CAPITOLO XII.

Troppo tardi!

Tutti i milioni di Rothschild non valgono

a comperare mezz’ora.

Dr. PAOLO MANTEGAZZA. (_Il bene ed il male_).

Lettori, se non vi rincresce, torniamo in Lombardia; vi staremo per

poco.

La mattina del 9 giugno 1860, due signore passeggiavano nel giardino

che circonda una graziosa e solitaria villeggiatura posta a mezzo il

colle detto Campo de’ fiori, che sorge tra i due monti Valgrande e

Maria del monte, poco lungi dalla strada che da Gavirate conduce a

Laveno, che è quanto dire, dal lago di Varese al Verbano.

La più giovane delle due (la padrona di casa), passeggiava pian piano,

fiutando un garofano, con una cert’aria di abbandono e di languore,

come di persona avvezza a volar via lontano lontano col pensiero...

Dove poi si posassero i suoi pensieri, a noi poco importa il saperlo.

Fatto sta ch’essa volgeva gli occhi semichiusi a destra, a sinistra,

innanzi a sè, senza badare più che tanto alla stupenda scena che

offrivano quegli incantevoli dintorni, vivificati dai nascenti raggi

del sole.

L’altra signora, molto più attempata, dava segno, camminando, della più

viva impazienza. Affrettava il passo, indi retrocedeva per porsi a lato

della sua amica; poi si fermava, e sospirando, e crollando il capo,

guardava giù verso Lainate, e sulla strada che, radendo il lago di

Varese, mette a Gavirate.

— Quanto tarda questo benedetto Amedeo, quanto tarda!...

— Sarà in ritardo la diligenza!

— Eppure è l’ora, rispose la contessa Emilia, consultando per la decima

volta l’oriuolo che portava alla cintura. Ah! Irene, che martirio è

l’aspettare!» e camminava innanzi battendo palma contro palma.

Irene a queste parole, si portò la mano alla bocca per soffogare una

risata.

— Ah! esclamò la contessa fermandosi, sento rumore di carrozze...

Guarda un po’ tu, Irene, che ci vedi meglio di me.

— È la diligenza!... Eccola...

La contessa Emilia, postosi il suo _pince-nez_, guardò giù sulla strada

ripetendo: Eccola, eccola!... Ah finalmente! adesso Amedeo non può

tardar molto... Vo a vedere!

Così dicendo la contessa entrò frettolosamente in casa.

Come si trova qui questa signora? — Amico lettore, te lo dico subito.

La contessa Emilia era già da qualche giorno nella sua villa nel

piano d’Erba, quando verso gli ultimi di maggio le giunse da Genova

una lettera di suo nipote Ernesto, colla quale le annunciava ch’egli

sarebbe partito il 10 giugno colla brigata Medici, alla volta di

Palermo.

La zia gli rispose tosto che sarebbe venuta a Genova ad abbracciarlo,

prima che partisse. Poi, tornata a Milano, s’era affacendata a

prevedere tutto ciò che, secondo lei, suo nipote doveva portar con

sè. La buona signora, nella foga del suo zelo materno, aveva messo

a contribuzione non so quanti bottegaj, dal sarto al Rainoldi,

accumulando fagotti, cassettine, involti ecc. ecc. tanto che, quando le

parve di aver nulla dimenticato, quelle provigioni capivano a stento in

un’enorme cassa di legno, solidamente accerchiata di ferro.

La contessa volle metter mano ella stessa, (ajutata però dalla

cameriera) al collocamento di tutti questi oggetti. Dispose sul fondo

della cassa due coperte di lana che, diceva, dovevano essere _tanto

zucchero_ pel nipote; vi sovrappose non so quante paja di camicie

di tela, bianche e colorate, di mutande, di calze, di fazzoletti;

un corredo da sposi insomma! Sulla biancheria distese tre o quattro

gazzette, e su di esse, due abiti completi, l’uno dei quali da portarsi

dal nipote in occasione di visite; _frak_, calzoni, _gilet_ neri, e su

questi, due candide cravatte già artisticamente annodate, e una dozzina

di guanti color burro.

Savina, la cameriera, quando ebbe vedute le cravatte e i guanti, osò

osservare alla padrona che, secondo lei, un garibaldino avrebbe forse

potuto farne senza. Così non lo avesse detto! chè la contessa, pigliò

in mala parte quell’osservazione, attribuendola a poca affezione per

quel suo povero figliuolo, com’ella pateticamente lo chiamava.

Sugli abiti (previo un altro strato di gazzette) la buona vecchia

schierò (in modo da utilizzare ogni minimo spazio, ogni cantuccio)

saponi odorosi, aqua di Colonia, cartocci di polvere di Cipro, di

mandorle profumata coll’_ireos_, sigari di tutte le qualità, una posata

e un bicchiere d’argento, tre libbre di cioccolata, una scatoletta di

cristalli d’acido citrico per le limonate....

— La scusi, signora contessa, osservò l’incorreggibile Savina; io

sono una povera ignorante, ma ho sentito dire che in Sicilia i limoni

abbondano come da noi i sassi...

— Cosa sai tu di queste cose! Dammi mano a finire che sarà meglio...»

le rispose la padrona.

Poi depose nella cassa due bottiglie di conserve, diligentemente

incartocciate, due cassette di latta contenenti, l’una della gelatina,

l’altra del brodo secco; non dimenticò la macchinetta pel caffè, un

cartoccio di stoppini, una boccetta di spirito di vino, e, senza una

nuova rimostranza di Savina, vi avrebbe ficcato anche un astuccio

di solfanelli. Per ultimo, stese su tutta questa svariata mercanzia

due dozzine di salviette. Mandato poi pel falegname, volle assistere

all’inchiodamento del coperchio, e rabescare ella stessa su di esso,

con un pennello, l’indirizzo, e due P giganteschi.

Finito ch’ebbe, stette contemplando a lungo l’opera sua e la cassa; poi

si tolse di là, asciugandosi una lagrima, tanto ne fu commossa.

Sedata la commozione, messo il cuore in pace circa al corredo del

nipote, la contessa Emilia pensò a sè medesima. Benchè avesse già

veduti molti carnovali, tuttavia, per una inveterata abitudine, ella

soleva concedere un posto importantissimo all’acconciatura. Il pensiero

di doversi tra pochi giorni recare a Genova (non v’era stata mai),

gliene aveva fatto nascere subito un altro, corollario del primo:

— Ci vuole un cappellino nuovo! aveva detto meditando tra sè. Ci vuole

un cappellino nuovo!... aveva, il dì dopo, ripetuto alla sua modista,

la quale com’era naturale, s’era affrettata a rispondere:

— Ma sicuro!... le pare!... una dama come lei.... È la stagione

dei bagni, e Genova è piena di forestieri... Vi troverà anche molti

Milanesi...

— Basta così, basta così! La mi faccia subito un cappellino, ma!...

— Lasci fare a me, signora contessa...

— Me lo manderà a... Aspetti che ho qui l’indirizzo....» Così dicendo

frugava nella borsa.

— Lo so, signora contessa; lo manderò a Erba per...

— No, no! rispose la contessa rimettendo, un viglietto alla modista. Il

cappellino me lo manderà a Varese per Velate; dirigendolo a me presso,

la signora Irene ****.

La modista prese il viglietto e lo ripose.

— Jeri ho trovato la mia amica Irene (continuò la contessa) la

quale, sentito che io contava andare a Genova a salutare il mio

Ernesto, mi disse: Vieni con me, Emilia, a Campo de’ fiori (è la sua

villeggiatura); là siamo a poche miglia dal lago Maggiore; là presso

passa due volte al giorno la diligenza che da Varese va a Laveno, in

coincidenza coi Vapori del lago e quindi colla strada ferrata che da

Arona mette dritto a Genova...

— Quando parte la signora contessa? chiese la modista.

— Posdomani vo coll’Irene a Campo de’ fiori; poi, il 9 del mese

venturo, parto per Genova. Medici coi suoi, s’imbarca il 10... Dunque

mi raccomando...

— La si figuri! Entro la settimana ella avrà la cassetta col cappellino.

— Siamo intesi... Addio!... Oh! a proposito, Dalia, la mia tosa, vieni

con me un momento.

— Sono qui! rispose Dalia, alzandosi e seguendo la contessa.

— Ascolta, la mia ragazza, le disse questa quando furono sulle scale;

mi vuoi preparare la lettera di raccomandazione che mi hai promesso pel

tuo... Come si chiama?

— Roberto.

— Pel tuo Roberto?

— Sono ai suoi ordini.

— Bene, vieni su con me.

L’alba del giorno 9 sorgeva raggiante a Campo de’ fiori, e la

cassettina col cappellino non era ancor giunta. Aveva quindi ben

ragione la contessa Emilia di dar nelle smanie, tanto più che, tardando

ancora mezz’ora, non sarebbe giunta a Laveno in tempo di partire col

piroscafo alla volta di Arona.

Mentre la contessa Emilia sfogava il suo dolore colla Savina, che

stavasene presso la famosa cassa, e pronta a montare in legno al primo

cenno della padrona, ecco entrare Amedeo.

— Finalmente! sclamò la cameriera alzando le braccia.

— Finalmente! strillò la contessa correndogli in contro.

— Ma che vuole!... Non è mia colpa se....

— E la cassettina? dov’è la cassettina?...

— La cassettina? ripetè Amedeo facendo gli occhiacci e spalancando la

bocca ad uno sorriso sciocco. Non c’è....

— Non.... c’è?

— No, signora!

— La ci deve essere! gridò la contessa battendo i pugni sulla cassa.

— È quello che ho detto anch’io al conduttore della diligenza: La ci

deve essere! Ma lui, dopo aver guardato da per tutto, rispose che non

c’era...

— Oh! povera me! gridò la contessa, piagnucolando. Come fare adesso?

— Se ne fa senza, disse Irene, la quale, non vista, aveva assistito a

quella scena.

— Farne senza? Nossignora! rispose mezzo in collera la vecchia

volgendosi a lei. Vuoi che io mi faccia vedere per Genova con un

cappello da viaggio?... con quello straccio là? (e lo indicava). Di

queste figure, mia cara, non ne ho mai fatte!... Scellerata

modista!... dopo tante promesse!.... Ma se aspetta che io le faccia

guadagnare ancora un sol centesimo, sta fresca! oh sì! sta fresca...

— Cara Emilia, entrò a dire Irene, facendo forza a sè stessa per

mantenersi seria, bisogna decidersi... Se tardi ancora, addio Vapore,

addio strada ferrata, addio Genova....

La contessa si pose a passeggiare la camera pel lungo e pel largo,

gesticolando, e borbottando fra sè; poi fermandosi tutto d’un tratto,

sclamò:

— Partiremo questo dopo pranzo; andremo ad Angera col tuo legno...

— È ai tuoi ordini...

— Poi, piglieremo una barca, e in un quarto d’ora siamo ad Arona e di

là col convoglio della sera si va a Genova... Sì, sì partiremo dopo

pranzo.

— Per me fa come vuoi, mia cara, rispose Irene con accento melato; più

rimani, più ci guadagno... Oggi desineremo più presto del solito...

— Grazie, mia cara, grazie! Chi sa che intanto non càpiti il cappellino?

— Ma dì, Emilia, arriverai poi a tempo a salutare tuo nipote?

— Sì; arriviamo a Genova stanotte e domattina con tutto mio comodo

troverò Ernesto...

— Fa come credi; per questa mattina già, anche che tu volessi

partire, non sei più in tempo» rispose Irene, e ritornò in giardino a

fantasticare co’ suoi pensieri.

Infatti quel dì si desinò prima del consueto. Alle frutta s’intese

d’improviso uno strido, che eccheggiò per tutta la casa; ed ecco

entrare nel salotto da pranzo, Savina, la quale, col volto raggiante

di gioja, e recando trionfalmente tra mano la sospirata cassettina,

gridava:

— Signora contessa, è qui!... è qui!

Irene ed Emilia d’un balzo furono in piedi.

— L’ha portata un contadino da parte di un vetturale che veniva da

Varese....

— Bravo, bravissimo! sclamò la contessa gongolando di gioja; e cavata

una moneta d’argento: To’, Savina, le disse, dàlla a quel contadino.

Recise le funicelle, scoperchiata la cassettina, levati via certi

fogli di carta candida e sottile, finalmente apparve il cappellino. La

contessa lo cavò fuori pian pianino, e mostratolo ad Irene, le disse

sorridendo:

— Ah! che te ne pare?

— Bello!... Voglio provarmelo...» disse Irene e preso il cappellino

dalle mani della contessa, si avvicinò ad uno specchio. Ma guarda un

po’ cosa c’è dentro!... È un vigliettino appuntato nella fodera con uno

spillo.

— Da un po’ qui» rispose la contessa, e pigliato il vigliettino e

apertolo, lesse queste parole:

Signora Contessa.

Faccia buon viaggio, e dica al suo signor nipote di salutarmi tanto

tanto il mio Roberto.

Dalia.

— Povera tosa! Sì che glielo dirò!» e riposto il vigliettino,

si appressò ad Irene, la quale intanto, acconciatosi in testa il

cappellino, stava contemplandosi nello specchio, dicendo tra sè

dispettosamente:

— È molto più adattato per me che per lei... È un cappellino da vecchia

codesto? Com’è ridicola!» Poi, levatoselo e postolo sulla testa di

Emilia, soggiungeva ad alta voce: Ti sta _d’angelo_....

Due ore dopo, la carrozza d’Irene si arrestava nella piazza d’Angera.

Sul serpe sedevano il cocchiere e Savina, e dentro Irene ed Emilia,

le quali erano a mezzo celate dall’enorme cassa che occupava tutto il

sedile davanti e s’elevava tanto da servir d’appoggio alla schiena

del cocchiere; la cassettina del cappellino era custodita dalla sua

proprietaria, la quale se lo teneva sulle ginocchia.

La carrozza venne tosto circondata dai curiosi che gironzavano

sfaccendati per la piazza; tra questi si fece innanzi Martin-pescatore,

il quale, sentito che si cercava una barca per Arona, trattosi

rispettosamente il cappello, offrì alle signore la sua.

Egli in quel giorno era venuto ad Angera per certe sue faccende e

dovendo tornare a Sesto, cercava di approfittare di quell’incontro per

guadagnare qualche soldo, poco importandogli di protrarre di qualche

ora il suo ritorno a casa.

— E perchè no, il mio uomo! disse la contessa scendendo dalla carrozza.

Per me l’uno o l’altro fa lo stesso... Dov’è la tua barca?

— Eccola, rispose additandola Martin-pescatore.

— Bene! Mettici dentro quella cassa lì...

— Sissignora...

— Questa qui, più piccola, la porto io...

Martino, ajutato dal cocchiere e da Savina, portò, barcollando sotto

il peso, la cassa nella barca, accompagnato dalla contessa che gli

gridava: Piano, ve’! piano!

Poi rifece il viaggio, caricato, lui e una giovinotta che gli era si

fatta presso, di non so quanti sacchi da notte, e borse d’ogni forma e

grandezza.

Finalmente, quando tutto il bagaglio fu nella barca, la contessa prese

congedo da Irene. Le due amiche si baciarono, si ribaciarono, facendosi

mille proteste di amicizia. Irene montò in carrozza, e, felice di

potersi distendere a tutto suo agio, fece ritorno a Campo de’ fiori.

Emilia e Savina, entrarono nella barca, sorrette da Martino, e dalla

contadinotta.

— È vostra figlia? chiese la contessa a Martino.

— Propriamente.... figlia... no; però è come lo fosse... N’è vero, Rosa?

La giovine sorrise arrossendo: poi, afferrata la prora e puntando co’

piedi contro la ghiaja, staccò la barca dal lido. Ciò fatto, inchinò

col capo la contessa augurandole buon viaggio, salutò Martino con un

sorriso, e cheta cheta si tolse di là.

Mentre la barca pigliava il largo, la contessa Emilia chiese al

barcajolo, se sarebbe giunta ad Arona in tempo per partire per Genova

col convoglio della sera.

— Conto di arrivare ad Arona una buon’ora prima, rispose Martino.

— Tanto meglio! così avrò tempo di consegnare la roba con tutto comodo.

— A quel che pare fanno un viaggio lungo, eh? le mie signore? chiese

Martino accennando col capo al voluminoso bagaglio.

— Andiamo a Genova, il mio uomo, rispose colla solita compiacenza la

contessa.

— Felice lei!... così potessi andarci anch’io a Genova.

— Davvero! e perchè?

— Per assistere all’imbarco dei garibaldini che vanno in Sicilia con

Medici.

— Noi pure andiamo colà per questo motivo. Io ho un nipote che parte

anche lui...

— Me ne congratulo di cuore con lei, la mia buona signora! esclamò

Martino, e presi i due remi con una mano, coll’altra levossi il suo

conico berretto di lana rossa, salutando la contessa. Io pure, continuò

Martino, rimettendosi a remare, io pure ho un figlio...

— Che parte?

— Il mio Valentino è già là in Sicilia; è uno dei mille...» Così

dicendo raddrizzava la persona.

— Dite davvero? chiese la contessa guardando il barcajolo attraverso i

vetri del _pince-nez_.

— Sicuro! ripigliò sorridendo Martino; è partito colla prima spedizione.

— E avete sue nuove?... sta bene?

— Bene, grazie al Signore! Se l’è cavata senza una sol graffiatura e,

quel che più importa, con onore. Lo hanno fatto sergente.... Il signor

Roberto, un suo amico che è uffiziale, ha scritto ad un altro bravo

giovane che parte domani, al capitano Federico, e nella lettera c’erano

tante belle cose sul conto del mio Valentino... Un bravo figliuolo,

veda!... non perchè sia mio, ma... (il buon uomo non potè proseguire

tant’era commosso).

— Me ne congratulo con voi! È segno che voi lo avete allevato

galantuomo...

— Oh questo sì! povero, ma galantuomo.

— Ma ditemi un po’! Mi pare che, parlando di quest’uffiziale amico del

vostro figliuolo, abbiate detto che si chiama Roberto...

— Sissignora!

— È Milanese?

— Milanese.

— Pittore?

— Pittore, sì.

— Allora è lui! sclamò la contessa sorridendo, e volgendosi a Savina,

che sorrise alla sua volta: È quel tal giovane,... l’amoroso di

Dalia... Guardate che combinazione!

— Lo conosce lei?

— Cioè... sì e no; ho una lettera per lui nella quale gli si raccomanda

mio nipote...

— È in buone mani! Il signor Roberto è un po’ stravagante, come

sono, dicono, tutti i pittori, ma è un giovane d’oro... Lui e il

mio Valentino sono come due fratelli... Anzi (la scusi, veda! se

un pover’uomo par mio le parla così) le dirò che se le occorre una

raccomandazione di peso pel suo signor nipote, una raccomandazione che

gli potrà essere di un gran utile in viaggio, arrivata a Genova, non ha

che da chieder conto del signor capitano Federico ***.

— A nome di chi?

— A nome mio, signora!

— Oh! davvero! sclamò la contessa con un sorriso in cui trapelava una

legger tinta d’ironia.

— Capisco che ciò le parrà strano!... Un povero diavolo come son

io raccomandare uno di gran levatura come al certo sarà il di

lei nipote;... ma che vuole?.... Adesso pare che il mondo vada a

rovescio!... Siamo noi popolani che qualche volta raccomandiamo i

signori... Almeno col _generale_ la è così... Dunque, come le diceva,

lei non ha che a cercar conto del capitano Federico *** e di dirgli: Le

raccomando mio nipote, il tale dei tali, a nome del Martin-pescatore di

Sesto. Vedrà che accoglienza!

— Va bene, va bene! me ne ricorderò, rispose la vecchia con aria

distratta, e, tanto per cambiar discorso, si pose a chiacchierare con

Savina.

Benchè d’ottima pasta, Emilia, non era stata contessa tanti anni

impunemente; nell’offerta del pescatore, benchè fatta col cuore in

mano, come si suol dire, essa aveva creduto vedere un certo non so che

di protezione, di superiorità, che l’aveva punta un pochetto. Ben è

vero che aveva accettata la commendatizia di Dalia senza guardar tanto

pel sottile; ma un’eccezione non fa regola. L’esibizione di Martino,

che essa vedeva per la prima volta, gli era paruta tanto confidenziale

da confinare coll’impertinenza.

Però, secondo il solito, la di lei buon’indole la vinse, sicchè durante

il tragitto continuò a ciaramellare col barcajolo, curando però di non

abbandonarsi troppo, onde non dar occasione al buon uomo di dir altre

minchionerie; tanto più che Savina, la cameriera, le aveva già ripetuto

per la terza volta, e con voce sommessa, che era bene l’esser affabile,

ma che colla gente di bassa condizione non bisognava eccedere.

Santodio! ne abusa sì facilmente!

Martin-pescatore mantenne la parola, e sbarcò le donne una buon’ora

prima della partenze del convoglio; e fu provvidenza, chè non ci

volle meno a consegnare alla stazione il bagaglio della contessa. Ma

il barcajolo, vecchio com’era, quando ci si metteva faceva per due;

laonde, quand’ebbe finito, la contessa lo rimunerò generosamente.

Martino, ringraziatala della sua cortesia, prima di licenziarsi da lei,

volle pregarla di un favore:

— La mi farebbe la grazia, le disse, di pregare il suo signor nipote a

voler portare i miei saluti al mio figliuolo?

Il barcajolo chiedeva questo favore alla contessa, umilmente, colla

berretta in mano; le parti erano adesso ben distribuite; la cosa

era quindi naturale e in piena regola, senza stranezze disdicevoli e

scandalose, per cui la contessa accolse affabilmente la domanda, e notò

il nome di Valentino sulla sopracarta della lettera di Dalia.

Martino, rinnovati gli augurj e gli inchini, se ne tornò alla sua

barca, e contento della giornata, si pose a vogare con lena verso Sesto

Calende.

Il viaggio da Arona a Genova parve interminabile alla contessa, la

quale, tranne qualche giterella da Milano a Monza, non aveva mai

bazzicato con ferrovie. Chiusa nel vaggone con una famiglia inglese,

non potè barattar parole che colla Savina, la quale dormicchiando le

rispondeva con monosillabi.

Quando giunsero a Genova, mancavano pochi minuti alla mezzanotte. La

contessa, già sbalordita dal continuo rumoreggiar delle ruote, dai

sibili improvisi, indiscreti della locomotiva, dal sussulto ondulatorio

del vagone, appena ebbe posto piede a terra, si trovò assediata,

travolta, assordata da una folla di conduttori di omnibus, di servitori

di locande, di facchini, che la tiravano ora qua ora là, afferrandole o

la scattola del cappellino, o la borsa da viaggio. Savina dal canto suo

strillava, si dibatteva, difendendo ad oltranza gli oggetti affidati

alla di lei custodia. Malmenate, assediate dai facchini e da una turba

di ragazzi, tanto la contessa che la cameriera, estenuate di forze,

soprafatte dall’onda crescente della folla, atterrite dal trovarsi ogni

tratto dinanzi alla faccia la fiamma rossastra delle torce a vento,

finirono coll’arrendersi a discrezione, abbandonando corpo e averi

nelle mani di un servitore di piazza, che le rimorchiò all’albergo

Reale.

Consegnate le due viaggiatrici ai camerieri dell’albergo, il servitore,

fattosi dare dalle medesime le polizze di riscontro, andò a levare il

bagaglio.

La contessa, trovatasi finalmente sola e lontana da quel baccano

infernale, si lasciò cadere su di un sofà:

— Ah! sia lodato Dio!.... Non ne poteva più! Oh che babilonia!...» e

tergevasi il sudore che, di sotto la parrucca, le scorreva sul fronte.

Ma dì un po’, Savina, che si fa adesso?

— Si cena, poi si va a letto....

— Cenare? a quest’ora? Eppure qualche cosuccia bisognerà prendere;...

mi sento debole... E se intanto cercassimo di Ernesto?

— Andarlo a pigliare a quest’ora il signor Ernesto!

— Capisco! è un po’ tardi... Ma almeno chiediamone conto al cameriere.

— Chi sa se lo conosce...

— Non importa! saprà però qualche cosa della spedizione Medici... Tutta

Genova ne parlerà...

In quella entrò il cameriere a chiedere se le signore abbisognassero di

qualche cosa.

La contessa rispose che sì, e disse quel che voleva.

Il cameriere inchinatosi, accennava già d’andarsene, quando la contessa

lo fermò:

— Ehi! quel giovine!... Ditemi un po’: sapete voi quando partano,

Medici e i suoi?

— Credo domani... cioè oggi;... soggiunse poi sorridendo e additando

l’orologio che segnava le dodici e mezzo.

— Non lo sapete di sicuro dunque?

— Nossignora.

— Fatemi il favore d’informarvi, e di sapermi dire l’ora precisa della

partenza.

— Ma per saperlo, o signora, bisognerebbe essere a Sestri.

— A?

— A Sestri.

— E perchè a Sestri?

— Perchè Medici coi garibaldini si trova colà da due giorni...

— Che dite mai! Non sono a Genova dunque? Oh! questo mi spiace davvero!

Guardate un po’! come si fa adesso... Oh che imbroglio, che imbroglio!

— Vede! Se fossimo partiti questa mattina da Campo de’ fiori...»

osservò Savina.

— Fammi un po’ il piacere di lasciarmi in pace! È mia la colpa se la

cassettina è arrivata tardi?

— Avrebbe potuto benissimo far senza del cappellino, brontolò Savina.

Fortunatamente la contessa, sbalordita com’era dai disagi del viaggio,

dal fracasso, e da quella notizia non l’intese.

Il cameriere aveva approfittato di quel po’ di bisticciamento per

scendere in cucina. In sua vece entrò un facchino con un baule.

— Ditemi un po’ il mio uomo! Noi vorremmo andar a Sestri domattina...»

gli disse la contessa.

— C’è un vapore che va a Chiavari alle otto.

— Ma noi vogliamo andare a Sestri...

— Da Chiavari a Sestri è una passeggiata. Buona notte!» e se ne andò

anche lui.

— Ci vuol pazienza! sclamò la contessa; se Ernesto non è a Genova,

bisogna andarlo a trovare dov’è... Manco male che c’è un vapore che

va a Chiavari, se no stavamo fresche... Rischiavamo di non poterlo

salutare... Ho a dirtela, Savina? Io non sono mai stata sul mare, e una

giterella di poche ore la fo volentieri.

— Non ci sono mai stata nemmen io... Dicono però che si soffre molto la

prima volta che si viaggia sul mare...

— Sì, un po’ di giramento di testa, un po’ di nausea....

— Ma dicono che sia un male terribile.

— Esagerazioni, Savina, esagerazioni!... Oh, a proposito! Apri quella

scatola e dà un’occhiata al cappellino per vedere se ha sofferto in

viaggio... Domani la porteremo con noi quella scatola, così a Sestri,

metterò il cappellino nuovo... per far onore al mio Ernesto... Sai,

Savina, proseguì a voce bassa e sorridendo, ho qui in serbo per lui

un pajo di dozzine di _marenghi_... Povero giovane! chi sa come sarà

contento.

— Più che di vedere il cappellino nuovo, disse fra sè Savina, cavandolo

dalla scatola e presentandolo alla padrona.

In questo entrò il cameriere colla zuppa, e le nostre viaggiatrici,

rifocillatesi, si posero a letto; la contessa in una camera, Savina

nell’altra, e ambedue, malgrado il fischiar del vento e il fracasso

delle ondate che si spezzavano contro il molo, si addormentarono

profondamente.

La mattina seguente, alle otto meno un quarto, la contessa Emilia e

la cameriera salivano la scaletta di un piroscafo ancorato nel porto,

seguite da quattro facchini col bagaglio, che essi deposero sul cassero

in modo da farne una piramide abbastanza elevata, e avente per base il

cassone contenente gli oggetti di Ernesto, e per apice la cassettina

col cappellino.

Il cielo era sereno, ma soffiava un vento gagliardo che sollevava alte

e spumanti le onde. Savina ne era atterrita, ma la contessa sorrideva

di quella paura, dicendole:

— Su di un bastimento grande come questo, quelle onde, che ti pajono

gran cosa, non si sentono nemmeno.

Ma quando il piroscafo, uscito dal porto, cominciò la lotta colle onde,

lotta vittoriosa sì, ma contrastata, allora anche la contessa mutò di

parere, e Savina da consolata, divenne consolatrice.

Le poverette, non potendo reggersi in piedi sul ponte, sedettero sul

loro bagaglio, cercando supplichevolmente intorno qualche viso amico

che le confortasse; ma nessuno badava loro.

Mezz’ora dopo il mare chiese imperiosamente il solito tributo alle

viaggiatrici che per la prima volta si affidavano al suo dorso. Le

infelici in sulle prime fecero le sorde, fingendo di non capire; ma il

mare insistette; chiesero soccorso, pietà, invano;... dovettero cedere

e... _væ victis_!

Le nostre donne, trabalzate ora da una parte, ora dall’altra, si

urtavano a vicenda, per rovesciarsi poi insieme sul bagaglio che loro

serviva di sedile e di letto. Discinte, pallide in volto, cogli sguardi

errabondi, semispenti, avrebbero fatto compassione a chicchessia, meno

ai marinaj che andavano e venivano zufolando indifferenti.

— Oh! che gente!.... che gente senza cuore! mormorava timidamente

Savina, porgendo la quinta tazza di tè alla padrona.

— Ah! io non ne posso più! sclamava gemendo la contessa e premendosi

con una mano il moccichino alla fronte, e coll’altra il cuore, che

pareva volesse balzarle dal petto. Fammi il piacere, Savina... Va là in

fondo, e chiamami il capitano... Quello là colle spalline d’oro...

Savina ubbidì camminando a mala pena e appoggiandosi colle mani su

tutti gli oggetti che trovava, tanto per reggersi in piedi; ma subito

dopo retrocedette.

— E così? le chiese la padrona: cosa ti ha detto?

— Mi ha detto che ho buon tempo.

Qui un nuovo impeto di... tosse, impedì alla contessa di rispondere.

Come succede di solito in questo caso, Savina imitandola, le tenne

subito dietro.

La contessa appena potè tirare il fiato, appena potè reggersi sulle

gambe, appoggiandosi al braccio di Savina (la quale alla sua volta

tratto tratto si appoggiava alla padrona), si avvicinò al capitano, che

guardò le due donne senza moversi dal suo posto;

— Signor capitano! gli disse con voce supplichevole la contessa.

— Che c’è?

— Io sono la contessa Emilia ***

Il capitano nulla rispose.

— Io sono disposta a qualunque spesa, proseguì la contessa traballando,

ma voglio scendere a terra... subito... subito...

— Tra poco scenderà, rispose il capitano; così dicendo si allontanò di

là, e, scesa la scaletta, si chiuse nella sua cameruccia.

— Oh che orso! che malcreato! gridò la contessa giungendo le mani.

Piantarmi qui a questo modo! Ma non son chi sono se non domando

soddisfazione... Oh! l’avrà a fare con me,... se camperò, perchè ho

paura...

— Ah! che maniera di assassinare la gente! soggiungeva Savina.

Ma un più terribile colpo era riservato alla sventurata contessa.

Erano giunti a poche miglia da Chiavari, e il piroscafo dondolava più

fortemente di prima, urtato dalle onde ripercosse dalla spiaggia. Vi fu

un istante in cui la nave si abbassò tanto da un lato, che gli stessi

marinaj dovettero abbrancarsi ai cordami per non rotolare in mare. La

contessa e la sua cameriera, credendo giunto l’ultimo loro momento,

caddero carponi, raccomandandosi l’anima a Dio. La cassettina del

cappellino, la quale, come avvertimmo, stava sull’apice della piramide

formata coi bagagli della contessa, al piegarsi del bastimento perdette

l’equilibrio e balzò in mare.

Rialzatosi il piroscafo, si rialzarono tosto anche le due donne, e

precipitarono al parapetto gridando: Ferma! ferma!

Accorsero i marinaj, e i passeggieri, e chiesero alle donne se qualcuno

fosse caduto in mare.

— Eccola, eccola! gridava la contessa, additando la cassettina che

ballonzolava allegramente sulle onde.

— Cos’è?

— È la mia cassettina.... col cappellino nuovo» rispose sempre

strillando la contessa.

Uno scroscio di risa accolse queste parole.

— Ahimè! ahimè! la cassettina affonda... fermate il Vapore; presto...

presto...

Gli astanti si sbellicavano dalle risa.

In questo s’udì un grido disperato... La contessa gettò un braccio al

collo della cameriera onde sostenersi.

La cassetta, che si immergeva sempre più, mano mano che l’aqua vi

penetrava, sparve infine per sempre negli abissi del mare.

Un’ora dopo la contessa boccheggiava (assistita dalla fida Savina)

distesa su di un sofà, in un albergo di Chiavari. Riavutasi a poco a

poco dallo stato di prostrazione in cui l’aveva gettata il mal di mare,

i suoi primi pensieri furono per il nipote.

— Senti, Savina, io non posso movermi; quel maledetto mare m’ha tutta

sconquassata...

— E io, signora padrona! Mi sento tutta rotta la persona, come

se m’avessero bastonata... E quel rustico d’un capitano? e quei

marinaracci malcreati...

— Quel che è stato è stato! Che vuoi! son gente che non vive che

sull’aqua... Per me ho già dimenticato tutto, e ho dimesso il pensiero

di far rapporto sul conto loro. Ora quel che mi preme è di veder

Ernesto. Io, come ti ho detto, non posso reggermi in piedi. Dunque

manderemo ad avvertirlo che sono arrivata... Savina, chiamami qualcuno

dell’albergo.

Savina, benchè di malavoglia, alzatasi da sedere, moveva già per uscir

dalla camera, quando s’udì picchiare all’uscio:

— Avanti! gridarono le due donne.

Entrò un facchino, il quale, strisciata una riverenza, disse:

— È delle signore il cassone che c’è laggiù sotto il portico?

— È mio.

— Abbiam da portarlo su?

— No, no; anzi sarà bene che la trasportiate a bordo del Vapore...

— Di qual Vapore?

— Di quello su cui devono partire i garibaldini con Medici...

— Scusi, signora, ma non ho capito bene...

La contessa ripetè le stesse parole, traducendole però in italiano onde

meglio farsi comprendere.

— I garibaldini?... Medici, ha detto?

— Ma sì! rispose la contessa impazientita.

— Ma se sono partiti jeri di notte, e non di qui...

— Chi? come?

— Medici coi garibaldini...

— Partiti... jeri notte... e non di qui?» balbettò la contessa,

puntando colle gomita e levandosi a sedere.

— Sissignora! sono partiti jeri alle due in punto dopo mezzanotte da

Sestri di ponente... Erano due Vapori....

— Ma voi siete ubbriaco! gridò fuori di sè la contessa.

Il facchino per tutta risposta, uscì dalla camera, per tornarvi subito

dopo in compagnia d’un cameriere.

— Dite un po’ voi... qui a queste signore che a me non vogliono

credere. Quand’è partito Medici coi suoi volontarj per la Sicilia?

— Questa notte da Sestri di ponente, rispose il cameriere[40].

— Ma... questo qui presso... non è Sestri?

— Questo è Sestri di levante.

— Oh! beatissima Vergine!

— Mentre quello da cui partirono Medici e i garibaldini è...

— È?

— Sestri di ponente, distante poche miglia da Genova.

— Ah! poveri noi cos’abbiamo mai fatto!... E, dite, sono partiti tutti,

proprio tutti? chiese Savina trepidando.

— Tutti! risposero il facchino e il cameriere.

Questa volta la povera contessa Emilia svenne davvero.

Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia · 第 22 / 39 题