DA PAINA A MONZA.

_Seregno. — Desio. — Lissone. — Muggiò._

Soffrite che prosegua a parlarvi di me. Sì vive impressioni riportai

dalle mie peregrinazioni in questi luoghi deliziosi, che anche a mio

malgrado mi riempiono ancora tutto di sè, e si inframmettono a tutti i

miei discorsi come l'idea della patria si frammischia a tutte le parole

del profugo, che l'ha perduta.

Passata una notte a Paina, prima dell'alba mi alzai irrigidito da

una brezza autunnale, che però prometteva di intiepidirsi fra poco.

Studiando il passo arrivai a _Seregno_ borgo più grosso, non bellezze

di vie, non isplendidezza di palagi, poca eleganza di giardini; invece

bellissima e altissima torre, con grave incomodo però disgiunta dalla

tonda chiesa parrocchiale, con buona facciata del professor cavalier

Pino. È nota la mimica _Funzione dell'Interro_, onde erano vaghi

gli abitatori di questo borgo, ma che da providi regolamenti fu poi

modificata, quindi abolita. L'astronomo Carlini, livellato il pavimento

della chiesa di Seregno, lo trovò 300 piedi al di sopra del piano

dell'orto botanico di Brera.

La speranza non si deluse, il gelido orezzo cesse dinanzi ad un

blando zeffiretto autunnale onde era scosso il calice de' fiori, che

s'aprivano lieti al sorriso del sole nascente, e mandavano anch'essi

nella muta loquela l'inno al Creatore. L'usignuolo intanto risvegliato

dal ritorno dell'astro che avviva la natura usciva dal nido e

poggiando sopra d'un ramo, che andava già perdendo le foglie, mandava

un soavissimo gorgheggio, grato anch'egli alla pietà di Chi veste

l'augello di penne, e gli prepara il nutrimento e il nido.

Tutto è lezione per l'uomo! Lezione è per lui l'animata natura! Viene

la stagione invernale; i fiori di repente intirizziti sullo stelo

chinano il capo e muojono, la pianta perde ogni ornamento, il sole

vibra meno ardenti i suoi raggi, ma torna la primavera, e i fiori e

le foglie rinascono con essa. Noi soli, non sentiamo questa vicenda;

quando la nostra vita toccò l'estremo suo tramonto, essa non rifiorisce

mai più; una nuova generazione scorre sull'avello delle antiche e noi a

poco a poco veniamo cancellati anche dalla ricordanza.

Ed eccoci fra queste fantasie sulla strada di _Desio_; dappertutto

contadini che si spargevano nella campagna, fanciullette che spingevano

la vaccherella ringaluzzita anch'essa dal soave tepore delle placidi

aurette; dappertutto canti armoniosi del vendemmiatore. Bellissima a

vedere è la quantità di gelsi che crescono in questo suolo, ricco di

quella foglia che rende lo straniero tributario al Lombardo di forse

cento milioni ogni anno. Quella vista mi trasportava nell'operose

officine dei setificj, a veder come la moda moltiplicando l'uso di

questo tessuto, raddoppi il valore e le ricchezze del nostro terreno;

a veder le migliaja di mani che affaticano per esso, tramutandolo in

trine, velluti, attendendo chi ai cascami, chi alle trame, chi agli

organzini, chi combina i colori, chi prepara i disegni, chi ordisce,

chi appretta, chi torce, e cento e cento che lo trasportano da paese

a paese, che lo fanno passare di mano in mano, cercando i mezzi di

accrescere i vantaggi della lombarda floridezza.

Desio, borgo s'altri mai considerevole e popoloso, ricchissimo di

memorie, ebbe il nome dalla sua distanza da Milano, come Nova, Sesto,

Quinto e Quarto. San Giovanni Bono, arcivescovo milanese, vi fondò

la collegiata di San Materno che nel 1288 avea soggette quarantadue

chiese. Nella parrocchia esiste ancora il sepolcro di Giovanni

Lampugnano, che spropriatosi di tutto a favore de' poverelli, trascinò

sette anni nella miseria, e finì nel 1563 una vita che non vuol esser

per nulla dimenticata. Recentemente vi fu posto un bel quadro, la

morte di San Giuseppe, lavoro del nostro Vitale Sala. Al tempo in cui

il popolo milanese e quello del suo contado faceano scorrere torrenti

di sangue all'ombra de' due celebri nomi _torriano_ e _visconti_, i

seguaci dei Torriani si rinchiusero coi loro capi nel borgo di Desio,

ma sorpresi ivi dall'arcivescovo Ottone, 20 gennajo 1277, in parte vi

lasciarono la libertà, in parte la vita. In secoli più vicini a noi

Desio colla poco discosta cascina _Aliprandi_ divennero feudo del conte

spagnuolo Manriquez de Mendocia, che ne fu investito dalla cattolica

maestà, 1580.

Ma della storia di questo borgo non intendiamo intrattenerci più a

lungo per non uscire dal campo che ci siamo proposto, e per poter aver

più agio di favellare delle sue proprietà corografiche ed artificiali.

E soprattutto vuole ragione che ci allarghiamo a parlare della

villa Traversi, già Cusani. Il palazzo, se cede per magnificenza a

tanti altri di questi contorni, difficilmente è da altri superato in

agiatezza. In esso puoi vedere i primi felici tentativi delle pitture

all'encausto dei fratelli Gerli; è fiancheggiato lateralmente da due

bellissimi arancieri, il sinistro de' quali si unisce colle serre dei

fiori più dilicati e peregrini. Ed ecco succedere il boschetto delle

piante forestiere, a cui fa degnissima compagnia il vasto castagneto,

tagliato da tre larghi viali che convergono fino a combaciarsi. Di là

ti farà grata meraviglia recarti al labirinto, uscito dal quale, recati

al villereccio casolare, rustico all'esterno, e che in un subito vedrai

nel suo di dentro tramutarsi quasi per incanto in un'elegantissima sala

adorna di pitture, di gusto egiziano, che circondano una squisitissima

statua d'Apollo. Oh come ti sarà grato affacciarti alle placide onde

del laghetto, vedere i nuoti del cigno, i guizzi dei pesci, e nel

mezzo la circolare isoletta, popolata di pioppi e di cipressi della

Luigiana! Oh come vedrai d'improvviso mutarsi la sera se ascenderai

per la grotta al sommo del poggio vestito di smilaci, tassi, lauri,

ginepri, e sempre verdi pini, d'onde la vista tira in lontananza fra

quelle incantevoli prospettive di cui i soli Brianzuoli, abituati

a goderle, sentono meno che dovrebbero le meraviglie! «Scendendo si

passa il ponte, scrive il mio amico Michele Sartorio, da dove la veduta

del lago si offre amenissima, e quindi per una grotta s'entra in una

gentil capanna, in cui vennero dipinti dal signor Domenico Menozzi i

compassionevoli casi d'Erminia; un bel monumento si trova quivi pure

consacrato alla memoria dell'immortale Torquato. La capanna giace

nella valle del fiume ed offre un ridente e tranquillo passeggio. Sul

circolar pendìo un vasto bosco di pini che si prolunga, dà molt'ombra e

guida al tempietto costrutto sopra disegno del professore Zanoja. Esso

è monopetro e consta di colonne joniche striate sostenenti la cornice

reale, che porta la tazza interiormente compartita a cassettoni co'

rosoni. Circolari scalini introducono alla cella nel cui mezzo posa

sopra piedestallo la statua d'Imene a cui il tempio è dedicato. Questo

piccolo edificio per la sua bella proporzione, per la materia ond'è

composto, per la precisione del lavoro e per l'amena sua situazione

riesce oltremodo pregevole. Per sinuosi sentieri, che attraversano la

costiera coronata di viti, giungesi al castello diroccato. Sul rialzato

ponte del castello si domina il sottoposto tortuoso letto del ruscello,

che mette nel lago e si gode all'intorno una vaga veduta, che può dirsi

un eccellente quadro di paesaggio. Su di vicino rialto ombroso il punto

di vista si fa più bello ancora. Movendo più innanzi alla diritta

v'è il vivajo delle piante e degli arbusti forestieri ed indigeni.

Per ultimo, dirigendoci al giardino de' vasi degli agrumi, di contro

le aranciaje, guadagniamo il palazzo innanzi al quale si distende un

vasto e ben ordinato _parterre_ ove, per cura di Giovanni Casoretti,

direttore di codesta amenissima villa, prosperano ad ogni stagione

i fiori più rari e più svariati, che profumano l'aria de' più soavi

odori. Per ogni dove tu volga l'occhio, i colori più vivaci illuminati

dal sole ci sfolgorano innanzi con una, direi quasi, discorde, ma pur

grata armonia, che ti fa fantasticare d'aggirarti pei sentieri sempre

fioriti dell'Eden».

Nè qui sta tutto il bello di questa villa, chè degnissima di ogni

riguardo è la gotica torre che sorge superba d'essere uscita dalla

mente dell'esimio pittore ed architetto Pelagio Palagi.

Nella vasta sala delle armerie, entro la torre, sono stimatissime

le vetriere colorate, venute qui, secondo la fama, da un convento di

Svizzera. Su l'uno tu scorgi un apostolo nell'alto di levar la mano

armata del brando, sull'altro si presenta San Benedetto che sostiene

colla destra un libro aperto ad una pagina, che dice _Silentium_;

nel terzo la Vergine trionfante fra cori d'angeli, San Carlo e

Sant'Ambrogio, e questo è molto pregevole, con la data del 1689. Gesù

all'orto è il soggetto rappresentato nel quarto; il miracolo d'un Santo

prestò l'argomento al quinto che fu eseguito nel 1683 e porta il pregio

su tutti gli altri. Il monumento di Diego Raminez De Guzman, colla data

del 1528, fu qui, son pochi anni, trasferito dalla chiesa delle Grazie

in Milano. L'edera e il semprevivo che serpeggiano sull'edificio ne

ravvivano potentemente la bellezza, e parlano all'anima, come tutto

quello che ci trasporta fra le idee del passato; e là siedi sotto

la pioggia dei rami cadenti del salice che s'inchina sul sottoposto

laghetto e canta coll'affettuoso Pindemonte:

Melanconia

Ninfa gentile,

La vita mia

Consacro a te.

I tuoi piaceri

Chi tiene a vile

Ai piacer veri

Nato non è.

Tal si mostra il giardino Traversi, e allorquando la primavera ritorna

l'esistenza alle piante e agli arbusti i fiori, vedresti rivestirsi

di foglie i poggi, i platani, i peri, i pini ordinarj di rara

grandezza, il pino più scarso del Chili. Allora risorgono rinvigorite

di fresco umore le magnolie, le mimose, succedendo alle camellie, e

la variatissima propagine delle rose, fra cui ti sarà grato conoscere

quella che ebbe il nome della cortese signora di questa delizia.

In questa villa l'abate Amoretti scrisse la maggior parte del suo

_Viaggio ai tre Laghi_, e gli uomini al pari di costui spasimati

dall'erudizione leggano le romane epigrafi che vi restano

tuttora, delle quali riprodurremo le tre seguenti valendoci della

interpretazione che ne fece il principe degli archeologi italiani

presenti, il dottor Giovanni Labus.

La prima dice:

_Iovi Optimo Maximo Comensi_

EX PRAEMISSA

FULGURIS

POTESTATE

FLAVIUS VALENS

_Vir. Clarissimus_ EX _Decreto_

_Votum Solvit Libens Merito_

_Datum Publice_

La seconda è così concepita:

HERC

VLI IN

VICTO

MYRIS

MOS

ET QUIN

TIUS

_Votum Solvunt Libentes Merito_

La terza poi sta nei termini seguenti:

HERCVLI IN

VICTO

_Votum Solvit Libens Merito_

_Lucius_ DOMITIUS

GERMANUS

SALVO PATRONO

Avviandoci verso Monza ci converrà uscire alquanto della strada maestra

se vogliamo recarci a _Lissone_, grossa e popolata unione di case, di

decentissimo aspetto e piena di tumulto contadinesco, che fa un bel

contrapposto coll'indolenza di tante borgate della bassa Lombardia.

_Muggiò_ villa autunnale dei Barnabiti di Monza, è l'ultima terra che

s'incontra prima di giungere a Monza da cui è quasi egualmente distante

come da Desio. Trovasi in un terreno fertilissimo tagliato da quattro

strade principali. Rientriamo nella città, meta dei nostri viaggi, per

la port presso la chiesa di San Biagio.

Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine · 第 65 / 80 题