghe onde furiose di soldati che venivan su per il monte,
i battaglioni biondi d'Inghilterra, le fanterie brune di Spagna, le
larghe facce sbiancate degli olandesi, gli alti dragoni di Savoia,
le colonne pesanti e serrate dei tedeschi, una marea montante di
carne umana, variopinta di cappelli piumati e di larghe tracolle,
lampeggiante di baionette e di scuri, irta di fascine, di scale, di
bandiere lacere, di spade brandite di colonnelli, ubbriacata dalle
proprie grida e da un clamore infernale di tamburi, di pifferi e di
timballi.... E appunto in quel momento, giù per la vasta pianura
florida e tranquilla, facevano un vivo contrasto con le nostre
tumultuose immaginazioni i bei pennacchi di fumo dei treni di Torino
e di Torre Pellice, e dei tranvai di Perosa e di Saluzzo, immagini di
pace e di lavoro, che trascorrevano rapidamente fra gli alberi, come
lunghissimi veli candidi di amazzoni gigantesche lanciate a corsa
gioiosa per la campagna.
*
* *
Stava per cadere il sole. Ci soffermammo ancora un momento a guardare
la cima del Freydour e i Tre Denti, che ci sorgevano proprio di
faccia, come bastioni verticali d'una fortezza prodigiosa, davanti
alla quale i combattimenti di Santa Brigida non sarebbero stati che
lotte di formiche; ed erano maravigliose, a quell'ora, quelle montagne
di nuda roccia, di cui si vedono nettissimamente tutti i rilievi,
tutte le incavature, tutte le crespe, che parevan fatte col cesello,
e tinte di color di ferro, di grigio perla, d'amaranto, di viola, di
sfumature di corallo e di rosa. E ammirammo anche la valle del Lemina,
così verde e raccolta, che pare una valle chiusa ai profani, la quale
appartenga tutta a un convento. Era una bella sera di domenica. Si
vedeva tutt'intorno quella vasta pace sorridente dei dì di festa, che
s'indovina, in campagna, anche quando non si mostra per alcun segno
visibile. Sotto i pergolati delle ville passeggiavano coppie di signore
a braccetto; dalle casette lungo la strada uscivano suoni di bicchieri
urtati e di voci allegre; incontravamo dei bimbi paffuti, delle belle
ragazze e dei vecchi arzilli che ridevano. Quando tutt'a un tratto,
vicino alla villa Vagnone, udimmo un canto graziosissimo di due voci di
tenore, non educate, ma d'un metallo insolito da queste parti; e poco
dopo vedemmo spuntare di fra gli alberi due soldati di cavalleria della
Scuola, con le loro belle mostre color d'arancio.
— Non son mica piemontesi quei due soldati, — disse il De Beaulieu.
— Son romani, — risposi.
— Da che li riconoscete? — mi domandò curiosamente.
— Dalla pronunzia, dall'intonazione del canto, dalle parole stesse
della canzone. E son romani di Roma, se non m'inganno.
— Soldati volontari, forse?
— Ma no; soldati di leva. Son più di dieci anni che abbiamo
nell'esercito i soldati di Roma.
Si soffermò, e si voltò a guardar quei soldati. La mia risposta aveva
riportato d'un colpo la sua immaginazione dal Piemonte di Vittorio
Amedeo all'Italia con Roma capitale, e dietro a quei due giovani egli
vedeva confusamente, con una specie di stupore, gli archi gloriosi e
i colonnati carichi di secoli della città immortale. E me lo disse.
Quanta poesia spandevan su per il monte di Santa Brigida le voci
armoniose di quei due ragazzi! Che favolosa mutazione s'era compiuta!
Eppure, il sangue sparso dai soldati di Vittorio Amedeo su quella vetta
aveva giovato anch'esso al compimento del miracolo che la presenza
di quei due figliuoli di Roma significava. Certo, quei soldati del
diciassettesimo secolo non avevan creduto di battersi per l'Italia;
s'eran battuti per devozione al loro principe, per l'onore delle armi,
per amore della propria provincia. Ma eran quelli i sentimenti e quelle
le tradizioni da cui nasceva due secoli dopo, fecondata dalle nuove
idee, l'audacia patriottica del Piemonte e la popolarità italiana di
casa Savoia. La forza nazionale di Torino del 48 e del 59 derivava in
gran parte dalla coscienza di quel passato. Santa Brigida era anch'essa
un'avanguardia lontana di San Martino. Il sangue sparso al Pilone della
Morta si univa per una sterminata striscia vermiglia al sangue versato
a Porta Pia. Non mi si destavano quelli stessi pensieri all'udir la
voce di Roma sul campo di battaglia di Amedeo?
Sì, gli stessi pensieri mi si destavano. Ma pensavo pure, arrivando
sul colle di San Maurizio e osservando lo sguardo quasi di gratitudine
che girava il maggiore sui dintorni, pensavo alla efficacia grande
e benefica del valore, che ingentilisce e innalza ogni cosa. Era la
memoria d'un valoroso che, dopo due secoli, rendeva simpatico a me uno
straniero, e faceva amare a lui una città sconosciuta, e metteva sulla
bocca all'uno delle parole nobili e onorevoli per la patria dell'altro,
e suscitava da questi sentimenti, in poche ore, un'amicizia gentile.
La quale, dopo molti altri discorsi sull'assedio, fu poi suggellata a
tavola con una vecchia bottiglia di Campiglione.
— Al governatore De Beaulieu! — dissi, alzando il bicchiere.
E il maggiore, balzando in piedi subito, con voce vibrata e cordiale:
— Agli espugnatori di Santa Brigida!