Maginaçao os olhos me adormece

CAMOENS, _Sonetto LXXII_.

Sull’insegna d’un’osteria posta all’estremità dell’unica strada che

taglia in due il paesello d’Albese, c’è dipinto a mezza figura un san

Carlo, tanto brutto che le contadine, pel bene della razza, passano di

là senza guardarlo; un san Carlo vestito di rosso, colle mani giunte,

in atto di chi prega..... i passeggieri ad entrare, come soleva dire

l’oste profano.

Roberto però non aveva bisogno delle esortazioni del Borromeo:

bastavano quelle del suo stomaco. Entrò dunque _nez-au-vent_,

odorando gli effluvj che sfuggivano da un tegame, sola vivanda che

riscalducciasse sul fornello. Liberò le spalle della valigia, e la

buttò sulla tavola unitamente ad una scatola, nella quale erano

rinchiusi i ferri del mestiere, cioè i colori, la tavolozza, i

cartoncini e i pennelli.

L’oste accorse veloce — come un ragno al dibattersi d’un moscherino

impigliato nella tela traditrice, — salutando il giovane col solito:

— Ben arrivato il signore!

— Addio! gli rispose Roberto, gettando via il suo cappello a larghe

tese, e cacciando le dita nella capigliatura, che nerissima e folta

gli scendeva oltre le orecchie. Senti il mio caro oste... ho fame ho

sete.....

— Benissimo! allora le darò....

— Quello che vuoi.... Fa tu.... ma spicciati, se no mi vien male...

— La servo subito! rispose l’oste, e mandando un suo garzoncello pel

vino, s’appressò al tegame, e scoperchiatolo esclamò: Che roba! voglio

mo trattarla da par suo....

— Dio te ne renda merito, il mio oste! Vengo da Como; la è una bella

tirata... Ma che strada amena! che vista! che aria pura!.... proseguiva

a dire Roberto stracciando co’ denti un pane molliccio. Ma le sue

esclamazioni cessarono d’un tratto allorchè l’oste gli ebbe posto

dinanzi il piatto.

«Spento del cibo il natural desio,» il nostro pittore, acceso un

sigaro, uscì all’aperto in un giardino, dall’alto del quale godevasi

la vista di tutto il piano d’Erba, ingemmato dai laghetti d’Alserio, di

Pusiano e d’Annone, e dal Lambro tortuoso e scintillante come un nastro

d’argento; una delle più belle viste del mondo!

L’incomparabile panorama è incorniciato a sinistra, verso oriente, dal

monte Barro, solitario, alto, scosceso, su cui, secondo il Corio, si

ridusse Desiderio re de’ Longobardi sconfitto dalle armi pontificie

(in que’ tempi i soldati del papa sconfiggevano), fondandovi una ricca

e forte città, come lo provano anche il Ripamonti e l’Allegranza, e

meglio ancora e i ruderi improntati dallo scalpello lombardo, e varie

lapidi e le antiche chiese de’ paeselli circostanti, che voglionsi

erette da re Desiderio. Oltre il monte Barro, sorge Monterobbio,

celebre perchè nido un tempo degli Orobj, e più ancora pel nettare

celestiale che cola da’ suoi tralci. Di là si spiegano le verdi ed

ineguali colline che inghirlandano il piano dell’antico Licinoforo

(di cui scrissero Catone e l’inevitabile Plinio); ora rappresentato

dall’umile Incino. Sulle colline sorgono centinaje di villaggi, ridenti

tutti, tra i quali Alzate, Alzano, Buccinigo, Carcano, Orsenigo,

Capiago; centinaja di ville arieggianti lo stile gotico, prediletto

dalle piante rampicanti; di cascine porticate; di chiosche legate

tra loro da festoni di viti. Più basso scorgi Parravicino colla sua

torre pendente e più in là Monteacuto ove sorge il castello di Gian

Giacomo Medici (_Medeghino_), il braccio destro di Francesco Sforza; e

via via, l’occhio scorre il mirabile semicircolo, di colle in colle,

di villaggio in villaggio e per ultimo s’arresta verso occidente sul

solingo Montorfano.

Dall’alto di un firmamento di lapislazzuli, l’astro monarca spande

la sua benedizione di luce su questa più ridente e popolosa parte di

Lombardia.

Roberto gioiva con tutta l’anima di quello spettacolo. Beveva a larghi

sorsi quell’aria pura, ossigenata, rispondeva al materno sorriso della

natura con un sorriso di gratitudine; spaziava per l’immensa curva

del cielo, lanciandosi col pensiero oltre quello; poi ridiscendeva

alla terra, seguendo collo sguardo il volo dell’allodola, che parea

spiccarsi dalle nuvolette, erranti pel firmamento come candide vele;

rivedeva le colline, i laghetti scintillanti, i paeselli, i boschetti.

Allora la commozione gli traboccava dal cuore; allora rompeva il

silenzio, e, come tutte le persone sincere e di buon cuore, sfogavasi

colle esclamazioni, coi monologhi.

— Finalmente, diceva allargando le braccia come chi si trova di

rimpetto ad un amico; finalmente ho anch’io diritto a qualche cosa al

mondo... non foss’altro, all’aria, al sole!... Questo paradiso, m’è

almen concesso di contemplarlo a mio bell’agio.... Oh! come questo

verde mi compensa dell’eterno ed uggioso aspetto dei tetti e dei

campanili di Milano... la sola vista che mi è permessa dalla finestra

della mia stanza a quinto piano!... Come mi batte il cuore!... come

mi sento snello, vivace, vigoroso... e buono per giunta!... sì buono!

To’! se mi capitasse dinanzi un poverello (e girava lo sguardo), non lo

rimanderei a mani vuote... Ah! la campagna è un secondo battesimo...

fa bene al corpo... fa bene all’anima... Se fosse qui la mia Dalia!

M’avesse dato ascolto... Ma no; lei l’ha coll’economia!... Se la fosse

qui dico! Povera creatura!... Inchiodata tutto il dì al tavolino...

Agucchiare, agucchiare... e poi?... Miseria, sempre miseria!... Viver

di pane e latte, per avanzarsi tanto da vestir pulitina... Come la

sarebbe contenta quella povera ragazza se adesso la fosse con me!...

Matta com’è pei fiori (già la è nata in mezzo ai fiori... di seta),

correrebbe a coglierli qua e là pel giardinetto; svolazzerebbe

come una farfalla, altro fiore dell’aria.... Le fiorirebbe un po’

del color della salute su quel suo visino smorto smorto, tanto che

par di cera... Ma poverina!... Come si fa ad aver le rose in volto

quando s’è costretti a vivere in una bottega, in fondo ad un cortile

stretto stretto, incassato da quattro piani... Maledetti que’ cortili!

par d’essere in un pozzo!... par d’essere in fondo d’una canna da

schioppo!... Oh, il bel cielo d’Italia! esclamava di poi sorridendo ai

baci della brezzolina d’aprile — Bello e libero!... Viva Italia!...» e

batteva le palme l’una contro l’altra, sorridendo sempre, mentre negli

occhi gli spuntavano lagrime di gioja.

Alle forti commozioni dei sensi succede di solito una calma

ristoratrice. Le molecole costituenti l’organismo umano, sospinte

e attratte violentemente, cessato lo stato d’orgasmo, si riordinano

come prima e si acchetano. Questo tramestio è delicatamente voluttuoso

per chi sa cogliere e godere anche le minime sensazioni gradevoli, le

quali, al pari del sorriso, sono altrettanti fili aggiunti alla gran

trama della vita.

Roberto, sfumato quel primo entusiasmo destatogli nell’animo dalla

pomposa bellezza della natura, sedette sotto un secolare castagno,

sulla cui ruvida scorza leggonsi tuttora varie iniziali, incise forse

(chi sa da quanto tempo!) da qualche coppia d’amanti. Il castagno è

ancor vivo, e vegeta rigoglioso, mentre quei Medori innamorati e le

loro fedeli Angeliche sono polvere.

A poco a poco Roberto s’ingolfò ne’suoi pensieri. Avezzo alla vita

contemplativa, dono che la Provvidenza, in mancanza d’altro più

sostanzioso, largisce alla classe più intelligente e colta de’

poverelli, egli richiamò intorno a sè tutti i sogni di vita campestre,

coi quali era solito a Milano di passare lunghe ore vegliando sdrajato

sul lettuccio nella sua cameretta a quinto piano.

Ma a Milano Roberto era sempre costretto a staccarsi bruscamente da’

suoi sogni prediletti, fugati dalla squallida realtà che d’improvviso

dalla sottoposta tettoja gli si affacciava alla finestra. Ora,

richiamati a sè que’ sogni, cercò coll’occhio fra le tante colline che

gli stavano dinanzi, ove posarli e stabilirsi seco loro.

Un casolare contadinesco, ombreggiato in parte da due altissimi pioppi

e da una minor famiglia d’alberi e macchioni, ed eretto su di un

declivio che finisce nel laghetto d’Alserio, fermò l’attenzione di

Roberto, il quale, dopo che l’ebbe esaminato per bene, lo trascelse,

impadronendosene addirittura, ahi! coll’immaginazione.

Cominciò immediatamente ad esercitare i suoi diritti di proprietà

coll’aggiungere al rusticale abituro, un’ala di fabbricato, erigendovi

sei camere, tre al pian terreno e altre tre sopra queste, schierandole

a preciso mezzodì. Aprì sei finestre, che munì tosto di griglie verdi

(Roberto non poteva persuadersi che si potesse tener griglie d’altro

colore); e ammantò tutto il fabbricato di viti selvatiche, di quelle

cui l’autunno tinge le foglie in rosso. Poi d’un colpo recise due

enormi robinie che intercettavano la vista; indi disegnò il giardino,

che vide di subito verdeggiare smaltato dei più bei fiori; le dalie poi

v’erano a centinaja. Scelse più in giù un pezzo di terra, e sbarbicato

spietatamente tutto il grano turco che c’era, ne fece un’ortaglia, la

quale tosto popolossi di peschi, di pruni, di albicocchi, di peri,

di pomi, ecc. ecc. Fissò un altro brano di terreno per coltivarvi

gli aspàragi de’ quali era ghiottissimo; indi seminò qui erbaggi, là

piantò agrumi, che tosto attecchirono meravigliosamente e crebbero

lussureggianti a perfetta maturanza.

Roberto, disposto il giardino e l’orto, entrò nella sua nuova dimora.

Scelse una camera, la più gaja, per lavorarvi; la mobiliò, la adornò

a modo suo, appendendo alle pareti armature, quadri, pipe ed un

coccodrillo imbalsamato. Dopo allestì la sala da pranzo; poi la cucina,

nella quale aprì un ampio camino, ai cui lati, sotto una vastissima

cappa, pose due comode panche.

— Qui sotto, diceva fra sè Roberto, passerò le ultime sere d’autunno,

sedendo coi fidi amici intorno al fuoco. Chiacchierando e fumando

arrostiremo marroni, che inaffieremo col vin bianco fatto da me...

Diavolo! e la cantina? Eccola bell’e in ordine... A proposito!

(continuava) sarà bene ch’io mi pigli anche quella collinetta là; vo’

coltivarla a vigneti.... Benissimo!... Ma non parlatemi di comprar

altri terreni! Io non voglio impicci... Poi non avrei cuore di veder

soffrire i contadini... finirei col farli star meglio di me... e allora

mi rovinerei in poco tempo. No, no!.... mi basta il giardino, l’orto

e quella collinetta là.... Ecco! è il tempo della vendemmia. Io sono

là vestito così alla buona, con un gran cappellaccio di paglia in

testa. Mentre sono in faccende intorno alle tinozze, arriva un legno...

Oh gioja! sono gli amici!... c’è anche Dalia con loro... No, piano!

Dalia è meglio che venga da sè.... anzi sarà già con me.... Gli amici,

vedendomi con quell’ombrello in capo, colle vesti e la faccia dipinte

di mosto, ridono...; io li abbraccio. Essi gridano, strepitano, hanno

fame, hanno sete. Presto, Dalia! presto, Caterina (Caterina sarà una

buona massaja, incaricata de’ servizi grossolani e dell’educazione

dei pollastri), torcete il collo ad una dozzina dei vostri bipedi

allievi... Presto, presto!... Ecco si dà in tavola; si mangia, si beve

allegramente, poi si va a dormire. Alla mattina, gita sul laghetto.

Ora che ci penso! bisogna aprire un viale fino al lago... Eccolo

fatto!... un bel viale incassato fra due siepi di gelsomini... Ora in

barca... Ma gli amici preferiscono di andarsene a caccia; io mo resto,

chè preferisco la pesca. Dicono che la lenza sia un ordigno, ad una

estremità del quale è attaccato un pesce e all’altra un imbecille...

Ebbene! io amo la pesca colla lenza, e non sono un imbecille!... Il

divertimento del pescare sta negli accessorj... Io sono artista, e me

la godo collo star seduto in riva al lago, sotto gli alberi, soletto

ben inteso, chè solo non mi annojo mai... Ecco il mio divertimento! Se

piglio un pesciolino, è un di più... Avrò poi con me un magnifico cane

di Terranova, che non mi abbandonerà mai...»

Un malaugurato lenzuolo, che una contadina distese ad asciugare

su d’una funicella tirata fra due pali proprio dinanzi a Roberto,

togliendogli repentinamente la vista della sua nuova villeggiatura,

lo scosse da quella dolce contemplazione, e fugò brutalmente i suoi

sogni, che sparvero come uno stormo di passeri allo scoppio d’una

schioppettata. Roberto si guardò intorno, riconobbe l’osteria; si

rammentò dov’era. Accortosi poi che il sole era già alto, aggiustò

i suoi conti coll’oste, e riprese il suo cammino verso Asso, ove

doveva fermarsi un pajo di giorni presso un suo compagno. Quando fu

all’aperto, trasse il borsellino, e vuotatolo su d’una palma, noverò i

denari.

— Diavolo! sclamò fermandosi, si sono squagliati come la neve al sole.

Mille franchi in quindici dì!... Ma già se non ci sono, è segno che li

ho spesi... Tanto meglio!... Lavorerò e ne guadagnerò degli altri... Se

in quest’anno ho venduto due quadri, nel venturo ne venderò quattro.

Intanto non mi restano che poche lire pel ritorno... Ma! il conto

è subito fatto... Cinquecento lire gettate via a pagare i debiti...

poi il cappellino, lo sciallo e il vestito a Dalia... Essa non voleva

accettarli ad ogni costo, ma quando li ebbe, com’era contenta!...

Povera creatura!... E i colori che ho comperato, li conti per niente? e

i pennelli, le tele, ecc. ecc. Poi, diciamolo qui fra me e te, Roberto,

sono otto giorni che te ne vai gironzando e spendendo allegramente,

invece di studiare dal vero come avevi fissato di fare.... Ebbe

ragione Dalia di voler scommettere che non avrei nemmeno toccato un

pennello... Che importa! se non ho lavorato, lavorerò... Evviva noi!» e

canterellando continuò a camminare di buon passo.

Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia · 第 3 / 39 题