_Soldo. — Orsenigo. — Alzate. — Verzago. — Torrenti Lubiana,
Terrò, Lobbia. — Fecchio. — Cantù. — Galliano. — Intimiano.
— Vighizzolo. — Figino. — Novedrate. — Carimate. — Mariano. —
Cabiate. — Meda. — Lurago. — Lambrugo. — Inverigo. — Cremnago.
— Villa Romanò. — Romanò. — Bigonzo. — Arosio. — Giussano. —
Robiano. — Verano. — Agliate. — Carate. — Grotta di Realdino. —
Paina._
Due linee di strada, che partendo da Erba vanno a riunirsi ancora
a Paina, costituiscono una specie di triangolo, un lato del quale è
formato dalla striscia che da Erba corre a Cantù, l'altro da quella che
unisce Cantù con Paina, il terzo, che sarebbe l'ipotenusa, da un'altra
striscia che va a dirittura da quest'ultima terra infino ad Erba. Noi
seguiremo tale configurazione per parlare de' paesi che si trovano
sulla sinistra del Lambro.
Partito da Erba e superato Paravicino e Carcano eccoci sotto al
magnifico _Soldo_, poggio di rara bellezza, a cui si ascende per
un'agevolissima via.
L'estensione dell'orizzonte, non chiuso che da altissime montagne,
le comode stradicciuole, i variatissimi filari di vite, i giardini
inglesi, i boschetti, le ombrose alee, i paretai (_bressanell_) danno a
questa collina una squisita amenità. L'attuale proprietario D. Giacomo
Appiani d'Aragona, vi fece erigere una semplice abitazione campestre,
secondo il disegno del distintissimo Moraglia, a cui sta vicina una
bellissima cappella, ed il casolare del giardiniere, dipinto a guisa
di castello dal tanto rinomato Alessandro Sanquirico. Questo delizioso
soggiorno non era, buon tempo fa, che un'aspra eminenza, coperta
d'annose piante, che impedivano di godere le tante bellezze di cui le
era stata liberale la natura.
_Orsenigo_, villaggio acclive, ha sulla piazza della chiesa la bella
casa Carcano, architettata di recente dal Moraglia. Proseguendo per
la via grossa giungiamo ad _Alzate_, pittoresco paesello, alquanto
rialzato, ove l'austero antico è frammisto ad un ridente moderno;
allato al vecchio castello, reliquia forse di romana potenza, sorge il
palazzo Clerici, chiamato di fresco a forma più nuova ed abbellito d'un
vasto giardino. L'antica costruzione puoi vederla anche nella delizia
e nell'ameno giardino Odescalchi. Sulla piazza della parrocchiale di
San Pietro posta a settentrione del paese sorge un cippo di Minerva,
ora convertito in un piccolo monumento ad onore del Principe degli
Apostoli. Un'iscrizione appostavi dice:
MINERVÆ
V. S. L. M.
VITALIO
MAXIMI FILIUS
Da qui spingendo lo sguardo a nord-ovest appare di fronte la villa
Giovio di _Verzago_, distinta al boschetto dei pini che le sorge
davanti.
Subito dopo Alzate la strada diviene faticosa, ripida, attraversa
la roggia _Lubiana_ ed i torrenti _Terrò_ e _Robbia_, che bagnano
un terreno tutto variato di colline, d'altipiani, fin che arriva a
_Fecchio_, popolato casale frammezzo a numerosi cascinotti, e case
isolate, a cui succede il poco discosto borgo di Cantù.
Non è chi al primo affacciarsi a questa ultima terra non s'accorga
tosto della sua antichità, tanti segni tuttora conserva d'una passata
grandezza. _Cantù_ di fatti guerreggiò nei tempi municipali coi rivali
Comaschi; fu la seconda capitale della Martesana e anche oggi è borgo
assai considerevole. Duole però che l'interno del paese mal risponda al
numero della sua popolazione ed all'importanza delle sue manifatture,
alcune vie e viuzze ripide e sassose; una piazza vasta, ma irregolare
e pendente, chiese di poca considerazione. Vogliono però essere veduti
i palazzi Archinto e Salterio, già dei Pietrasanta. I suoi abitanti
sono attivi; la maggior parte agricoli, il resto artieri; le donne
si occupano di preferenza a far de' merletti, gli uomini brocchette
di ferro, che vanno per tutta Lombardia ed anche nella Toscana, nella
Svizzera, nel Parmigiano e nel Piemonte; i merletti hanno una maggiore
estensione di commercio.
Nessuno che si trovi a Cantù deve omettere di vedere l'antichissima
chiesa di _Galliano_, per quanto ruinata e mal custodita. Presenta,
secondo i canoni dell'antica disciplina, tre navi; nella destra
presso la porta d'ingresso s'erge una torre e dirimpetto alla porta
l'altare e l'abside; ove in quattro gironi è dipinto il martirio di
San Vincenzo, patrono di quella chiesa. Sono innumerevoli le figure
che adornano quella volta, una delle quali, ora levata, rappresentava
l'illustre Ariberto da Intimiano, che prima d'essere metropolita
milanese era stato custode di questa chiesa. Chi può dire di chi
siano quelle pitture? Credo nessuno; nulladimeno avuto riguardo ai
tempi in cui furono eseguite ed al loro merito, per quanto rozze ed
inarmoniche, si potrebbe conghietturare fossero di pennello greco,
sapendo che dipintori greci erano a Venezia anche a' tempi della
nostra totale ignoranza. Pochi passi a sinistra di questa chiesa vi è
l'antico battistero, girato nell'interno dalla solita ringhiera, a cui
mettono due scale, destinate ai curiosi ed ai devoti, che traevano alla
cerimonia del battesimo. La chiesa di Galliano fu capo pieve fino ai
tempi di San Carlo Borromeo.
Al nord di Cantù è _Intimiano_, patria del già citato arcivescovo
Ariberto, nato secondo alcuni in un castello, sulla cui area fu
costruita la casa Luraschi. I suoi abitatori hanno la singolare abilità
d'intrecciare cappelli di paglia, ed erigere archi trionfali di paglia,
giunchi e mortella.
Una linea che tira a sud-est da Cantù guida verso Mariano. È tagliata
a _Pozzolo_ da un'altra strada, che venendo da Alzate passa per
_Vighizzolo_, poi intercide la strada per cui percorriamo, indi guida
a _Figino_, poi a _Novedrate_, una delle delizie de' conti Taverna
dove, nella chiesa di San Donato, si vedono due angioli scolpiti
dal meritissimo Gaetano Monti, per commissione del conte Giacomo
Taverna. Il Seveso, che nasce nel piano _Bassone_ sul Comasco, divide
questa terra da _Carimate_. _Mariano_, posto quasi a piedi della
placida collina su cui si raccolgono i vini migliori del distretto
di Cantù, è distinto per l'ampiezza della sua estensione, per la
vastità della piazza comunale, pel palazzo Passalacqua e molte altre
case di villeggiatura. Ha un'aulica chiesa di Santo Stefano con alta
e antica torre, ed un vetusto battistero che sorge alla sinistra
della parrocchiale. Un mercato settimanale stabilito nel 1512, molti
setificj, e l'operoso esercizio d'agricoltura, d'arti e di mestieri
danno agli abitatori di Mariano quell'agiatezza che non viene mai meno
all'attività. Di qui fiancheggiando la _Roggia vecchia_ per un lungo
rettifilo di strada si viene a _Cabiate_, dove sale la vista alla
bella e deliziosa villa Paduli, indi per un altro rettifilo si giunge
a _Meda_, nota pei mobili di stanza che vi si fabbricano, e circa un
miglio dopo si arriva a _Barlassina_ sulla strada da Milano a Como. Da
Mariano si viene poi a Paina per una via a sud-est, radendo per qualche
tempo la _Roggia Borromea_.
Ora, prendendo l'alta strada più corta, bisognerà che da Erba ci
rechiamo a _Pontenuovo_, ascendiamo la riva di _Nobile_ e ci portiamo
a _Lurago_, arrestandoci ad ammirare il degradante pineto e il vago
giardino che adorna la vistosa villa Sormani. Il maestoso concerto
delle campane di questo villaggio non vuol essere taciuto, trattandosi
d'una materia di tanta importanza, di tante guerre, di tante liti
fra gli abitatori di campagna. Qui sono molte fornaci di mattoni e di
tegole fatte con argilla plastica comune, cavata in luogo. Alla sua
sinistra è _Lambrugo_, posto sul ciglio della valle del Lambro, dove la
famiglia Galli possiede una casa di delizie, sostituita ad un pacifico
romitorio di vergini. Chi cammina pedestre, miglior modo di esaminare
accuratamente tante bellezze, può discendere a vedere minutamente il
burrone del Lambro, che procede ricco d'acque e con ripido corso alla
volta di Monza. Però anche una leggiera osservazione al letto di questo
fiume persuade come una volta accogliesse maggiore dovizia d'acque,
onde alcuni conghietturarono che servisse di sfogo al Lario, prima che
l'Adda si fosse aperto il suo corso.
Procedendo sulla strada principale, poco dopo Lurago, ecco presentarsi
il vaghissimo _Inverigo_ ove giganteggiano la moderna Rotonda
Cagnola, e l'antica delizia Crivelli. L'una e l'altra vogliono essere
accuratamente vedute.
L'aspetto imponente del grandioso edificio con cui l'illustre marchese
Cagnola richiamò fra noi i superbi monumenti della greca splendidezza
si presenta in forma quadrilunga sulla cima d'una amena collina, colla
facciata principale rivolta a tramontana, ciò che fa temere non possa
essere di danno ai fregi di cui è decorata. Alla solidità esterna,
bellissimo contrapposto a quella smilza architettura che rassomiglia a
cadaveri ambulanti, risponde benissimo la parsimonia degli ornamenti,
del pari lontana dalla grettezza, che qualche volta si scambia col
nome di semplicità, e dalla turgidezza, che sì mal corrisponde alle
leggi dell'occhio e del buon gusto. Presenta nel mezzo un'ampia sala
circolare, illuminata da un lucernario superiore, onde tutto il palazzo
è volgarmente detto la _Rotonda_. Ha lateralmente due edificj, ad
oriente l'oratorio, ad occidente il triclinio, i quali sono al di fuori
abbelliti dall'egual colonnato che adorna la fronte del palazzo. Dal
pianerottolo della porta d'ingresso si cala al livello della collina
per un ampio scalone, sotto i due lati del quale si entra a vedere
i grossi tronchi di colonne che sostengono il pavimento della sala
di mezzo. Un altro scalone, come il primo maestoso, conduce dalla
porta d'ingresso meridionale egualmente al livello della collina, che
cadendo qui precipitosa, rese necessario che si facesse dopo l'ultimo
gradino una balaustrata sostenuta da grandiose cariatidi lavoro di
Pompeo Marchesi. Una scala interna, dapprima agiata e che poi si va
ristringendo e rimane chiusa nella grossezza del muro, conduce sulla
cupola della sala, a vagheggiare un estesissimo orizzonte. La casa
Crivelli distinta per la singolare estensione de' suoi cipressi serba
tutti i vestigj della potenza feudale. Un ampio giardino pendente
si stende a settentrione del palazzo, e ad oriente ed occidente
lunghissimi filari di cipressi, che danno a questo palazzo una
originale vaghezza.
A manca del palazzo sorge sur un altopiano un Ercole colossale, offeso
ma non ruinato dagli anni, notissimo per queste terre col nome di
_Gigante_. Ivi è luogo di mattutine e vespertine gite, di allegre
collazioni e merende, e di là poco discosto è un fecondo paretajo
(_bressanella_), a cui si va per una lunga galleria di carpani.
L'argilla d'Inverigo presenta caratteri alquanto diversi della solita;
facilmente s'impasta coll'acqua, è morbida al tatto, masticata sotto i
denti fa, al pari di quella di Nobile, sentire alcune parti silicee.
Con essa si fanno buoni mattoni e tegole in grandissima quantità.
Due cave, quasi esaurite, una di proprietà Crivelli e l'altra della
chiesa parrocchiale d'Inverigo, producono durissime pudinghe (_ceppo_),
grossolane nella parte superiore, ma compatte nell'impasto inferiore e
legate dal solito cemento calcario. Un'altra produzione minerale sono i
tufi calcari, d'un colore grigiastro, leggiero e molto poroso, misto di
sottili cilindri stalattitici, che s'intrecciano in tutte le direzioni.
Ad Inverigo sedette il pretore feudale, del quale ora non rimane che
l'abitazione convertita ad altro uso e lieta d'un ameno orizzonte. A
_Santa Maria della Noce_, luogo di mercato settimanale, vedrai nella
chiesa buoni quadri, ed è uno de' luoghi ove si stabiliscono i prezzi
de' bozzoli; al _Lavello_ la chiesa è ricchissima di pitture forse
un po' grotesche, ma non prive di merito; all'_Orrido_, la natura
congiunta coll'arte creò un luogo di romantica bellezza, sebbene le
acque che vi dovrebbero essere accolte vengano deviate pel vantaggio
d'alcuni mulini. Era una di quelle sere di autunno in cui il tumulto
della città corre a dar vita alla pace delle campagne, e fra l'incanto
delle agresti canzoni tornano dai campi le montanine bellezze a
ritrovare il ristoro della cena e del riposo. Io affacciato ad un
verrone di casa Crivelli mirava la sottoposta valle sepolta nella
quiete solenne della notte. M'apparivano di fronte il maestoso monte di
Canzo seminato alle falde di paeselli, indi correvo coll'occhio dentro
nella Vallassina, fin sul faticoso Castelmarte, raffigurava il pineto
di San Salvadore che mi richiamava la pace, onde quell'asilo era lieto,
prima che si desse il nome di progresso e di lume alla distruzione
de' cenobj e de' cenobiti, poi rialzava lo sguardo alla Colma; a manca
vedeva lo zaffiro nel cielo piegarsi sulle montagne comasche; a destra
di tratto in tratto i lucidi serpeggiamenti del Lambro sottoposto ed
il rimanente della Brianza, una fuga di colline a cui facevano cornice
i monti maestosi che assecondano il corso dell'Adda! Poco dopo tutto
era quiete, non isplendevano che i fuochi de' casolari, intorno alle
frugali cene degli allegri contadini. Intanto sorgeva la luna. Oh qual
nuovo spettacolo! come soave era il suo raggio propagato placidamente
sul liscio piano dei laghi, sui vitiferi colli, sugli elevati
campanili, sulle croci benedette de' camposanti! Quella sera mi dura
ancora fissa nel cuore, come la ricordanza soave del primo, dell'unico
amore!
Il vallone dell'orrido, col mulino solitario che lo ravviva, inspirava
la seguente bellissima poesia inedita.