L'editore della presente traduzione d'uno fra i più notevoli lavori di
Federico Engels, l'amico Turati, mi chiede ch'io l'accompagni con una
prefazione. Accetto di buon grado l'invito, pur non dissimulandomi il
grave cómpito ch'esso m'addossa.
Ciò che il libro offre è detto dal titolo, e il nome dell'autore sta
a guarentigia che l'argomento è trattato da mano maestra. I pregi di
Engels come scrittore sono così universalmente riconosciuti, che è
inutile qui noverarli. Anzichè assicurare il lettore ch'egli ha dinanzi
il lavoro d'un uomo, il cui sapere era altrettanto vasto quanto era
profondo il giudizio e limpido e semplice lo stile, tornerà opportuno
esaminare in quale senso questo mirabile studio potrebbe oggi, per
avventura, completarsi.
Engels, come rileva egli stesso nella prefazione del 1884, nel
comporre questo libro adempì un legato impostogli da Carlo Marx. A chi
scrive venne fatto di gettare un'occhiata entro la fucina, ov'esso fu
elaborato. Sul principio del 1884 io mi trovai per qualche tempo ospite
di Engels, appunto allora intento ad una prima revisione accurata
delle carte postume di Marx. Fra i manoscritti, che in quell'occasione
Engels andava rileggendomi fino a notte inoltrata, eranvi anche i sunti
fatti da Marx dell'_Ancient Society_ di Lewis H. Morgan, corredati
di sue glosse marginali non di rado stringatissime. Non è intaccare
la fama dell'autore del _Capitale_ il soggiungere che le glosse non
contenevano nulla di nuovo e che, quanto ai sunti, se essi offrivano la
prova più convincente della coscienza portata da quel Grande nei suoi
lavori, non erano tuttavia più che marmo greggio, a cui mancava ancora
completamente una mano d'artista che desse loro una forma. Marx aveva
estratto da Morgan soltanto ciò, ch'eragli sembrato degno di speciale
osservazione; la morte gl'impedì d'andare oltre. Il cómpito d'elaborare
quei materiali toccò ad Engels, che l'esaurì in un tempo relativamente
breve, grazie all'essersi egli stesso dedicato altra volta a ricerche
più estese nel campo della storia primitiva dei Germani e dei Celti.
Insieme all'intento puramente oggettivo, di far conoscere al mondo
socialista e, di rimbalzo almeno, al mondo speciale dei dotti, le
scoperte di Morgan relative alla costituzione della _gens_ e alla sua
importanza per la scienza storica, fu anche un desiderio più personale,
che mosse Engels a comporre questo lavoro: il desiderio di porre sotto
miglior luce l'opera, a suo avviso ingiustamente negletta, di Morgan,
contribuendo così al riconoscimento dovuto ai meriti dello scrittore
americano. Forse Engels esagera alquanto, asserendo che il libro di
Morgan fu «sistematicamente sepolto» in Inghilterra (_Prefazione_ del
1891), giacchè il lieve conto che ne fecero gli etnologi inglesi si
spiega anche senza l'ipotesi d'una congiura del silenzio, come pure si
spiega che il suo editore lo trascurasse, dacchè la stampa specialista
l'aveva più criticato che non lodato. È certo nondimeno che i capi
delle scuole etnologiche non gli accordarono il posto che gli spetta
e che alcuni errori di Morgan nei minuti particolari fecero loro
disconoscere il valore delle nuove vedute, ond'egli arricchì la scienza
della storia primitiva dei popoli. Perchè ciò si evitasse ci sarebbero
voluti uomini immuni dalle prevenzioni ond'erano imbevuti gli etnologi
inglesi; uomini insomma che abbracciassero, collo stesso occhio di
Morgan, tutta quanta la sociologia.
In ogni scienza particolare s'annida la tendenza alla micrologia
specialista, la quale, ove trascenda, conduce ad un positivismo o
fenomenalismo pedantesco. Dinanzi alla mole del materiale raccolto
ed alle innumerevoli sue varietà, la fiducia nelle regole generali
svanisce e l'ufficio dell'indagatore sembra esaurirsi nel classificare
e coordinare le cose accettate ed i fatti acquisiti. Così la diffidenza
del legale specialista per tutte le teorie di diritto naturale cresce
in ragione della sua virtuosità nella casistica del diritto positivo;
le costruzioni filosofiche gli appaiono astrazioni fantastiche
o generalità prive di solida base. Sotto egual luce dovettero
manifestarsi alle predisposizioni positiviste degli etnologi le
formule generali, che Morgan presentava come frutto della sua analisi
sulle istituzioni degli Indiani nordamericani. Dovendosi qui ricavare
da un determinato principio fondamentale la genesi dei molteplici
fenomeni, ecco che la classificazione in vigore, tutta poggiata sovra
punti formali, sarebbe caduto in enorme discredito. Niuna meraviglia
che i rappresentanti di questa non s'accorgessero della nuova teoria
se non per rilevarne le lacune, mentre lo stesso Engels ammette che
talune ipotesi di Morgan sono insufficienti o affatto insostenibili.
Pei difensori del sistema antico, l'edificio teoretico di Morgan era
completamente crollato, rimanendone in piedi solo alcune illustrazioni
di singoli fenomeni, che vennero accettate di buon grado. Ma anche
a queste non si dette maggior peso che all'altro materiale empirico,
onde son pieni gli archivî etnologici, e ch'è del resto continuamente
sottoposto a nuove rettifiche in questo o quel particolare.
Engels riconosce in Morgan un nuovo scopritore «a suo modo» della
concezione materialistica della storia trovata da Marx e da lui nel
1844-45. Ma, se non voglia darsi a quell'«a suo modo» un significato
molto largo, tale affermazione parmi non regga; poichè in Morgan manca
appunto il principio caratteristico della concezione materialistica
della storia, cioè la derivazione delle idee giuridiche, morali, ecc.,
dal modo e dalle trasformazioni del sistema di produzione dei mezzi
di sussistenza. Certo egli ha fornito numerosi elementi a conforto
di tale correlazione; egli ha, ciò che più monta, distinto gli stadii
dell'evoluzione generale della civiltà desumendoli dallo stato in cui
trovavansi la conquista e la produzione dei mezzi di sussistenza.
Tuttavia qui si arresta il concetto ch'egli aveva dell'importanza
dell'elemento economico nell'evoluzione della società umana; cosicchè
non può dirsi che, nel campo dei principî, egli abbia superato il
confine, che separa la storia obiettiva della civiltà dal materialismo
storico. In altri termini, Morgan storico sta al materialismo storico
come i socialisti teorici del periodo 1825-1840 stanno al socialismo di
Marx ed Engels.
Non minor dose di materialismo storico che in Morgan si riscontra
nei teorici dell'owenismo, del sansimonismo e del fourierismo;
quest'ultima scuola in ispecie aveva negli Stati-Uniti rappresentanti
intelligentissimi, nè poteva essere ignorata da Morgan. Potrebbe forse
obbiettarsi che, pur non avendo costruito una teoria della storia
corrispondente al materialismo storico, nondimeno, adottandone il
metodo, egli l'avrebbe rafforzata coll'esempio. Anche questo, peraltro,
non è, a senso mio, sostenibile. In Morgan troviamo, è vero, che
si tien conto incidentalmente dell'influenza determinante che ha il
fattore della produzione, ma senza ch'esso sostenga la parte di forza
impellente assolutamente decisiva nell'evoluzione storica. Egli accorda
alle ideologie (alle rappresentazioni religiose, ecc.) una forza
d'impulso ben maggiore che loro non accordi il materialismo storico, e
nella struttura della famiglia — presa questa parola nel senso più lato
— vede un coefficiente d'evoluzione sociale per lo meno equivalente al
sistema di produzione.
Su quest'ultimo punto, Engels trova che Morgan, nello studio ch'egli
ha fatto di certi periodi dell'evoluzione, applicò fedelmente la
teoria materialistica della storia; e ciò inquantochè egli considera
anche la _vita sessuale_ come un _fattore di produzione_, il fattore
dell'origine della vita, della riproduzione della specie. Senonchè,
anche nella scuola di Marx-Engels, siffatta equiparazione della
produzione degli uomini con la produzione dei beni non mancò di
contraddittori. Uno fra i suoi rappresentanti più noti, H. Cunow,
scrivendo delle basi economiche del diritto materno, dimostrò che
ella si riduceva ad una mera analogia di parole, senza alcun sostegno
nei fatti. Sotto l'aspetto storico, non si tratta della materiale
produzione o riproduzione della vita umana, la quale è rimasta
la stessa sin dai tempi primitivi, ma bensì delle forme _della
vita sociale collettiva dei sessi_, dei loro reciproci _rapporti
giuridici_, dell'ordinamento familiare e delle sue mutazioni nella
storia dell'umanità. Ora, tali mutazioni non si sarebbero già svolte
indipendentemente, accanto a quelle del modo di produzione dei
mezzi di sussistenza, ma sarebbero anzi state determinate da queste.
L'ordinamento familiare dipenderebbe dal modo di produzione, ossia
dalla conquista dei mezzi di sussistenza. Chi giungesse a diverse
conclusioni diminuirebbe la portata del materialismo storico.
In quest'obbiezione v'ha ad ogni modo una parte di verità, giacchè
d'un'equivalenza della famiglia, quale fattore di riproduzione degli
esseri, coi fattori della produzione dei mezzi di sussistenza non si
trova traccia in nessuna fra le definizioni del materialismo storico
precedentemente pubblicate da Marx ed Engels. Engels rammenta bensì
nella presente opera che, in un manoscritto composto da Marx e da lui
nel 1846, dicevasi già che la prima divisione del lavoro fu quella fra
l'uomo e la donna per la procreazione dei figli; ma ciò non fa che dare
maggiore rilievo all'equivoco di quest'analogia. Infatti la divisione
delle funzioni nella procreazione e riproduzione non costituisce punto
uno stadio d'evoluzione della storia dell'umanità, ma ci trasporta
molto indietro nella storia dell'evoluzione degli animali e delle
piante e non è se non lo sviluppo ulteriore di altre divisioni di
lavoro o di funzioni. Considerata come produzione, la procreazione è
divisione di lavoro _biologica_, non sociologica.
Ma, se l'obbiezione di Cunow regge quanto alla _giustificazione_
data da Engels dell'equivalenza tra ordinamento familiare e sistema
di produzione, ciò non significa che Engels siasi del pari ingannato
quanto al fatto in sè stesso, nel porre cioè la famiglia e l'unione
dei sessi ad egual livello d'altri fattori della produzione, anzi,
nelle fasi primitive dell'evoluzione, persino talvolta ad un livello
superiore. In coteste fasi, il _modo_ della vita comune dei sessi,
relativamente all'influenza che può esercitare nella creazione e
nel consolidamento di comunità più o meno vaste, è anzitutto esso
medesimo un fattore importantissimo nella produzione o conquista dei
mezzi di sussistenza; in secondo luogo deve riconoscersene l'influenza
attraverso l'evoluzione del sistema di produzione, per ciò ch'è esso
appunto che ne suscita o rafforza le condizioni di progresso. Così
mi sembra, ad esempio, che le osservazioni di Engels sull'importanza
che ha la formazione dell'orda nell'elevamento del primo uomo al
disopra dello stadio d'evoluzione nel quale si arrestarono le scimmie
antropomorfe, pur restando nel regno delle ipotesi (giacchè a quel
progresso possono essere concorse altre cause), hanno tuttavia molti
argomenti in proprio favore. In ogni caso l'obbiezione di Cunow urta
contro lo stesso errore che, allo stesso proposito, riscontriamo
anche in Engels; quello cioè di non aver sufficientemente rilevato
la differenza fra rapporti _causali_ e _condizionali_, o, in altri
termini, fra _causa_ e _condizione_, ch'egli tratta a un dipresso come
sinonimi.
Nell'esposizione materialistica della storia, è questo veramente uno
scoglio fra i meno superabili. I cultori di cotesto metodo incappano
facilmente nell'equivoco di scorgere in coefficienti, che resero
una data evoluzione _possibile_, addirittura _le cause_ e _le forze
impellenti_ ond'essa è sorta. Ora, siffatti coefficienti possono,
è vero, aver agito come propulsori, ma ciò non vuol dire che siano
stati sempre il propulsore decisivo. Infatti v'hanno date condizioni
naturali — come le qualità del suolo, il clima, la preponderanza del
regno vegetale sul regno animale — necessarie allo svolgimento di
talune forme economiche e strutture sociali. Ma ciò non dimostra ancora
che tali forme e strutture siano il necessario prodotto di quelle
condizioni; che queste, cioè, siano _sufficienti_ a produrle anche
senza il sussidio di altri coefficienti. Quanto è agevole intuire in
astratto che tutto ciò che accade è necessario che accada, altrettanto
difficile è dimostrare siffatta necessità nei casi concreti, di
fronte al vario atteggiarsi degli organismi superiori. Esaminate più
davvicino, le pretese prove si riducono sempre a semplici combinazioni
di parziali concause e condizioni, che autorizzano bensì giudizî di
maggiore o minore probabilità, ma non mai di certezza apodittica.
Coloro, ai quali tutto ciò fa l'effetto di scoraggiante scetticismo,
rammentino che qui si tratta d'interpretazioni scientifiche _ex
postea_ e non già di formule di rivendicazioni — si tratta insomma di
_sapere_, non di _volere_. D'altronde l'azione pratica della democrazia
socialista non è ella stessa diretta principalmente a creare le
_condizioni_ d'un ordinamento sociale superiore, la cui struttura è
affare dell'avvenire?
Era troppo naturale che, nel ricercare presso i varî popoli le traccie
della _gens_ imperniata sulla successione materna (determinazione della
parentela secondo la discendenza materna), chi primo l'aveva scoperta,
Morgan, accordasse un'attenzione più intensa ai fatti, che meglio
si prestavano alla sua tesi, anzichè a quelli che se ne scostavano.
Talune sue generalizzazioni esagerate trovano poi una scusante nella
circostanza, che, allorquando egli scriveva la sua opera, le indagini
sulla storia primitiva erano poco sviluppate come scienza; mentre
oggidì s'esporrebbe al ridicolo chi osasse spacciare tutte le sue
proposizioni per altrettante verità apodittiche. Lo stesso dicasi
delle conclusioni che Engels, sulle traccie di Morgan, trasse rapporto
alla _gens_, però che anch'esse non vanno immuni da generalizzazioni
rivelatesi assolutamente eccessive.
Nell'accennato scritto di Cunow è poi data la convincente
dimostrazione, che il diritto materno non è punto un istituto, il quale
si svolga fatalmente dall'originaria famiglia-orda, se così si può
chiamarla, in conseguenza del crescere di questa, ma che si richiedono
sempre determinate condizioni economiche — una limitata agricoltura
coesistente alla caccia e alla pesca, come base della sussistenza —
perchè alla donna sia dato raggiungere, nella collettività domestica
ed eventualmente nella gens, quella posizione, che può definirsi di
diritto materno, nel significato in cui Engels adopera questa parola.
In Engels _diritto materno_, nel senso di posizione sociale più elevata
della donna, e _successione materna_ compaiono a un dipresso come
sinonimi, sebbene in realtà non lo siano affatto e la successione
materna fosse, anzi sia, in molti casi accompagnata ad una posizione
sociale assai bassa della donna. Del pari troviamo la successione
materna in popoli pastori, sebbene, secondo la teoria, la pastorizia
dovrebbe dare origine alla famiglia patriarcale. Fa d'uopo appunto,
come notammo, d'un concorso ininterrotto di differenti circostanze
perchè sorga una determinata istituzione sociale, e già presso i popoli
primitivi s'avverte che non v'ha assolutamente, nella serie delle
evoluzioni delle loro istituzioni sociali, una costante coincidenza
quanto agli stadii percorsi da ciascuno di essi.
Per tale rapporto, Engels si lascia più volte trascinare, nell'attuale
scritto, dalla predilezione per certe forme ed istituzioni del diritto
sociale, a conclusioni che non resistono ad una più accurata disamina.
Per esempio, egli esagera talvolta — non sempre — la portata del così
detto comunismo primitivo, che del resto non era sostanzialmente se
non un comunismo negativo, senza un concetto giuridico determinato, e
che assunse una forma positiva soltanto come collettivismo di gruppi
di parentela. Ciò, a cui mira la democrazia socialista, come partito
dei lavoratori, è, nei suoi presupposti materiali ed ideali, così
fondamentalmente diverso da quel primordiale «diritto di tutti sulla
terra e sui suoi prodotti», che si può dire in diametrale opposizione
con esso. Fra le rivendicazioni socialiste e quel diritto primitivo
non v'è più somiglianza che fra l'animismo dei selvaggi e le teorie
vitaliste dei moderni fisiologi. Osservato più attentamente, il
comunismo primitivo si presenta come una proprietà particolare di
gruppi sovra la terra e sui tesori ch'essa offre spontaneamente,
fondata sull'occupazione o sulla conquista o sulle forme affini
d'acquisto dei mezzi di sussistenza: raccolto e caccia. D'altronde,
anche in questi stadii si rinviene di già la proprietà personale,
sebbene, naturalmente, esercitata soltanto sovra oggetti d'uso
individuale, come armi, ornamenti e simili. Può dirsi, su per giù,
che il comunismo primitivo era un comunismo fondato sul non-lavoro e
che la sua scomparsa coincide col primo apparire della coltivazione
sistematica del suolo, d'onde l'acquisto dei mezzi di sussistenza
ebbe finalmente la vera impronta di _lavoro creatore_. Ovvero può
invece dirsi che il comunismo primitivo corrispondeva a quello stato
d'immediata dipendenza in cui l'uomo trovavasi ancora rapporto ai
doni spontanei della natura, e che cessa appunto non appena l'uomo
incomincia a dominare la natura. A mio avviso, nell'abbandono di
siffatto comunismo primordiale, potrà tutt'al più ravvisarsi una specie
di peccato originale storico: il peccato dell'umanità che s'accosta
all'albero della scienza.
Non dissimile è il giudizio storico, che deve darsi su l'abolizione
o la scomparsa della costituzione gentilizia; costituzione che
Engels medesimo dichiara possibile soltanto in uno stadio assai basso
d'evoluzione sociale — (popolazione scarso e lavoro poco produttivo) —
e destinata a tramontare al primo slancio ulteriore dell'evoluzione.
La forte simpatia di Engels per la società sorta sulle associazioni
gentilizie ed organizzata a loro servigio non gliene dissimula però i
lati oscuri ed il carattere transitorio. Nullameno anche il quadro,
ch'egli ci dà, del modo, con cui dalla costituzione gentilizia si
sarebbe svolto lo Stato, mi sembra di colorito alquanto tendenzioso.
Generalmente egli si raffigura questo trapasso come una specie di
peccato originale, prodotto da influenze degradanti, da interessi
spregevoli e da mezzi ignominiosi — come un abisso di corruzione,
in cui, dal grado di relativa elevatezza morale di già raggiunto,
sarebbe precipitata l'umanità. Qui abbiamo, secondo me, la eccessiva
generalizzazione di alcuni fenomeni accidentali o secondarî, che
risponde a quella pseudo-etica, a quel romanticismo sociale, che
troviamo più spesso nei radicali con tendenze conservatrici, ad
esempio nei democratici piccolo-borghesi, anzichè nei rappresentanti
del socialismo scientifico. Indubbiamente, ove le istituzioni sociali
sono poco evolute e lasciano lieve margine alle tendenze particolari
dell'individuo, minore è la possibilità di corruzione che non in
società più complicate; tuttavia chi vorrebbe perciò asserire in
generale che siano più elevate le condizioni morali delle società più
semplici? Non dovremmo piuttosto confessare che, per quanto ci seduca
a prospettiva del loro contrasto coll'ambiente attuale, il valore
morale non ne è soverchio? L'onestà dovuta ad ignoranza o ad assenza
di tentazioni ha tutt'altro carattere che non quella dei membri di
maggiori e più complicate comunità, dotati d'intelligenza ed esposti
ad ogni sorta di tentazioni. In parecchi passi lo stesso Engels mostra
la spaventosa rapidità con cui, ad esempio, la moralità dei barbari
Germani s'infrange nell'urto della civiltà romana; e lo stesso può
notarsi oggi negli individui che, appartenendo ad ambienti civili più
semplici, sono trascinati nell'orbita di civiltà superiori.
È errore purtroppo comune quello di scorgere una prova di moralità più
elevata della nostra civiltà, nell'assenza di talune immoralità o di
taluni vizi, che non è invece in realtà se non l'indice della rozzezza
di vita e d'ideazione dei popoli, presso i quali l'ammiriamo. Costumi
più semplici e moralità più alta son due termini, come tutti sanno,
sostanzialmente diversi. La sincerità dell'uomo della natura, che a
ciascuno dice ciò che di lui effettivamente pensa, c'impone per il
contrasto colla nostra cortesia di convenzione, la quale ci consente di
dirigere magari parole cortesi a persone che abbiano in dispregio; ma
non perciò pensiamo ad imitarla e ce ne avremmo a male se lo facessero
quelli che ci circondano. La nostro cortesia è ella forse più immorale
della sua sincerità? Oserei negarlo. Infatti la nostra ipocrisia,
appunto perchè convenzionale, non ha origine maligna; ell'è piuttosto
un _dominio sovra sè stessi_, richiesto dalle condizioni e dai rapporti
d'una vita più evoluta, la quale non tollera che s'abbia sempre il
cuore sulla lingua. Ben poteva, cent'anni fa, quando la Germania era
ancora quasi esclusivamente un paese agricolo, cantarsi da Goethe:
_In tedesco è mentir l'esser cortese._
Oggi, la si direbbe un'esagerazione priva di garbo; ma peggio ancora
il voler dedurre dalla scomparsa delle forme di convivenza primordiali
un abbassamento nel livello morale. È certo che le condizioni morali
dell'attuale Germania sono superiori a quelle del 1800.
Allorquando s'occupa di determinati popoli e della loro evoluzione,
Engels si mostra per lo più immune da romantici entusiasmi per le
civiltà primitive, anzi dileggia volontieri quegli scrittori, pei
quali il selvaggio è l'uomo migliore. Ma, nel riepilogare e nelle
formule generali, accade anche a lui di fermarsi ai lati luminosi
delle più antiche forme sociali, dimenticandone i lati oscuri.
D'altronde, non è semplicemente dalla simpatia, ben concepibile, verso
le istituzioni democratiche dei popoli primitivi ch'egli è spinto a
siffatte unilateralità; nel suo modo di presentare la storia si sente
piuttosto l'influenza di certe vedute fourieriste ed hegeliane. Sulla
fine del libro, è Engels stesso che cita la _Critica della civiltà_ di
Fourier, dove appunto fra le note predominanti emerge l'evoluzione fino
a noi, rappresentata quale un progresso intellettuale accompagnato da
degenerazione morale. Ad eguali conclusioni giunge in Hegel il concetto
della storia, che s'evolve per via di antitesi. Ora, volendo giudicare
il presente sotto questo aspetto, si è fatalmente portati ad esagerare
il valore di determinate istituzioni del passato.
Così, ad esempio, la moderna prostituzione è ben più ripugnante al
nostro senso morale che non la poligamia, quale la rinveniamo anche
in anteriori stadi d'evoluzione. Eppure la prima segna un grande
progresso morale, in quanto riposo sul riconoscimento della libera
personalità. La prostituta moderna dispone ella stessa del proprio
corpo, al contrario di ciò che accadeva generalmente nella poligamia.
Anche vendendosi sotto il pungolo del bisogno, ella esercita un atto
d'indipendenza, che presso varî popoli così detti della natura è alla
donna negato. Certamente la vendita o il baratto di fanciulle adulte,
che si fa nel matrimonio dai loro genitori o dal capo della famiglia ad
un terzo, si concilia colle idee generali di questi popoli assai meglio
che non la prostituzione volontaria colle nostre; ciò tuttavia prova
unicamente che i nostri odierni criterî sono più elevati e non già che
i nostri costumi sono decaduti.
Tale è principalmente il criterio, con cui dobbiamo confrontare e
valutare le condizioni morali d'epoche diverse. Formuliamolo come ci
pare, ma sempre troveremo che questo criterio si risolve nel maggiore
o minor _rispetto della personalità_ e nella posizione che a questa
è fatta nella comunità. S'intende che la libertà puramente formale
della personalità esige, per divenire vera libertà, certe condizioni
economiche e che il rispetto sociale della personalità presuppone il
rispetto e la padronanza di sè stessi.
A Fourier e a Hegel si connettono altresì parecchie deduzioni di Engels
sulla futura forma della famiglia e del vincolo sociale. Nel matrimonio
proletario egli ravvisa uno stadio di monogamia più elevato che non
quello in cui trovasi il matrimonio borghese. Vi mancano, secondo
lui, insieme alla proprietà, l'impulso ed i mezzi ad un predominio
maschile e l'eguaglianza economica dei sessi fa sì che di regola
l'amore sessuale presieda veramente alla loro unione. Passati i mezzi
di produzione in proprietà comune della società, diventati oggetto
di industria pubblica i lavori che prima appartenevano all'economia
domestica, convertita in pubblico servizio l'assistenza e l'educazione
dei fanciulli, diverrebbe generale questa eguaglianza di fatto dei
sessi, rendendo in pari tempo possibili le unioni sessuali fondate
esclusivamente sull'amore sessuale. Nondimeno Engels dubita che,
avverandosi tutto ciò, cadrebbe anche la monogamia, la quale oggi ha la
prostituzione per correlativo, essendo difficile ammettere che questa
possa scomparire senza trascinare nella sua caduta la monogamia.
Anche della verità di taluno di questi presupposti può tuttavolta
dubitarsi. Così la vita coniugale del moderno lavoratore è considerata
da Engels un po' troppo dal punto di vista del concetto tradizionale di
«proletario». Nei paesi meglio progrediti, il matrimonio del lavoratore
tende in fatto assai più ad imborghesirsi che non a svolgersi in una
propria direzione indipendente e, almeno per ora, subisce più del
matrimonio borghese l'influenza della legislazione sociale. Questa,
è vero, toglie ai genitori parte delle cure pei fanciulli, ma, col
divieto del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche, colla diminuzione
delle ore di lavoro degli adulti e con altrettali disposizioni,
paralizza una quantità di forze tendenti all'abolizione od alla
decomposizione della famiglia. Oltracciò, nel mondo dei lavoratori è
regola quasi generale che col matrimonio la donna abbandona il lavoro
retribuito o lo limita sensibilmente, dedicandosi sovratutto alla
direzione della casa. Il piede di casa individuale importa senza dubbio
un sensibile spreco di lavoro, ma l'attrattiva d'una casa propria è
talmente forte per la grande maggioranza degli uomini, da far loro
preferire il sovrappiù necessario di lavoro casalingo ai cresciuti
mezzi di godimento, che sarebbero apportati dalla trasformazione della
economia domestica in industrie pubbliche. Si può certamente constatare
una serie di fenomeni, che contribuiscono a rendere _meno gravosa_ ed
a _completare_ la vita domestica individuale — ma non si può punto
constatarne la dissoluzione, almeno nella classe lavoratrice. Il
problema del servizio nella casa borghese, che si agita attualmente nei
paesi progrediti, non minaccia affatto la casa operaia.
È del pari dubbio se noi andiamo incontro ad un'epoca in cui al
matrimonio monogamico saranno tolte le sue basi economiche. La
necessità della coesistenza della prostituzione con questo matrimonio
può sostenersi soltanto da chi al concetto di «monogamia» dà un
significato soverchiamente gretto. Dell'odierno matrimonio dei
lavoratori, Engels afferma che esso è monogamico nel significato
etimologico, ma non affatto nel significato storico della parola.
Tuttavia, che cosa devesi intendere per «monogamico nel significato
storico»? Chi ben guardi, tale espressione è da Engels usata per
indicare quella _forma_, in cui primitivamente la monogamia si svolge
da precedenti forme di connubii (connubio per gruppi o per coppie),
ossia il connubio individuale con predominio quasi assoluto dell'uomo
sulla donna. Egli medesimo, però, ammette che la monogamia non apparve
punto dappertutto nella «rude forma classica» assunta, secondo lui,
presso i Greci, indicando inoltre come essa si distingua nei diversi
paesi con tratti differenti. Se ne dovrebbe concludere che il concetto
di «monogamia» non si esaurisce nel significato connesso alla forma
primordiale; e che siamo quindi autorizzati ad applicarlo a tutti
i connubii fra un solo uomo e una sola donna, il cui intento sia
superiore a quello d'un semplice appaiamento o d'un appaiamento a
durata fissa.
Quell'elemento, già così importante nella conclusione del matrimonio,
ch'è l'armonia spirituale o psichica e quindi il completamento
reciproco dei due, è affatto trascurato da Engels, sebbene col
progredire della civiltà esso divenga nel matrimonio un coefficiente di
sempre maggiore importanza. Ma conviene che cadano non pochi ostacoli,
che scompaiano non pochi pregiudizii, prima che cessi lo stato
d'inferiorità della donna di fronte all'uomo; e quindi il matrimonio,
ch'è quanto dire l'unità della famiglia, ha dinanzi a sè ancora molto
tempo per mantenersi essenzialmente monogamico.
Un discorso analogo può tenersi per quel che riguarda lo Stato.
Anche per quest'istituto vediamo Engels fondarsi su una definizione
che s'attaglia alle sue _particolarità iniziali_ — formazione del
dominio di classe — per predirne la futura scomparsa. Ora, nel corso
dell'evoluzione, lo Stato ha sostanzialmente ampliato le sue forme,
assumendo sempre nuove funzioni. Non ne parla Engels stesso come d'un
organo di divisione del lavoro sociale? E dovrà per questo credersi
che, tolto di mezzo il presupposto or ora menzionato, anche lo
Stato abbia a spegnersi o a paralizzarsi? Ciò mi sembra estremamente
inverosimile. Infatti, l'evoluzione che procede sotto i nostri occhi ci
mostra che, all'opposto, man mano lo Stato cessa d'essere l'organo del
dominio o dell'oppressione di classe, più va estendendosi la sua sfera
d'azione. Ed anche nei suoi primordi esso non è un semplice congegno
di codesta oppressione: il suo sorgere coincide colla formazione
di grandi unità di popoli, entro confini fissi, con sedi stabili e
la cui coesione non è più dovuta esclusivamente alle associazioni
familiari. Esso nasce _dall'aumento numerico_ e dalla _densità_ della
popolazione stabile su un dato territorio; nè potendosi tale aumento
concepire senza una grande _ricchezza economica_ e lunghi _periodi
pace_, ecco che lo Stato nascente, pur essendo un mezzo di dominazione
di classe, è altresì il caposaldo e l'espressione d'un grande
progresso sociale. Il che ci è pure mostrato dallo stesso Engels,
allorquando nella federazione delle razze irocchesi scorge il crollo
di quella costituzione gentilizia, che precorse l'instaurazione dello
Stato e ch'era troppo limitata e gretta per tollerare un sensibile
progresso sovra il tenore di vita degli Indiani in continua guerra
pei territorii di caccia, ecc. Se, adunque, al suo apparire, lo Stato
serviva alla dominazione di classe, o se venne foggiato da classi
dominanti intente a consolidarsi il potere, si tratta d'una faccia del
suo organismo, che non forma se non _una particolarità secondaria_,
radicata non nelle forze che agiscono permanentemente, ma bensì nelle
_transitorie circostanze_ della sua creazione e conservazione. La
scomparsa dello Stato presuppone non solo l'abolizione del dominio
di classe, ma lo spezzarsi altresì delle grandi unità nazionali per
far luogo ad associazioni staccate di piccole corporazioni o gruppi.
Quest'ultimo evento è però più che improbabile. Per quanto il principio
democratico della federazione sia destinato a trionfare e a informare
il rapporto dei gruppi locali e professionali collo Stato — e io penso
che sia questo uno fra i più importanti problemi contemporanei — la
molteplicità e multiformità dei gruppi ed il continuo aumento dei
congegni della società sono tuttavia segni certi che non ne conseguirà
la soppressione dell'organismo che tutti li abbraccia, cioè dello
Stato.
Vero è soltanto che cadrà lo Stato sfruttatore ed oppressore. Ma
questa non è se non una particolare forma di Stato, e non lo Stato in
generale.
Furono, come già si disse, concetti appresi da Fourier e da Hegel
che condussero Engels a identificare sostanza e forma od a prendere
pel tutto un lato particolare della cosa. Anche Fourier abolisce lo
Stato, sostituendogli l'associazione dei falansteri; il concetto poi
che lo Stato scompare insieme al dominio di classe, donde è generato,
corrisponde alla formula hegeliana, per la quale la negazione della
negazione è legge dell'evoluzione. Ma, per quanto in Fourier e
Hegel si ammirino due illustri precursori della moderna dottrina
dell'evoluzione, ciò non toglie l'errore insito nelle loro formule, e
che consiste precisamente nel rilevare trasformazioni assolute o totali
là dove in realtà non si riscontrano se non mutazioni relative.
Ma facciamo punto colle riserve, le quali han di mira soltanto
singole pagine del lavoro di Engels, lasciandone pressochè intatto il
complesso, e le quali non vietano d'apprezzarne l'alto valore. Ogni
esposizione storica, ogni interpretazione di evoluzioni storiche è,
fino a un certo segno, una creazione ed offre un elemento soggettivo
determinato dalla personalità dell'autore. A nessuno è concesso
presentare la verità nella sua pienezza, o per lo meno esprimere
sempre esattamente il rapporto di tutti i fattori di un fenomeno. In
questa materia, poi, si è quasi sempre dinnanzi ad ipotesi, più o meno
verosimili, ma che non sono ancora certezza. Così lo stesso Engels
modificò nella quarta edizione di questo libro taluni passi della prima
ed avrebbe, occorrendo, fatto lo stesso nelle edizioni successive. Il
suo libro non è un catechismo, ma un tentativo di rappresentare le
forze e le circostanze che foggiarono i tre più importanti istituti
giuridico-sociali della società incivilita e ne conservarono le forme a
noi conosciute: proprietà, famiglia, Stato.
Se Engels quà e là può ingannarsi nel valutare l'influenza di talune
fra queste forze in date evoluzioni, ce ne compensa l'ammirabile
finezza, con cui egli ci esibì un quadro vivace, intuitivo, del loro
complesso. Tanto la muta azione degli elementi economici che, quasi
inavvertiti, minano le fondamenta di società o d'istituzioni sociali,
rendendone prima possibile, poi inevitabile, la trasformazione,
quanto l'influenza delle forze soggettive o ideologiche, sono esposte
in modo meraviglioso. Pochi possiedono, al pari di Engels, la dote
d'offrire molto in breve contorno, senza divenir pesanti. Egli è sempre
chiaro e vivo, maestro nell'analisi e nell'arte di scegliere, nella
molteplicità dei fenomeni e delle forze, sempre i fenomeni e le forze
prevalenti. Sono queste qualità che rendono prezioso il suo libro anche
agli etnologi di professione, così esposti al pericolo di perdere
di vista, nelle ricerche speciali, le correlazioni generali delle
cose. Per la democrazia socialista, poi, esso ha il notevole merito
di renderle famigliari i risultati d'una scienza, alla quale la massa
dei socialisti non potè dedicare soverchio tempo e che pure è di non
lieve importanza per intendere l'essenza della società. Si potranno
sottoporre a revisione i particolari di questo libro, ma, come guida
per conoscere i problemi della storia primitiva, esso è insuperabile.