NOTE

[204] Dopo che il tebano Pelopida ebbe persuasi i suoi compagni di

esilio all'impresa di partirsi da Atene per muovere alla liberazione di

Tebe «mandaron essi nascostamente a Tebe ad avvertire dei loro disegni

gli amici ch'eran ivi rimasti: tra questi Carone ed Epaminonda.....

Stabilitosi quindi il giorno dell'impresa, parve bene ai profughi

che l'un d'essi, Ferenico, raccogliendo gli altri, facesse sosta in

Triasio, e che pochi de' più giovani arditamente si arrischiassero di

entrare in città: e se a questi incogliesse mai qualche sinistro dalla

parte de' nemici, gli altri tutti aver cura dovessero de' figliuoli

e de' padri loro. Il primo che si esibì ad andarci fu Pelopida, e poi

Melone e Dàmocle e Teopompo, stretti fra loro co' vincoli d'amicizia e

di fede, ed emuli sempre della gloria e del valore. Essendo _dodici_ in

tutto, dopo aver abbracciato quelli che restavano addietro, e mandato

innanzi un messo a Carone, si incamminarono succintamente vestiti...

_ecc. ecc._» PLUTARCO, in _Pelopida_.

[205] Cfr. nell'arringa di Lisia per _la uccision di Eratostene_, il

racconto del marito Eufileto: «Tornato a casa, ordinai alla fantesca

di seguirmi in piazza; e condottala ad uno de' miei famigliari, le

dissi che sapevo tutto quel che succedeva in casa mia. A te, quindi,

soggiungevo, sta lo sceglier fra i due: o passata per le verghe esser

condannata a rigirar la mola, tra patimenti senza fine, o confessando

la verità andar illesa, e aver da me il perdono de' tuoi delitti. E

quella sulle prime negava fermamente e diceva facessi pure di lei quel

che volevo; lei non saper nulla: ma quando nominai Eratostene, e dissi

che costui era il frequentatore di mia moglie, allora si sbigottì,

giudicando che io sapessi tutto. E cadendo alle mie ginocchia, e

fattasi da me promettere che non le avrei fatto del male, confessò...»

— _Uccis. Erat.,_ 18-20.

[206] Cfr. EURIPIDE, _Ippolito_, 645-650.

[207] Cfr. ARISTOF. _Rane_, 130 seg. — Dalla torre alta del Ceràmico

buttavano la face per dare il segnale della _corsa delle lampade_: di

che nelle note all'_Alcibiade_.

[208] Cfr. LISIA, _Uccis. di Eratost._, 21.

[209] PLUTARCO, _Vite dei X Oratori_, in _Antifonte_.

[210] Cfr. ALCIFR., _Lett._ 1, 29. Glicera, di Menandro gelosa, scrive

a Bacchide: «Conosco, o Bacchide, la reciproca amicizia che passa tra

di noi due: ma d'altra parte, o carissima, temo non tanto di te, che

ti so di costumi onesti, quanto di lui stesso: chè egli è donnajuolo

al sommo. Ma tu mi taccierai di ombrosa... Deh, scusa, diletta amica,

simili gelosie da amanti...».

[211] Furono gli Ateniesi benevoli ai profughi Tebani, «ricompensar

volendo i Tebani: perocchè questi principalmente contribuito aveano

a ristabilirsi in Atene il governo popolare e avean decretato che se

alcuno portando l'armi contro i tiranni passasse per la Beozia, nessuno

di quelli che ivi abitavano mostrar dovesse di sentire o veder cosa

alcuna». PLUT., in _Pelopida_. Cfr. SENOF. _Elleniche_, lib. II.

[212]

τῆς δέ γυναικὸς ὁ καιρός, κἂν τούτου μὴ ’πιλάβηται

οὐδείς ἐθέλει γῆμαι ταύτην, ὀττευομένη δὲ κάθηται.

ARISTOF., _Lisistrata_, 596-7.

[213] Frequenti e legittime erano nel dritto attico le adozioni —

permesse però solo a quelli che non avean figli propri (ISEO, _Ered.

d'Aristarco_, 9) — a fine di preservare da estinzione il casato.

«Dopo ciò (cioè dopo collocata in matrimonio ad altri la moglie)

pensava Mènecle al come evitare la mancanza di figli e aver chi lo

curasse nella vecchiaja, e morto gli rendesse le esequie e i sagrifici

dovuti in avvenire. Aveva bensì un nipote, il figlio di costui: ma

essendo figlio unico, ritenea disdicevole privar di prole mascolina

il fratello. E così essendo non vide altri più prossimi di noi...

E in questo modo Mènecle mi ebbe figlio ed erede suo». ISEO, _Ered.

Mènecle_, § 10-12. «Tutti quelli che son per morire si preoccupano di

ciò, che le loro case non restino solitarie, ma vi sia chi renda ai

loro Mani i sacrifici funebri, e le altre giuste cose: per il che se si

trovino senza figli, procurandosene per adozione, ne lasciano. Nè già

privatamente così stabiliscono, ma la stessa repubblica questo sanci:

mandando all'arconte di _aver cura che le case non restino solitarie_».

ISEO, _Eredità di Apollodoro_, § 30. Lo che voleva dire che se uno

moriva senza figli nè proprî nè adottivi, e senza testamento, pensava

l'arconte a istituirgli tra i prossimi congiunti, un figlio adottivo ed

erede.

Pel rimanente, le adozioni si facevano o appunto per testamento, o

_inter vivos_. In questo secondo caso (ch'è quel del nostro Mènecle e

di Elèo) l'adottante procedeva, così come usavasi pei neonati, alla

presentazione del figlio nella propria confraternita (_fratria_) e

all'iscrizione sul registro della stessa, formante il documento di

legittimità.

«Venuta la festa Targelia, mi introdusse innanzi all'altare tra i

fratori. A questi è legge che chiunque introduce un figliuolo o proprio

o adottivo, fa fede, in nome delle cose sacre, ch'egli introduce un

figlio d'una cittadina, legittimamente nato ed adottato. Compiuto ciò,

nullameno i fratori fan lo squittinio: e se essi giudicano alla stessa

maniera, allora solamente lo iscrivono nel registro pubblico». ISEO,

_Ered. di Apollodoro_, § 15-16.

[214] Il figlio adottato non poteva più tornar nella sua famiglia

paterna (così Mènecle nell'arriga d'ISEO, ha scrupolo adottando il

nipote di privar del figlio il fratello, IS., _Ered. Mèn._, 10), ed

entrava a far parte della tribù dell'adottante, che gli imponeva a

suo piacimento nuovo nome. (Ordinariamente, poi, i figli portavano il

nome dell'avo paterno: lo stesso avveniva per gli adottati). «Se uno

t'interrogasse: Dimmi, Beoto, come sei venuto nella tribù Acamantide

e diventato del demo di Torisio e figliuolo di Mantia ed erede delle

sostanze da lui lasciate? Non altro potresti dire, fuorchè: _Mi adottò

Mantia_. E se soggiungesse: dov'è la prova o la testimonianza? — Mi

menò tra i fratori — risponderesti. — Con qual nome? — Con quello di

Beoto. — Chè con questo fosti introdotto. Ora se il padre tornando a

vita ti mettesse al partito o di conservare il nome che ti diè o di non

ritener lui per padre, non sarebbe discreto?» DEMOST., _C. Beoto_, per

il nome, § 30, 31.

[215] Τῶν πατρώων ἒχεις τὸ μέρος. ἱερῶν, ὁσίων μετέχεις DEM., _C.

Beoto_, per il nome, § 35.

La sposa di Mènecle: Comedia in un prologo e tre atti, con note · 第 108 / 112 题