CONCLUSIONE

Circa un mese dopo, due giovani arrivati da Genova ad Arona colla

ferrovia, si avviavano verso il porto in cerca d’una barca per

tragittare all’opposta riva del lago.

Era una di quelle giornate di novembre, foriere del verno; il cielo,

d’un color bigiccio, uniforme, invitava gli animi al silenzio, e

li avvolgeva lentamente in una dolce malinconia. I due giovani,

prima di giungere al porto, si fermarono sotto il filare di robinie

che ombreggia la sponda del lago, e stettero mutoli, lungamente

contemplando la sponda lombarda, e i villaggi biancheggianti sulle

colline specchiantisi nel lago. Uno di essi fissava lo sguardo su

di Angera che gli stava schierata dinanzi; sospirava, guardava alla

sfuggita il compagno, indi di nuovo il lago, le colline:

— Ah! non ne posso più, Roberto! non ne posso più! ho un gruppo qui

nella gola che mi soffoga... Guarda!... piango» così dicendo Valentino

stendeva all’amico la mano bagnata di lagrime.

— Vuoi che te lo dica, Valentino? Fo anch’io una fatica del diavolo

a mandare indietro le lagrime.... Perdio! la vista del sito dove si

è nati fa un curioso effetto!.... Figurati quando vedrò da lontano la

guglia del Duomo!... Al solo pensarvi mi si piegano le gambe...

— Come si piegano le mie al veder quella riva là.... A pensare che fra

poco sarò presso a quel buon vecchio di mio padre...

— E a qualchedun altro!.... disse Roberto sorridendo.

— Sia pure!... Rosa la vedrò prima di mio padre... Povera Rosa! chi sa

cos’ha sofferto...

— Oh! sai che c’è di nuovo? che è ora di finirla con queste malinconie!

Tante smanie per arrivare, e adesso che siam qui... Davvero, sembriam

due matti!

— Hai ragione, Roberto! rispose Valentino crollando tutta la persona

come per gettarsi di dosso quella tristezza. Andiamo a pigliare una

barca....

Così dicendo ripresero i loro fardelletti in cui tenevano custodite le

loro gloriose uniformi rosse (modesti com’erano, se l’eran levata per

non dar nell’occhio) e s’avviarono verso il porto.

I nostri due garibaldini avrebbero voluto volare come rondini

sull’altra riva, ma Valentino, incontrato, riconosciuto da certi suoi

conoscenti, dovette fermarsi parecchie volte a stringere la mano ad

uno, a rispondere, il meglio che poteva, ad un diluvio di domande che

un altro gli dirigeva, l’una dopo l’altra, quasi senza tirar fiato.

Valentino mostrò la croce dei mille a chi la volle vedere, e la mostrò

con un giusto orgoglio, che la è la più gloriosa decorazione del mondo.

Poi vennero gli inviti a bere in onore di Garibaldi e de’ suoi mille;

insomma Dio sa come la sarebbe finita, se Roberto, veduto che il

compagno ammollivasi a tante cortesie e seduzioni che gli accarezzavano

dolcemente l’amor proprio, non avesse frapposta la sua autorità,

dinanzi alla quale, benchè fratelli in amicizia, Valentino non s’era

mai impennato.

Trovata la barca, vi saltarono dentro. Valentino, dato di piglio ai

remi, voltossi a salutare i conoscenti assiepati sulla riva unitamente

alla folla dei curiosi; indi con quattro colpi vigorosi spinse la barca

fuori del porto.

Mentre Valentino remava con lena, Roberto, seduto sulla prora, a poco a

poco ingolfavasi ne’ suoi pensieri.

Il volto del giovane barcajolo mano mano si avvicinava alla riva,

animavasi; i suoi occhi erano fissi sulla piazza d’Angera per vedere se

mai... Ma aveva bel guardare, Rosa non c’era.

Finalmente toccarono terra.

— Va pure pei fatti tuoi, disse Roberto al compagno, quando furono

sbarcati; io ti aspetterò là al caffè.

— Torno subito...

— Fa pure con tuo comodo.

Valentino, moderando a stento la smania di correre, lasciata la piazza,

si internò nel borgo.

Intanto Roberto, sedutosi al caffè, mentre sorseggiava una tazza

d’acqua inverdita dall’assenzio, pensava filosoficamente tra sè al modo

con cui era finita la brillante spedizione garibaldina:

— Ecco come torniamo a casa nostra, dopo tanti disagi sofferti,

dopo tanto sangue sparso! Chi lo avrebbe detto! In quanto a me

poco m’importa; il soldato in tempo di pace, non lo farei per tutto

l’oro del mondo... Ma quando penso al Generale, ai dispiaceri che

ha dovuto inghiottire.... Pover’uomo! lui sì buono, sì eroico, sì

disinteressato... Ma! per esser proprio grande non gli mancavano

che le amarezze dell’ingratitudine... Ad ogni modo, io per adesso

torno a scarabocchiare coi miei colori, ma quando sonerà l’ora della

liberazione di Roma e di Venezia, quando il Generale dirà per la quarta

volta: Ragazzi! qui con me; all’armi!»... io ripiglierò il mio fucile e

tornerò garibaldino.

A toglierlo da’ suoi pensieri, giunse Valentino con una ciera lunga

lunga.

— E così? gli chiese Roberto.

— E così, Rosa non c’è.

— Non c’è?

— No; è a Sesto da oltre una settimana...

— A far che?

— Ad assistere il mio povero padre che è ammalato... Quella tosa è un

angelo!

— Oh! questo mi spiace, mi spiace davvero! Speriamo che la malattia non

sia grave...

Valentino sospirò stringendosi nelle spalle.

— Quand’è così, partiamo subito per Sesto.

— Sì sì, partiamo subito». Così dicendo Valentino si affrettò verso la

barca.

— Aspetta, Valentino! piglierò un barcajolo...

— Non serve.

— Tu ti affaticheresti troppo.

— No, no...

— Perdio! come sei testardo! gridò Roberto indispettito. Con soli due

remi arriveremo a Sesto stassera. Lascia fare a me dunque!....

Valentino cedette al solito; Roberto trovò un barcajolo, e subito dopo

pigliarono il largo.

Martino, pescatore, stavasene seduto nella camera terrena del suo

tugurio, presso il camino, sotto cui fumicava, mandando uno scarso

calore, un mucchio di _carbon bianco_.

Così i contadini lombardi chiamano i torselli delle pannocchie sgranate

di maiz, i quali servono loro di combustibile.

Il vecchio era pallido, stremato, come chi entra nella convalescenza

dopo una lunga malattia. La giubba e le brache di frustagno verde-cupo

gli cadevano a larghe pieghe sul dorso curvo, e sulle gambe dimagrite;

sulla testa portava la solita berretta conica di lana rossa. Pareva

ch’egli si spassasse tracciando colla molle crocioni e ghirigori nella

cenere, che poi cancellava per risolcarla con altri rabeschi, ma quello

era un giuoco puramente meccanico della mano, il suo pensiero era

lontano lontano, in un paese a lui sconosciuto, ma che da tempo gli era

divenuto caro come il suo nativo.

Martino pensava al suo figliuolo, che forse non avrebbe più veduto, chè

egli, benchè uscito allora allora di pericolo, presentiva vicino il suo

fine.

Seduta sul predellino del focolare, stavasene Rosa, la pietosa

infermiera del vegliardo. Anch’essa pareva assorta nell’agucchiare,

mentre colla mente volava ben lungi in cerca del garibaldino caro al

suo cuore.

Tanto il vecchio pescatore che Rosa erano da un pezzo privi delle

notizie di Valentino. L’ultima sua lettera era del 28 settembre.

Il buon vecchio, come se desto da un sogno, si scosse, guardò

intorno per la stanza, vide Rosa e le sorrise; poi guardò il cane

che stavasene accovacciato sul limitare della stanza (un cane da

pagliajo, nero e brutto quanto intelligente). Il vecchio cavò dal

taschino del giustacuore la sua tabacchiera di bosso, l’aprì, si saturò

rumorosamente il naso di tabacco, sospirò e disse:

— Anche oggi senza lettere, Rosa!

— Non è ancor sera! rispose la giovane cercando di infondere nel

vecchio una speranza ch’essa stessa era ben lungi dall’avere.

In questa il cane rizzò le orecchie; levatosi in piedi stette alquanto

origliando immobile, poi via a furia.

— Cos’ha il _Moretto_? chiese Martino.

— È matto, rispose Rosa sorridendo.

— Ma senti come abbaja! replicava il vecchio tendendo l’orecchio.

Infatti s’udì dapprima un guaìto, poi un latrare concitato, a brevi

intervalli, un latrare a festa.

Il vecchio e la fanciulla levatisi in piedi si guardarono in volto;

erano pallidi entrambi.

In quella udirono una voce (una voce ben nota che li fe’ trasalire)

gridare:

— Abbasso, _Moretto_, abbasso! Perdio! vuoi farmi cascare...

Rosa in un baleno fu fuori dell’uscio.

Il povero vecchio rimasto solo, fe’ per allontanarsi dal camino, ma le

gambe gli traballarono sotto; ricadde quindi sul seggiolone e levando

al cielo le mani scarne e tremolanti:

— Oh! grazie, grazie, il mio Signore! balbettò rigando le guance di

lagrime. Indi puntando le mani sui braccioli, si rizzò di bel nuovo....

Valentino entrato nella camera d’un salto, lo raccolse nelle sue

braccia.

* * *

Due giorni dopo, di buon mattino, Roberto attraversava pedestre il

paesello d’Albese. Rivide l’insegna dell’osteria posta all’estremità

del villaggio, e sulla quale c’era tuttora dipinto il San Carlo, a

mezza figura vestito di rosso, colle mani giunte in orazione.

Entrò nell’osteria a rifocillarsi; rivide l’istesso oste all’istesso

fornello, intento ad ammannire forse la medesima vivanda d’un anno

prima.

Quante cose erano avvenute da un anno in poi!

I nostri lettori capiranno di leggieri il perchè Roberto si trovasse

in quei luoghi. Separatosi a Sesto Calende da Valentino, il nostro

pittore s’era portato dritto dritto a Milano. Giunto a casa sua, seppe

da una vicina, la quale abitando una stanzuccia terrena faceva anche un

pochino da portinaja, che Dalia era tuttora alla campagna.

— Diavolo! aveva borbottato fra sè Roberto; ancora in campagna! Che la

ci fosse, lo sapeva, che me l’ha scritto; quello che è strano si è che

la ci sia ancora... in novembre! Poveretta! la si troverà benone con

quella brava signora! Si vede che tutto il bene che Dalia mi ha scritto

di lei, è la pura verità. Basta! Posdomani volo a lei; non voglio

prevenirla del mio arrivo; sarà un’improvvisata...

Infatti due giorni dopo Roberto, giunto a Como, rifece a piedi la

strada tanto amena che conduce ad Erba; in breve era giunto ad Albese,

chè ad un garibaldino par suo, quelle sette miglia erano parute due

passi.

Fatta colazione, Roberto proseguì il suo cammino, allegro, spigliato,

col cuore in festa... Soleva dire di poi che quel giorno era stato uno

dei più belli della sua vita.

Rivide il piano d’Erba, ingemmato dai laghetti d’Alserio, di Pusiano,

d’Annone, e dal Lambro, scintillante tra il fogliame degli alberi e

le praterie come un nastro d’argento; rivide l’incomparabile panorama

(incomparabile sì, anche per lui che aveva ammirate le meraviglie della

Sicilia, della Calabria, del napoletano) incorniciato dal solitario

monte Barro, dal Monterobbio, dalle verdi ghirlande di colline, da

cento villaggi.

— Chi sa, pensava tra sè il giovane, quanto quest’aria balsamica,

questo cielo sì bello e puro, avranno fatto bene a Dalia! Oh! guarda!»

e fermavasi sorridendo a contemplare un casolare contadinesco che

stavagli dirimpetto a mezzo una collina, al piede della quale,

preceduto da un viale di platani, sorgeva un vecchio palazzotto

ammantato di piante rampicanti. «Oh! guarda! ecco la villeggiatura che

mi sono scelta un anno fa, quando dall’alto del giardino dell’osteria

di Albese, ho fabbricato tutti quei castelli in aria... Ecco là i

due pioppi;... peccato che tutte le foglie sien già cadute; ecco là

al basso il laghetto d’Alserio... Oh! la sarebbe bella davvero che

la villa della contessa fosse lì presso! Vediamo un po’!» E scorto

un contadino che radunava col rastrello le foglie ingiallite di cui

era coperto il terreno, gli chiese ove fosse la villeggiatura della

contessa Emilia ****.

— Eccola! rispose il contadino additando il palazzotto.

— Come? è quella là.... coi muri coperti di verde?

— Proprio quella... Se la ci vuol andare lesto, pigli questa

scorciatoja tra i campi, e in meno d’un quarto d’ora la ci arriverà.

Roberto aggradì la proposta, e ringraziato il contadino, si cacciò per

l’indicatogli sentieruzzo.

Arrivato nel viale dei platani, sostò, tanto gli batteva il cuore.

Poi fattosi animo, volendo arrivare d’improviso, lasciò da una banda

il viale, e si inoltrò nel giardino. Fatti alcuni passi si fermò,

spiando per scegliere tra le tante stradicciuole intersecantisi, quella

che metteva al palazzo. Quand’ecco nel girar gli occhi, vide sorgere

in mezzo ad un cespuglio una figura di donna, che egli, benchè gli

voltasse il tergo, riconobbe tosto per quella d’una giovinetta...

— È lei! disse tra sè Roberto ponendosi una mano al cuore per frenarne

il battito; è Dalia!... Davvero che è ingrassata... Sempre bella

però quella cara creatura, sempre graziosa ne’ suoi atteggiamenti!...

Maledetto quel cappellaccio di paglia che mi impedisce di vedere il suo

visino, e quella capigliatura d’oro... Oh! a me adesso!... E inoltrossi

pian piano....

Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro

Tutto si ferma, e l’altro par che mova

A guisa di chi dar teme nel vetro;

Non che il terren abbia a calcar ma l’ova,

E tien la mano innanzi simil metro.

È a quattro passi da lei, che non s’accorge di nulla e seguita a

mondare colle forbici i fiori che tien fra mano; è a tre passi,.... a

due...

Roberto le serrò improvvisamente le spalle tra le sue gomita, le chiuse

gli occhi colle palme, e le coprì di baci il collo.

La donna a quell’assalto inaspettato, a quella stretta, a quei baci,

lasciò cadere paniere, fiori e forbici, e proruppe in un acutissimo

strido; poi, dibattendosi, volse indietro spaventata la faccia...

— Cristo! gridò Roberto, facendo un salto indietro; non è lei...» e

restò immobile come il don Bartolo del _Barbiere_.

Savina (giacchè l’assalita era lei) si diede a scappare con quanta lena

aveva, ed entrò in casa, appunto in quella che Emilia e Dalia, udito

quello strido, ne uscivano per vedere che fosse.

— Sei matta, Savina? le disse Emilia.

— Come se sono matta! ho creduto di morire per lo spavento...

— Ma che è stato? le chiese Dalia.

— Un giovane... là... in fondo, rispose Savina ansando, mentre coglieva

i fiori... mi ha.... abbracciata...

La contessa e la giovinetta guardarono tosto da quella parte...

D’un tratto Dalia mandò alla sua volta un grido non meno acuto di

quello di Savina; poi via di corsa...

A questo secondo strido, la contessa, ancora allarmata dal primo, fu lì

lì per ispiritare.

— Ma che! son tutti matti quest’oggi in questa casa?

— Signora contessa!... signora contessa! gridava intanto Dalia.

— Vengo, vengo!... Per l’amor di Dio cos’è successo?»... Così dicendo

studiava il passo a quella volta. Ed ecco comparirle dinanzi Dalia, la

quale rossa come una ciliegia, ansante per la corsa e per la commozione

si rimorchiava dietro il suo amoroso, tutto confuso per l’equivoco e

per la presenza della contessa; trattosi il cappello, egli s’inchinò

sorridendo.

— È il nostro garibaldino!... è il mio Roberto! continuava a gridare

Dalia, presentando il giovane alla contessa, la quale postosi il _pince

nez_, sorridendo graziosamente, lo squadrò dal capo ai piedi.

* * *

La scorsa primavera, il casolare contadinesco che Roberto, ne’ suoi

castelli in aria, aveva scelto a sua residenza, era mutato affatto

d’aspetto.

La contessa, la quale ricca e oramai sola al mondo, volle adottare

que’ due poveri giovani, aveva ceduto quell’abituro allo sposo, che

s’era affrettato a dar corpo a’ suoi disegni, e con una porzione

della dote di Dalia (dono anche questo della buona contessa) aveva

cominciato immediatamente ad esercitare i suoi diritti di proprietà

coll’aggiungere al rusticale abituro, un’ala di fabbricato, erigendovi

sei camere, tre al pian terreno e altre tre sopra queste, schierandole

a preciso mezzodì. Aprì sei finestre, che munì tosto di griglie

verdi, e ammantò tutto il fabbricato di viti selvatiche, di quelle cui

l’autunno tinge le foglie in rosso. Poi d’un colpo recise due enormi

robinie che intercettavano la vista; indi disegnò il giardino, che vide

di subito verdeggiare smaltato de’ più bei fiori; le dalie poi v’erano

piantate a centinaja. Scelse più in giù un pezzo di terra, e sbarbicato

spietatamente tutto il grano turco che c’era, ne fece un’ortaglia,

la quale tosto popolossi di peschi, di pruni, di albicocchi, di peri,

di pomi, ecc. ecc. Fissò un altro brano di terreno per coltivarvi gli

asparagi de’ quali era ghiottissimo; indi seminò qui erbaggi, là piantò

agrumi, che tosto attecchirono meravigliosamente e crebbero di poi

lussureggianti a perfetta maturanza.

Roberto, disposto il giardino e l’orto, pensò alla sua nuova dimora,

che esposta com’era all’aria e al sole, asciugò in breve tempo. Scelse

una camera, la più gaja, per lavorarvi; la mobiliò, la adornò a modo

suo, appendendo alle pareti, un bel ritratto di Garibaldi, un quadro

con entro la gloriosa stella dei mille, armature, quadri, pipe ed un

cocodrillo imbalsamato. Dopo allestì la sala da pranzo; poi la cucina,

nella quale aprì un ampio camino, ai cui lati, sotto una vastissima

cappa, pose due comode panche[59].

La pace più invidiabile e schietta regna in quella famigliuola,

la quale, (se la taglia di Dalia non inganna) tra pochi mesi verrà

aumentata. Effetto della buona nutrizione e dell’aria vitale!

Roberto riprese passionatamente a dipingere, nonostante che la buona

contessa gli vada sempre ripetendo:

— Non affannarti tanto, il mio Roberto, chè quand’io sarò morta, i

padroni del fatto mio sarete voi altri due.

* * *

Ecco come =uno dei mille= fu degnamente compensato.... dalla

Provvidenza.

Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia · 第 32 / 39 题