PINEROLO SOTTO LUIGI XIV

_Al Signor Carlo Toggia, a Torino._

Pinerolo, 22 luglio 1675.

Ti ringrazio della bella lettera, la quale, dopo tanti mesi di

silenzio, m'è stata cagione di vivissimo piacere. Ti porgerà questa

mia il signor Pietro Osasco, procuratore di S. A. R. il duca di Savoia;

il solo pinerolese al quale io possa confidare una lettera pericolosa

con la speranza che i vostri riveriti padroni non gli ficchino le mani

nelle tasche. Grazie delle affettuose domande intorno alla famiglia.

I fratelli, le sorelle, tutti son sani come pesche. Io pure, grazie

a quest'aria purissima che vien dai monti, e nonostante le molte noie

della mia professione, se non schiatto dalla salute, almeno posso dire

che i medici non hanno mai visto il colore del mio letto. Se anche non

mi tenessero qua i miei affari, ci starei forse egualmente, perchè ci

ho messo le radici, e mi pare che non potrei più trapiantarmi senza

pericolo. La città mi piace infinitamente. Vista dall'alto, posta

com'è all'imboccatura di due bellissime valli, ai piedi delle Alpi

Cozie, davanti a una pianura vastissima, seminata di centinaia di

villaggi, che paiono isole bianche in un mare verde e immobile, è la

città più bella del Piemonte. Il mio povero padre soleva dire che qui,

per imparar la storia di Casa Savoia, basta leggerla una volta sul

tetto: guardando intorno, si possono seguire le mosse degli eserciti

e le vicende delle guerre come sopra una carta geografica sterminata.

Ma questo è più strano: che vi si può studiare con eguale vantaggio

il Nuovo Testamento, poichè v'ha una rassomiglianza singolarissima

di giacitura e di dintorni tra Pinerolo e Gerusalemme. Come la

città santa, questa è fabbricata in parte sopra un'altura, e scende

allargandosi al piano: il colle di San Maurizio è il Sion, l'altura

della cittadella è il Golgota, il monte di Santa Brigida, monte Moria;

e, non solo per sito, ma per forma, la valle del Lemina rappresenta

la valle di Giosafat; ed anche Pinerolo ha dalla parte di levante un

monte Oliveto, e il torrente Chisone può raffigurare il Giordano. Che

te ne pare? Avrei ragione di star qui volentieri, non foss'altro che

per studiare la storia patria e la storia sacra.

*

* *

Ma lasciamo gli scherzi. Risponderò alle tue domande, minutamente,

come desideri. Pur troppo, non ho cose molto liete da dirti. Tolto

il piacere di ber l'aria fresca e di ammirare il paese, a Pinerolo si

vive miseramente. Se anche non vi fosse l'ombra di uno straniero, la

città, con questo cerchio che la strozza, di bastioni, di mezzelune

e di controguardie, e con quella enorme cittadella che le rizza

sopra la testa i suoi cinque torrioni di malaugurio, non potrebbe

essere allegra. Mettici ancora un governatore generale, francese, un

luogotenente del re e un comandante del castello, francesi, e uno stato

maggiore che non finisce più, e un nuvolo d'ufficiali e di soldati di

milizia mobile, francesi; e mi saprai dire come ci si campi. Essi ci

detestano e noi li odiamo. Essi ci tengono come vinti e prigionieri,

noi li trattiamo da invasori e da giandarmi. Essi fiutano in ogni

pinerolese una spia del duca di Savoia; noi temiamo in ciascun di

loro un delatore del Saint-Mars. È impossibile farsi un'idea delle

angherie a cui siamo soggetti. Di città non s'esce senza un permesso

del Governatore; di casa non si può uscire che a quell'ore determinate;

per una celia che scappi di bocca all'osteria, si è agguantati e

ingabbiati; in ogni valigia di viaggiatore italiano sospettano veleni

e pugnali; in ogni pezzo di carta, vedono il disegno della fortezza. E

ogni volta che credon di cogliere uno di questi traditori immaginari,

è il finimondo: inchieste, minacce, corrieri a Parigi, ammonizioni a

Torino, scacciati di città gli italiani che non vi hanno dimora fissa,

licenziati dal servizio delle autorità i piemontesi e i savoiardi,

visite e inquisizioni in tutti i canti. Puoi esser certo che non

si troverebbe in tutta Pinerolo nè un moschetto nè una pistola, a

pagarli a peso di rubini. Naturalmente, da parte dei cittadini, sono

lagnanze e richiami continui; e, anche più naturalmente, le autorità

non se ne dànno per intese. Prepotenze aperte e impunite da un lato;

e dall'altro rivolte e vendette, s'intende, ogni volta che si posson

fare copertamente. Duelli, ammazzamenti, furti, ripeschi amorosi che

finiscono con un occhiello nel ventre, son cose d'ogni settimana. Le

_gaîtés du sabre_, come le chiamano, sono oramai la nostra ricreazione

abituale: viviamo sotto il materno regime della Lama. Aggiungi che

i nostri buoni amici credono d'aver diritto sulle nostre donne come

sui loro cavalli. Tu vedi le conseguenze. Non puoi immaginare con che

superbia, con che muffa si sbacchian le spade negli stivali questi

bravacci gallonati del grande Sottaniere di Versailles! È _Lui_,

infatti, quello che dà il tono a tutti quanti. E son grossolani, con

tutto questo, e ignoranti, da disgradarne i montanari del Talucco.

Per dartene un esempio, io ce n'ho uno, alloggiato in casa mia, un

luogotenente De Rivière, un gran perticone del reggimento di Navarra,

che scrive con la sua bella mano inanellata: _Suivant lordre que jai

recu a Pignierolle_.... Ci parliamo, nondimeno, perchè non ci possiamo

scansare. Egli batte sempre sullo stesso chiodo: la slealtà della

politica di Savoia. E io tiro via a ribattergli che sarebbero ameni

assai un orso bianco e un orso nero, i quali, stringendosi addosso

un veltro per divorarlo, tacciassero di sleali le giravolte ch'egli

facesse in mezzo a loro, per tenerli a digiuno tutt'e due.

*

* *

Noi ci troviamo qui in una condizione di cose unica al mondo. Dentro

alla cinta delle fortificazioni ci sono due città. La cittadella,

colle sue prigioni e con la sua compagnia franca, è separata affatto

da Pinerolo. I suoi ponti levatoi, sempre alzati, non si calano che

per far entrare le provvigioni da bocca e i corrieri. Il Saint-Mars

che nella sua qualità di governatore del castello dovrebbe sottostare

al marchese d'Herleville, governatore generale della città, se ne

infischia, e fa le sue sette volontà come un sovrano. Quindi si

guardano in cagnesco, fra loro, e credo anzi che ciascuno tenga una

spia alle costole dell'altro, e che il Louvois, da Parigi, li faccia

spiare tutti e due. Ne segue che la cittadella è un piccolo mondo a

parte, oggetto di preoccupazione continua non meno per la guarnigione

che per i pinerolesi. Gli ufficiali, i viaggiatori, i cittadini

girano intorno a quelle alte muraglie impenetrabili, divorati dalla

curiosità, fantasticando, poichè non posson far altro, sui prigionieri

misteriosi e sugli strani avvenimenti che vi si debbon nascondere;

tanto che finiscono col ragionare delle cose immaginate come di cose

reali. Chi ci sia dentro ora, non si sa con certezza, fatta eccezione

dell'intendente Fouquet, del suo servo, il famoso Eustache Dauger,

del più famoso conte di Lauzun, e di due ufficiali di artiglieria,

francesi, dei quali non s'è ancora riusciti a scoprire nè il delitto

nè il nome. Ma si crede che i prigionieri sian molti. Ogni tanto ne

arriva uno, di notte, scortato da un drappello della compagnia franca,

e lo conducono nella cittadella senza attraversar la città, facendolo

passare per la porta segreta di San Giacomo, a cui si giunge per un

sentiero sinistro che serpeggia tra la lunetta di Santa Brigida e

quella di Sault. Presentemente si fa ancora un gran discorrere intorno

a uno sconosciuto, portato lassù nell'aprile dell'anno scorso, con

grandissima segretezza, una notte di pioggia, in mezzo a uno stuolo

di cavalieri, comandati dal luogotenente Saint-Martin; e rinchiuso,

dicono, nella torre chiamata _torre bassa_, che è quella di mezzo

del castello, e la più tetra delle cinque. Raccontano che fu portato

in lettiga, che veniva da Lione, che aveva sul viso una _maschera

di ferro_. Chi crede che sia il conte di Beaufort, chi vuole che sia

figlio di Cromwell. I soliti almanacchi. Per me, quando penso ai molti

birbaccioni volgari che passaron per grandi personaggi perchè furon

portati quassù, chiusi in gabbie, come tigri ircane, o in bussole,

come principesse rapite, larvati, imbacuccati e tappati come se lo

scoprimento della loro persona dovesse sconvolgere il mondo; mi pare

cosa molto probabile che anche questo nuovo venuto non sia che un

malfattore di dozzina, come chi dicesse il capo d'una delle cento

congiure che si vanno scoprendo di continuo, o un avvelenatore di

Corte, od anco un galantuomo qualsiasi, che ha detto quattro crude

verità in faccia a Sua Maestà il Re di Francia.

*

* *

Comunque sia, tutti gli sguardi e tutti i pensieri son rivolti al

Castello. Su dieci pinerolesi io credo che sette lo sognino tutte le

notti. Chi sia il nuovo confessore concesso dal Re ai prigionieri,

quanto abbia speso il Governo nel mese scorso per la mensa del Fouquet,

che secreti si sia lasciato cascare dalle labbra, nel suo ultimo

viaggio, quel grand'uomo del D'Artagnan, e che cosa sia venuto ad

armeggiare il personaggio sconosciuto che fu visto uscire due giorni

addietro dalla casa del Governatore, sono argomenti di chiacchiere

interminabili, indovinelli meravigliosi, su cui centinaia di persone

si scervellano dalla mattina alla sera, non avendo altro da fare.

La curiosità è così smaniosa che la stessa marchesa d'Herleville s'è

inimicata con la signora Saint-Mars (una delle più belle e delle più

sciocche creature che si sian mai viste con due occhi) per il dispetto

di non aver potuto visitare il Castello come voleva. Il Saint-Mars è

affollato di tante domande indiscrete e supplichevoli intorno ai suoi

ospiti, e in special modo alla _maschera di ferro_, che ha preso il

partito di raccontare a ciascuno una fandonia diversa, la prima e la

più strampalata che gli passa pel capo, con la speranza che, mettendole

poi a confronto e riconoscendosi corbellati, i curiosi si sdiano

dall'interrogare. Questo Saint-Mars, antico moschettiere, soldataccio

di ventura, affamato d'oro come un usurario, che si becca la bagatella

di centocinquantamila lire francesi all'anno, oltre a quello che raspa

nell'amministrazione; piccolo, brutto, con un muso di bertuccia, sempre

rannuvolato come il cattivo tempo, irascibile e bestemmiatore come un

vetturale, tutto carne e pelle col Louvois per via della sorella di sua

moglie; è il tipo nato del ferro di polizia e del carceriere aguzzino,

che Dio gli mandi il malanno. Non si assenta un giorno all'anno dalla

sua bicocca, veglia sulle sentinelle dalla finestra, fruga i panni

dei prigionieri mentre dormono, è capace di passar la notte sopra un

albero per scoprire che cosa fa nella cella un disgraziato che gli

dà sospetto. Questa specie di porco spino, circondato di mistero e di

paura, non è l'ultima delle cagioni per cui a Parigi e alla Corte si

parla come d'un recesso strano e quasi fantastico, di questa fortezza

solitaria, posta all'ultimo confine dello Stato, ai piedi della quale

vengono dalle sale splendide di Versailles i sospiri, i saluti e l'oro

di tante belle, a cercare gli amici o gli amanti. Ma chi può farla al

Saint-Mars? Ai prigionieri più gelosi porta egli stesso il mangiare

una volta al giorno; due sentinelle girano dì e notte intorno alle

torri; nella stanza che sta sopra a ogni cella, dorme con gli occhi

aperti un ufficiale; ai reclusi non è permesso di confessarsi che

una volta l'anno: assistono alla messa da un finestrino obliquo che

li nasconde; e quando si cambia la gente del presidio, il cambio è

regolato per modo che gli ufficiali e i soldati che vengono non possano

barattare una parola con gli ufficiali e coi soldati che se ne vanno.

Che delitto avran commesso la maggior parte di quegli infelici? Un

libello, una canzonetta impertinente, uno scherzo mordace, che fece

ridere furtivamente dieci cortigiani e dieci dame. La collera d'una

amante del Re o di un ministro bastò a farli sprofondare in quel

sepolcro, dove alcuni muoiono in capo a pochi anni; e quando la notizia

della loro morte giunge a Parigi, accade non di rado che chi li ha

fatti seppellire non si ricordi più nè del loro nome nè della loro

colpa. Ah! la giustizia non ha la mano leggera di qua dal confine,

te lo assicuro io. A quando a quando, sulla cima del colle di San

Maurizio, si sentono gli urli dei prigionieri indocili, ai quali “dànno

la disciplina.„ Giorni fa, dalle carceri basse, si son viste uscire

barcollando, soffocate dai singhiozzi, istupidite dal terrore e dalla

vergogna, tre meretrici della città, ancora giovani, alle quali, non so

per che colpa, avevan raso i capelli e lacerato la schiena a sferzate.

Io ricorderò per tutta la vita, rabbrividendo, quegli orribili crani

nudi e quei miseri cenci bagnati di pianto e di sangue.

*

* *

Riguardo al Fouquet, me ne duole, non mi trovo in grado di soddisfare

la tua giusta curiosità: so questo soltanto, che in dieci anni da

che è qui, tutto occupato a far la digestione, un po' laboriosa,

dei trentasei milioni del castello di Vaux, non gli è ancora stato

concesso di riveder la moglie e i figliuoli. Si sa per altro che

può, quando vuole, stare in compagnia del Lauzun e degli ufficiali

della cittadella, e che al Saint-Mars è permesso dal Re d'invitarlo

a pranzo, e di fargli gustare, oltre ai suoi piatti, le scioccherie

della sua signora. Pare che sia rassegnato e tranquillo. Ti posso dire

qualcosa di più del conte di Lauzun, che è confitto qui da quattro

anni, e che ci starà un altro bel pezzo, se Dio m'esaudisce. Dopo

ch'è venuto lui, il Saint-Mars non ha più un'ora di bene. Gli dà più

da fare questo rompicollo di dragone, che tutti gli altri prigionieri

insieme. Superbo, furioso, scontento di tutto, manesco come un

facchino, schiamazzone come un banditore d'incanti, è riuscito a ordire

intrighi amorosi dentro e fuori della cittadella, e a far più chiasso

a Pinerolo di quello che ne facesse a Versailles. Le sue ultime due

amanti, la _Grande demoiselle_ e la bella La Motte, damigella d'onore

della Regina, hanno profuso i denari a palate per fargli prendere il

volo. Di tempo in tempo si vedono per la città delle facce nuove; si

dice: chi sono? chi non sono? Tutt'a un tratto spariscono come spettri.

È un tentativo di fuga andato a male. Già una volta una sentinella e

non so chi altri avevano preso l'imbeccata; una lettera era arrivata

fino al conte; tutto era disposto per la fuga. Ma quel satanasso di

Saint-Mars stava all'erta. Un messo della damigella, scoperto, si

tagliò le vene; parecchi altri furon messi sotto chiave; e il dragone

amato rimase a contare i travicelli. Figurati il chiacchierìo che se ne

fece a Pinerolo. Per molto tempo fu un vero furore di curiosità. Questa

lamaccia di De Lauzun, dopo averne fatte di tutte le tinte, cortigiano

ipocrita, cacciatore di grasse doti, giocatore sospetto, crapulone,

maldicente, invidioso, villano con le donne e insolente col suo Re, è

ancora riuscito a farsi un piccolo paradiso in prigione, dove le sole

spese del suo installamento, a quello che si dice, raggiunsero la somma

di diecimila lire francesi. Ha vitto di principe, stoviglie d'argento,

camicie di trina, letto di piume, due servitori, e grandi dame che lo

adorano a duecento leghe di lontananza. Si chiama nascer fortunati. Si

dice che stia nella medesima torre del Fouquet, che è quella accanto al

quartiere del Saint-Mars. Ma per quanto sia lasciato libero, le belle

signore di Pinerolo, che girano intorno alla cittadella con gli occhi

fuori del capo, non sono ancora riuscite a vedere neanche il contorno

della sua bellissima faccia di ferro fuso.

*

* *

La vita intellettuale di Pinerolo, insomma, consiste in gran parte

nel commentare i fatti e le gesta di quei signori, dei _merles_,

come li chiama benignamente il Governatore; tanto più dopo che è

finito il divertimento di veder lavorare alle fortificazioni, che

furon rifatte con grandi spese in seguito alla visita che ci venne

a fare segretamente il Vauban, anni sono, in compagnia, credo,

dell'onnipotente Louvois. Le famiglie pinerolesi si mescolan poco

con gli ufficiali del presidio. C'è un po' di passeggiata la sera in

piazza San Donato; ma non ci va quasi nessuno, perchè danno ai nervi

quei grandi baffi impertinenti dei soldati della compagnia d'onore,

che fan la guardia al palazzo del Governatorato, e le famiglie dei

commissari e degli altri impiegati francesi che fanno dei nastri per la

piazza col naso per aria, dicendo corna della città (_une tanière_) ad

alta voce. Gli ufficiali della cittadella, alloggiati nel loro vasto

gabbione, non scendon quasi mai; il Saint-Mars se li tiene a portata

della mano per timore che quei di sotto glieli corrompano. E infatti,

non si dà mai il caso che mandino a prendere o ad accompagnar fuori un

prigioniero dai soldati e dai sergenti del presidio, da tanto che se

ne fidano! Non ce n'è uno — è scappato detto allo stesso governatore,

— che mandato fuor delle mura, non pianterebbe il prigioniero in

mezzo ai campi per disertare. Così è fedele l'esercito del gran

Re! Per conseguenza, quando la città non è scossa dall'arrivo d'un

ufficiale dei moschettieri, nelle ore in cui le truppe riposano, dopo

mezzogiorno, Pinerolo ha tutta l'aria di una necropoli. Fra le alte

caserme e i grandi conventi silenziosi, dalla porta di Torino alla

porta di Francia, non si vede passare che qualche cappuccino o qualche

penitente della Concezione, e non si sentono che i rumori cupi della

Fonderia e dell'Arsenale, che lavorano ai nostri danni. Si direbbe che

quel maledetto castellaccio, con quei cinque ricettacoli di dolori,

che si alza come una gigantesca macchina di tortura a contaminare

l'azzurro, e si vede da tutte le parti della città e da tutti gli

angoli dei bastioni, getti per le vie e nelle piazze l'uggia dei suoi

cortili grigi e la tristezza delle sue celle nefande. O piuttosto,

non è il castellaccio. È quella faccia malaugurosa del Saint-Mars che

si vede spuntar a tutte le cantonate e a tutte le finestre. È lui che

empie la città del suo umor nero di birro sospettoso, e che batte

la misura alla vita di Pinerolo con lo stridor cadenzato dei suoi

chiavistelli. Lo stesso governatore d'Herleville ne sente l'influsso

funereo, e scappa a Torino ogni volta che può, con la sua graziosa

marchesa; — un amore; — la sola cosa bella ch'io abbia trovato finora

nella dominazione francese.

*

* *

Oh splendido e caro passato, già tanto lontano! Ci pensi mai, tu,

amico Toggia? Dire che siamo stati la città capitale del Piemonte

per il corso di più d'un secolo, accarezzati, colmati di privilegi;

che qua i nostri principi nascevano e venivan sepolti; che fra noi

si festeggiavano re e imperatrici; che contavamo una popolazione di

grande città, con quattordicimila operai, con una brava milizia nostra,

che le mura turrite si estendevan per varie miglia da monte Oliveto

oltre all'Abbadia, che mandavamo le nostre lane fino in Oriente,

che accoglievamo gli ambasciatori di Napoli, di Milano, di Venezia,

di Ungheria, di Vienna, del Papa, i deputati di tutte le città del

Piemonte, i cortei dei marchesi di Saluzzo e di Monferrato, e le

visite festose dei conti di Savoia, e i ritorni trionfali dei principi

d'Acaja, e che su per queste vie salivano a cavallo le belle spose

bionde vestite di broccato d'oro, sotto i baldacchini di raso bianco,

in mezzo ai baroni vassalli scintillanti di ferro e ai signori del

Consiglio vestiti di mantelline purpuree, sopra un terreno coperto di

mirti e di rose! Ed ora abbiamo il Saint-Mars. Io l'ho col Saint-Mars.

Che rotolone, ingiusto cielo!

*

* *

Se voglio vivere, caro mio, non bisogna ch'io pensi che questo dura

da quarantaquattr'anni. Dall'anno in cui son nato, nè più nè meno;

poichè io venni al mondo qui nell'anno medesimo che quel baccellone

del conte di Scalenghe, dopo due giorni di tremarella, cedeva Pinerolo

al cardinale Richelieu, facendo abbassare le armi a quattrocento

Vallesiani e a trecento uomini di milizia che avrebber potuto salvare

il Piemonte. Ah se risuscitasse Emanuele Filiberto, brava anima sua!

— Il re ha bisogno di tenere un piede di qua dalle Alpi, — bada a

ripetermi questo squassapennacchi del luogotenente Rivière. Ebbene,

ci vorrebbe un duca di Savoia che rispondesse al re, come rispose

quel lestofante: — Son d'accordo, purchè quel piede sia io. — Ma che

possiamo sperare da Carlo Emanuele II, che si lascia pestare i calli

ogni giorno dagli ambasciatori di Francia per il posto al banchetto o

per il palco al teatro? Egli tira ai dominii di Ginevra, del Vaud, di

Friburgo, di Losanna, limosina dei pezzi di terra a tutte le Corti di

Europa, manda dei reggimenti a lasciar le ossa per il Re nelle Fiandre,

attacca lite con Genova per far quella bella figura che sappiamo,

s'intesta di bucare il colle di Tenda; e non pensa a liberar Pinerolo,

che è il morso col quale la Francia terrà sempre Casa Savoia in sua

balìa. Facesse almeno dei bei versi come suo nonno! Oramai noi non

speriamo più che in una specie di diluvio universale, in una vastissima

e terribile guerra che metta sottosopra l'Europa, sconquassando questa

mostruosa baracca dorata della Monarchia francese. Comunque debba

finir la cosa, peraltro, possiamo esser certi che le prime batoste,

ossia le bombe, le mine, le devastazioni e la fame, saranno per noi.

È stato sempre il nostro destino. Abbiamo l'onore di esser la chiave

della valle del Chisone, una delle porte d'Italia; e tu vedi dove ce

l'han confitta, questa chiave. Povera Pinerolo! Dalla seconda guerra

punica in poi, chi abitò da queste parti non ebbe mai dieci anni di

santa pace. Romani e Cartaginesi, Galli e Saraceni, Goti e Ostrogoti,

Longobardi e Svizzeri, Tedeschi, Spagnuoli, Francesi e Valdesi e

marchesi e anticristi si sono scatenati sui nostri quattro campi e

sui nostri quattro sassi come se questo fosse un circo stato fatto

apposta da domenedio perchè tutti i popoli della terra vi si venissero

a pestar la cappa del cranio. Per tutto dove si scava, vengon fuori

stinchi, caschi rotti e dagacce arrugginite. Che spettacolo, perdio,

se saltassero su vivi per i campi e per i colli tutti i soldati che li

calpestarono in venti secoli, dai numidi di Annibale agli alabardieri

di Francesco I! Sarebbe la benedetta volta che vedremmo il Saint-Mars,

spaventato e senza parrucca, precipitarsi dalla Torre del Diavolo nel

fossato della cittadella.

*

* *

Ciò non ostante, come t'ho già detto, io trovo modo di vivere

serenamente, grazie alle molte faccende e alla molta lettura. La mia

più bella ricreazione è una passeggiata che faccio ogni sera, verso

il tramonto, con le poesie del Chiabrera tra le mani; un esemplare

prezioso, annotato nei margini, che fu regalato dal poeta stesso al

marchese di Caluso, quando fu alla corte del primo Carlo Emanuele.

Me ne parto di vicino alla Polveriera, dove sto di casa, attraverso

la città bassa; risalgo lento lento per i bastioni di Villeroy

e di Richelieu, svolto dal bastione della Corte, e vado a fare,

regolarmente, una piccola visita al castello dei nostri principi. Che

cosa vuoi? Quel povero castello, unico avanzo delle nostre glorie,

imprigionato là fra le casipole, coi suoi merli cadenti e le sue porte

sbarrate, che par compreso dal sentimento della sua miseria, mi mette

pietà e tenerezza insieme! Il suo silenzio triste mi fa ripensare alle

feste e agli amori che lo animarono un tempo, alle ambizioni smisurate

che si spennaron le ali fra le sue mura come aquile prigioniere,

alle belle principesse d'Acaja che vi folleggiarono, vi piansero e vi

morirono. Dopo un quarto d'ora che son là, mi par di sentire i passi

concitati dell'altera Isabella di Villehardouin che ridomanda il suo

principato perduto; vedo Caterina di Vienna, coi suoi grandi occhi

celesti rivolti alle vette bianche dei monti; la sventurata Sibilla

del Balzo, che spira benedicendo il suo povero Filippo, predestinato

al lago d'Avigliana; e quel bel demonio biondo di Margherita di

Beaujeu che susurra all'orecchio di Giacomo le parole che sconvolgono

la ragione, e Caterina di Ginevra con la sua vita sottile di vergine

e il suo adorabile neo sulla guancia, e Bona di Savoia che smorza

sotto alle lunghe palpebre la fiamma de' suoi occhi pieni d'amore.

Oh se s'affacciassero tutte insieme a quelle finestre arcate e

vedessero sventolare sulla cittadella la bandiera di Versailles, come

si farebbero tutte vermiglie di sdegno dalla gorgiera al diadema, e

come spezzerebbero sui davanzali i loro ventagli imperlati! E dopo

essermi beato in questo sogno vado su verso le vecchie caserme, tiro

un'occhiataccia al castello, e per San Maurizio e per il bastione di

Schomberg, chinando il capo sul Chiabrera quando vedo di lontano il

cappello a tre punte d'un tagliacantoni _francesco_, me ne ritorno a

casa placidamente, consolato dal pensiero che un altro giorno della

dominazione straniera è passato. Quel ceffo di mandrillo del Saint-Mars

ha disteso un lenzuolo di piombo su Pinerolo; ma non è ancora riuscito

a oscurarle la bellezza impareggiabile delle sue notti di luna. Per

questo, rientrando in casa mia, salgo quasi sempre all'abbaino per

godere la vista dei dintorni. Le case che biancheggiano sulla collina,

tutte quelle torri nere che s'intagliano nel cielo limpido e profondo,

la città di Saluzzo che appare come una macchia lattea di là dalla

striscia luccicante del Po, e la rocca di Cavour, che s'alza solitaria

nel piano come un frammento colossale d'asteroide precipitato dal

cielo, e le cime delle Alpi inargentate; questo spettacolo immenso

e quieto, in cui si sente la voce sonora del Lemina che parla delle

glorie morte, mi tiene inchiodato un'ora con la bocca aperta. E se

qualche volta mi piglia un senso di tristezza a veder lì a pochi passi

quella gola spalancata della valle di Fenestrelle, che ci ha vomitato

addosso tanto ferro e tante sventure, allora mi rivolgo dalla parte di

Torino, dove brilla la speranza d'un avvenire migliore del passato e

del presente, e il mio cuore si riconforta.

..... È sonata la mezzanotte. Sento che passa la ronda per la strada

e riconosco al chiarore della luna il profilo rodomontesco di quel

lanternone del Rivière. Siccome abbiamo leticato ieri sopra la

quistione di Casale, è capace, vedendo il lume acceso, di venirmi ad

aggranfiare la lettera. Caro mio, non voglio maschere di ferro. Ti

mando un saluto dal cuore e chiudo la lettera in furia.

Il tuo

*

* *

Alle porte d'Italia · 第 3 / 20 题